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15 marzo 1923, Roma.
Don Giacomo Alberione aggiorna la comunità paolina di Alba sulle sue attività nella Capitale e impartisce direttive sulla produzione tipografica.
I(esus) M(aria) I(oseph) P(aulus)
Roma, 15-3-23
Carissimi, Oggi giornata in cui era impossibile far qualcosa al fine per cui sono qui. Perciò ho fatto il ritiro mensile, con tutta libertà e tranquillità: si prega così bene nella Chiesa del Gesù[1]! ed ho anche potuto sentire due praticissime prediche riservate al Clero. Si vede che questo ritiro mensile qui è una grande benedizione del Signore per i sacerdoti.
Conviene insistere nella preghiera ne contingat incohata deserere ante consummationem[2], comea dice s(an) Tomaso. Il compiere le cose è certo di gusto di Dio, di sua gloria; mentre appartiene alla perseveranza, virtù grande, per noi. Quante opere ottime, iniziate con fervore di propositi, si sono in seguito abbandonate sopravvenendo le difficoltà! Conviene restare fermi in ogni evenienza: a poco a poco le opposizioni si sciolgono, chi obbietta finisce per dileguarsi se preso con calma, perché anche nell’obbiettare si trova difficoltà: e chi tace, prega, | agisce con moderazione, finisce per aver ragione, Deo adiuvanteb.
Non faccio la cronaca delle occupazioni e obbiezioni perché sarebbe simile a quella dei quotidiani, dove, dopo aver letto tanto inutilmente, si finisce col saperne tanto quanto prima, se pur non meno ancora.
Rimane sempre incerto il giorno in cui potrò ritornare: difficilmente però sarò a casa domenica: dovendo rifare tutto il lavoro dell’ultima volta un po’ la tela di Penelope.
Sarà bene mandare 20/30 lire al sig(nor) Paolo[3]: facevo così ogni settimana, ed in questa settimana non l’ho ancora fatto.
Circa i bisogni materiali della casa prego: ma sono certissimo che il Signore provvede a tutto, sebbene si faccia aiutare nella sua infinita misericordia. Però è certo che ci vuole anche più lavoro nel nuovo compito dato a D(on) Fenoglio[4] e sig(nor)c Borrano[5]: depositi e biblioteche = come nei conti.
Con vivo affetto in Domino: vi benedico.
Aff(ezionatissi)mo T(eologo) Alberione.
Il sig(nor) Giovanni[6] mi dà nuovi argomenti per dimostrare che non conviene più stampare il nome di Mioni[7] sui libri. Conviene sospendere per non aver pericolo di ritenerli invenduti: provvedere come inteso.
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* Originale, Archivio storico generale della Società San Paolo, fondo “Giacomo Alberione”, sezione “Corrispondenza”, serie “Corrispondenza con la Società San Paolo”, sottoserie “Giuseppe Timoteo Giaccardo”, fasc. 1, n. 5. Il documento è redatto su supporto cartaceo di 227 mm x 139 mm, in ottimo stato di conservazione. Il foglio reca l’intestazione a stampa «Scuola Tipografica Editrice / Alba / Telefono n. 95». Sul recto, lungo il margine laterale sinistro, la nota di mano α: «Sì / sì»; sul verso, lungo il margine laterale sinistro, della medesima mano: «Sì».
[1] S’intenda con ogni probabilità la chiesa del Santissimo Nome di Gesù in Roma, nota come chiesa del Gesù.
[2] «che non succeda di voler afferrare prima del tempo le cose da incominciare, o di abbandonare le cose incominciate prima di averle terminate»: l’autore riporta, rielaborandolo, un pensiero di san Tommaso d’Aquino, probabilmente ispirato all’opuscolo Piae preces, a lui attribuito.
[3] È possibile che si tratti di Paolo Maria Marcellino, al secolo Bartolomeo (Torino, 1902 – Sanremo [IM], 1978), sacerdote della Società San Paolo.
[4] Cf nota 6 del doc. n. 6.
[5] Cf nota 1 del doc. n. 4.
[6] Cf nota 3 del doc. n. 2.
[7] Cf nota 2 del doc. n. 2.
a Aggiunto al di sopra della riga di scrittura.
b Segue tratto orizzontale di penna, come alla fine dei paragrafi successivi.
c s- corretto su d-.