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14 marzo 1923, ore 19, Roma.
Don Giacomo Alberione richiede la collaborazione di mons. Mioni per adempiere alla pastorale diocesana e invita la comunità di Alba a rispettare le buone pratiche della vita comunitaria sotto la guida di don Giuseppe Timoteo Giaccardo.
I(esus) M(aria) I(oseph) P(aulus)
Roma, 14-3-23 (ore 19)
Prego il M(olto) R(everendo) M(onsignor) Mioni[1] che mi voglia sostituire giovedì per le confessioni delle suore Luigine[2]: io andavo alle 16.30 – poi facevo loro una predichina: ma si può cambiare l’ora e la predichina è libera – Prevedo che per domenica prossima non sarò a casa: perciò a Benevello[3] occorre provvedere... come si può = per la festa indulgenze avevo pensato di spiegare ai ragazzi che è giornata destinata a ringraziare il Signore d’averci dato questo mezzo di pagare i nostri debiti, comprendere il beneficio delle indulgenze in generale e delle nostre in particolare, promettendo di usare ogni cura attiva di acquistarle – Vi sia la Comunione generale al mattino, la S(anta) Messa cantata alle ore 8,30 – Alle ore 18 ora di adorazione con spiegazione delle indulgenze: meglio che predichi il | M(aestr)o Giaccardo[4] possibilmente.
Intanto, vedendo crescere le difficoltà, occorre accrescere le preghiere: i sassi si tirano contro gli alberi che hanno e danno frutti, non contro gli alberi che hanno e danno solo foglie. Così fa il diavolo che sa bene il suo mestiere: più ne lancerà e più comprenderemo che ha interesse a farlo. Ma per parte nostra ricordiamo l’avviso di s(an) Paolo «ut exibeamus nosmetipsosa ministros Christi in multa patientia»[5] che sta nell’umiliarci, nel confessarci colpevoli, nell’accettareb ogni cosa alla maggior gloria del Signore: questo è prima di tutto la pazienza. Vediamo nello stesso tempo di essere alberi da fruttic, non da foglie: la ficajad che aveva solo foglie venne maledetta dal Signore[6] e condannata a essere sradicata: siamo le buone piante di cui è detto «erit tamquam lignum (albero) quod plantatum est secus decursus aquarum (il SS. Sacramento), quod fructum suum debit in tempore suo, et folium eius non defluet»[7]. Con la benedizione del Divin Maestro perché i frutti di umiltà, di zelo, di abnegazione siano copiosi –
aff(ezionatissi)mo vostro in Domino T(eologo) Alberione.
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* Originale, Archivio storico generale della Società San Paolo, fondo “Giacomo Alberione”, sezione “Corrispondenza”, serie “Corrispondenza con la Società San Paolo”, sottoserie “Giuseppe Timoteo Giaccardo”, fasc. 1, n. 4. Il documento è redatto su supporto cartaceo di 227 mm x 139 mm, in ottimo stato di conservazione. Il foglio reca l’intestazione a stampa «Scuola Tipografica Editrice / Alba / Telefono n. 95» e, in alto, a sinistra, la nota di mano dell’autore: «2a lettera». Sul recto, in alto, a sinistra, la nota di mano α: «Sì / (retro)»; sul verso, lungo il margine laterale sinistro, della medesima mano: «Sì».
[1] Cf nota 2 del doc. n. 2.
[2] Suore Oblate di san Luigi Gonzaga, dette popolarmente “suore Luigine”, appartenenti alla congregazione di diritto pontificio fondata nel 1815 a La Morra (CN) dal venerabile don Giovanni Battista Rubino, insieme con le cofondatrici Teresa Roscone e da Maddalena Caminale. Nato con l’intento di fornire cura e istruzione alle bambine in età scolare, in particolar modo alle piccole orfane, l’istituto fu riconosciuto di diritto diocesano nel 1819 e ottenne il decretum laudis nel 1948. La congregazione ha fissato la propria casa generalizia in Alba, dove risiedeva la comunità a cui fa riferimento Don Alberione nella sua lettera (cf P. Calliari, Oblate di san Luigi Gonzaga, in G. Pelliccia, G. Rocca (a cura di), Dizionario degli Istituti di perfezione, Roma 1980, VI, pp. 610-611).
[3] Comune dell’Alta Langa piemontese in provincia di Cuneo, noto nella Famiglia Paolina per aver dato i natali al beato Maggiorino Vigolungo (1904-1918) e per aver ospitato Don Giacomo Alberione nel 1923, durante un periodo di convalescenza.
[4] Giuseppe Timoteo Giaccardo (Narzole [CN], 13 giugno 1896 – Roma, 24 gennaio 1948), sacerdote della Pia Società San Paolo e primo beato della Famiglia Paolina.
[5] «affinché mostriamo noi stessi come ministri di Cristo con molta pazienza» (2Cor 6,4).
[6] S’intenda l’albero di fico, maledetto dal Signore nei giorni del suo ingresso a Gerusalemme, immediatamente precedenti la sua passione, morte e risurrezione. Cf Mc 11,13-14.
[7] «sarà come un albero piantato lungo i corsi d’acqua, che darà il suo frutto a suo tempo, e la cui foglia non cadrà» (Sal 1,3).
a S’intenda nosmet ipsos.
b Segue parola depennata.
c -i corretto su –a.
d Segue parola depennata.