Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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ISTRUZIONE VII
LA MORTIFICAZIONE INTERNA

[44] La mancanza di mortificazione è la causa di tutti i peccati. Se Adamo ed Eva si fossero mortificati, noi non saremmo stati tratti da essi nella rovina: il peccato non avrebbe imbrattato la terra.
S. Francesco di Sales, il santo della dolcezza, si esercitò continuamente a combattere se stesso. Combattere se stessi significa combattere contro la gola, la pigrizia, la loquacità, la curiosità.
S. Francesco dice alla sua Filotea1: Il nostro parlare sia sempre poco e amabile, poco e sapiente, poco e considerato. Vedete che il Santo dà tanti attributi al parlare; ma insieme ad ognuno ripete sempre il poco. Con questo però non si vuole giustificare il mutismo, il broncio: questo non è virtù, è difetto.
S. Francesco di Sales dice ancora: È necessario assolutamente che ci mettiamo nell'esercizio della mortificazione. Mortificare i desideri | [45] di vanità, di lode, le immoderazioni nel parlare; mortificare il corpo con la fatica, fare i lavori noiosi, mettere attenzione nell'esame di coscienza. Sono questi piccoli atti di mortificazione che indicano come un'anima sia padrona di sé.
Mortificazione interna è lo stesso che dire: vogliamo che tutta la mente sia di Dio, che tutta la volontà sia di Dio, che tutto il cuore sia di Dio. È già tanto poco il nostro essere per amare Dio: non togliamogli niente.
La mortificazione della volontà sta nell'obbedienza: è questa una gran prova di amor di Dio. La virtù dell'obbedienza si può esercitare tutto il giorno. Obbedienza non è il fare ciò che vien detto per simpatia, per compiacere, per inclinazione naturale. Obbedienza è il rinunziare alla nostra volontà per fare la volontà di Dio, ma per amore. E questo, anche quando ciò che ci viene comandato, ci sembra irragionevole o non ben pensato.
Gesù poteva comandare a tutto il mondo eppure obbediva a S. Giuseppe da cui avrà ricevuto comandi anche imperfetti. Ma la vogliamo capire che la santità sta proprio in quest'ascoltare?
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Non vi è altra via per giungere alla santità. Ora per fare l'obbedienza è necessario un rinnegamento continuo. Qualunque cosa ci accada di avverso, di contrario dobbiamo sempre dire: Dio ha voluto così. Uno si è fatto il programma di fare un lavoro e poi gli viene l'influenza e se ne deve stare a letto. Pazienza, | [46] deve dire, Dio ha voluto così e voglio così anch'io. Sicuro, bisogna cercare di prevenire i mali, far andare le cose bene, ecc., ma quando si è fatto tutto il possibile, basta.
Fare l'obbedienza specialmente nella regolarità della vita quotidiana: c'è da fare una bella ginnastica da mattina a sera se si è fedeli. Si faccia la volontà di Dio in tutte le cose e nel modo di farle. Uniformarsi alla Congregazione in tutto, a tavola, in apostolato, in ricreazione in modo che in tutto ci sia il rinnegamento della nostra volontà.
Non portare il peso dell'obbedienza, ma uniformare volentieri la nostra volontà a quella di Dio.
Mortificare poi la mente. La nostra mente si divaga facilmente, ricorda cose pericolose viste o udite. Certe cose non bisogna ricordarle, ma cacciarle subito. Farsi religiose non vuol mica dire prendere l'abito da suora e conservare una mente mondana; vuol dire diventare religiose anzitutto di mente. Bisogna pensare a Dio e alle cose che sono di volontà di Dio, applicare la mente ai propri doveri. Non leggere libri vani e tanto meno romanzi2. Una suora che legge romanzi è una suora vaporosa e vanitosa: non sarà mai raccolta, non avrà mai vera pietà. La mente tolga tutto ciò che non è conveniente a una suora e si mortifichi nel pensare a ciò che è adatto a una religiosa: catechismo, prediche, avvisi, il proprio ufficio. Bisogna che noi ci riduciamo a questo. Alcune si fanno suore e pensano | [47] alla famiglia come se non fossero religiose. Eppure non bisogna far così; anzitutto Gesù ha detto: «Esci dalla tua parentela»3.
Il pensare sempre ai famigliari è mancanza che disturba lo spirito. La tua mamma ora è la Congregazione, le tue sorelle sono le suore, i tuoi interessi sono quelli di Dio.
Che dire poi quando la mente va dietro a pensieri contrari alla carità, a sospetti temerari, a pensieri umani terreni, di modo che
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il pensiero non è religioso? Così non si ama il Signore con tutta la mente, non si osserva questo comandamento che è il più stretto. Che significa quell' abbandonarsi a pensieri di vanità, quel confrontarsi con le altre, quel rammaricarsi quando si è ricevuto un avviso? Che è quel torcere la mente e combinare bugie e falsità in modo da non lasciar trapelare all'esterno ciò che vi è nell'interno? Figlie di San Paolo, siate sincere con Dio, con voi stesse e col prossimo.
Dite bianco al bianco e nero al nero sempre, dovunque e con tutti. Chi ha l'ufficio di correggere lo faccia con umiltà, con carità e con sincerità senza pettegolezzi e intermezzi. Se in questo si mira solamente a Dio si sapranno capire tante cose.
La mortificazione del cuore esige che si combatta contro le simpatie e le antipatie che sono semi di tante discordie e di tanti peccati. Le simpatie e antipatie di chi sta a capo sono la rovina della comunità e causa di tanti disgusti.
Preghiamo il Signore perché voglia farci capire | [48] il segreto della vera carità e il modo di trattare col prossimo. Amare una persona perché in essa vediamo la bontà e concepirne una stima ordinata non è simpatia, ma alle volte si preferisce solo chi ci va a genio, non riconoscendo il merito dove veramente c'è e si chiama carità quella che invece è carnalità4.
Guai quando in una comunità si ha bisogno di molte chiavi, specie se queste sono di uso privato. Si capisce che i superiori debbono avere delle cose che non tutti possono vedere, ma ci sono delle cose che si vogliono tener chiuse per altri motivi. E si vuole parlare proprio a quel prete là, scrivere proprio a quella persona. Sono tutte cose che legano il cuore. È bene fare un piccolo dono a Gesù, offrirli a lui questi piccoli sacrifici.
Alle volte il cuore è attaccato agli oggetti, altre volte alla stima. Si ha una gran voglia di esser vedute a far del bene e si fa sapere a tutte. Quando si è fatto un poco di bene non si distrugga con la vana compiacenza perché è peggio perdere i meriti che perdere i soldi. Pensare che si è servi inutili. Deve compiacersi il confessore se caccia il diavolo da un'anima? Il merito è di Gesù Cristo. Ci sono delle anime che lavorano tutto il giorno ma poi con la vana compiacenza guastano ogni cosa. Altre non fanno
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chiasso, lavorano nel silenzio con tanto fervore e rettitudine d'intenzione, che ammucchiano molti meriti.
S. Gregorio5 raccomandava due cose: a) fare | [49] il bene, b) non perdere il bene che si è fatto.
Si deve poi mortificare la fantasia. È la pazza di casa; è peggio ancora del cuore. Lavora anche di notte. Di notte non si può, ma di giorno si deve mortificare. Alle volte si è avuto un incontro pericoloso, un sogno brutto e tutto il giorno la fantasia vi sta sopra. Alla fantasia non si comanda direttamente, bisogna distoglierla dal male per usarla ad immaginare il Paradiso, i santi, i parenti che ci aspettano lassù, ed altre cose buone.
Mortificazione interiore dunque, di volontà, di mente, di cuore e di fantasia: così arriveremo ad amare il Signore con tutto il nostro essere.
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1 Filotea: nome di chi vuole amare Dio. Interlocutrice a cui si rivolge S. Francesco nella sua opera: Filotea o Introduzione alla vita devota. Don Alberione qui attinge liberamente alla parte III, 30.

2 Allusione alla circolare inviata in quei giorni sulla disciplina nella lettura dei romanzi (cf CI, 1-2 [1941] 1, in CVV 93).

3 Cf Mt 8,22.

4 Cf Imitazione di Cristo, I, XV, 2.

5 Gregorio Magno (540-604), papa dal 590, Padre e dottore della Chiesa. Scrisse la Regola pastorale e molti commenti alla Sacra Scrittura.