Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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13. I MISTERI GAUDIOSI E LA VITA RELIGIOSA1

 

Siamo verso il termine del mese del Rosario e, se questa devozione è stata ben praticata, ora negli ultimi giorni, ricavare un pensiero che serva da guida per tutto l’anno nella pratica di questa devozione.

I pensieri sono già scritti nel Libro delle preghiere, e cioè quale insegnamento, quale verità, quale grazia si può considerare in ciascuno di essi. Ma così, in generale, è utile ricavare anche qualche pensiero di guida e le grazie generali da domandarsi.

La nostra vita, una volta fatta la professione religiosa, va considerata nel suo triplice aspetto, e il rosario serve per tutti i tre aspetti. Primo, la vita religiosa, la vita privata ben vissuta; secondo, la vita di apostolato; e terzo, la vita celeste. Così ormai, essendo di Dio, noi dobbiamo pensare e preoccuparci soltanto di quello che è il fine, il paradiso, poiché tutto abbiamo devoluto, tutto offerto al Signore, il tutto dono! Allora la vita celeste e la vita attuale, sulla terra, come preparazione ad essa. I due mezzi sono indicati e cioè, santificare la vita religiosa privata, e santificare l’apostolato: tutti e due necessari, ciascuno nella sua importanza e necessità.

I cinque misteri gaudiosi ci servono per domandare la grazia di vivere bene la vita professata, la vita religiosa. Ci ricordano la vita privata di Gesù e di Maria. Vi è l’annunciazione dell’angelo a Maria, vi è la visita di Maria a santa Elisabetta, vi è la nascita del Salvatore, vi è la presentazione al tempio, vi è l’episodio di Gesù ritrovato nel tempio tra i dottori, là quando diede il primo saggio della sua sapienza. E poi il versetto che riassume tutta la vita privata di Gesù e di Maria, particolarmente quella di Gesù, fino a trent’anni: «subditus illis», sog-

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getto obbediente, «et proficiebat»2, e cioè progrediva. Progrediva negli anni, progrediva nella sapienza e progrediva nella santità presso Dio e presso gli uomini.

La vita di progresso è la vita del religioso chiamato al mediante il «si vis perfectus: se vuoi essere perfetto»; «si vis: se vuoi»3. E allora si è accettato, ci si è obbligati a tendere alla perfezione. Quindi l’osservanza religiosa, la santificazione quotidiana, la vita sociale nell’Istituto, perché vi firmate: “Pia Società Figlie di San Paolo”. Gli Istituti sono tutti una società, è tutto un mettersi insieme per due fini, cioè per aiutarsi nella santificazione e, unendo le forze, per compiere meglio un apostolato, compierlo più completamente, secondo i disegni di Dio.

Sono i misteri gaudiosi che ci portano a chiedere queste grazie, cioè in primo luogo l’impegno alla perfezione. Guardare allora alla sacra Famiglia. La famiglia è la seconda società, che ha voluto Dio, perché la prima società è la società coniugale, la seconda è la società familiare. Santificarsi nella famiglia. Perché là, a Nazaret, vi è il modello di ogni famiglia religiosa. Vivevano insieme Maria, Giuseppe, Gesù. Vivere insieme non vuol dire solamente abitare nella stessa casa e partecipare alla stessa mensa, vuol dire: unione di spirito, unione di intenti, l’esercizio delle virtù quotidiane, la carità, la bontà, l’uniformità alle disposizioni e poi il continuo progresso. Gesù ci ha preceduti nella vita privata, nella vita religiosa; così Maria, così Giuseppe.

Considerare queste virtù interne: il compatimento vicendevole, la bontà con tutti, la collaborazione con l’Istituto e la collaborazione con tutte quelle sorelle che tra di voi operano. Nessuna può mettersi a giudicare. Nessuna, tutte a lavorare; non c’è da giudicare, c’è soltanto da impegnarsi nella santità e nell’apostolato. Soltanto questo c’è da fare. Chi si mette a giudicare, si mette fuori: giudice degli altri, delle altre. E allora si mette in una posizione a margine e si erige a giudice. Allora

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non si sta più nella sottomissione: ascolto, ma giudico. Questa è proprio una perversione nella vita religiosa. Si può appartenere materialmente, fisicamente all’Istituto, ma non spiritualmente. Per partecipare all’Istituto spiritualmente, bisogna mettersi nella disposizione di fare quanto indicano le Costituzioni, quello che è disposto, giorno per giorno, l’ufficio che è dato, secondo le mansioni. Chi è studente è studente, chi invece è nella redazione, nella redazione e così nella tecnica, nella diffusione. Tutte dipendenti dal superiore massimo, il papa e sottomessi all’autorità suprema dell’Istituto, che è la superiora generale, e poi alle altre persone che hanno una rispettiva autorità, quando c’è un incarico particolare. Tutte in sottomissione: rispetto a Dio, rappresentato dalla persona che ne è incaricata. Poi non c’è altro da fare, come dice san Paolo: «Avete un solo debito con le altre, con gli altri: invicem diligatis, che vi amiate a vicenda»4. La legge dell’amore. È l’amore verso Dio che vi ha congregate: Congregavit nos amor unus5; l’amore verso Dio per tendere alla santità, l’amore verso le anime per aiutarvi nell’apostolato. Unirsi per progredire meglio, per avere i mezzi sicuri. Allora docilità e carità rendono la vita religiosa, la vita di un Istituto somigliante alla vita della santa Famiglia. Seconda grazia: l’unione ma anche l’osservanza religiosa, cioè l’osservanza dei voti. La povertà si osserva bene? Non fare così facilmente degli strappi... La delicatezza c’è sempre? Tendere a quel che è più santo, non allargare troppo facilmente, così da mettersi ai margini anziché camminare nel centro della strada. Permettersi questo, quello... La riservatezza tanto nel discorrere come nelle letture, e tanto negli spettacoli come nelle amicizie. E poi la docilità e l’osservanza. Nell’Istituto, il numero maggiore di ore si passa in casa, anche perché la propaganda durerà otto ore al giorno al massimo, anche di meno. E le altre sedici ore? Santificare i due terzi delle ore, santificarle bene.

I cinque misteri gaudiosi ci danno l’occasione di chiedere al Signore, a Gesù per intercessione di Maria, la santificazione

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della vita religiosa. Vita di famiglia, vita di osservanza, vita di progresso. Poiché non si può mai dire: “basta”.

La professione come va? Adesso, la mia vita continuerà così? No! Non basta. Arrivare fino a quello che chiedeva così spesso il Maestro Giaccardo: godere della povertà, di avere qualche privazione, qualche mortificazione, a tavola o nel corso della giornata. Una povertà che produce, non soltanto consuma; una povertà che conserva, non guasta; una povertà che provvede in carità. La meditazione sulla vita privata di Gesù a Nazaret, di Maria a Nazaret quanto serve per noi!6

Il Documento pontificio riguardo alle vocazioni religiose7 dice appunto di guardare alla Famiglia di Nazaret, come è vissuta, e di seguire gli esempi che di là ci sono venuti, e poi chiedere la grazia alla Famiglia di Nazaret, alla sacra Famiglia, di vivere bene la nostra vita privata, la vita religiosa interna. Questo però quando ci sarà? Quando c’è veramente l’impegno, il dovere fondamentale, cioè: voglio progredire, voglio diventare santa. Se non c’è questo impegno, tutto il resto sembra pesante, e si finisce col dire: «Quali osservazioni hanno da farmi? Non vivo abbastanza bene?”. E magari allora si sta a giudicare gli altri.

Sempre invocare la misericordia di Dio perché i nostri giorni non passino inutilmente. I giorni siano pieni nei due terzi della giornata, sedici ore, e poi per chi sta abitualmente in casa, saranno forse ventiquattr’ore. Allora santificare i due terzi o anche i tre terzi della giornata, far rendere la nostra giornata per l’eternità, poiché qui prepariamo, là si gode; ma se si è lavorato molto e si è guadagnato nella giornata cinquemila lire, si portano a casa. Se tu nella tua giornata terrena guadagni il massimo, lo porti in paradiso e godrai il massimo. Perché il nostro contratto è stato così con Dio, di consacrare tutta la vita

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a lui, al Signore e volere il massimo bene, che è la perfezione. E allora in paradiso, la massima gloria.

Guardare sempre al paradiso, specialmente nel giorno dei santi, e poi anche nel giorno dei defunti. Ecco, allora, pensieri di eternità. Alzare spesso l’occhio al cielo, e diverremo così più giusti e stimeremo le cose nel loro valore; e più di tutto faremo gli interessi nostri, perché ognuno, se aumenta i meriti, il bene lo fa per sé oppure fa passare soltanto le giornate. Come quei muratori che cercano, nella giornata, di fare il minimo e di aver la massima paga. Ma quello non si dà davanti a Dio. Dio dà secondo il lavoro, secondo questa santificazione della vita in casa. Allora, come si sta bene in Congregazione! Come si sente la riconoscenza della vocazione che ci ha dato il Signore! Come si vuole utilizzare la vita di consacrazione a Dio e come si vuol progredire secondo il Maestro Divino: «Proficiebat sapientia, aetate et gratia!».

Santificare la vita interna, la vita di famiglia, la vita religiosa, la vita di progresso. Questa grazia chiederla particolarmente nei cinque misteri gaudiosi. Ognuno ha già un pensiero, ma il pensiero generale per una religiosa è questo.

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1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 25 ottobre 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 141b = ac 221a. Stampata in ottavo.

2 Cf Lc 2,51-52: «Stava loro sottomesso… e cresceva in sapienza [età e grazia]».

3 Cf Mt 19,21.

4 Cf Rm 13,8.

5 Da Ubi caritas et amor, inno eucaristico risalente al I d.C.

6 Il riferimento alla famiglia di Nazaret è continuo nella predicazione e negli scritti di Don Alberione. Per esempio, nel volume Brevi meditazioni per ogni giorno dell’anno [BM], sette meditazioni sono dedicate alla vita di Gesù nella terra di Nazaret, rispettivamente tre su “Vita a Nazaret” (pp. 292-296); e quattro su “Vita di Nazaret” (pp. 298-303).

7 Cf Sacra Congregatio de Religiosis, Pontificium Opus Vocationum Religiosarum, Statuta - Normae ad Statuta exsequenda [AAS 47(1955), pp. 298-301], in Enchiridion della Vita Consacrata, EDB-Ancora, Bologna-Milano 2001, 2852.