Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

Effettua una ricerca

Ricerca Avanzata

6. PENTIMENTO E FIDUCIA1

 

Abbiamo considerato che la purificazione dell’anima nostra è il primo passo verso la santità: togliere il male. Tre mezzi: primo, la vigilanza su noi stessi; secondo, il buon esame di coscienza; terzo, la confessione.

La vigilanza su noi stessi per cui immediatamente scopriamo quello che è stato imperfetto. Pietro si trovava là nella notte dal Giovedì santo al Venerdì santo. Gesù era stato già imprigionato ed era stato giudicato reo di morte. E mentre avveniva quel giudizio, Pietro rinnegava tre volte il Maestro Divino. Ed ecco che, mentre stava là fra i nemici di Gesù, scaldandosi al medesimo fuoco (era una notte fredda in quelle regioni), Gesù veniva condotto dalla sala del giudizio a un locale dove avrebbe dovuto passare la notte con i suoi nemici.

Mentre passava, Gesù con il suo sguardo si rivolse a Pietro. Pietro entrò subito in se stesso, capì l’errore, il grave male che aveva commesso, uscì di là per togliersi dall’occasione:

«Et flevit amare, e pianse amaramente»2. Così dopo ogni nostra imperfezione, sentiamo che Gesù ci guarda: “Non hai fatto bene, quello non dovevi pensarlo, quel sentimento non era buono, quella parola poteva essere migliore, quel comportamento è stato poco adatto a una suora”. In sostanza è Gesù misericordioso che vuole bene all’anima consacrata a lui e le fa sentire: “Ti sei donata a me, mi sono donato a te, ma tu non corrispondi ancora al mio amore, alle mie grazie”. E allora l’anima, quando vive l’abituale raccoglimento, subito si ripiega su se stessa, si pente: «Flevit amare», piange amaramente, detesta... Pietro si tolse subito dall’occasione cattiva trovandosi in quel momento con gli avversari di Gesù: «Exit foras», uscì

~

fuori. E da quel momento fino a quando Gesù gli apparve, il suo cuore rimase sempre nella tristezza. Gesù apparve a Pietro il giorno della risurrezione quando egli, Pietro, ebbe la grazia di vedere, come primo degli Apostoli, una rivelazione, una manifestazione propria perché era il capo della Chiesa.

Così le persone che riflettono, scoprono subito ciò che è imperfetto, lo detestano e poi vivono sempre più di amore. Pietro pianse per la sua ingratitudine al Maestro, perché si era messo nell’occasione, era stato presuntuoso: «Anche se gli altri, se tutti ti rinnegassero, io sono pronto ad andare a morire con te»3. Alle volte facciamo di questi pensieri, come se fossimo già confermati in grazia. Nessuno, ma nessuno, per quanto sia già santo, può essere sicuro che non cadrà e sicuro che si salverà, nessuno, fosse pure uno già santo, come era san Luigi4. Siamo sempre tutti nella stessa condizione, attorniati da nemici, e de-boli come siamo, abbiamo sempre da vigilare, il «Vigilate et orate!».

Perciò la prima attenzione, il primo atto di purificazione, il primo mezzo di purificazione è proprio la vigilanza su noi stessi per non cadere e, secondo, se caduti, pentircene, risorgere subito, perché subito Pietro rispose: «Signore, io ti amo», quando venne interrogato da Gesù allorché gli volle conferire il supremo potere nella Chiesa5.

Anime che magari per una caduta restano come oppresse, come avvilite; non stupirsi, ma risorgere. Non stupirci perché siamo tanto deboli, siamo fatti proprio di fango. Il Signore prese del fango per formare il primo uomo. E cioè che cos’è la nostra carne? È un fango scelto, cioè vengono cavati dalla terra gli elementi che servono a costituire il corpo, il quale poi torna fango, cioè torna in polvere. Oh, non meravigliarsi, non agitarsi, non scoraggiarsi, perché sarebbe un errore peggiore del primo; un errore lo scoraggiarsi peggiore dello sbaglio che

~

si è fatto. E se poi tutta la giornata passa in una certa tristezza e sotto un’impressione così penosa, allora da uno sbaglio ne vengono tanti altri, da un errore commesso in pochi minuti, forse in un minuto soltanto, viene poi che si passano ore e ore scoraggiati, avviliti.

Il libro L’arte di trar profitto dalle nostre colpe6 è meraviglioso. Fa un gran bene a tutti; il profitto sarà l’umiltà, quindi la diffidenza di noi; ogni giorno costatiamo che siamo proprio fragili, e quindi tenerci in umiltà. E sapendo che siamo tanto fragili, pregare di più. Al mattino dire nulla posso7, nonostante che si sia già molto avanzati nella santità. Poi compatimento degli altri, delle altre, perché chiunque conosce la propria fragilità, compatisce tutti. I farisei che si stimavano tanto santi, tanto osservanti della legge, delle prescrizioni, delle tradizioni e delle interpretazioni varie date alla Bibbia, alla legge mosaica..., Gesù li ha bollati come «sepolcri imbiancati»8.

Allora non c’erano i cimiteri come da noi e le sepolture erano qua e là, generalmente nel terreno che uno possedeva, specialmente dove c’erano grotte, spelonche. Quando i pellegrini arrivavano a Gerusalemme per la Pasqua, si dava il bianco ai sepolcri. Per questo Gesù dice: “Sepolcri imbiancati”, dentro vi sono soltanto ossa e miseria... Noi non ci crediamo così facilmente santi, ma abitualmente diffidiamo di noi. Però la diffidenza di noi potrebbe essere disperazione: “Tanto non riesco, ma con Dio, con la sua grazia, riuscirò. Adesso ho voluto e fatto da me, ma mi sono sbagliato, ho capito che cosa sono, come sono fragile”. E allora più preghiera, fiducia e desiderio di perseverare.

Ora, per un’anima consacrata a Dio quali sono i motivi di contrizione, di pentimento?

Primo motivo: per eccitarci al dolore, oltre alla preghiera (il gran mezzo della preghiera), considerare quanto sia stata la no-

~

stra ingratitudine verso il Signore, i benefici e l’amore di Dio per noi. Considerare la vita: “Il Signore mi ha circondata di grazia. Per amore suo sono venuta all’esistenza, amata da lui da tutta l’eternità, ornata di tante grazie. E io, come ho fatto? Qual è stata la mia riconoscenza?”. Quando si dice a una persona: “Sei un’ingrata”, diciamocelo a noi: “Sono proprio un’ingrata, verso Dio. Come ho corrisposto alla sua grazia?”. Aggiungendo ogni giorno imperfezioni, debolezze, e Dio non voglia che siano veri peccati.

Secondo motivo, l’incorrispondenza alla grazia. “A quest’ora potrei già essere santa, se avessi ogni giorno utilizzato le grazie che il Signore mi aveva dato, se avessi ogni giorno utilizzato le meditazioni, gli esami di coscienza, la vigilanza, la preghiera; se avessi utilizzato i mezzi di santificazione che sono la vita comune, l’aiuto di coloro che ci guidano, le regole che abbiamo, le sante cose che sono prescritte e che riempiono la nostra giornata, le ispirazioni, gli inviti di Dio, le comunicazioni di Dio con l’anima nelle confessioni, nelle comunioni”. Allora abbiamo corrisposto? Ci dovrebbe dare più pena l’abituale incorrispondenza alla grazia che non, a volte, fatti singoli, peccati improvvisi, magari, di un istante... Che cosa significa? Significa caricarsi di responsabilità, perché il Signore domanderà conto nella misura che ha dato. “A quest’ora potresti essere un santo”, può dire ognuno di noi a se stesso, “con gli innumerevoli benefici, le innumerevoli grazie che il Signore mi ha fatto. Sono ancora così indietro, sento ancora così vive le passioni, l’orgoglio ancora tanto mi travaglia, nasce perfino l’invidia verso i migliori, l’invidia del bene altrui...”. Peccati alle volte anche contro lo Spirito Santo, tra cui l’invidia delle grazie altrui. La nostra incorrispondenza alla grazia è il secondo grande motivo di dolore.

Terzo: quanti meriti ho perduto? “Potevo, in ogni momento della giornata, compiere il santo volere di Dio, con retta intenzione, applicandomi alle opere che riempiono la giornata, compreso l’apostolato. Quanti meriti avrei potuto raccogliere di più. Quante grazie ho lasciato cadere per terra. Quante occasioni non ho utilizzato per la maggior santità. Occasioni di sopportare una persona, occasioni di pensieri interni santi, occasioni di una comunione spirituale, di una giaculatoria, oc-

~

quest’apostolato, quell’altro...”. Alla sera si può essere molto ricchi e si può essere meno ricchi. Così dopo una settimana si può essere molto ricchi e si può essere meno ricchi, e così alla fine dell’anno. Gli anni addizionati formano la vita, alla fine della vita si poteva forse essere molto più ricchi o meno ricchi. La religiosa, il religioso devono pensare così: una parte del seme di cui parla la parabola, è caduto per la strada, l’altra parte è caduta in terreno pietroso, una terza parte è caduta tra le spine che lo soffocarono… Ma vi è una parte di semente che è caduta in terreno buono e ottimo. La Parola di Dio in voi è caduta in terreno buono. Se non foste state terreno buono, non sareste qui. Avete sentito la voce di Dio. Quando si vuole vestire l’abito, lo si protesta: “Abbiamo sentito la voce di Dio che ci ha chiamate, eccoci, siamo qui!”. Dunque il seme è caduto in terreno buono. Caduto in terreno buono, produsse una parte il trenta, cioè una corrispondenza così così, vivere un po’ la vita religiosa, ma un po’ poveramente; e tuttavia è già il trenta. Cadde una parte in terreno buono e produsse il sessanta: è già una vita fervorosa, ma ce ne sta ancora. E una terza parte, cuori che producono il cento per uno, e sono le religiose sante. Provare a catalogarsi: “Sono fra coloro che rendono il trenta per uno e dai quali Gesù aspetta ancora di più? Sono fra coloro che si possono catalogare fra quelli che portano il sessanta? Cosa dice Gesù quando mi guarda dal tabernacolo? Cosa mi dice? Cosa mi fa sentire? Oppure l’anima si può catalogare fra quelli che portano il cento per uno di frutto?”. Mirare a questo cento che è la perfezione. Perfezione dei due comandamenti, osservanza dei due comandamenti, il primo e il secondo: il primo la santificazione nostra, il secondo l’apostolato.

Allora, ecco i motivi di pentimento, il modo di eccitarsi al dolore. Allora sì che la confessione sarà utile; non molte parole, ma molto pentimento. Non scrupoli, ma ce n’è abbastanza da detestare ogni giorno, senza andare a cercare ciò che non è peccato, oppure senza farsi lo scrupolo che sia grave ciò che è leggero o che sia peccato ciò che non lo è. Ah, c’è tanto da pentirsi e da dolersi, senza fantasticare in cose che non corrispondono alla realtà, alla verità.

~

1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 26 luglio 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 129a = ac 201b. Il titolo dell’audiocassetta è: “La purificazione: pentimento e fiducia”. È la terza di tre considerazioni riguardanti la purificazione tenute in tre settimane successive.

2 Cf Lc 22,62: «E uscito fuori pianse amaramente».

3 Cf Mt 26,33.

4 Luigi Gonzaga (1568-1591) a diciassette anni rinunziò al titolo ereditario del marchesato di Castiglione delle Stiviere presso Mantova in favore del fratello ed entrò nella Compagnia di Gesù, a Roma. Durante la peste del 1590, nell’esercizio pieno della carità a favore dei malati, contrasse il morbo che lo portò alla morte all’età di 23 anni. È patrono della gioventù cattolica, degli studenti e degli ammalati di AIDS.

5 Cf Gv 21,15-17.

6 Tissot Josef, L’arte di trar profitto dalle proprie colpe secondo san Francesco di Sales, SEI, Torino 1944. La prima edizione italiana è del 1897.

7 Invocazione che Don Alberione ereditò dalla spiritualità di san Francesco di Sales: Da me nulla posso; con Dio posso tutto; per amor di Dio voglio far tutto; a Dio l’onore a me il disprezzo. Don Alberione cambiò l’ultima espressione con: A me il paradiso. Cf Le preghiere della Famiglia Paolina, ed. 2011, p. 24.

8 Cf Mt 23,27.