Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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II. COMUNIONE SACRAMENTALE E SPIRITUALE1

 

Ho visto il numero di Via Verità e Vita sul Concilio ecumenico2. È molto chiaro. Penso che, come istruzione catechistica nelle case, sarebbe bene seguire abitualmente questo periodico. Si può seguire il catechismo, domanda per domanda, ma quando il catechismo è stato studiato ed è stato spiegato, la rivista serve ad illustrare, a chiarire, ad allargare, approfondire le idee; e impareranno coloro che devono fare il catechismo e quelli che devono riceverlo e studiarlo. È tanto importante che si sia chiari nelle spiegazioni, e nello stesso tempo ci sia la brevità.

Non formiamo delle anime complicate, ma formiamo delle anime che possiedono i principi fondamentali, che li sanno applicare con disinvoltura e serenità, e quindi vivono nella pace, e progrediscono di più perché il lavoro spirituale è un lavoro faticoso. Quando ci sono complicazioni, l’anima finisce con lo stancarsi, fa un passo avanti e un passo indietro, un passo a destra e un passo a sinistra. Si fanno dei passi, ma non si va avanti. Idee chiare, precise, espressioni brevi, così che nella maggioranza dei casi, la persona si sappia dirigere e poi sappia obbedire, sappia cioè uniformarsi a quello che è detto, anche se tante volte non riesce sempre a capire le ragioni. Allora l’obbedienza interviene e supplisce a quello che non si può capire.

Ieri abbiamo ricordato che due sono i sacramenti, che sono i mezzi fondamentali e principali della grazia per progredire nella santità: i mezzi di progresso spirituale, per stabilire l’anima in Dio, per gli uffici che si hanno, per l’apostolato che si

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deve compiere. Mezzi sacramentali, in cui Gesù Cristo opera direttamente e in modo chiaro con l’assoluzione: Ego te absolvo e in modo anche sacramentale, per la sua presenza reale eucaristica nella comunione. I due grandi mezzi di grazia per progredire. Naturalmente, questa è la parte di Dio alla quale dobbiamo collaborare, poi ci vuole la buona volontà. Ma anche la buona volontà è un dono di Dio. Il sacramento della penitenza toglie il male, il sacramento della comunione porta il bene, porta il sommo bene che è Dio, che è il tutto, che è la felicità eterna.

Abbiamo il Vangelo di san Giovanni che, in generale, è il Vangelo delle anime più interiori. E san Giovanni ci descrive Gesù proprio negli aspetti che non sono stati chiariti dagli altri evangelisti perché ogni evangelista ha un suo fine. Ora san Giovanni, avendo scritto il Vangelo per ultimo, ha supplito a quello che si poteva ancora aggiungere, quello che poteva ancora mancare ai tre primi testi evangelici. Ci rappresenta Dio, il Figlio di Dio: «In principio erat verbum», dall’eternità. La parola «in principio» vuol dire che quando si è cominciata la creazione, lui c’era già: era da tutta l’eternità. Invece delle altre cose si dice che furono fatte, per esempio: «Fiat lux», sia fatta la luce. Ma egli esisteva dall’eternità, e tutto quello che c’è «Omnia per ipsum facta sunt», tutto fu fatto da lui. E poi c’è la proposizione negativa: «Niente fu fatto senza di lui», cosicché non c’è un capello, non c’è un filo d’erba che non sia stato fatto da lui.

San Giovanni insiste sempre su quelle tre parole: luce, grazia, vita. E poi riassume quello che Gesù ha detto di sé e porta le parole precise con cui Gesù si è definito: «Io sono la via, la verità e la vita»3.

Bisogna che consideriamo sempre bene il Prologo del Vangelo di san Giovanni4, e va tanto bene recitarlo anche come ringraziamento alla comunione. E infatti nella Messa il sacerdote, quando fa il ringraziamento, ancora all’altare, deve leg-

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gere il Vangelo di san Giovanni: «In principio erat verbum»5. Per completarne il senso, noi andiamo più avanti di quello che è stabilito dalla liturgia per la conclusione della Messa, e cioè

«per mezzo di Mosè fu data la legge, per mezzo di Gesù Cristo invece gratia et veritas: la grazia e la verità». Il Figlio di Dio, accanto a Dio, con Dio, due persone. Il Figlio di Dio che tutto ha creato, il Figlio di Dio che ha illuminato ogni uomo, cioè gli ha dato l’uso di ragione, il Figlio di Dio che si fa uomo. Giovanni prepara la via a riceverlo, parte degli uomini lo ricevono e parte lo rifiutano. Ed ecco la grande divisione fra quelli che saranno salvi e quelli che non saranno salvi: «Sui non receperunt». Venne in casa sua, la casa di Dio è il mondo che ha creato, ma non ha casa il Signore. Non lo ricevettero, ma d’altra parte «Quotquot autem receperunt eum» a quelli che hanno ricevuto la luce, la rivelazione: «Dedit eis potestatem filios Dei fieri», diede il potere di diventare figli di Dio. E il Vangelo dice che si diventa figli di Dio: «Neque ex potestate carnis, neque ex potestate viri», non per l’uomo, non per la carne, non per la volontà dell’uomo stesso, non per la ragione ma per la grazia: 
«Ex Deo nati». E cioè dopo esser stati creati, noi siamo rinati, diventiamo figli di Dio per mezzo del battesimo. Considerare molto questo Prologo del Vangelo di san Giovanni che è un riassunto di tutto il Vangelo. Vi sono considerazioni lunghissime da fare, e sono state più o meno spiegate in molti libri di pietà. Molti usano il libro Le meditazioni su Giovanni6 stampato dalla Società San Paolo da poco tempo.

Ora, il Figlio di Dio quando nasce nel nostro cuore, aggiunge una vita. Prima eravamo uomini composti di anima e di corpo, poi quando siamo diventati cristiani si è aggiunta un’altra vita che ci fa “rinascere”, come dice Gesù. Un’altra vita che è la vita divina, la vita di Cristo in noi. Ecco la comunione. Per il battesimo siamo nati, ma la comunione è il nutrimento per la crescita. Perché non basta che il bambino sia nato, bisogna che sia alimentato dal latte materno, e che poco a poco si sviluppi

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finché arriva a nutrirsi di alimenti ordinari per crescere fino alla maggiore età.

La maggiore età del cristiano, tanto più del religioso, è l’ingresso in cielo quando si conclude la vita e si giunge alla vita eterna. In principio la luce era Dio, poi ci ha dato la luce umana con la ragione, poi la luce evangelica, poi alla fine ci darà la luce eterna, cioè la visione. Ma prima di arrivare a quella visione beatifica, noi possiamo crescere. Gesù stesso cresceva. Cresceva non solamente in età, ma in sapienza e grazia; proprio in grazia. E il Signore vuole che cresciamo e cioè diventiamo più santi, che la vita di Gesù Cristo si evolva in noi. Quale cibo ci ha dato? Se stesso: Panem de coelo praestitisti eis7, «La mia carne è veramente cibo»8; «Chi mangia la mia carne avrà la vita… e chi non mangia la mia carne non avrà la vita»9. Ora, il bene della comunione, il gran bene della comunione!

Quanto alla comunione, vi sono vari articoli nelle Costituzioni che sono da osservare e fare osservare. Facilitare la pratica della comunione quotidiana, tuttavia non spingere oltre una certa misura, perché si potrebbe dare occasione a qualche debolezza. Che non si arrivi a commettere qualche sacrilegio, non sentendosi forse un mattino in grado di accostarsi, anche se il più delle volte si è senza peccato. Ma vi sono alle volte dei motivi spirituali, magari di delicatezza, sebbene in generale sia un errore, perché il Signore ci ha detto: «Prendete e mangiate»10, e i primi cristiani «Quotidie, ogni giorno, per domos spezzando il pane»11 e lo distribuivano dopo averlo consacrato. La comunione è il bene. Quanto si riceve di bene? Si riceve secondo le disposizioni, e cioè se il cuore è svuotato da altre cose, viene riempito da Gesù, e se portiamo un cuore piccolo piccolo, un amore stentato, è come andare a prendere acqua con un bicchiere o bicchierino. Se si può andare con un cuore grande, si riempie il cuore come si riempie un gran secchio

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di acqua. Vuotarlo il cuore di tutto quello che è amor proprio, orgoglio, invidia, accidia, avarizia, golosità, sensualità, pigrizia, curiosità, e tutto quello che impedisce e lascia poco posto a Gesù. Questo svuotamento lo si fa particolarmente con la confessione e con l’esame di coscienza, come abbiamo visto ieri; con gli esami di coscienza che sono confessioni spirituali. Per fare bene la comunione, tre sono le disposizioni cioè le cose sostanziali: le virtù teologali, fede, speranza, carità. Tutte le preghiere si riducono alle virtù teologali: fede, speranza e carità. E il ringraziamento è ancora lo stesso: fede, speranza e carità. Dapprima l’atto di fede, l’atto di speranza e di carità si rivolgono a Gesù che deve venire nel cuore, poi si rivolgono a Gesù che è venuto e abita nel cuore. La comunione spirituale è conformata alla comunione sacramentale.

Fede: si crede a Dio sommo bene ed eterna felicità, Dio uno e trino, al Figliolo di Dio incarnato e presente nell’eucaristia. E allora, se è eterna felicità, se è sommo bene, nasce la speranza, il desiderio di arrivare a possedere questo Dio, arrivare al paradiso. Ma i mezzi sono due, l’atto di speranza, cioè riconoscere la bontà di Dio, la misericordia di Dio, i meriti di Gesù Cristo per cui ci vengono le grazie; e la buona volontà, mediante le buone opere che vogliamo fare.

E desiderando il sommo bene, l’anima ama il Signore e si unisce a lui. Quando si ama Dio con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze e il prossimo come noi stessi, l’anima si unisce a lui già sulla terra per essere unita e felice in cielo. Amore a Dio sommo bene, amore a Dio amandolo in se stesso, amore al prossimo amandolo nell’immagine di Dio. Questa è la comunione: unione di mente, unione di volontà, unione di cuore. Allora si riceve Gesù, e mentre lo si riceve, egli aumenta ancora la fede, la speranza, la carità. E ringraziando Gesù che è venuto, si accrescerà la fede, la speranza e la carità, saremo sempre più uniti a Dio.

Avviene la stessa cosa per il buon cristiano e per la persona consacrata a Dio? Eh no. La persona consacrata a Dio ha rinunziato a tutto, ha svuotato il cuore, si è liberata dagli affetti umani, dagli attaccamenti alle cose della terra per mezzo del voto di povertà, di castità, di obbedienza. Se veramente

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l’anima consacrata a Dio è svuotata dall’amor proprio e dalle cose della terra, dai beni di terra, Dio la riempie. E quindi la comunione della religiosa è molto più preziosa, è molto più producente. Certo, ma bisogna che dopo aver svuotato il cuore nella professione, non lasciamo entrare qualche altra cosa che lo appesantisca e diventi una scoria come quando si svuota una camera e si rimette poi dentro qualche altro mobile.

Comunioni ben fatte, comunioni spirituali. Sono, come ho detto, sull’esempio della comunione sacramentale, eucaristica, che si fa al mattino. In che cosa consiste la comunione spirituale? Nell’atto di fede, nel desiderio di unirsi a Gesù e sentire questa unione. La comunione spirituale si può fare più volte nel giorno, specialmente quando si viene in chiesa, quando si fa una piccola visita, quando si fa l’ora di adorazione, quando si dicono le orazioni, quando si partecipa alla seconda Messa alla domenica, o alla funzione vespertina: sono occasioni belle per la comunione spirituale.

Le formule possono essere diverse, ma possono anche essere brevissime, qualcuna magari più lunga, secondo il tempo che si ha. Una formula di comunione spirituale può essere anche la giaculatoria: Gesù è con noi, noi siamo con Gesù. Abbiamo stampato il libro Trenta comunioni spirituali12, che raccoglie trenta formule per fare la comunione spirituale. Questa comunione spirituale si può fare in tante maniere: nel tempo natalizio, ci si rivolge al Bambino che venga nel cuore; nel tempo della Quaresima e della passione ci si rivolge al Crocifisso; ci si rivolge poi a Gesù risorto e glorioso, beatissimo; dopo la pentecoste ci si rivolge allo Spirito Santo che ci comunichi la grazia di Gesù perché la nostra anima sia santificata.

Allora la comunione spirituale si può rivolgere a Gesù in tante maniere, con semplicità, con molta semplicità: giova più l’amore che la complessità di espressione. La semplicità: quando si dice tutto è tutto, quindi esclude ogni altra cosa e include tutto quello che è il bene, cioè Dio.

Comunioni spirituali: ci possono essere delle diversità tra

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persone e persone. Vi sono persone che hanno una pietà più intellettuale, più razionale e allora fanno la comunione spirituale con sentimenti di maggior fede per unirsi a Gesù Cristo verità. Altre persone hanno una pietà più volitiva e allora si orientano verso l’unione di volontà, l’obbedienza, la sottomissione per seguire Gesù Cristo via. E poi vi sono persone che hanno più sentimentalità, e allora fanno più atti di amore e sentono di più l’offerta della verginità al Signore, e si espandono in sentimenti di amore. Vi sono persone che fanno la comunione in modo più intellettuale: studiano il catechismo, apprendono quelle verità che vogliono abbracciare, fanno degli atti di fede, e allora anche lo studio diventa comunione spirituale. E vi sono persone che studiano teologia, altre che considerano di più l’ascetica o la morale e vogliono imparare bene che cosa insegna il Signore per la nostra perfezione, come si cammina nella virtù, come si ama Iddio. Allora la comunione è più volitiva, predomina la bontà. E comunioni spirituali dove predomina il sentimento, l’amore, dove domina di più lo spirito di preghiera, la sacra liturgia. Ma anche quando ci si applica e si fa tutta la volontà di Dio, può essere che la persona dica: “In tutta la mattinata non ho ricordato il Signore, sono stato tanto preso da quello che dovevo fare, mi sono applicato e preoccupato tanto”. Questa non è distrazione, se l’intenzione è retta, è comunione con Dio. Vedete un po’ le autiste: guidano la macchina che alle volte deve fare strade un po’ difficili dove c’è molto traffico; sono tutte intente a guardare chi viene di qua, chi viene di là, ai segnali che ci sono sulla strada, quando si svolta. Sono distratte? Si è raccolte al massimo quando ci si occupa delle cose che fanno parte del nostro dovere. È una continuità di comunione volitiva; forse le autiste sono tra le persone meno distratte perché, in certe vie di molto traffico c’è da vigilare, e tanto più se l’autista ha coscienza della propria responsabilità, della propria vita, della vita di quelli che sono sulla strada, di coloro che sono sulla propria macchina.

Allora, quando fare la comunione spirituale? Quando si vuole. Non c’è bisogno del prete che ci porti l’Ostia, non c’è bisogno di andare in chiesa, perché possiamo farla ovunque, anche al mercato, quando si aspetta un momento per essere

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serviti o trattare. E poi per la strada, e alla sera prima di addormentarsi, al mattino unirsi con Gesù appena svegli... Dov’è che non si può fare la comunione spirituale? In nessun posto: anche se ti svegli di notte, voltandoti con la testa verso il tabernacolo o almeno pensando al tabernacolo, puoi fare la comunione spirituale cioè desiderare che Gesù venga in noi, che ci porti tutti i suoi beni. Si può fare un atto di amore e riposare in Dio.

Insegnare a fare la comunione spirituale perché serve tanto per il progresso. Tuttavia, farla sempre sul modello della comunione sacramentale.

Questa è la parte positiva, prima togliere il male, poi mettere il bene, tutto il bene da prendere. Dio è infinito, ma noi ne prendiamo secondo il nostro recipiente. Noi siamo il recipiente, e il recipiente non è una cosa esteriore, non è come il bicchiere che prendiamo in mano; è il nostro cuore, è la nostra volontà, è la nostra mente, è il nostro amore a Dio, è il nostro desiderio di santità, di grazia, di perfezionamento per vivere sempre meglio la vita religiosa in modo che sia il preambolo del paradiso.

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1 Meditazione tenuta a Grottaferrata (RM) il 26 settembre 1961 in occasione del Corso di aggiornamento per le superiore dell’Italia Centrale. Trascrizione da nastro: A6/an 139b = ac 218b.

2 Cf Via Verità e Vita, Anno X, n. 8-9, agosto-settembre 1961.

3 Cf Gv 14,6.

4 Cf Gv 1,1-18.

5 Prima del Concilio Vaticano II, alla conclusione della Messa il sacerdote leggeva il Prologo chiamato “Ultimo Vangelo”.

6 Gutzwiller Richard, Meditazioni su Giovanni, Edizioni Paoline, Milano 1961.

7 Hai dato loro il pane disceso dal cielo. Responsorio che si canta o si recita dopo il Tantum ergo durante la cerimonia della benedizione eucaristica.

8 Cf Gv 6,55.

9 Cf Gv 6,53-54.

10 Cf Mt 26,26.

11 At 2,46.

12 Anonimo, Trenta comunioni spirituali, Editore Arneodo Giacomo, Torino 1909, pp. 96.