Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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5. LA PURIFICAZIONE: IMPEGNO DI TUTTA LA VITA1

Abbiamo considerato che la vita nostra come preparazione al cielo dev’essere una continua purificazione, cioè una continua confessione e una continua comunione, cosicché il nostro cuore, la nostra mente si concentrino sempre più in Dio, e così uniti a Dio sulla terra, saremo uniti per sempre a Dio, nell’eternità.

Anzitutto la purificazione da quello che è il peccato volontario grave, da quello che è il peccato veniale, da quella che è l’imperfezione volontaria, da quelli che sono i nostri difetti. Poiché niente di macchiato entra in cielo. Per misericordia sua, il Signore ha disposto e creato il purgatorio, affinché coloro che passano all’eternità in grazia di Dio, ma ancora con delle responsabilità, con difetti, imperfezioni volontarie, possano finire la loro purificazione. È il purgatorio la purificazione, notando che è sempre meglio purificarsi di qua perché la purificazione non solo toglie quello che è male e le conseguenze del male, ma è anche meritoria. Il triplice lavoro: primo, sempre vigilanti su noi stessi e sempre controllarci se camminiamo bene per rimetterci a posto, se abbiamo dato qualche passo sulla via non buona, qualche parola, qualche sentimento, qualche atto che non piaceva al Signore. Secondo, l’esame di coscienza, sempre accompagnato dal pentimento, dal proposito e, terzo, sempre la confessione, la quale poi è una purificazione particolarissima, poiché l’anima viene lavata nel sangue di Gesù Cristo. Il battesimo ha lavato l’anima, ma camminando nella vita, strada facendo, è facile che un po’ di polvere venga a posarsi sull’anima, come quando si viaggia un po’ di polvere o un po’ di fango si deposita sugli abiti, secondo i tempi e le stagioni. Purificazione!

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Allora dobbiamo avere una sola paura, un solo timore, e d’altra parte una sola speranza, una sola certezza. La paura, cioè il timore di noi stessi, che l’amor proprio non ci permetta di finire la purificazione quaggiù. Una malata diceva: “Se potessi vivere ancora qualche giorno, mi pare che finirei la purificazione”. Ecco, qualche giorno l’ha ancora avuto. Ma, questa purificazione è opera di tutta la vita. Il Signore aiuta con la sua grazia e mediante il lavacro nel sangue di Gesù Cristo. Perciò adesso è stata aggiunta la giaculatoria: Benedetto il suo preziosissimo sangue. È la lavanda, il preziosissimo sangue quando si applica a noi particolarmente nella confessione in cui vi è l’“ex opere operato”, cioè la purificazione per lo stesso sacramento che si è ricevuto.

Paura di noi; paura che non abbiamo abbastanza fede, che la fede sia troppo languida, incerta; paura che non sia piena la fiducia nel Signore, perché vi possono essere tanti dubbi. Paura che la nostra freddezza, tiepidezza impediscano l’unione compiuta con Gesù, con Dio. Paura quindi di noi stessi. Paura particolarmente dell’amor proprio, quando noi non vogliamo purificarci interamente da certi difetti, abitudini... Se vi è l’orgoglio, la superbia, come siamo macchiati dentro, come dispiacciamo al Signore! Sappiamo noi misurare il male che è la superbia, che è l’orgoglio? Perché vi sono mali che provengono dai sensi; il senso che sbaglia, e naturalmente il senso sbaglia in quanto c’è il consenso della volontà. Però una parte di responsabilità dipende dal senso ma l’orgoglio, la superbia, la testa dura, la fissazione nelle nostre idee escludono la volontà di correggersi.

Quando non si occupa il tempo, e quello non si vuole correggere; quando si vive un po’ d’invidia o di rancore, di ricordi non buoni, e quello non si vuole troncare; quando vi è l’abitudine a parlare senza controllarsi; quando vi è l’abitudine a giudicare un po’ tutti; quando vi è l’abitudine anche a giudicare le disposizioni, l’abitudine a fare malvolentieri l’ufficio che porta certamente qualche sacrificio; quando vi è l’abitudine a perdere tempo nello studio, indifferenza nel pregare, e fantasticare; quando la superficialità, quando l’esame di coscienza non va a fondo, cioè non va a scoprire le cause, vi è allora una maschera

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di dolore, non c’è il dolore, perché alcune cose non si vogliono cambiare. Cambiare modo di pensare, cambiare modo di parlare, cambiare i sentimenti del cuore, mettere l’intenzione retta. Quando si toglierà il nero? Quando sarà tolto l’amor proprio per intero.

Questa purificazione riguarda anche l’uso dei sensi, la custodia degli occhi, la custodia del cuore, la custodia della fantasia, dell’immaginazione, la custodia della lingua. Può essere che dobbiamo dire anche la custodia del tatto, del senso del tatto. Qualche volta questo cuore che si sbilancia, oscilla un po’ tra l’amore di Dio e l’amore a qualche persona, l’amore a qualche sua particolarità, e cioè alle volte questo amor proprio si estende a cose che neppure si osano ricordare, e neppure si osano dire nella predica.

Discendere nel nostro intimo, vedere se lavoriamo sinceramente alla purificazione, perché vi può essere una maschera di proposito: “Ah, in quello non mi correggo... questo voglio continuare così... la mia abitudine è questa, sono nata così... Ho questo difetto, questo temperamento, questo carattere...”. Quando già si è fatta la pace con i difetti e allora praticamente si vogliono portare fino alla morte, si sarà purificati? Persone che vivono sempre con la mente nel passato, quindi alle volte mancano di fiducia per il timore: “Chissà se sono del tutto perdonata...”. Persone che vivono nel passato hanno una memoria di cose che alle volte non si dovrebbero neppure ricordare; persone che fantasticano per il futuro. Non abbiamo che il presente per servire Dio, per guadagnare meriti. Il futuro, chissà se l’avremo, il passato è già compiuto, non ci rimane che il presente per farci santi. Certo, per quanto noi vogliamo escludere le imperfezioni volontarie e anche le imperfezioni involontarie, qualche difetto lo si porta alla morte, anzi se ne portano tanti difetti fino alla morte. Anche i santi sono morti con dei difetti.

Ma quando c’è la detestazione e c’è il desiderio di perfezionare e di correggere, allora l’imperfezione non è più volontaria, quindi non impedisce la preparazione al paradiso, non ci prepara il purgatorio perché la si combatte, la si detesta con l’impegno quotidiano.

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Allora, l’esame che vada alle cause dei difetti, si estenda a tutto: ai pensieri, ai sentimenti, alle parole, alla volontà, all’impegno con il quale si compie l’ufficio, alla santa indifferenza di accettare quanto è disposto. Le cause sono l’orgoglio che ci fa velo, per cui non scopriamo, non andiamo a una più profonda conoscenza di noi stessi. Quindi l’esame non sia un esame superficiale e un’accusa che continua magari con le stesse parole, anche se un po’ variate... A volte non si va alla confessione con la fiducia nella grazia, si va combinando qualche cosa da dire al confessore, e poi si tira avanti con le chiacchiere inutili. Mentre ci andrebbe proprio il proposito con il dolore, proposito che però non sia una maschera, dolore che non sia una maschera. Se c’è una maschera, non c’è la realtà, c’è qualcosa di sembianza. Poiché la confessione è frequente, cioè settimanale, almeno, non si dovrebbe creare un’abitudine e anche una certa indifferenza. E non parlare della confessione senza bisogno, come dicono le Costituzioni.

Poi con il pentimento fermato su qualche punto principale, sulla causa degli altri difetti, delle altre imperfezioni, si fa un proposito determinato, il che vuol dire: negli Esercizi si è deciso di togliere qualche difetto e di acquistare qualche virtù, ora con la confessione continuiamo ad abbattere quel difetto, lo andiamo sminuzzando e lo riduciamo in polvere e poco per volta la polvere sarà portata via dal vento della grazia di Dio, dalla buona volontà che c’è.

Purificazione della vita, quindi di tutto l’essere. Se ognuna guarda le facoltà che abbiamo dal Signore, se noi guardiamo le grazie particolari ricevute nella nostra vita, se noi guardiamo poi tutte le circostanze della vita, allora la confessione non sarà stereotipata, una cosa che si riproduce sempre uguale; sarà un punto che si vuole combattere, su cui si vuol vincere, che si detesta, per cui si prega la Vergine di purificarci.

Guardarsi quindi da noi stessi, aver paura di noi, che il nostro amor proprio ci faccia velo, che il nostro amor proprio non permetta il vero dolore, non permetta il vero proposito. Paura di noi, ma speranza, certezza nella misericordia di Dio. Se noi mettiamo la nostra parte, la grazia di Dio sarà sempre più abbondante, la luce di Dio sarà come una lucerna che ci fa

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penetrare negli angoli, nei ripostigli, nelle pieghe dell’anima e del cuore per far luce, come la donna della parabola che avendo perduto la dracma, accende la lucerna, smuove i mobili e adopera anche la scopa per togliere la polvere, quel che poteva aver coperto e impediva di trovare2. Vi sono persone che hanno proprio bisogno di lucerna, cioè: «Lucerna pedibus meis verbum tuum»3.

Il libro di cui avete già diffuso un buon numero di copie, la vita di pietà, la vita di santità, la vita sacerdotale attuale, cioè la vita nel mondo attuale, fa osservare questo: quando si fa una pulizia superficiale nella confessione, è come quando si adopera la scopa, si pulisce lì dove più appare ed è più in vista la sporcizia, ma se poi si smuove l’armadio, il letto, e si va un po’ a fondo nei mobili, quanta roba alle volte verrebbe a galla, si scoprirebbe. Scoprire ciò che sta nelle pieghe dello spirito, nelle pieghe dell’anima. Mai scrupoli, perché moltissime cose, il più delle volte, non sono peccati, ma imperfezioni. Purificazione dobbiamo fare, altrimenti la purificazione la farà il Signore mandandoci a compiere quello che non abbiamo compiuto sulla terra, cioè la purificazione in quel luogo che si chiama di purificazione o purgatorio.

Ecco, vita di purificazione. Poi considereremo la vita di unione con Dio, particolarmente la comunione. Ma se non facciamo posto alla grazia mediante la purificazione, l’unione con Dio non si stabilisce. Se c’è il cuore occupato da qualche cosa, non può occuparlo il Signore, anche se solo in qualche angolo del cuore, c’è un po’ di amor proprio ancora vivo, operante, che regola un po’ la vita, regola il discorrere, l’osservanza religiosa, dà il tono di tiepidezza, di indifferenza su certe mancanze. Non scrupoli, ma volontà di emendazione, detestazione di tutto fino in fondo. Perché? Perché questa è la professione, attendere alla santificazione che ha due parti, purificazione e unione con Dio. Avanti in questo lavoro. È il lavoro della vita: purificazione e comunione, cioè unione sempre più intima con Gesù.

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In sintesi: paura di noi stessi. Paura che negli esami di coscienza e nelle confessioni manchino le disposizioni per emendarci; paura di avere un pregiudizio, quello di difendere le nostre imperfezioni e di far pace con queste imperfezioni, rassegnandoci a portarle fino all’al di là; paura di noi stessi, paura del nostro amor proprio: “Signore, dovete anche voi aver paura di me”, diceva un santo, e cioè che io mi opponga alla vostra grazia, che ci opponiamo alla grazia. Tutte chiamate alla santità. Ci facciamo santi? E da cosa dipende? Chiamati, abbiamo sicuramente le grazie. Allora tutto dipende da noi stessi: non ci può essere altro che questo.

Quindi confessioni che non siano maschere, cioè proposito che non sia una maschera, dolore che non sia una maschera, prima ancora esame che non sia una maschera o uno sguardo troppo superficiale; guardarsi anche dagli sguardi troppo ispirati a timori esagerati, cioè a scrupoli. Rettitudine, quindi.

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1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 19 luglio 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 129a = ac 201a. È la seconda delle tre considerazioni riguardanti la purificazione tenute in tre settimane successive.

2 Cf Lc 15,8-10.

3 Cf Sal 119,105: «Lampada per i miei passi è la tua parola».