Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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II. MEZZI DI PROGRESSO SPIRITUALE1

 

I due grandi mezzi per il progresso spirituale, e di riflesso poi per il progresso nell’apostolato, sono il sacramento della confessione e il sacramento della comunione. Dopo quello che abbiamo meditato ieri, cerchiamo di approfondire un poco il medesimo pensiero: quale fine proporsi nel fare la confessione settimanale e avere dalla confessione settimanale l’aiuto per purificarci, per togliere quello che dispiace a Dio, quello che è difettoso? Mirare a ripulirci così da non dover fare il purgatorio. Il desiderio di entrare subito dopo la morte in paradiso, di poterci immergere nella visione di Dio e amarlo con tutta l’intensità possibile, conforme ai meriti di ognuno, è un desiderio tanto santo. Adoperare la confessione come mezzo di purificazione.

In purgatorio si può andare specialmente per quattro motivi, anche cinque, possiamo dire: per fare la penitenza dei peccati commessi, per la pena non ancora del tutto soddisfatta, per finire di pagare il nostro debito di pena con Dio. Ora, il sacramento sia proprio penitenza. E si vorrebbe la penitenza dei flagelli e del cilicio? Fare buone confessioni con tanto dolore, perché in proporzione al pentimento, sia cancellata la pena dovuta per i nostri peccati. Se ci fossero stati peccati di gioventù, le attuali confessioni, accompagnate dal dolore, certamente servirebbero a soddisfare la pena meritata allora. Quindi far servire la penitenza come mezzo per soddisfare il Signore per le nostre mancanze, per averlo amato troppo poco, per aver perduto tante grazie, specialmente per aver avuto poco dolore nelle confessioni. Non infastidirci del confessore. Infastidirci di noi: dolore vivo e proposito fermo, desiderio di purificazione, in maniera da lavare totalmente la veste candida, la veste della grazia, “la veste

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nuziale”. Quindi, confessioni ordinate a togliere tutto il debito che abbiamo con il Signore per i nostri peccati.

Per il peccato veniale si può andare in purgatorio. Bisogna concentrare il pentimento, l’orrore alla colpa veniale. Si capisce che il peccato grave in una suora, in un’anima consacrata a Dio, non ci può stare. Ma bisogna avere orrore alle venialità. Ripaghiamo il Signore per tanti benefici, per la sua bontà e pazienza nel sopportarci con delle venialità, delle colpe, dei disgusti? Prendere orrore al peccato veniale, quindi confessioni fatte bene. In questo senso, confessare le venialità della settimana, o del tempo passato. Detestazione del veniale, non uno scrupolo ma il vero odio al veniale. Il veniale non condanna all’inferno, ma al purgatorio. Il veniale non proibisce la comunione, ma il frutto della comunione sarà minore. Il veniale non ci toglie lo stato di grazia, l’amor di Dio, ma lo raffredda. Il veniale non ci distacca da Gesù, ma impedisce quella familiarità, quell’intimità che è stupenda, che rende la vita religiosa lieta, che fa dire a volte alle suore: “Come sono contenta della mia vocazione!”. E questo si dice perché viene dal cuore. Allora detestare il veniale, fuggire il veniale. Non è il veniale a uccidere Gesù, ma è piantargli le spine sulla testa e nel cuore. E allora come sarebbe il nostro amore a Dio…

Poi si può andare in purgatorio per attaccamenti. Attaccamenti alle idee, alle persone, a quella fotografia, a quel ricordo; attaccamento a quel posto, a quell’ufficio per cui è difficile muoversi; attaccamento, a volte, a delle abitudini che in certo modo fanno perfino ridere. Ma il diavolo ci lega o con una catenella o con una catena grossa. Togliere gli attaccamenti. Si vuole quella persona, si è attaccati e si familiarizza di più con lei, non c’è amore uguale per tutti... Attaccamento a qualche ricordo, attaccamento alla famiglia per cui si fanno anche, alle volte, delle trasgressioni che riguardano la povertà o distolgono dall’intimità con Gesù, oppure dividono un po’ il cuore. Dopo che si è lasciato tutto, si portano ancora appresso tante cose, perché non si è capita bene la professione. Capirla bene. L’attaccamento va solo a Gesù. Alle volte potete dirvele tra voi certe cose, perché non spetta tanto al sacerdote… La comunione esige che noi aderiamo in tutto a

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Gesù, ma se c’è quell’attaccamento, è come se ci fosse una punta in mezzo a due legni che impedisce che si uniscano bene.

Poi si può andare in purgatorio per freddezza, tiepidezza. Tiepidezza: quando non si ama davvero il Signore; tiepidezza nel pregare, nell’apostolato, nell’affetto, nella carità e nello spirito di servizio alle sorelle. Tiepidezza che porta alla negligenza nell’ufficio: purché vada, purché si arrivi al termine delle ore di lavoro. Allora, quale differenza fra propagandista e propagandista, tra insegnante e insegnante. Oppure negli altri uffici: ci può essere tiepidezza quando non c’è tutta la generosità, quando si perde tempo a fantasticare di questo, di quello che è accaduto l’anno scorso o dieci anni fa. Ma un’anima non si mette a posto in una confessione? Non rivolge tutto il cuore a Dio? Si capisce che non ci si può correggere subito, in un momento. Ma dopo cinquantadue confessioni fatte in un anno, qualche cosa dovrebbe avvenire. Dopo che in un anno o in due o tre anni nessuna cosa è rimediata, bisogna dire: “Ti confessi proprio bene o no? Fa’ un po’ l’esame sulle confessioni”. Nel corso degli Esercizi, l’esame delle confessioni dell’anno è uno degli esami importanti. E si vorrebbe che lo facesse il confessore. Deve farlo il penitente: io per me, ciascuna di voi per sé, il papa per sé e ogni altro confessore per sé. Quando Pietro ha mancato, si è messo a piangere: «Flevit amare»2; gli bastò lo sguardo di Gesù. E tante volte basta l’assoluzione.

È vero che qualche volta, in qualche nazione, c’è la difficoltà dei confessori. Ma se noi aiutassimo di più i sacerdoti, avremmo più aiuto dai sacerdoti, otterremmo alla Chiesa di Dio più sacerdoti, daremmo un aiuto per la loro formazione. Quando una persona fa una beneficenza per un aspirante al sacerdozio, forse una borsa di studio, quella persona avrà più facilmente la grazia di confessarsi in punto di morte e di trovare un sacerdote che l’aiuti in morte ma anche in vita. Che abbiate il buon servizio religioso è cosa preziosissima: bisogna meritarsela, con le preghiere

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Allora le confessioni devono essere fatte in questa direzione. Poi i difetti. Possiamo portarci all’eternità dei difetti; si è chiacchieroni anche in punto di morte, quando la malattia non è grave altrimenti non si parla né poco né molto. Togliere i difetti perché non ci siano certi desideri, impazienze, memorie che disturbano. Non portiamo all’eternità i difetti, perché lassù non può entrare qualche cosa che non sia conforme a Dio, cioè qualche macchia nella veste nuziale. Difetti che non si vogliono correggere. Passano gli anni ed è inutile dire a loro di correggersi, si difendono e si scusano. Ma portiamo tutto questo all’eternità? Allora, purificazione completa per evitare il purgatorio. Il sacramento della confessione è per eccellenza il gran mezzo sacramentale perché interviene proprio Gesù: Ego te absolvo, io ti assolvo.

Le anime sono liberate da certi vincoli, da certi legami che sono poi legami da nulla. Il passerotto può esser legato da un filo sottilissimo ma intanto non può volare. Anime che stanno indietro per sciocchezze: volate in alto, coraggio, rompete i fili che tengono legati alla terra e che trattengono nell’al di là la contemplazione e la visione diretta di Dio. Confessioni così, per togliere tutto ciò che ci potrebbe trattenere nel purgatorio che non abbiamo fatto sulla terra. Quindi confessioni sante, raccoglimento profondo, dolore vivo ma non scrupoli, perché lo scrupolo è un altro impedimento, un altro filo che impedisce di volare direttamente verso Gesù ed è una malattia.

L’altro mezzo per progredire, abbiamo detto, è l’amore a Gesù, cioè la comunione. Comunione che vuol dire aderire totalmente a Gesù: pensare come lui, acquistare i pensieri di Gesù, approfondire le verità che egli ci ha insegnato e quanto è spiegato e proposto nel santo Vangelo: «Beati i poveri»3. E se sono povero, questa è una fortuna. Se ho una camera un po’ più povera, se ho una mensa un po’ più povera, se devo fare delle fatiche, alle volte, che sono abbastanza forti: siamo poveri. Praticare la povertà come Gesù a Nazaret: falegname. Dunque, fare il mestiere così comune di artigiano. Il Padre celeste ha mandato il suo Figlio a fare il falegname per quanti anni? Dai

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dodici anni ai trent’anni. E ci si umilia del lavoro? E si vuole risparmiare fatica? Ma dai tutte le forze per il Signore: amare Iddio con tutte le forze.

Stabilire questa unione con Gesù, quindi la povertà, la mitezza, l’amore alla santità, la pazienza nelle pene e poi tutto quello che serve a dimostrare l’amore a Dio. Ma come lo dimostra la suora? Attraverso i voti: povertà, castità e obbedienza. Con la povertà, perché noi ci distacchiamo dalla terra e cerchiamo ciò che è spirituale e celeste. Con la castità che è l’amore a Gesù, un unico amore, non tanti affetti. Con l’obbedienza che è uniformità al volere di Dio. Comunione in cui entri sempre la professione: tutta mi dono, offro e consacro. Comunione: amore di Dio con tutta la mente, con tutte le forze, con tutto il cuore, che è poi, in sostanza, rinnovare la professione. Questo amore a Gesù, in maniera che anche la sentimentalità (vi sono persone più sentimentali, altre meno), si volga a Gesù, e che noi siamo sempre in questa disposizione: ciò che piace a Gesù adesso, in questa circostanza facile o difficile, durante questa tentazione, oppure durante un periodo di malattia. Cosa sono tanti pensieri inutili? Perché si fanno tanti discorsi folli? Cosa giovano certe notizie, se non a disturbare? Chi poi legge ancora giornali o peggio romanzi, tanto più se di nascosto? Il voler sapere quello che non interessa l’amore a Dio e l’amore al prossimo, non interessa a far meglio l’apostolato. Questa roba metterla fuori. Tutto il cuore, tutta la mente, tutte le forze, che vuol dire tutta la volontà. Ma ci sono ancora troppi sprechi dell’intelligenza, della mente. A cosa giova ricordare certe memorie; a che cosa giovano certi progetti inutili? Fare propositi santi. Questi sono i progetti utili, in maniera che tutto il nostro essere sia veramente di Gesù. Come dicevo prima, due assi, due tavole devono combaciare: Gesù e l’anima. E non ci dev’essere nessuna punta che impedisca il contatto intero tra le due tavole. Aderire totalmente a Gesù: vi amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa. Che noi partiamo in questa direzione. E che Gesù possa disporre di noi come vuole, quando vuole; possa disporre di noi senza trovare delle resistenze, delle obiezioni, delle difficoltà. E così tu farai dieci lamentele, troverai dieci difficoltà, ma se vuoi essere santa,

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bisogna che ti unisca del tutto al volere di Dio che si manifesta in certe circostanze. “Ma non dovrebbe essere così…”. E non dovremmo commettere mai dei peccati, ma intanto siamo così, li commettiamo. Non dovrebbe essere così; ma poiché è così per volontà di Dio o per permissione di Dio, allora uniamoci al volere di Dio. Quello è male? Ma noi non amiamo il male, amiamo la pazienza, la mortificazione.

Però è importante che si vada avanti nella comunione. Si vada avanti a domandare anche l’osservanza del secondo comandamento, che è pure un comandamento d’amore, amerai il prossimo tuo come te stesso: l’apostolato.

Si fa bene l’apostolato? Lo si ama l’apostolato? Si fa da tutte l’apostolato? Ecco: quando si è a letto, si può fare di più l’apostolato della sofferenza. Santa Chiara d’Assisi4 era a letto e si appoggiava con le spalle a un cuscino, che poi era di legno, faceva calze e rattoppava.

La sofferenza. Tutti facciano l’apostolato, in qualunque condizione siano: apostolato della sofferenza, della preghiera, della vita interiore, e poi l’apostolato della parola spicciola, e specialmente l’apostolato delle edizioni, nel modo in cui sarà possibile, o il cinema o la stampa o la radio o la televisione. Fare bene l’apostolato. Questo è segno dell’amore al prossimo. Come la suora infermiera dimostra il suo amore al prossimo servendo i malati, portando le medicine, il cibo necessario e cercando di lenire, quando è possibile, il dolore agli infermi, così la suora paolina pratica la carità attraverso l’apostolato. Ci vuole anche la bontà in casa, ma dovere della paolina è l’ufficio di apostolato.

Ciascun Istituto ha un modo di esercitare la carità; per voi è l’apostolato che può essere di redazione, di tecnica e di diffusione, secondo i casi e secondo gli uffici che vengono assegnati da chi ha il compito di assegnarli. L’apostolato nella forma di diffusione che interessa un maggior numero di suore, la propa-

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ganda capillare, casa per casa, individuo per individuo; oppure la propaganda collettiva alle comunità, ad esempio, alle associazioni, alle scuole. E poi la propaganda razionale quando si forma la biblioteca scolastica o la biblioteca popolare, parrocchiale, aziendale, perché allora quei libri che saranno venticinque, cinquanta o più, verranno letti da più persone. Quindi la propaganda razionale esige diverse cose: capire quello che è necessario per la salvezza delle anime, per il maggior bene della popolazione; capire quanti sono i bisogni, quanto manca, quanto ancora si può dare; capire cosa possiamo dare, e prepararlo e darlo, in maniera che tutto sia fatto più con la ragione che con la fatica. Certo si richiede sempre la fatica, e beati i passi di quelli che portano il bene5. Tuttavia bisogna dire che non solamente il corpo deve fare l’apostolato, ma in modo particolare l’intelligenza, adoperare tutta l’intelligenza, tutta la mente, la ragione per preparare e compiere l’apostolato.

Quest’anno abbiamo indetto l’anno delle biblioteche. L’anno scorso era l’anno biblico, e quanto si è fatto di bene, quanto si è fatto di bene! Veramente è stato un anno di entusiasmo. Ora per quanto riguarda l’Italia, una delle necessità più urgenti è proprio quella che riguarda le biblioteche.

Allora non diventa solamente propaganda collettiva, ma razionale, perché in una biblioteca non si mettono solo i fondi di magazzino o quello che noi pensiamo sia utile, ma si considerano i bisogni delle persone alle quali andiamo, le necessità nelle quali si trovano. Il vostro apostolato è magnifico, cosa poteva darvi di più il Signore? Bisogna però che ci sia la testa, l’intelligenza, che preceda, che organizzi, che pensi, che disponga: la testa deve occuparsi di apostolato, non di sciocchezze, non di notizie che non ci interessano. Che cosa vale sapere quello che è avvenuto a questo o a quello... Se per noi è interessante questo o quello, in ordine all’apostolato va tanto bene. Tuttavia cerchiamo solo le notizie che riguardano l’apostolato, le circolari che vengono dal Centro, Il Raggio che viene spedito e che mi pare sia partito poco tempo fa; un altro numero

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sta per entrare in macchina, per essere stampato. Seguire bene l’indirizzo perché la propaganda razionale vuol dire anche l’unione con il Centro, capire bene i suggerimenti, l’indirizzo che viene dato, studiare come applicarlo nelle circostanze, nel luogo in cui ognuno si trova e poi organizzare l’azione per fare arrivare alle anime quello che noi vogliamo portare di bene.

Oh, l’amore a Dio, l’amore al prossimo. Due comandamenti che non si possono separare, perché o si ama Dio direttamente in sé, ed è amore di Dio o si ama Dio nelle anime e allora è amore del prossimo.

Anche qui, volevo dire, ma ho già un po’ accennato, non essere tiepidi nell’apostolato, perché anche alla fine della vita possiamo trovarci con delle deficienze. “Se mi tolgono l’apo-stolato io muoio”, diceva una suora, tanto era attaccata, perché tutto quello che vedeva, quello che sentiva, per lei era tutto un orientamento verso l’apostolato, era la sua vita. Allora, amore di Dio e amore del prossimo: che non si scindano, ma si uniscano e si completino a vicenda.

Una benedizione perché si adoperino tanto bene questi due mezzi di santificazione, di merito: la confessione e la comunione.

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1 Meditazione tenuta ad Ariccia (RM) il 30 settembre 1961 in occasione di un Corso di Esercizi spirituali. Trascrizione da nastro: A6/an 141a = ac 220a. L’audio-cassetta riporta il titolo: “Confessione e comunione: mezzi di progresso spirituale”.

2 Cf Lc 22,62: «…pianse amaramente».

3 Cf Mt 5,3.

4 Chiara d’Assisi (1193-1253), nata in una nobile famiglia di Assisi, a diciotto anni seguì il giovane Francesco dando inizio al secondo Ordine Francescano detto delle Clarisse. Visse per quarant’anni nel poverissimo convento di San Damiano. Per avere assistito in visione, in una notte di Natale le solenni funzioni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, fu scelta da Pio XII quale protettrice della televisione.

5 Cf Le beatitudini delle Figlie di San Paolo, in Le preghiere della Famiglia Paolina, ed. 2011, p. 131.