Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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7. IL LAVORO INTERIORE1

 

Il lavoro interiore sta nel «Declina malum et fac bonum»”2, togli il male e metti il bene nella tua vita. Ecco, purificazione e comunione con Dio, purificazione dal male. Aggiungere ancora questa mattina una considerazione sopra questo punto. Nella coroncina che si recita per le anime del purgatorio, alla fine c’è un punto che riguarda noi, e cioè che possiamo evitare il purgatorio e prepararci all’ingresso immediato in cielo dopo che la nostra anima sarà separata dal corpo. Ora quali sono le cause, le ragioni per cui le anime hanno bisogno di compiere la loro purificazione di là? Le cause sono ricordate in quel punto della preghiera della coroncina: primo, il bisogno di penitenza ancora da compiersi o di qua o di là per i peccati commessi; secondo, evitare il peccato veniale con grande delicatezza di coscienza; terzo, vivere un fervore di amore di Dio sempre più intenso. Poi occorre il distacco da tutto quello che è terra, e da noi stessi; particolarmente questo, da noi stessi, affinché tutta la nostra anima sia riempita di Dio, cerchi solo Dio e che davvero si possa recitare l’Atto di carità: Vi amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, cioè anche sopra noi stessi, voi bene infinito ed eterna felicità. E inoltre occorre l’acquisto delle indulgenze che la Chiesa dispensa abbondantemente. Siamo alla Porziuncola3. Ora la purificazione comprende anche questi punti oltre a quelli già ricordati: primo, penitenza dei nostri peccati: «Delicta quis intelligit?»4 dice il Salmo. Chi capisce che cosa sia un peccato? Il peccato, l’offesa a Dio. Una povera creatura beneficata da Dio in mille maniere, che offende il Padre celeste che ci ha creati, offende il Figlio che si è rivelato,

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il Maestro Divino che è morto per ciascuno di noi, e offende lo Spirito Santo perché gli impedisce l’azione in noi. Egli, che vuole santificare tutto l’essere, è in noi e c’è quando siamo in grazia di Dio. Ma quando non lo si lascia operare nell’essere, è tenuto come legato nella mente, nel cuore e nelle attività, nella volontà.

Perciò la penitenza che dev’essere, in primo luogo, fare il contrario di quello che si è fatto quando si è commesso il peccato. Se allora ci sono state critiche, mancanze di carità, invidie, fare il contrario, cioè frenare la lingua, conservare un cuore ben disposto per tutti, parlare in bene e poi mostrarsi servizievoli. Fare il contrario di ciò che si era fatto quando noi abbiamo peccato. E può essere la mancanza di occhi, può essere di udito, può essere di gola oltre che di lingua, oltre che di tatto, oltre che di fantasia; mancanze acconsentite, volute, cercate. Ecco, penitenza! Allora è anche utile chiedere al confessore che voglia estendere il valore della penitenza sacramentale a tutto quel po’ di bene che si farà nella vita. Questo si può chiedere una volta tanto; la penitenza assegnata dal confessore generalmente non corrisponde al nostro debito con Dio, eccetto che l’anima vada al confessionale con una preparazione molto intensa e con un dolore che sgorga dall’amore, dolore perfetto perché sgorga dall’amore perfetto a Dio.

Secondo, penitenza, cioè delicatezza di coscienza, evitare il peccato veniale. Delicatezza: anime che comprendono le minime ingratitudini al Signore. Anime superficiali: non badano a tutti i torti che fanno a Dio, come avviene qualche volta che si offende il prossimo, si manca di riguardo, si parla poco bene. Se non siamo abituati a riflettere su noi stessi, si va un po’ così, sull’incerto, e si è grossolani con Dio, si manca di riguardo a Dio in mille cose. È mancanza di riguardo; qualche volta la mancanza di riguardo a noi ci fa sentire dispiacere. E Dio che è perfettissimo, non è più sensibile? Peccati veniali, quando si ragiona in quella maniera strana che può essere suggerita in noi solo dalle passioncelle o dal diavolo: tanto questo non è mortale, tanto non mi condanna all’inferno, tanto non mi vieta la comunione, tanto c’è neppure bisogno di confessarlo. E ci sono ragioni buone, ma le conseguenze non sono buone!

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La ragione è buona, ma le conseguenze sono troppo larghe. Se volessimo fare un sillogismo filosofico: le conclusioni non possono essere più larghe delle premesse, quindi per la purificazione evitare le venialità interne, ad esempio sentimenti interni o esterni. Venialità: le perdite di tempo, la trascuratezza nei doveri, negligenza nell’apostolato, nello studio e nelle altre cose che sono di dovere. Alle volte si può dire la preghiera che facevano recitare a noi chierici: Signore che moltiplicando i miei giorni, per la tua misericordia, cioè conservandomi in vita, non moltiplichi le mie negligenze, i miei peccati. Venialità. Quindi evitare la venialità deliberata, perché le debolezze, le fragilità, le imperfezioni, odiate e detestate, non portano conseguenze nell’anima, ma solo ciò che è deliberato, commesso a occhi aperti. Evitare le venialità che possono essere di superbia interna, di attaccamento, di avarizia e possono essere d’ira, d’invidia, di pigrizia, anche di curiosità. Evitare il veniale con grande delicatezza di coscienza. Non si permette che quando si va a tavola si trovi la tavola macchiata, sporca. È il nostro abito interno, l’abito dell’anima nostra che dovrebbe essere ben bianco. Evitiamo le macchie, togliamo le macchie che sono precisamente le venialità.

Terzo: per evitare il purgatorio, fervore di spirito! Il che significa una fede viva, una fiducia serena nei meriti di Gesù Cristo. Egli ha pagato per tutti gli uomini ma anche per tutti i peccati, che siano commessi interiormente come possono essere pensieri cattivi, vani, cercati, acconsentiti, nutriti, o che siano sospetti, giudizi contrari alla carità, o che siano senti-menti del cuore, sentimenti non solo d’orgoglio, ma anche piccoli rancori, preferenze tra l’una e l’altra, simpatie, antipatie. Tutto questo non sta col fervore. Fervore di spirito, quando si ama molto la pietà, si va per tempo, si occupa bene il tempo, vi si dà tutto il tempo. E se mai c’è un po’ di noia, quando il tempo è libero per noi, scegliere il tempo e riparare con due, tre, anche cinque minuti in più di orazione. Sì, fervore! A chi ha fervore, certo non succede che dal mattino quando ha fatto le pratiche, fino a mezzogiorno, non si ricordi di Dio o dei propositi. Quando c’è fervore, quando c’è una cosa che ci sta a cuore, la pensiamo tante volte. E se c’è qualche contraddi-

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zione che abbiamo avuto, qualche risposta negativa a domande che non dovevamo neppur fare, si resta turbati e quasi non si può dormire. Perché? Quando si perde tempo, si commettono i peccati e il dolore è così poco sentito; per una cosa da nulla pianti, indifferenza. Allora manca il fervore. Quando c’è il fervore si è vigilanti, il cuore si rivolge spesso alla chiesa, al tabernacolo. Fervore di spirito. E si mostra anche nell’uso delle giaculatorie, nelle comunioni spirituali… Quando c’è la tiepidezza, questa è contraria al fervore. Languore. Anche in chiesa si guarda ad altro. Raccogliersi! La tiepidezza si mostra in varie maniere che già abbiamo considerato.

Poi occorre il distacco. Perché siamo molto attaccati alla terra, non spicchiamo subito il volo verso il cielo. I piedi sono un po’ impiastricciati ancora con della pece, cioè con la terra. Si hanno ancora delle volontà proprie, si fanno progetti che qualche volta sono un po’ ispirati all’amor proprio; e si sente che il cuore, l’animo non è tutto abbandonato in Dio. Quando la ricerca di Dio è piena, allora sì che c’è questo distacco dalle cose della terra e specialmente dall’io, cioè dalle nostre vedute, dai nostri programmi, da ciò che vogliamo fare, piaccia o non piaccia, purché trionfi il nostro amor proprio. Allora occorre il distacco per evitare il purgatorio affinché l’anima sia già tutta aderente a Dio: «Omne quod venit ad me, non eiciam foras»5. Il Signore non rigetta colui che cerca Dio e lo cerca con tutta l’anima. Questo è l’amore.

Voi, bene infinito, eterna felicità. Quando in tutto si cerca Dio, allora vi è il distacco vero e per questa purificazione la Chiesa ci offre, apre il tesoro dei meriti di Gesù Cristo e quindi elargisce le indulgenze. Le indulgenze che possiamo acquistare sono tante e voi conoscete bene quelle che sono concesse per i Cooperatori e ogni membro della Famiglia Paolina può approfittarne. Le indulgenze che sono concesse per la Bibbia, e cioè per la Società Biblica Internazionale Cattolica6, per l’Ut Unum

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Sint7 e per il Santuario che frequentate. Quante indulgenze nel giorno della consacrazione furono concesse dalla Santa Sede8. Queste cose le avete già lette tante volte. Le indulgenze sono un tesoro che possiamo in primo luogo utilizzare per noi e in secondo luogo utilizzare per le anime del purgatorio. Giacché vi è questo modo di pagare i nostri debiti, perché non usarlo? Perché dobbiamo andare proprio al di là per pagare i nostri debiti con Dio, con le pene, con tante pene, con quella pena che ritarda il nostro ingresso in cielo, per cui non possiamo subito amare Dio perfettamente appena l’anima è uscita dal corpo. La pena più grande del purgatorio sta lì: la privazione della vista di Dio e del possesso di Dio e del gaudio di Dio. Privazione, cioè l’ingresso ritardato.

Allora ecco cinque mezzi per evitare il purgatorio e purgarsi di qua. Purificazione e cioè: fare la penitenza dei peccati, evitare il peccato veniale con grande delicatezza di coscienza, vivere in fervore di spirito, distaccare il cuore da ogni cosa, soprattutto da noi stessi. E poi le indulgenze che la Chiesa concede largamente. Compiamo perciò la nostra purificazione con tutti questi mezzi. E poi mediteremo sulla comunione, cioè l’unione stabile con Dio che sacramentalmente si compie nel ricevere Gesù eucaristico, e vitalmente si compie vivendo uniti a Dio e tendendo a trasformare la nostra vita in Gesù Cristo. La trasformazione nostra in Gesù Cristo, il «Vivit vero in me Christus»9.

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1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 2 agosto 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 131a = ac 205a.

2 Cf Sal 37,27: «Declina a malo et fac bonum: Sta lontano dal male e fa’ il bene».

3 Riferimento all’indulgenza della Porziuncola o “Perdono di Assisi”, concessa da papa Onorio III a san Francesco d’Assisi, il 2 agosto 1216.

4 Sal 19,13: «Le inavvertenze chi le discerne?».

5 Cf Gv 6,37: «Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori».

6 La Pia Unione Primaria “Società Biblica Cattolica Internazionale” della Società San Paolo ha origine nel 1924. È eretta in Unione Primaria e quindi pontificia da Giovanni XXIII, con un Breve Pontificio del 14 ottobre 1960. In tale Breve Pontificio vengono elargite le indulgenze. Cf SP dicembre 1960 in CISP pp. 506-508.

7 Nella seconda metà degli anni Cinquanta suor M. Domenica San Martino (1919-2007) Figlia di San Paolo, su incarico di Don Alberione, iniziò a Roma, nella casa di Via Antonino Pio, il centro “Ut unum sint” che con la pubblicazione di volantini e libri mirava a contrastare l’attività dei protestanti. In seguito il centro diventò un’attività ecumenica. Cf Martini C. A., Le Figlie di San Paolo - Note per una storia 1915-1984, Figlie di San Paolo, Roma 1994, p. 300. Indulgenze concesse all’Ut unum sint dalla Sacra Penitenzieria Apostolica il 12 dicembre 1960. Cf SP, gennaio 1961 in CISP pp. 516-517.

8 Favori spirituali per il Santuario della Regina degli Apostoli, SP, gennaio 1955 in CISP pp. 464-465.

9 Cf Gal 2,20: «Cristo vive in me».