La Chiesa ci fa celebrare quasi ogni giorno la memoria di qualche santo. Questo ci eleva con la mente al cielo dove già i santi hanno raggiunto la loro eterna felicità. Hanno subito la prova, sono riusciti vittoriosi, ora sono incoronati. Nella prova, ad esempio, san Paolo è riuscito vittorioso e poi «in reliquo reposita est mihi corona iustitiae»2, poi la corona eterna. In questa chiesa ci vuole anche san Paolo e il Divin Maestro.
Allora sempre mirare lassù: “In omnibus rebus respice finem”3: in tutte le cose che intraprendi, guarda al fine e alla persona, all’anima. Alla vergine consacrata a Dio un gaudio, un premio particolare. Le vergini «sequuntur Agnum quocumque ierit»4: hanno seguito Gesù, hanno seguito Maria, hanno seguito Giuseppe, i tre gigli. E poi lassù, in paradiso, dove ammirano, contemplano questi tre gigli: Gesù, Giuseppe e Maria in gaudio eterno, partecipi della loro beatitudine. Paradiso!
Tre particolari pensieri o tre caratteristiche del paradiso. Primo che è eterno; secondo che è diverso: per l’uno e per l’altro fa diversità; e terzo, che il cielo lassù, il gaudio, soddisfa ogni desiderio, ogni aspirazione di un’anima, di un cuore retto. Il paradiso è eterno. Suonano le campane, segno da morto, si passa all’eternità. Tutto finisce quaggiù: «Vanitas vanitatum et omnia vanitas»5, e l’Imitazione aggiunge: “Praeter amare Deum et illi soli servire”6.
Salomone, dopo aver goduto quello che poteva godere un uomo così sapiente, così ricco e così onorato, confessava:
«Tutto questo è vanità, tutto passa». Ma l’Imitazione di Cristo completa la frase della Scrittura, in un certo senso la commenta: Tutto sì è vanità, è vanità la ricchezza, è vanità il piacere, è vanità la lode, tutto è vanità eccetto una cosa: amare Dio e servire a lui solo. Ecco, questo non è vanità perché l’amore ha finalmente il suo oggetto: la sposa di Cristo finalmente si unisce al suo sposo in eterno.
Così paradiso eterno: “Praeter amare Deum et illi soli servire”. Niente altro vale. E se vale qualche cosa come la salute, come l’intelligenza, come l’abilità nella propaganda o negli altri uffici, se vale anche il buon carattere, tutto è a servizio di Dio, perché i doni di Dio sono dati perché noi ce ne serviamo per Dio.
La salute: vi è chi la spreca e finisce con accorciarsi magari la vita con le sue soddisfazioni e intemperanze, e vi è chi la utilizza fino all’estremo. Abbiamo ricordato all’inizio del mese sant’Alfonso. A novantadue anni, ancora si faceva portare in chiesa per fare l’esortazione ai suoi religiosi, fino all’ultimo. E lo stesso aveva fatto san Giovanni apostolo che si faceva portare in chiesa e poi ripeteva sempre la stessa predica: “Figliuoli, amatevi, figliuoli, amatevi!”. E i suoi erano a volte un po’ stanchi di sentire sempre la stessa predica. “Perché non ci dici altro?”. “Se vi amate, basta”. E se voi vi spendete nell’amore, poiché il vostro amore oltre che nella vita comune è consumato nell’apostolato, la vostra sarà opera di carità continuata: dare la verità, “Caritatem facientes in veritate”7 o «Veritatem facientes in caritate»8 secondo la frase più precisamente detta. Paradiso eterno. Per quante migliaia di secoli passino, il paradiso non si chiude, il paradiso è eterno come Dio. Noi non siamo eterni in quanto abbiamo avuto principio, siamo stati creati, ma una volta creati, l’anima nostra non viene più distrutta. Paradiso eterno!
Secondo, il paradiso è disuguale. Per esempio, qualche disuguaglianza: il martire ha la sua palma. Oggi qui festeggiate due martiri, il primo è Rustico9. Poi ci sono i dottori, cioè coloro che hanno scritto e predicato; e poi ancora, altra diversità, le vergini che hanno il giglio. Ma una diversità ancora molto più profonda, è il grado di beatitudine, perché «Unusquisque mercedem accipiet secundum suum laborem»10, ciascuno avrà il premio a misura della fatica. La parola “laborem” si può tradurre come sofferenza. Ma si traduce anche come “fatica”, tutto è fatica, quindi tutto il lavoro stanca. È lavoro il pregare; e d’altra parte chi lavora prega se lavora con spirito soprannaturale. Fatica è tutto quello che si fa, qualunque ufficio si abbia sulla terra.
Ora, secondo quanto uno avrà faticato, avrà in proporzione il premio. San Tommaso non è vissuto tanto, una cinquantina d’anni, ma quante cose ha fatto, che intensità! Intensità! C’è quella persona che viene a pregare così, tiepidamente, mezza distratta, non avrà il peccato grave, alla fine sarà salva. Ma c’è quell’altra che concentra le sue forze e la sua preghiera è tutta fervore, la sua mente è elevata a Dio, il suo cuore è orientato a Gesù. Anche se le costa un po’ di fatica, anche se a un certo punto le ginocchia dolgono un po’, è sublime, è come chi ha fatto il compito per la scuola e l’ha fatto proprio bene, magari ha preso dieci con lode, e l’altra ha fatto il compito così così, appena sufficiente, il sei. Ciascuna riceve lassù il premio secondo il lavoro fatto.
Quindi, già ricordato ieri, «Stella a stella differt in claritate»11, una stella è più splendida dell’altra. Supponiamo san Luigi e supponiamo altri santi che pure sono in cielo. Poi, la turba dei cristiani che hanno servito più o meno bene il Signore: «Vidi turbam magnam quam dinumerare nemo poterat»12.
Ma il grado proprio di gloria dipenderà dal tutto o dal non tutto: «Amerai il Signore con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze». Sta lì la forza e ciò che decide il grado di gloria. Se si è dato tutto al Signore oppure qualche cosa di buono. Poi ci si mette l’intenzione di farsi vedere, e non c’è proprio tutto il cuore a Dio, c’è anche un po’ il cuore alla stima, al desiderio di essere apprezzati. Oppure l’apostolato si fa così e così, con una certa negligenza. È il tutto che decide il supremo grado di gloria.
Al primo comandamento segue poi il secondo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso»13. Invece siamo più disposti a fare delle preferenze per noi, anziché prima pensare agli al-tri. Quindi la diversità. Vuoi raggiungere il massimo? Allora osserva il primo comandamento e osserva il secondo, il tutto: mente, cuore, forze, cioè volontà, poi ama il prossimo nella misura di te stesso.
Qualche volta si ama il prossimo più di sé stessi. Per esempio, chi espone la vita per un altro che stava per annegare. Si è buttato con rischio di annegare e invece è riuscito a salvarlo. E Gesù Cristo è morto per me, quello è un eccesso di amore, quello è l’amore pieno. Più di noi stessi, questo è il consiglio evangelico: chi ama il prossimo più di se stesso segue l’esempio di Gesù.
Terzo, il paradiso soddisfa tutti i desideri, tutte le aspirazioni buone e sante. Qualcuno ama il sapere e lassù sarà sapientissimo, anche se è stato un povero spazzacamino o se è stato uno di quelli che scopano le strade o anche di grado inferiore. Vi sono persone che fanno certe vite sacrificate! Qualche volta ci viene il dubbio se purtroppo noi cerchiamo ancora nella vita religiosa qualche cosa che soddisfa. Se si ama la scienza, ci sarà infusa la scienza, tutte le lingue per esempio, tutti i libri che ci possono essere sulla terra. Lassù si sapranno tutte le cose naturali. Quanto poi alle cose soprannaturali, dipenderà dalla rivelazione di Dio. Chi ha avuto più fede avrà una scienza più profonda. Chi ha più sperato i beni eterni possederà Dio in modo più profondo e sarà posseduto da Dio, perché ha avuto
ferma speranza considerando Dio sommo bene. Quando poi c’è l’amore perfetto, ecco il gaudio quanto può averne un’anima in quella misura. Quindi, in sostanza, una persona avrà tutto quello che può desiderare.
Se si fa il voto di povertà e si osserva, si possederanno ricchezze immense in cielo, non fatte d’oro, ma di altre cose! E chi osserva la castità, avendo in cuore profondità di amore, sarà con Gesù, e chi osserva l’obbedienza, a misura che ha obbedito, sarà elevato: «Chi si umilia sarà esaltato»14. Quindi la persona sarà soddisfatta in tutte le sue potenze, in tutti i desideri buoni che ebbe sulla terra, in tutte le facoltà, nella mente, nel cuore, nella volontà, e allora ci sarà il premio completo anche se diverso l’uno dall’altro. Perché poi un beato non può invidiare l’altro, là non ci sono invidie, non ci sono imperfezioni, anzi l’anima ama proprio quel grado di gloria che le è stata conferita, perché è secondo giustizia. L’anima in paradiso non può amare che la giustizia. Se quella persona, magari sua compagna di viaggio sulla terra, avrà più gloria… perché? Perché Dio è giusto e perché la giustizia è una delle virtù cardinali. In cielo sarà tanto più perfetta e quindi la persona sarà felicissima del gaudio degli altri anche se gli altri godono di più e sono elevati; ognuno ha la sua misura.
Un bicchiere è pieno quando versandoci l’acqua si arriva al colmo e se ne versa un po’ fuori. Ma per riempire la bottiglia bisogna versarne molta di più. E tuttavia dopo che sarà riempita, sarà piena. Quando poi c’è un secchio grande, ugualmente. Ognuno in paradiso avrà la sua capacità che è costituita dai meriti. E facendo il paragone materiale, i meriti sono come il bicchiere che è felice perché è pieno di tutti i meriti e i desideri. Il vero desiderio non è una volontà aerea, il vero desiderio si mostra operando. E tutte le anime quindi saranno piene secondo la loro misura, e ognuna porterà la sua misura in paradiso.
Allora cosa concludiamo? Riempire le giornate di meriti, che non passino dei minuti per incuria, che non commettiamo il peccato, anche le venialità, le imperfezioni volontarie, che
non sprechiamo i doni di Dio né gli occhi né l’udito né la lingua né la salute. Che non sprechiamo! Sia pieno il servizio di Dio.
Poi altra conclusione: aggiungere ai meriti personali o meglio, individuali, i meriti della carità, dell’apostolato. E allora quale gaudio in più! L’apostolo ha sempre un premio particolare. E quello che voi fate è apostolato.
Conviene allora fare i nostri propositi. E per riassumere: poiché Gesù ha riassunto il Vangelo in due parole, in due espressioni, così riassumere sempre tutti i nostri pensieri, tutti i nostri desideri nella gloria di Dio sopra ogni cosa e nell’amore totale di tutta la mente, del cuore, della volontà e poi l’amore al prossimo: amare come noi stessi. E qualche volta amate un po’ di più voi stesse, perché si arriva a un certo punto che si oltrepassa un po’ quel che può toccare la salute. Allora si è arrivati ad amare il prossimo più di noi stessi.
San Giuseppe Cafasso ripeteva ai suoi quella frase che è diventata così comune tra i religiosi e le religiose della Consolata, perché il canonico Allamano15 era nipote di san Giuseppe Cafasso. La frase che ripeteva spessissimo era: “Lavoriamo, lavoriamo, ci riposeremo in paradiso”. Può essere questo un pensiero che resti fisso nella nostra anima e ci guidi: “Lavoriamo, lavoriamo, ci riposeremo in paradiso”.
L’eterno riposo dona a loro Signore, diciamo, l’eterno riposo dia a noi il Signore a suo tempo, e il riposo sarà un riposo di beatitudine, di beatitudine eterna. Adesso, la benedizione.
1 Istruzione tenuta a Verona il 9 agosto 1961 in occasione del Corso di aggiornamento per le superiore dell’Italia Nord-Est. Trascrizione da nastro: A6/an 132b = ac 210a.
2 Cf 2Tm 4,8: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia».
3 Cf L’imitazione di Cristo, Edizioni Paoline, Milano 1982, I.XXIV,1, p. 85.
4 Cf Ap 14,4: «Seguono l’Agnello dovunque vada».
5 Cf Qo 1,2: «Vanità delle vanità: tutto è vanità».
6 “Eccetto amare Dio e servire Lui solo”. Cf Imitazione di Cristo, I,1.
7 Alberione Giacomo, L’Apostolato dell’edizione [AE], Edizioni San Paolo, 2000, Cinisello Balsamo (Mi), pp. 231.292.
8 Cf Ef 4,15: «Agendo secondo verità nella carità».
9 San Rustico martire (…- Lambaesis 259), celebrato a Verona il 9 agosto, insieme a san Fermo (… - Cartagine 250).
10 Cf 1Cor 3,8: «Ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro».
11 Cf 1Cor 15,41: «Ogni stella differisce dall’altra nello splendore».
12 Cf Ap 7,9: «Vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare».
13 Cf Mc 12,31.
14 Cf Lc 14,11.
15 San Giuseppe Allamano (1851-1926) rettore della basilica della Consolata a Torino dal 1882, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, amico e consigliere spirituale di Don Alberione.