Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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16. SANTIFICARE IL MOMENTO PRESENTE1

 

La data scelta per questi Esercizi è molto fortunata, in preparazione alla festa di Maria Immacolata, concepita cioè senza peccato originale. E poi questo corso di Esercizi serve a chiudere bene l’anno 1961 e a iniziare anche meglio l’anno seguente, in quanto piacerà al Signore. L’ultimo mese dell’anno è sempre un mese di ringraziamento e quindi un mese che si passa in una crescita di amore, amore per i tanti benefici che il Signore ci ha concessi nel corso dell’anno e tanta riconoscenza, cioè “il vedersi di là”, come si canterà alla conclusione, in dicembre. Poi è un mese che serve anche da esercizio di umiltà recitando il Miserere2 per le imperfezioni e le mancanze di quando non abbiamo approfittato abbastanza della grazia di Dio e delle occasioni per aumentare i meriti. In seguito poi il Veni Creator perché il Signore con il nuovo anno porti aumento di grazia, aumento di virtù, fede e speranza e carità.

Veramente si può dire che gli Esercizi spirituali li fate tutto l’anno, perché gli Esercizi sono esercizi di pietà, e voi pregate tanto lungo l’anno, in ogni giornata. Sono esercizi di virtù e c’è tanto da praticare, c’è tanto da esercitare la pazienza, l’umiltà, l’obbedienza e anche la povertà. E poi ancora esercizi di fede, cioè di pensieri soprannaturali. Elevarsi con la mente verso il Signore, considerare la vita in ordine all’eternità.

Questi giorni di Esercizi hanno tanta importanza perché chi è già santo si santifichi di più e chi è già fervoroso divenga più fervoroso. Mirare a un’altezza sempre maggiore in virtù, spirito di fede e unione con Dio. Gli Esercizi che si fanno ogni anno

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sono una tappa per riprendere maggior forza, sistemare il passato con una buona confessione e cercare anche di acquistare le indulgenze per non portare avanti debiti con Dio. E poi, oltre a questo, dare uno sguardo al futuro: che cosa si aspetta ancora da me il Signore? Che cosa posso fare di più, per il Signore? Cosa posso fare per aumentare i meriti per la vita eterna? Ecco i pensieri che servono a guidare lo spirito, l’anima nei giorni degli Esercizi. Vivere con Gesù sempre più intimamente, seguire la vita che Gesù, il Figlio di Dio incarnato, ha voluto condurre fra gli uomini sulla terra.

«Exivi a Patre», dice Gesù, sono uscito dal Padre celeste, da lui, «et veni in mundum», e sono venuto nel mondo a compiere il volere di Dio, cioè a redimere noi poveri peccatori, a portarci la luce, la gioia, la salvezza. E poi ancora «relinquo mundum», di nuovo lascio il mondo e ritorno al Padre «et vado ad Patrem: vado di nuovo al Padre»3, dice Gesù, dopo aver passato sulla terra una vita santissima, una vita piena di meri-ti, dopo aver compiuto sulla terra la redenzione degli uomini e aver predicato il Vangelo, la salvezza e aver insegnato agli uomini quale via dovevano tenere per arrivare al cielo e quali mezzi adoperare, i sacramenti in modo speciale, e poi con i sacramenti tutte le altre opere di pietà.

Considerare così la vita: ognuna di noi è uscita dalle mani creatrici del Padre celeste, egli ci ha creato, siamo venuti da lui che ci ha mandato sulla terra a fare qualche cosa, e cioè a dargli qualche prova di amore, prova di fede, e prendere, arricchirci della grazia, dei meriti seguendo Gesù e facendo in maniera che i meriti di Gesù ci siano applicati. Qualche cosa da fare, il che consiste poi nel seguire bene la vocazione, seguire bene le Costituzioni, seguire bene quello che il Signore vuole da noi, in ogni momento, nel corso della giornata, nei vari uffici e secondo le Regole e le disposizioni di Dio che ci vengono attraverso chi guida.

E poi in un certo momento lasciamo di nuovo il mondo: «Relinquo mundum», come Gesù. Questo era il discorso ultimo che fece Gesù prima di iniziare la sua passione, il discorso che

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fece agli apostoli, e vale per noi. Siamo usciti dalle mani di Dio e ci troviamo qui come in esilio, lontani, perché la nostra vera patria, la vera dimora per l’anima nostra è il cielo. Qui siamo in esilio: E mostraci dopo questo esilio Gesù. Siamo in esilio, e cioè seguiamo quello che Gesù ha vissuto dalla culla fino al calvario - giorno per giorno quanti meriti! - e così anche noi, avendo iniziato la nostra vita quando il Padre celeste ci ha creati. Seguirlo, arricchirsi di lui e arricchirsi dei suoi meriti e avanti secondo il volere santo di Dio, ogni giorno sempre un po’ meglio, purificandosi e conquistando meriti. Questa è la vita. Poi noi ritorneremo nella patria, la nostra casa è il cielo, la patria è il cielo. La morte considerarla come il rimpatrio: siamo esuli, un giorno rimpatrieremo. Guardare la morte sotto questo aspetto come il rientro, il rimpatrio, il rientro lassù, la patria che ci attende, ma patria felice se noi abbiamo seguito la via che Gesù stesso ci ha tracciata. Perché se prendiamo un’altra via, non arriviamo a quella patria beata. Ma si può sempre aumentare il merito e la virtù. Ciò che importa, in primo luogo, è considerare sempre la vita come l’esilio e guardare la morte come al rimpatrio. Lassù noi figli di Dio, noi fratelli rispetto a Gesù Cristo, incontreremo il Padre, e allora rivedremo il nostro fratello maggiore che è il Figlio di Dio incarnato, il quale ci ha dato «potestatem filii Dei fieri»4, ci ha dato il potere di diventa-re figli di Dio. E se figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo e coeredi di Gesù Cristo5. Guardare sempre al di là affinché noi, in un certo modo, acceleriamo il giorno del rimpatrio. Tuttavia sopportiamo l’esilio e nell’esilio ci purifichiamo e ci arricchiamo di meriti per il paradiso. Là è la felicità eterna. La vita non viene tolta con la morte: «Vita mutatur, non tollitur»6 come dice san Paolo, la vita viene mutata, ma non tolta. Ringraziamo il Signore che ci ha creati per il paradiso dove noi saremo felici. Ma intanto vedere quel che vuole il Signore per arrivare al paradiso: E dopo questo esilio mostraci Gesù. In un corso di

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Esercizi, un medico si è ammalato all’improvviso. Veramente era già stato ammalato anni prima, ma ricaduto all’improvviso, chiama il sacerdote, si confessa, si comunica, riceve l’olio santo: “E adesso cosa devo ancora dire al Signore per prepararmi all’ultimo passo?”. Gli veniva suggerita qualche giaculatoria. Ma egli preferì dire la Salve Regina: E mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. Fece silenzio e spirò. Che bella conclusione della vita: Mostraci dopo questo esilio Gesù. Quando guardate la Madonna, sempre sentire e sempre ripeterglielo.

Entrando in chiesa vediamo il quadro della Madonna, la Regina degli Apostoli che ci offre Gesù. E noi? Ora la vediamo in pittura o in scultura, in statua, ma ella ci porterà a Gesù com’è, e in lui la luce eterna, cioè il paradiso eterno, eterna felicità. Guardare sempre il cielo, con santo ottimismo.

Allora la prima condizione è questa: avere pensieri di fede, pensieri celesti. Lo spreco che noi possiamo fare della nostra mente è proprio quello di aver pensieri inutili, vaghi, pensieri che possono essere più o meno secondo Dio; potrebbero essere contro una virtù o anche contro l’altra virtù, contro la fede, contro l’umiltà per esempio. Ma non basta che non facciamo dei peccati o sprechiamo l’intelligenza, bisogna che usiamo la nostra mente in ordine al paradiso, per conoscere sempre meglio Gesù. Perché ci ha creato? Per conoscere in primo luogo il Signore: ci ha creati per conoscerlo, amarlo, servirlo. Conoscere Gesù, conoscere Iddio con l’istruzione religiosa, con i pensieri santi, con le letture buone e particolarmente aver cura di utilizzare la nostra mente nelle cose buone che piacciono a Dio: per esempio, attendere al proprio ufficio e pensare a quello che si deve fare. Questo vuol dire pensare a ciò che piace al Signore, cioè a quello che è il compimento della sua volontà. Per questo, ho detto, conoscere il Signore, ma in modo particolare attraverso la meditazione, il catechismo. Lungo il giorno sollevare frequentemente la mente a Dio, pensare che là il Padre celeste ci aspetta, che il paradiso tutto ci attende. Lassù ci aspettano i giusti. La vita può essere lunga, può anche essere più breve, può essere anche brevissima, ma sappiamo che la vita è eterna, che soltanto si muta, ma non si estingue.

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Una volta che l’anima è creata non potrà morire. E allora prepariamoci una bella vita lassù. La nostra visione in Dio sarà tanto profonda, quanto qui sulla terra abbiamo di fede e quanto santifichiamo la mente. Fare questo esame sull’utilizzo della mente, tanto importante. Se poi la mente è illuminata tutta dalla fede, le opere saranno buone. Come conseguenza, il cuore si orienta verso Dio.

Primo, quindi, conoscere il Signore. Secondo, amarlo, cioè considerarlo il sommo bene desiderabile, considerare lui come la nostra eterna felicità. Non amiamo la ricchezza e neanche le soddisfazioni basse, perché si sono fatti i voti. Neppure la stima degli uomini o l’attaccamento alla nostra volontà, perché si è rinunziato. Amare Dio, cercare lui, vivere di lui. Amarlo come il sommo bene ed eterna felicità. Questo esclude l’amor proprio, l’orgoglio, la vanità, l’amore alla stima degli uomini, la loro approvazione. Alle volte ci offendiamo per una piccola parola che sembra una mancanza di riguardo, oppure un’osservazione, e invece dovremmo ringraziare il Signore che ci è venuto proprio quell’avvertimento. Ebbene, amare il Signore, cercare lui solo, eterna felicità. Mettere a parte ciò che riguarda la comodità eccessiva, il distacco dalle soddisfazioni, la lode, l’approvazione degli uomini, la stima. Cercare invece Gesù, sommo bene, eterna felicità. Amarlo, vivere con il nostro cuore la vita unita a lui. Analizzare qualche volta un po’ i sentimenti del cuore; è vero che tanti sentimenti passano nel cuore senza quasi che noi ce ne avvediamo, ma se abitualmente ci esercitiamo negli atti di amore di Dio, allora gli altri sentimenti di orgoglio, di avarizia o di invidia se ne vanno. Non c’è più posto per quei sentimenti.

Perciò, conoscere, amare il Signore e poi servirlo che vuol dire compiere la sua volontà. Eh sì, la volontà di Dio! Certo, qualche volta ci sembra un po’ dura, ma noi abbiamo sempre il modello Gesù il quale cominciò a obbedire a Maria e Giuseppe, santificò la vita privata, poi santificò la vita pubblica, accettò la morte di croce e morì fra le umiliazioni, gli insulti di quelli che lo odiavano e ne avevano chiesto la morte. Il cristianesimo è così: dobbiamo fare del bene, ma non aspettarci ricompensa quaggiù, non aspettare che ci dicano:

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ti ringrazio, sei tanto buono. Niente. E molte volte proprio il Signore nella sua misericordia ci lascia delusi. Ci aspettavamo riconoscenza ma non è venuta. Abbiamo fatto del bene e crediamo che tutti debbano essere contenti. E tante volte non sono proprio contenti. Bisogna che guardiamo di fare il bene per Gesù, per il paradiso, non per la riconoscenza umana, non perché facciano frutto gli altri. E tante volte preghiamo per la conversione e non si convertono, diamo un avviso, non l’accettano, magari si dà una medicina e non si è riconoscenti verso chi l’ha data. Noi non dobbiamo cercare questo, e per grazia di Dio avverrà che dovremo morire come Gesù. Il cristianesimo è un vivere uniti a Gesù e morire come Gesù. Non godremo il bene fatto sulla terra, neppure avremo la soddisfazione di vedere che quelle anime hanno accettato ciò che abbiamo detto e consigliato, quelle anime per cui abbiamo pregato. Il cristiano e il religioso specialmente devono vedere al fondo di tutto la croce, l’immolazione, l’ultima obbedienza attraverso dolori più o meno intensi. E voglia il Signore che possiamo, negli ultimi giorni, riparare per quel tanto di debito che avessimo con lui, e dargli con serenità la nostra vita per acquistare la vita eterna. Guardare quindi al Crocifisso: morto, sepolto et resurrexit, e risuscitò et ascendit in coelum, et sedet ad dexteram Patris7.

Questa è la vita nostra nel conoscere, amare, servire Dio. E alla fine vedere e contemplare, arrivare al paradiso. Questa è la nostra vita. Sempre considerarla così nel suo complesso. Qui la vita è brevissima anche se fosse di cent’anni, e lassù l’eternità non sarà mai finita, fossero anche passati cento milioni di secoli. Allora, guardare la vita nel suo complesso: io sto camminando verso la patria, cioè il cielo, un giorno rimpatrierò e vedrò il Padre celeste, vedrò Gesù, vedrò la Vergine SS.ma, vedrò tutti i santi, i parenti e le persone care che mi hanno preceduto, là rimarrò sempre in quel santissimo amore che ci renderà felici. Considerare sempre la vita nel suo complesso.

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La vita, anche di cent’anni, non si può paragonare all’eternità, tanto è poca la vita di cent’anni rispetto all’eternità. Qualche cosa di finito non può mai essere paragonato all’infinito. Allora coraggio! Contemplare sempre lassù. Dietro a quella volta celeste, che nelle notti serene è punteggiata di stelle, quella volta tutta azzurra, c’è un altro cielo, il cielo dei santi, il cielo di Dio. Là il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Vergine SS. e quanti santi! Nell’anno ne incontriamo tanti, leggete il calendario, ma il numero dei santi è immensamente superiore a quel che possa segnarne il calendario. Tutti ci attendono, tutti ci fanno coraggio. E mostraci dopo questo esilio Gesù il frutto benedetto del tuo seno fidando col chiedere a Maria o clemens, o pia, o dulcis virgo Maria.

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1 Meditazione tenuta ad Albano il 30 novembre 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 142b = ac 222b. Sull’audiocassetta non è indicato il giorno. Dal Diario di don Speciale risulta che Don Alberione fu ad Albano il giorno 30 novembre: “Nel pomeriggio… va alla Casa di cura Regina Apostolorum di Albano per una meditazione alle suore esercitanti; sia al personale composto dalle Figlie di San Paolo e sia alle suore ricoverate nostre e di altre Congregazioni”. L’audiocassetta riporta il titolo: “Guardare al paradiso santificando il momento presente”.

2 «Pietà di me, o Dio». Inizio del Salmo 51 (50) nella versione della Volgata.

3 Cf Gv 16,28.

4 Cf Gv 1,12.

5 Cf Rm 8,17.

6 Cf Prefazio dei defunti n. 1, in Messale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Vaticano II, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1983, 377.

7 …è salito al cielo, siede alla destra del Padre. Dal Credo Niceno Costantinopolitano.