Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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II. LE PRATICHE DI PIETÀ1

Dalla pietà ogni bene per la vita presente e per la vita futura. La pietà ci assicura le grazie di Dio, la pietà ci rende facile l’osservanza religiosa, la pietà accompagna il nostro apostolato perché abbia frutto. Pietà quotidiana, pietà in vita, pietà in morte. Pietà sotto tre aspetti: primo, le pratiche; secondo, lo spirito di pietà; terzo, il dono della pietà.

Le pratiche di pietà credo che sempre le facciate. Per ogni giorno ci sono: le orazioni, la santa Messa, la meditazione, poi la comunione per quanto si può fare, la Visita al SS.mo Sacramento, l’esame di coscienza, la lettura spirituale, il rosario. La giornata è punteggiata da opere, da pratiche di pietà quotidiane. Poi vi sono le pratiche settimanali: la confessione sacramentale e alla domenica la seconda Messa con il catechismo. Seconda Messa, in quanto è possibile, ed è quasi ovunque possibile. Poi le pratiche mensili: il ritiro mensile e la prima settimana del mese dedicata alle nostre devozioni. Avete anche la possibilità di ascoltare riflessioni, meditazioni che si fanno in casa e che vengono registrate. Poi le pratiche di pietà annuali: le celebrazioni delle feste del Divino Maestro, della Regina degli Apostoli, di san Paolo Apostolo; e inoltre, la pratica di pietà più importante dell’anno, il corso degli Esercizi di otto giorni, sebbene due giorni possano anche essere dedicati all’apostolato e all’aggiornamento dell’apostolato stesso.

Queste pratiche di pietà sono di obbedienza, perché sono nelle Costituzioni. Il trascurarle sarebbe mancanza: significa e corrisponderebbe alla trascuratezza della vita religiosa, poiché la pietà e la vita vanno sempre di pari passo. Quando c’è una

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buona pietà, c’è una buona vita, c’è osservanza religiosa, c’è la vita paolina. Quando invece non c’è una buona pietà, tutta la vita ne risente e si finisce con l’essere scontente della propria vocazione.

Una volta che in vista della professione si è consultato il confessore e si è avuto il suo parere favorevole, e una volta che si è state chiamate e ammesse alla professione, non c’è più alcun dubbio sulla vocazione. Occorre solo che, con energia, si corrisponda; e se intervengono scontenti, non è perché manchi la vocazione, ma perché è mancata la buona volontà, è mancato l’uso dei mezzi di cui l’Istituto stesso dispone. Avete abbondanza di mezzi per l’osservanza religiosa e per adempiere i due comandamenti o articoli delle Costituzioni: il progresso spirituale e l’apostolato.

Secondo: lo spirito di preghiera. Lo spirito è quello che deve animare le pratiche di pietà. In che cosa consiste? Consiste di due parti; in primo luogo la pietà è per onorare Dio: Gloria a Dio, Gloria in excelsis Deo. E cioè adorare il Signore, ringraziare il Signore, amare il Signore, dargli gloria. Che cosa significa essere religiosi? Significa praticare meglio la virtù della religione, e quindi particolarmente la pietà. Significa avere questo rispetto, questo amore al Signore, e cioè il culto esterno. Il culto esterno che si rende attraverso le pratiche, il rispetto alla chiesa, la partecipazione alle funzioni.

Il culto interno poi consiste nella fede, nella speranza e nella carità. Sentiamo di essere di Dio, sentiamo che siamo usciti dalle sue mani; che siamo guidati dalla sua mano per la via buona e che il Padre celeste ci aspetta in cielo. Egli è grande, onnipoten-te, sapientissimo, amantissimo, eterno. Allora vi è lo spirito di religione. Spirito di religione che riguarda noi, et pax hominibus bonae voluntatis2, che diffondiamo la pace agli uomini di buona volontà, cioè ripariamo il male e supplichiamo il Signore per le grazie. Allora la riparazione e la domanda di grazie sono la seconda parte dello spirito di pietà, dello spirito di preghiera. Quando noi ci confessiamo è per riparare il male; quando ci comunichiamo è per attirare su di noi il bene, le grazie.

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Spirito di pietà. Quando c’è questo spirito di pietà, la persona si ricorda spesso di Dio lungo il giorno, anche quando è un po’ assillata da occupazioni. Quando c’è lo spirito di pietà, ci si mantiene alla presenza di Dio: Dio mi vede, e Dio mi vede non soltanto all’esterno, quello che faccio e che anche gli uomini possono vedere, ma Dio vede i miei pensieri, vede il mio cuore, i miei sentimenti...

Lo spirito di preghiera ci fa ricordare che al mattino abbiamo fatto la meditazione, la comunione, ci fa ricordare i propositi e ci fa fare di tanto in tanto la comunione spirituale. Quando si ha questo spirito di pietà, si rispettano tutte le cose di religione: l’abito che si porta perché è sacro, i ministri di Dio, la chiesa. Il rispetto poi consiste nell’amore alla chiesa stessa, alla pulizia, all’ordine, al canto sacro. Quando c’è questo spirito di pietà, si ascoltano volentieri le prediche, si sente volentieri parlare di Dio, si è contenti che arrivi l’ora di andare in chiesa, si attende l’ora dell’adorazione, si abbonda in rosari, in giaculatorie. Lo spirito di preghiera supera la pratica stessa delle opere di pietà.

Ma poi si può andare più avanti, e cioè arrivare al dono della pietà, ottenere dal Signore questa grazia particolare del dono di una profonda pietà. Questo dono, «donum gratiae et precum»3, fa sì che nella pietà si senta una certa consolazione, si trovi che il tempo dedicato alla pietà è il più felice della giornata. Quando c’è il dono della pietà, la pratica di pietà ha un certo sapore, un certo gusto spirituale e la si fa quindi con slancio, si ottiene il raccoglimento più facilmente. La mente lascia da parte tutti i pensieri estranei, si concentra in Dio e si sente la presenza di Dio in noi, oppure si sente la presenza di Gesù eucaristico: Gesù che ci guarda. Quindi si arriva a gustare la pietà, per cui non è più un peso, è un riposo in Dio. Questo non vuol dire che a volte la pratica di pietà non costi. Costerà al corpo, al fisico perché forse c’è stanchezza o qualche disturbo di salute, ma lo spirito sarà lieto, in intima comunicazione con Dio.

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Quando c’è questo dono di pietà, il Signore non si considera soltanto in modo astratto come il nostro Creatore, come colui che è la provvidenza stessa, lo si considera come Padre, come il Signore, il Padre amoroso che ama i suoi figli e noi ci sentiamo figli di Dio. Allora come si dice bene il Padre nostro che sei nei cieli

Quando c’è questo spirito di pietà, Gesù non lo si considera solamente come il giudice che premia e castiga; non si considera solamente la presenza di Dio che ci mette timore, ma la presenza di Dio che ci dona l’amore: Dio mi è vicino. Egli è il Padre, io sono suo figliuolo, egli mi sostiene, mi alimenta nello spirito. Si considera allora Gesù come l’amico, lo sposo dell’anima e fra l’anima e Gesù interviene un colloquio intimo, una stupenda familiarità.

Allora, quando c’è questo dono della pietà, come si ama la Madonna, come la si invoca, come si medita la bontà, la misericordia di Maria, come si meditano le sue virtù, i suoi privilegi! Come si offre abbondantemente e più spesso il cuore, nella giornata. La si ama con amore filiale, la si considera come Maestra, come Regina: Regina per la sua potenza, perché ci ottiene le grazie anche grandi, tutte le grazie. Maria! E si ha in lei una fiducia estrema: Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte. Così sia.

Quando c’è la pietà, si ama la Chiesa come l’arca di salvezza. Quando c’è il dono della pietà si ama la Chiesa come sposa di Gesù Cristo; si amano i ministri di Dio, il papa, i vescovi, i religiosi e tutte le cose religiose. Si è solleciti nel contribuire, per quanto ci è possibile, al ministero e cioè all’apostolato, alla predicazione, perché con il dono della pietà si acquista un grande amore alle anime, un cuore aperto a tutti i bisogni, a tutte le necessità. Il cuore sente compassione dei peccatori e allora si prega; sente compassione delle anime del purgatorio, e allora si prega; sente i continui bisogni della gioventù che è tanto insidiata, e che viene traviata. Si sente allora il bisogno di pregare: pregare per le vocazioni buone; riparare per le vocazioni tradite, non corrisposte, impedite. Quando c’è questo dono della pietà, quali comunicazioni con l’angelo custode, lo si sente vicino e qualche volta viene da muovere il capo, si vuole guardare

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a destra: ecco l’amico che mi segue, è lì, mi vede, mi aiuta, mi illumina; io devo vivere alla sua presenza con grande rispetto, non prendere posizioni meno delicate, meno rispettose. C’è l’angelo vicino, riverenza per la sua presenza.

E quale devozione a san Paolo! E quale devozione a san Giuseppe! E quale devozione specialmente a Gesù Maestro eucaristico! Quanto sono belle allora le Visite al SS.mo Sacramento! Come si gusta la lettura spirituale! Come piace la Bibbia, il santo Vangelo, in particolare le lettere di san Paolo! Cercare di assomigliare a Gesù; l’anima si commuove in certi momenti mentre contempla il presepio, il Bambino sopra un po’ di paglia, adorato dagli angeli, adorato da Maria e da Giuseppe. Quanto si ama chi si è fatto per noi bambino! Si sente amore alla vita comune che hanno fatto Gesù, Maria e Giuseppe, in quella casa dove c’erano le tre persone più religiose che siano mai esistite. Si sente allora amore al Maestro che perdona la peccatrice, l’adultera, che parla con la samaritana, che tratta con la Maddalena, e come la difende. Ha molto amato e allora «le sono perdonati molti peccati»4. E quando c’è questo dono della pietà, si baciano quelle ferite di Gesù con sentimento vivo, caldo di affetto; si bacia il cuore, il costato di Gesù. Si sa che da lì si attinge la grazia, si attingono i lumi necessari, la forza, si attinge il vero amore di Dio. Persone che hanno per libro il Crocifisso, che a loro parla con le piaghe delle mani e dei piedi, con le ferite di tutta la persona per la flagellazione; con le ferite delle spine sul capo. Allora c’è il dono della pietà, c’è l’amore sincero, vivo.

Quando si arriva a questo dono della pietà, le relazioni tra l’anima e il Signore sono tutte d’amore. C’è anche il timore? Sì, ma timore filiale: paura di disgustare il Padre celeste, paura di disgustare Gesù sacramentato, paura di non portargli il cuore abbastanza puro al mattino, quando si va alla comunione; paura di non corrispondere a tutta la sua grazia, paura di non meritare quel posto che Gesù ci ha preparato in paradiso: «Vado parare vobis locum»5.

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Il dono della pietà come trasforma! E quando questo dono della pietà ha invaso tutto l’essere, la mente, il cuore, la volontà, lo stesso fisico, allora vedrete, e avete già visto, anche in persone malate, quale diversità di comportamento! A loro non fa paura la morte perché le unisce a Dio. In certi momenti possono essere assalite da qualche dubbio, da qualche scoraggiamento o tormento, ma subito si riconciliano, pensando che è più Gesù che desidera di averci in paradiso di quanto noi desideriamo andarci. E desidera più lui farci santi di quanto lo desideriamo noi. Allora quelle malattie sono santificate; il letto di quella morente è un letto che è un pulpito che insegna. Si va volentieri da quella malata, perché non c’è che edificazione: come parla del paradiso, come chiama la Madonna in aiuto… E queste sorelle come sono riconoscenti al Signore della vocazione; come sono riconoscenti all’Istituto dove hanno ricevuto tutto il bene; come benedicono i passi fatti nell’apostolato, i sacrifici per l’osservanza religiosa, per la puntualità nell’obbedienza, per lo spirito di povertà, per la delicatezza di coscienza... Serene, hanno poche cose da dire, l’anima è in pace perché non ha ricordi che le diano pena per la confessione. Tutto è in pace: l’occhio, lo sguardo, il desiderio si rivolge al paradiso. Come aspettano l’ultima confessione che metta il sigillo e tolga ogni reliquia di peccato! Come aspettano la comunione, l’incontro ultimo con Gesù, con quale devozione ricevono l’estrema unzione e accompagnano, quando la malattia lo permette, le preghiere del sacerdote, specialmente quando dona a loro l’indulgenza plenaria.

Dopo avere amministrato l’estrema unzione al can. Chiesa, quelli che erano presso di lui sono rimasti tutti edificati. Erano persone che aveva chiamato perché voleva che pregassero con lui, perché l’Olio santo cancellasse ogni reliquia di male, e fortificasse l’anima per l’ultimo tratto della vita. E mandò a chiamare delle suore perché in quel giorno dedicassero le loro orazioni per poter ricevere bene l’estrema unzione. Poi, ecco quello che volevo dire, rivolgendosi agli astanti disse: “Vi ringrazio e domanderò al Signore, in quanto posso e poi specialmente in cielo, che anche voi abbiate la grazia di ricevere l’estrema unzione con piena conoscenza, con devozione, con

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l’umiltà e con la fiducia piena nella misericordia di Dio”.

Allora, pratiche di pietà, spirito di preghiera, dono della pietà. Quanto sarà felice la vostra vita! Che belle espressioni si leggono a volte nelle lettere: “Sono felice della mia vocazione”. E perché? Perché c’è l’intimità con Dio. Dio è gioia, Dio è la stessa beatitudine, e quando c’è questa comunicazione con Dio, che cosa si può avere da lui se non egli stesso. Egli che è la beatitudine, ci comunica già sulla terra qualcosa delle beatitudini: beati quelli che soffrono, beati i miti, beati i poveri, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia di Dio che vivono in serenità e gioia. Se trovate la suora scontenta, ditele sempre: tu non hai abbastanza intimità con Dio; tutte le tue difficoltà le puoi risolvere là, in chiesa, davanti al SS.mo Sacramento, con un po’ più di pietà. Quante volte basta questo invece di rispondere a tante obiezioni e difficoltà. E basta questo per noi, per rimetterci in pace anche quando qualche prova più forte viene a visitarci. Dio è tutto, Dio è tutto il nostro bene, e l’eterna felicità.

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1 Meditazione tenuta ad Ariccia (RM) il 13 settembre 1961 in occasione di un Corso di Esercizi spirituali. Trascrizione da nastro: A6/an 138b = ac 217b.

2 Cf Lc 2,14.

3 Cf Zc 12,10: «Spiritum gratiae et precum: Uno spirito di grazia e di conso-lazione».

4 Cf Lc 7,47.

5 Cf Gv 14,2.