Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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Corso di aggiornamento alle superiore dell’Italia Nord-Est
Verona, 8-9 agosto 1961

I. FEDE E DESIDERIO DEL PARADISO1

 

[...] Il secondo articolo è per l’apostolato. Tutti gli altri articoli delle Costituzioni sono commento e applicazione dei primi due affinché si ottenga ciò che là è scritto. Gli altri articoli ci sono per ottenere quello che è scritto nei due primi articoli, cioè i due fini dell’Istituto: santificazione ed apostolato.

Allora come rinvigorire lo spirito, come intensificare e soprattutto rendere razionale la diffusione delle edizioni? Ecco, quello che ci sostiene è sempre il pensiero del premio, il paradiso. Ho assistito qualche tempo fa un medico che stava medicando un infermo, molto grave, con molte ferite e a un certo punto uscì in questa esclamazione: “Se mi dessero anche un milione, e non fosse per amor di Dio, adesso proprio non farei questo, tanto mi costa”. Voi potete dire così. Se vi dessero anche un milione, se non ci fosse il premio, se non fosse per amor di Dio, non fareste ciò che fate, i sacrifici, l’impegno che avete, impegno spirituale, cioè il duplice lavoro spirituale e apostolico.

Siamo in agosto. Veramente agosto è il tempo in cui il pensiero si deve elevare soprattutto al paradiso. Ecco la ricompensa: il paradiso. Il mondo può prometterci chissà quali beni, e poi questi beni in realtà o li dà in modo scarso o non li dà. In tutti i modi sono cose di un momento. Il Signore che è fedele, infinitamente fedele alle sue promesse, ha promesso il premio e lo mantiene. Come dice san Pietro: “Non vi raccontiamo delle favole promettendovi il paradiso, vi raccontiamo delle cose reali, vere, le più vere”. Com’è scritto in quel libro che avete

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iniziato a diffondere o avete già diffuso in gran parte Le ultime realtà2: il paradiso tra queste realtà. Le realtà sono la morte, il giudizio, il paradiso, l’inferno e poi la risurrezione finale e la sentenza, l’ingresso in cielo o l’ingresso all’inferno. Poveri infelici! Ma quella centrale è la realtà del paradiso.

Che cosa chiediamo in questa meditazione, perché nella meditazione bisogna sempre proporsi il fine. Cosa voglio ricavare? Alla meditazione non si va alla cieca, se no la persona si disorienta tutti i giorni. Se ha già un fine suo, nella meditazione lavora per quel fine. Cosa voglio ricavare? Questa mattina ricaviamo questo: aumentare la fede, vitam aeternam, l’ultimo articolo del Credo, desiderare questa vita eterna e prepararsi a questa vita eterna pregando e operando.

A questo punto vi è un disorientamento: non in ogni meditazione si deve ottenere un fine, anche se la lettura sembra portare a suggerimenti o conclusioni diverse. Ma l’anima ha un programma, ha già un fine: rinvigorire il proposito per comportarsi meglio, pregare e quindi eccitarsi a mettere in pratica il proposito degli Esercizi. È sempre quello. Così si devono organizzare le confessioni, le meditazioni, le Visite al SS. Sacramento, le comunioni e in generale tutta la pietà e tutto lo sforzo interiore. Anime che perdono tempo con la meditazione, anime che invece ricavano il maggior frutto dalla meditazione. Sempre il fine: “In omnibus respice finem”3. Quando si viene agli Esercizi, la persona che viene volentieri ha già in mente ciò che vuol fare e la conclusione a cui vuol arrivare. Primo, fede nel paradiso.

Cosa bisogna allora pensare? Avevo detto a una Figlia di San Paolo che ricavasse dal Vangelo e mettesse in ordine tutte le parole, le espressioni, le parabole e i discorsi del Signore che si riferiscono ai novissimi dando il maggior risalto al paradiso. Non ha ancora finito, ma speriamo. Che cosa promette Gesù ai suoi su questa terra? «Chi vuol venire dietro di me, pren-

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da la sua croce, rinneghi se stesso»4. Ma poi? E poi, lo ripete tante volte: le beatitudini sono per tutti per ricordare il premio eterno. Il mondo godrà, e voi sarete con sacrifici, ma la vostra tristezza si cambierà in gaudio. Gesù ha dato un saggio del paradiso a Pietro, Giacomo e Giovanni: la sua trasfigurazione sul Tabor. Allora Pietro è stato entusiasta. Si sta bene qui: «Bonum est nos hic esse; faciamus hic tria tabernacula»5. Egli era contento di rimanerci sempre. Ma c’era ancora da capire perché il Signore gli aveva fatto vedere quel saggio di paradiso. Poco dopo l’annunciò: «Ecco il Figlio dell’uomo sarà tradito, messo in mano ai Gentili, condannato, schernito, crocifisso». Bisogna ancora passare di là, ma «tertia die resurgeret»6, concludeva sempre il Signore Gesù quando annunziava la sua passione. Risorgerà e poi sedet ad dexteram Patris7 in paradiso. Allora pensare sempre al paradiso. Durante il vostro corso, c’è la festa della trasfigurazione, che è un saggio di paradiso, e c’è l’assunzione di Maria Santissima al cielo, di cui stiamo celebrando la novena. Queste due circostanze ci portano a ricordare Gesù che già siede alla destra del Padre e Maria che è assunta e incoronata. La devozione di agosto è la devozione del paradiso e, se si vuole, la devozione dei misteri gloriosi: Gesù risorto, Gesù che sale al cielo, Gesù che manda lo Spirito Santo, Maria assunta al cielo, Maria incoronata regina di gloria e madre nostra, dispensiera di grazia.

In paradiso si continuerà l’apostolato, e si farà meglio in cielo che sulla terra. C’è viva questa fede? San Pietro, a un certo momento, sembrava scoraggiato: «Abbiamo lasciato tutto, ma che cosa ci darai tu?». E Gesù: «Centuplum accipietis et vitam aeternam possidebitis: Riceverete il centuplo, possederete la vita eterna»8. In uno dei Vangeli si dice che il centuplo è per questo mondo. Per esempio: chi lascia la casa avrà cento case. È così? Il commento dice che la religiosa ha lasciato una casa, e quante case ha la Congregazione? Ma lasciamo a parte

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questo argomento. «Riceverete il centuplo, possederete la vita eterna». Ecco la grande rimunerazione. Il Signore è giusto, e se un padrone buono paga il giusto, il Signore giustissimo ripaga anche un bicchiere d’acqua, un atto di carità, e un desiderio buono.

Vorrei che la Congregazione progredisse, desse dei santi anche solo nel desiderio. Il Signore non aspetta soltanto a pagare il bicchiere, ma anche il desiderio e l’interpretazione, e cioè il pensare bene degli altri, l’interpretare in bene gli altri. Si crede al paradiso? Si pensa spesso al paradiso? Signore, «adauge fidem meam»9. Sì, credo, ma alle volte, in certi momenti, mi sconforto: Sursum corda!10. Su, guarda in cielo! Dietro quel cielo stellato c’è un altro cielo pieno di stelle meravigliose, migliori delle stelle che si vedono di qua. Il firmamento dei santi: «Stella a stella differt in claritate»11, una più bella dell’altra secondo la quantità di meriti.

Come si arriva al cielo? Prima l’atto di fede, poi viene l’atto di speranza. Fede: si crede che Dio è rimuneratore e ci paga il bene e il male; ma poi viene la speranza di avere il premio. Spero fermamente con tutto il cuore le grazie. E poi la seconda parte: da una parte spero la grazia, dall’altra mediante le buone opere che debbo e voglio fare12. E cioè fiducia in Dio che possiamo arrivare alla vita eterna e fiducia che dia le grazie per superare le difficoltà, per fare il nostro dovere, per compiere la missione fino all’ultimo. Anche quando non ci saranno più le forze, sul letto di morte si può ancora offrire il meglio, dare il meglio di tutto, cioè quello che non potevamo fare durante la vita quando si era nell’apostolato. Si offrirà la vita stessa in sacrificio. Prima si utilizzava la vita, ma lì si offre tutto. Ecco il paradiso.

Quindi sperare le grazie. Che il Signore ci dia questo: primo, la vita religiosa ben vissuta, secondo l’apostolato ben fatto. Per chi guida la casa, custodisce la casa, il merito è anche

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per questo ufficio ben compiuto. Il Signore raccoglie i meriti e ci dona la grazia mediante i meriti di Gesù Cristo, mediante l’intercessione della Madonna, mediante l’intercessione di san Paolo. Però non basta pregare, la preghiera dev’essere costante, tutti i giorni fare le pratiche di pietà. Ma questa preghiera è ordinata a che cosa? Ad adoperare anche l’altro mezzo: mediante le buone opere che io debbo e voglio fare, cioè togliere il peccato e lavorare spiritualmente per togliere ciò che dispiace a Dio e mettere ciò che a lui piace. La nostra vita dev’essere come una duplice confessione, come una duplice azione: sempre togliere il male, quindi la confessione di tutti i momenti: “Che cosa ho fatto adesso? Come sta il mio spirito?”. E se non c’è il bene, mettercelo. Mi unisco a Dio in questo momento. Quindi togliere il male e mettere il bene. Unirsi a Dio nei pensieri, nei sentimenti. Mediante le buone opere che debbo e voglio fare, poiché il paradiso costa sacrificio. Vale sempre l’espressione di san Paolo: «Proposito sibi gaudio sustinuit crucem»13.

Gesù si era proposto di arrivare al premio eterno, a quella gloria che adesso gode in cielo e quindi portò la croce. Paradiso sì, ma «chi vuole venire dietro di me, prenda la sua croce»14. E Gesù fece così, quella è la via. Altro che lamentarsi! Siamo proprio entrati nella via giusta che è la via di Gesù, quando noi subiamo questi scoraggiamenti perché la cosa ci costa un sacrificio, dall’altra parte ci viene un dispiacere, e qui una delusione… «Proposito sibi gaudo, sustinuit crucem». Se avete scelto questa via del paradiso, allora portare la nostra piccola crocetta, che poi non è una gran cosa. Gesù portò la parte più grossa della croce. Quindi, secondo punto, pregare e operare.

Terzo, amare il paradiso, volerlo, desiderarlo con tutte le forze. Quello è amore di Dio, perché tanto vale dire “amo Gesù”, come dire “amo il paradiso” perché si va in paradiso per restare con Gesù. Ecco, desiderare proprio il paradiso. Quando il Cottolengo diceva: “Paradiso, paradiso” si trasformava in

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volto, i suoi sguardi si fissavano al cielo e per un istante stava in silenzio anche durante la predica. San Giuseppe Cafasso15 nella preghiera della raccomandazione dell’anima diceva: “Il Signore mi conceda la grazia di fare la penitenza quaggiù e di non farla al di là perché mi ritarderebbe l’ingresso al cielo, specialmente all’amore perfetto di Dio”. E diceva: “Non tanto per la pena che tengo per soffrire per il purgatorio, ma piuttosto per l’amore, desidero entrare presto in paradiso”.

Se il pensiero del paradiso è languido, si trascina un po’ la vita, si sente un po’ più il peso di questo, di quello. Con facilità ci si va a lamentare, a raccontare un po’ a chi vuole e a chi non vuole sentire le nostre cose... e poi, che apporto abbiamo, che merito abbiamo? Ma quando il pensiero del paradiso è vivo, la vita religiosa è tutta in letizia. È una letizia, è una beatitudine che precede la beatitudine eterna. Qui la beatitudine si può già avere: se uno osserva la povertà, se deve sopportare gli avversari, se deve portare la croce, c’è la beatitudine, il cuore contento e non si trovano troppo grosse sofferenze. La casa si compone anche in carità e preghiera o in letizia di carità. Musi di qua, musi di là... quando loro dimenticano un po’ il paradiso. Perché si sono fatte religiose? Si sono consacrate a Dio per avere il paradiso più bello! Allora desiderare vivamente il paradiso. Quindi preghiere assidue, ordinare al fine ultimo, cioè alla salvezza eterna, tutto il nostro lavoro spirituale e il nostro lavoro apostolico. Fede nel paradiso. Dio paga tutto e lo paga con misura piena, scossa, pressata e traboccante.

Quindi, la via del paradiso: preghiera e opere, pregare e operare. E poi vivo desiderio, in modo che questo desiderio sia quello predominante. Perché poi il paradiso è in terra. Il negoziante traffica, lavora, si alza presto al mattino, porta la merce nella piazza e alle volte arriva a pasticciare anche con gli inganni, perché lo fa? Per il guadagno. E perché non fate voi col vostro lavoro interno, col vostro lavoro apostolico come buo-

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ne negozianti? Per il paradiso però. Anche se quel negoziante guadagnasse miliardi e miliardi, alla fine lascia tutto. Invece la religiosa prende tutto e parte per il paradiso. Nessun merito va perduto. Tutto il bene è già là radunato alle porte del cielo, se lo prende e va. E «stella a stella differt in claritate»: chi risplenderà di più e chi risplenderà di meno, però tutti felici. E chi risplenderà di più? Chi ha operato meglio, cioè chi ha rin-negato se stesso, portando la sua croce e ha seguito, cioè amato il Signore. Ciascuna deve rinnovare i suoi propositi perché la meditazione non deve disorientare lo spirito. Non si deve cambiare il proposito ogni secondo né mutare il lavoro spirituale, anche se c’è stata una persona che ha consigliato quel libro, ha consigliato così... Voi con gli Esercizi avete pensato bene che cosa vuole il Signore, che cosa dovete fare per il Signore e poi tutti i giorni un passo su quella via: progredire ogni giorno. La meditazione serve a pregare e a rafforzare il proposito e i propositi quali sono.

Ci benedica tanto il Signore, ci usi la misericordia e ci perdoni anche se abbiamo avuto una fede un po’ languida nel paradiso e se non l’abbiamo abbastanza desiderato. Se ci siamo lasciati prendere, attirati da qualche cosina che ci piaceva, oltre all’egoismo. E se poi abbiamo utilizzato bene i due mezzi: preghiera e opere. Quindi osservare bene il proposito.

Benediciamo il Signore che ci ha suggerito questi pensieri. Il Signore aggiunga grazia a grazia e ci dia la grazia di ricordarli perché ci servano a operare più decisamente per il paradiso.

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1 Meditazione tenuta a Verona l’8 agosto 1961 in occasione del Corso di aggiornamento per le superiore dell’Italia Nord-Est. Trascrizione da nastro: A6/an 131a = ac 205b. L’audiocassetta riporta il titolo: “Aumentare la fede, la fiducia, il desiderio del paradiso”.

2 Schmauss Michael, Le ultime realtà, “Collana Musa”, Edizioni Paoline, Alba 1960.

3 Cf Imitazione di Cristo, I, XXIV,1: “In ogni cosa tieni lo sguardo fisso al termine finale”.

4 Cf Lc 9,23.

5 Mt 17,4: «[Signore], è bello per noi essere qui… facciamo qui tre tende».

6 Cf Mt 17, 23: «…ma il terzo giorno risorgerà».

7 Siede alla destra del Padre. Dal Credo Niceno Costantinopolitano.

8 Cf Mt 19,29.

9 Cf Lc 17,5: «Accresci la mia fede».

10 In alto i cuori. Parole pronunciate dal sacerdote durante la Messa all’inizio del Prefazio.

11 Cf 1Cor 15,41: «Ogni stella differisce dall’altra nello splendore».

12 Atto di speranza.

13 Cf Eb 12,2: «[Gesù], di fronte alla gioia che gli era posta dinnanzi, si sotto-pose alla croce».

14 Cf Mc 8,34.

15 Giuseppe Cafasso (1811-1860), sacerdote torinese. Si dedicò all’insegnamento, specialmente della morale alfonsiana, ma soprattutto fu instancabile nel ministero della confessione, della direzione spirituale, dell’assistenza dei carcerati e condannati a morte e delle loro famiglie. Fu uno degli autori più letti e seguiti da Don Alberione (cf AD 133).