Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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29-LA SPERANZA1*
Arrivare allo spirito di fede: l'abbiamo meditato stamattina. E quando tutto si guarda con l'occhio di Dio, dall'alto, e ci si abbandona alla divina Provvidenza, noi abbiamo quello che si dice: vita di fede. E' la vita del santo: «justus ex fide vivit» 2.
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Ora, la fede ci fa credere che c'è Dio e che siamo destinati al paradiso, cioè: arrivare a lui, contemplarlo e goderlo.
E la speranza ce lo fa desiderare, questo Dio.
La speranza cristiana si compone di due parti e cioè: prima, la fiducia di arrivare al paradiso con la grazia di Dio; e secondo, fare il bene, le opere buone, le quali sono come una parte della speranza e cioè indicano che la speranza è operosa, mentre che è gioiosa. Le opere buone che indicano che veramente si vuole il paradiso. Lo si dimostra con i fatti, cioè mediante le opere buone che io debbo e voglio fare.
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La nostra speranza su che cosa si appoggia?
Si appoggia sulla bontà onnipotente di Dio, poi sulle promesse di Gesù Cristo e, terzo, per i suoi meriti.
La bontà onnipotente di Dio, il quale vuole dare all'uomo più di quello che l'uomo possa meritare, non solo, ma anche di quello che possa desiderare e volere secondo la sua natura. Per sé l'uomo sarebbe soltanto un essere naturale, destinato ad un fine naturale. Ma al Signore, nella sua infinita bontà e misericordia, piacque di elevarci all'ordine soprannaturale, di darci la grazia per cui operiamo in un piano soprannaturale e diventiamo eredi di Dio stesso, coeredi di Gesù Cristo, la stessa gioia, la stessa gloria che ha Gesù Cristo, nostra pure, nella misura di cui siamo capaci, cioè secondo i meriti che [ci] facciamo.
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Secondo: la speranza si appoggia alle promesse di Gesù Cristo che sono molto esplicite e tante volte ripetute. «Tristitia vestra vertetur in gaudium» 1. Adesso il mondo se la gode e voi vi sacrificate, ma il vostro sacrificio, le vostre pene, la vostra fatica, si cambieranno in gioia eterna. «Io vado a prepararvi il posto» - dice Gesù2. Le beatitudini sono altrettante promesse di vita eterna. Otto promesse ripetute, una di seguito all'altra. E se vi perseguiteranno, vi calunnieranno, diranno ogni male contro di voi, godete, perché la vostra mercede è più abbondante in cielo3. E Gesù, allora, fu il primo ad entrarvi ed egli, come un re vittorioso, chiama i suoi sudditi fedeli a partecipare alla sua gloria eterna, come sulla terra i suoi sudditi fedeli, le anime amanti partecipano della croce, delle fatiche.
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In terzo luogo, la nostra speranza si appoggia ai meriti di Gesù Cristo. Occorre che pensiamo che le nostre opere buone sono necessarie assolutamente, ma per sé meriterebbero un premio naturale, non il paradiso, un premio soprannaturale. E allora, noi ci appoggiamo alle nostre opere buone? Dobbiamo farle, sono assolutamente necessarie, ma chi dà il valore soprannaturale alle opere buone è Gesù Cristo: «per i meriti di Gesù Cristo». I suoi meriti sono infiniti. Ecco un paragone che almeno spiega, se non sta in tutto. A battezzare è assolutamente necessaria l'acqua, nei casi ordinari, eccetto che supplisca il battesimo di martirio, di sangue o il battesimo di desiderio. Nei casi ordinari è assolutamente necessaria l'acqua. Ma l'acqua può lavar l'anima? No. C'è il sangue di Gesù Cristo. C'è l'infusione della grazia per opera dello Spirito Santo. E allora: acqua e Spirito Santo, cioè grazia, fanno l'uomo nuovo, cioè il bambino è purificato e si forma il cristiano, figlio di Dio, capace di fare il bene, capace di santificarsi e di entrare, un giorno, al premio, in paradiso. Quindi, per i meriti di Gesù Cristo.
Quando avrete fatto tutto ciò che dovevate fare - dice Gesù - pensate così: sono servo inutile, ho fatto solo il mio dovere: «quod debuimus facere, fecimus» 1. Ma per la vita eterna sarebbe proprio inutile, se non intervenisse la passione, il sangue, il merito di Gesù Cristo. Ecco quindi che, nelle nostre opere, bisogna che abbiamo questa confidenza: sono come l'acqua nel battesimo, bisogna ci sia l'acqua per mondare l'anima, ma ci vuole la virtù dello Spirito Santo, cioè ci vuole la grazia di Dio, ci vogliono, cioè, i meriti di Gesù Cristo. Pensar giustamente.
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Oh, il paradiso, speriamo. E il Signore ce l'ha preparato. E le grazie necessarie per conseguirlo; ecco. Dobbiamo fidarci di Dio che continuamente ci assista con la sua grazia. Sempre, continuamente il Signore ci offre il suo aiuto. Se non siamo buoni, non è perché manchi la bontà di Dio, manchino i doni di Dio, è perché manca la nostra bontà, perché non accettiamo la grazia, perché con la nostra libertà, la trascuriamo o rifiutiamo la grazia di Dio, rifiutiamo di fare ciò che Iddio vuole, come condizione.
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Ecco, abbiamo da avere allora, le grazie necessarie, è chiaro. Il Signore dà i suoi comandamenti, ma non son tutti facili. Il Signore dà la vocazione, ma non è facile seguirla e corrispondere. Il Signore chiama ai consigli evangelici, propone la perfezione, ma non è facile, non è facile vivere sempre bene la vita religiosa. Il Signore vuole la povertà, ma ci vuole la grazia per corrispondere a questo invito. Il Signore vuole la castità, ma ci vuole la grazia per conservarla. Il Signore vuol l'obbedienza, ma ci vuole la grazia per piegare sempre la testa. Il Signore vuole che viviamo in carità, ma la carità alle volte, fa sanguinare: perdonare certe offese, pregare per coloro che sono invidiati e lasciar passare certe parole che ci hanno ferito fino al fondo dell'anima. Certamente è eroica, eroicissima la carità di Gesù che appena inchiodato prega per coloro che l'hanno inchiodato: «Perdona loro, perché non sanno quel che si fanno» 1.
Ci vogliono le grazie in continuità, poiché dice sant'Agostino: Il Signore comandando, non ordina cose impossibili, ma mentre comanda, vuole che tu faccia quel che è possibile, quel che puoi, e che domandi quello che non puoi fare da te2. Cioè, quello che puoi; per esempio, e puoi lavarti la faccia, e puoi prendere il cibo a tavola, puoi fare tante cose, come lo studio, ad esempio, usare un po' di galateo verso le sorelle, cose facili queste. Ma quando si tratta di cose difficili, allora da ricorrere al Signore.
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E le cose son difficili primo, per la perseveranza. Senza una grazia speciale non si può avere la perseveranza, anche nella vita religiosa. Ci si può intiepidire, scoraggiare, abbandonarsi alla tiepidezza, fino a perder la vocazione. E si può, un bel giorno, peccare.
La perseveranza finale è sempre da chiedersi come una grazia di privilegio. Da chiedersi oggi per oggi, domani per domani, dopodomani per dopodomani, continuamente, fino alla morte. Quindi sempre pregare, tutti i giorni facendo la pietà. Non basta che uno abbia avuto una buona volontà una volta, che uno si sia confessato con buone disposizioni, con promesse, propositi. Occorre aver poi la forza a perseverare in quei propositi e a osservare le Costituzioni e i voti come si è l'anima impegnata nella professione. Il Signore è pronto a darci la grazia oggi per oggi, se noi oggi preghiamo, mediante la grazia di Dio, le grazie che son necessarie per oggi, per vincere, supponiamo, le tentazioni brutte, costantemente, nell'interno e nell'esterno, per sopportare persone moleste, per perdonare ai nemici, per reprimere i desideri illeciti e conservare [pensieri di] fede, sentimenti e desideri conformi alla fede, per vivere, in sostanza, bene e per vivere anche la vita religiosa che è più difficile perché cosa più alta. Le grazie necessarie.
Nessuno dica: non avevo la grazia. Non può dirlo. E se alla fin della settimana riconosciamo che ci sono stati difetti volontari, non è perché sia mancato l'aiuto di Dio, ma è perché è mancata la nostra volontà, la corrispondenza, oppure è mancata la preghiera per ottenere la grazia. Uno di questi motivi.
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Poi: «con le buone opere che io debbo e voglio fare». Le opere buone sono necessarie. La speranza è vera quando noi ci impegniamo a operare. Volete operare bene. E sono i propositi degli Esercizi. Operar bene secondo essi. Sono i propositi delle confessioni. Operar bene secondo questi propositi. Sono i voti emessi nella professione religiosa. Operar bene secondo i voti fatti. Conformare la vita alle presenti Costituzioni. Le buone opere che io debbo e voglio fare. Ecco, allora, fare opere buone, dal mattino alla sera. Il piccolo atto di obbedienza, pronto al mattino, che si conchiude con un altro atto di obbedienza, piccola obbedienza, alla sera. Ecco, sono come due estremi, in mezzo sempre il «sì» al Signore: ecco la tua serva, ecco la tua ancella, Signore; sia fatta la volontà del Signore1. Allora, le opere buone.
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Primo: cose che siano buone, non cattive. E' cattivo il mormorare, e buono il parlar secondo carità. E' cattivo, male, il perder tempo e buona cosa, invece, occupar bene il tempo. E' male di far le cose grossolanamente, è bene farle con diligenza. E così, è male farle in peccato, perché anche il bene in peccato, non merita, ed è bene far tutte le opere mentre si è in grazia di Dio. Perciò ecco: sempre lo stato di grazia, perché se non c'è lo stato di grazia, di amicizia con Dio, equivale a piantare un bastone secco nella sabbia, non attecchisce. Le opere buone fatte in peccato grave non producono il frutto per la vita eterna, possono, però, sollecitare da Dio la misericordia della conversione.
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Secondo: che quel che facciamo sia bene, è necessario sia bene, non male. Se uno ha un pensiero cattivo, eh, non può fare con quello, dei meriti; mentre che conserva dei sentimenti che non sono buoni nel cuore, quei sentimenti non servono a fare dei meriti. Invece i sentimenti di amor di Dio, di umiltà, ecc. servono a far dei meriti. I sentimenti di orgoglio, no; i sentimenti di umiltà, sì. Il sentimento, lo spirito di vendetta, no; lo spirito di mitezza invece, di bontà, sì. Così... Quindi che sia buono quel che facciamo. Non sia una bugia, ad esempio, ma sia la verità. Fare opere buone, [in sé], almeno indifferenti, come sarebbe il passeggiare e, questo, quando si fa con retta intenzione, guadagna anche i suoi meriti; [come il mangiare], il dormire, per sé, moralmente, sarebbero cose indifferenti, ma con la retta intenzione e facendole perché è volontà di Dio, ecco, queste diventano buone dinanzi a Dio, meritorie.
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E poi, che le cose siano fatte bene, cioè con diligenza, con attenzione. Ci son delle cose che son molto semplici e ci son delle cose che sono un po' più complicate. Quando si fan le cose metterci l'attenzione perché riescano bene. Se hai da studiare, studiar bene, e se hai da far la scuola, prepararti a farla bene, quanto è possibile umanamente. Se hai da pregare, raccoglierti, perché la preghiera sia fatta bene, sia fatta con diligenza; l'esame di coscienza e la meditazione e la Visita, siano accompagnate dal raccoglimento interiore ed anche esterno, in quanto è possibile. La cuoca che fa bene il suo ufficio; la refettoriera che prepara bene la tavola, colei che è addetta alla pulizia, che guarda di compiere bene il suo ufficio; la portinaia, la sacrestana, quella che è a capo nella sartoria e quella che nella sartoria fa i lavori in dipendenza da chi sta a capo; quella che si dedica a far le statue e che cerca di migliorarle ogni giorno, oppure chi pittura e cerca di migliorare ogni giorno. Far le cose con diligenza. Diligente, sempre più edificante il modo con cui si viaggia, si va al mercato, si è in ferrovia, si parla con le estranee, si parla con le persone di casa. Attenzione, perché... o altrimenti una cosa va male, l'altra si dimentica, qui si guasta, là si lascia tutti insoddisfatti. Quando si è infermiere, quando si sa che la persona ha bisogno di questo, di quello, abbondare in carità. Opere buone.
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Ma vi è un'altra cosa che è più facile che manchi: è la retta intenzione. Questa retta intenzione che è poi l'amore a Dio; farle per amor di Dio, per il paradiso. Ma se scandagliamo proprio le intenzioni, forse troveremo cose di cui ci dobbiamo dolere. Mi dicevano i sacerdoti che han fatto gli Esercizi ultimamente, a Roma: abbiamo avuto due prediche sulla retta intenzione, sono quelle che ci han fatto più impressione, hanno fatto scoprire il nostro interno. Per esempio: sei indifferente dopo che hai fatto quanto hai potuto per studiare, che il risultato sia buono oppure che ricevi una bocciatura? Vivi in questa indifferenza? Metterci tutto l'impegno per fare una cosa e poi sentirci dire: le sbagli tutte. Si è indifferenti? Si tenta proprio solo di contentare il Signore, di dar gusto a lui, di promuovere la sua gloria, il bene delle sorelle, delle anime? Alle volte si va fino all'ingiustizia con idee strane; non può essere di gloria di Dio. Fare quel che si può nell'apostolato, ma poi se la giornata si conchiude che proprio di denaro hai fatto poco o che dopo che hai fatto tutto quel che potevi ti lascino quasi da parte senza dirti una parola di approvazione? Questo scopre se c'è l'intenzione retta o se non c'è.
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Quanto c'è da vigilare, perché dopo avere operato tanto, la vana compiacenza o il fine non retto, cioè l'intenzione non retta, ci facciano perdere il merito! Vi sono persone che, alle volte, si illudono tanto. Ma il Signore guarda il cuore, l'amore. E che tu scopi o che tu pitturi è la stessa cosa innanzi a Dio. Son due opere indifferenti, per sé, e divengono invece meritorie per la retta intenzione, per cui divengono elevate all'ordine soprannaturale e perciò, meriti per la vita eterna.
Certo, non ho la possibilità di fermarmi molto a lungo, ma due prediche sulla retta intenzione ci dovrebbero essere, almeno fate delle meditazioni, sì.
Allora: «con le buone opere che io debbo e voglio fare».
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Ecco la speranza che si compone della fiducia in Dio e della nostra buona volontà. Da una parte mettere la nostra attività, mettere le opere buone e, dall'altra parte, i meriti di Gesù Cristo che elevano il bene a merito di vita eterna, «per la vita eterna». E scrutare i cuori nostri. Scrutare i nostri pensieri, i nostri desideri, quello che passa in questo cuore. Piccolo il nostro cuore, ma quasi inscrutabile. E allora domandiamo la luce del tabernacolo quando si fa la Visita, per penetrare giù, vedere fra le pieghe del cuore che cosa ci sta.
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Ricordo, uno dei primi tempi che ero sacerdote, ho fatto in Duomo la predica su questo punto. Ecco, ne è risultato un'impressione profonda. Alcuni mi hanno detto: «Ah, quelle parole: nelle pieghe del cuore, quante cose si nascondono!».
Ecco: guardiamo anche noi giù: «Pravum est cor nostrum et inscrutabile» 1.
Sia lodato Gesù Cristo.
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1 Esercizi Spirituali (14-21 giugno 1956) alle Superiore Pie Discepole del Divin Maestro Roma, Via Portuense 739, 18 giugno 1956 *
* (1) Nastro 6/d (= cassetta 15/a). - Per la datazione, cfr. PM: «Arrivare allo spirito di fede... l'abbiamo accennato stamattina» (cfr. PM in c413). - dAS e dAC (cfr. c413).

2 Rm 1,17.

1 Gv 16,20.

2 Gv 14,2.

3 Cfr. Mt 5,3-10.

1 Lc 17,10.

1 Cfr. Lc 23,34.

2 S. AGOSTINO, De natura et gratia, 43, 50, PL 44, 271; cfr. anche DS 804.

1 Cfr. Lc 1,38.

1 Ger 17,9.