Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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21. LA PREGHIERA DELL’ANGELUS1

 

Sono gli ultimi giorni dell’anno e poi, se la divina misericordia lo concede, i primi giorni del 1962. Già si sono ricordate le tre cose pratiche per concludere bene l’anno che volge al termine, e iniziare bene l’anno successivo.

Primo, riconoscenza al Signore, riconoscenza amorosa per i benefici ricevuti che sono tanto numerosi da non poterli contare, e tanto grandi che non potremmo apprezzarli del tutto mentre viviamo sulla terra.

Secondo, chiedere perdono perché nessun debito venga messo sul conto per l’anno successivo, ma tutto sia, per la misericordia di Dio, pienamente cancellato. Arrivare anche all’indulgenza plenaria che suppone un dolore molto intenso e che può togliere anche le conseguenze venute dalle cattive abitudini prese nei pensieri, nei sentimenti interni, nelle parole, nelle giornate dell’anno e nel tempo trascorso. Poi invocare per l’anno prossimo i lumi, le grazie, la luce, la forza, la generosità. Quindi il Veni creator e la rinnovazione dei voti battesimali, e per chi ha già fatto la professione, rinnovarla. Abbiamo meditato diverse volte sulla preghiera. Ora bisognerà che esaminiamo preghiera per preghiera.

E la prima che si presenta al mattino è l’Angelus, e così l’Angelus si ripete a mezzodì e alla sera. La Chiesa dimostra quanta importanza dia a questa preghiera. Nessun’altra preghiera è prescritta e consigliata tre volte al giorno. Perché? Il perché c’è. È la preghiera che ci ricorda il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio quando inizia la redenzione, quando il Figlio di Dio prende umana carne nel seno della Vergine Santissima. Avendo ricevuto dal Signore Gesù Cristo tutto il bene che egli ci ha portato dal cielo, essendosi compiuta la redenzione, aperta la via della salvezza, si chiede che per pas-

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sionem eius et crucem ad resurrectionis gloriam perducamur2: che per la passione e morte di Gesù Cristo arriviamo all’eterno gaudio.

Gesù aveva appunto, come Figlio di Dio, preso umana carne per morire. Per redimerci, non poteva morire come Dio, doveva morire come uomo. Per i meriti di questa sua passione e morte, è venuta la salvezza eterna. Il Vangelo della Messa3, che avete ascoltato poco fa, ricorda appunto il sacrificio dell’Agnello immacolato, Gesù Cristo. L’Agnello del nuovo tempo sostituisce l’agnello dell’antico tempo, l’agnello pasquale, per cui sono terminati tutti i sacrifici dell’antico tempo, perché c’è il sacrificio unico, valido per tutti, fino alla fine dei tempi.

Gesù aveva ricevuto fin da principio, il titolo di Agnello. Giovanni Battista aveva detto: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo»4. Egli è stato immolato come Agnello pasquale; è cessato così il sacrificio dell’agnello che veniva sempre ripetuto alla Pasqua. La celebrazione del sacrificio viene descritta con le cerimonie e il rito con cui si consumava l’agnello. Prima della venuta di Gesù, l’agnello doveva essere ucciso, immolato, non avere nessun osso rotto, essere pienamente ripulito dal sangue fino all’ultima goccia, per poterlo mangiare5. A Gesù non si ruppero le gambe, come si era fatto ai due crocifissi, «non romperete nessun osso»6 secondo la profezia. Gesù adempie anche la profezia di non mangiare l’agnello finché non sia dissanguato fino all’ultima goccia. Gesù viene trafitto e dal suo costato esce sangue ed acqua7, cioè le ultime gocce del sangue. Anche dopo la morte, Gesù ha continuato ad adempiere le profezie che erano state pronunciate dai profeti. Così, successivamente, adempì le profezie che riguardano la risurrezione cioè la sua glorificazione e la Chiesa da lui fondata.

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L’Angelus si divide quindi in tre parti: la prima parte riguarda la scena avvenuta nella casetta di Maria quando, come spesso viene detto e come l’arte l’ha voluta dipingere, stava meditando, leggendo la Sacra Scrittura.

E poi la seconda parte della preghiera, perché noi per la redenzione compiuta possiamo risorgere un giorno nella gloria. E quindi i tre Gloria Patri, per ringraziare il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, facendo come tre segni, tre inchini per l’adorazione al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo. Altri aggiungono altre preghiere, ma l’Angelus propriamente detto, finisce con l’Oremus. Angelus Domini nuntiavit Mariae, et concepit de Spiritu Sancto. Ecce ancilla Domini: fiat mihi secondum verbum tuum. Verbum caro factum est: et habitavit in nobis8. Questa è la scena, e ogni tratto della scena viene intercalato dall’Ave Maria.

L’angelo porta l’annunzio a Maria, l’annunzio che ella era la prescelta dal Signore perché era la benedetta fra le donne, la piena di grazia, colei che aveva sempre Dio con sé. L’angelo aggiunge a tutto questo: «Sei scelta fra le donne»9 ad essere la madre di colui che doveva venire nel mondo, il Messia Redentore. E quindi la promessa dell’angelo da parte di Dio: «Spiritus Sanctus descendet in te, virtus Altissimi obumbrabit tibi, et quod nascetur ex te sanctum vocabitur Filius Dei. Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio»10. Le tre divine persone quindi concorrono all’incarnazione del Verbo.

Poiché tutte le grazie dipendono dall’umiltà e dalla fede, questa grazia, immensa per Maria e immensa per l’umanità, è stata elargita al mondo, elargita a Maria perché ella aveva una grande fede; fede nel mistero dell’incarnazione, fede che nello stesso tempo si poteva congiungere la verginità più illibata con la maternità più alta. Ecco allora l’umiltà. Finché non siamo

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umili e non ci crediamo i più grandi peccatori, faremo sempre pochino nella vita e, anche se esteriormente tutti ci dessero dieci, il Signore potrebbe darci anche solo sei, o cinque, perché non facciamo rendere tutte le facoltà, le grazie che Dio ci ha dato.

Maria aveva la perfetta umiltà, la perfetta fede espressa nelle parole: «Ecco la serva di Dio, sia fatto secondo quello che hai detto»11. Queste parole vogliono dire: come vuole il Signore, come mi hai comunicato tu.

E allora, credendo alle parole dell’angelo, umiliandosi quanto poteva, si diceva la serva di Dio perché non poteva dire di essere una peccatrice, in quanto peccati non ne aveva. Si umilia quanto può umiliarsi e Dio compie il mistero che era stato predetto dai secoli: il Verbo si è fatto carne, abitò fra di noi e noi vedemmo la sua gloria, come dice l’apostolo san Giovanni. La sua gloria, la gloria della sua risurrezione, dell’aver redento l’umanità. Quindi Gesù Cristo sarà glorificato in eterno e sarà giudice dei vivi e dei morti, per essere premio ai santi e per essere giusto con gli ostinati.

Gratiam tuam, quaesumus Domine, mentibus nostris infunde12, affinché noi che abbiamo conosciuto l’incarnazione, la redenzione per mezzo dell’angelo, possiamo giungere alla gloriosa risurrezione. Per Gesù Cristo, per i suoi meriti, non per i nostri, venire arricchiti della grazia e quindi glorificati in Gesù Cristo.

Arricchiti della grazia divina, noi possiamo fare tante cose buone: osservare l’orario, ad esempio, cominciando dal mattino, fare l’apostolato, fare tante pratiche di pietà, tante buone azioni nella giornata, nel corso dell’anno, nel corso della vita. Ma tutto questo, anche se fatto bene, non servirebbe per l’eternità, per il premio. Ci vuole sempre la grazia che aggiunga a ciò che abbiamo fatto noi il merito, cioè Gesù Cristo, il quale interviene e alla nostra buona opera aggiunga il merito, i meriti della sua passione. Le ostie, quando sono preparate e portate

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all’altare, sono puro pane. Perché divengano la sostanza, corpo, sangue, anima, divinità di Gesù Cristo, occorre la parola della consacrazione, cioè bisogna che intervenga Gesù, che tolga la sostanza del pane e si metta lui.

Sono stato a vedere un pre-vocazionario13. Un bambino di nove anni, piccolo sacrestano, preparava le ostie, e mi dice: “Ecco, domani qui ci sarà Gesù”. Viene Gesù per la parola della consacrazione, nella quale il sacerdote rappresenta la vicenda della consacrazione fatta da Gesù Cristo nell’ultima cena. Quindi noi dobbiamo sempre confidare ed essere umili, perché senza che si aggiunga la grazia, la nostra azione non merita, non conquista, non vale il premio del cielo. È un’azione buona a livello naturale, ma ci vuole la soprannatura, cioè la grazia. Partecipiamo sempre “per redemptionem”, per la redenzione di Gesù Cristo, per i suoi meriti, perché la nostra azione valga per l’eternità e abbia il premio e sia quindi soprannaturale.

Allora ringraziamo il Padre che è intervenuto con la sua potenza operando l’incarnazione, cioè la creazione di un corpo, di un’anima. Lo Spirito Santo è venuto poi a santificare quel corpo e quell’anima. «Allora colui che nascerà da te sarà il santo». Il grande mistero dell’incarnazione, il principio della redenzione di tutta l’umanità è lì: quello è il grande giorno del nuntio vobis: «Vi annuncio un grande mistero, una grande gioia, vobis gaudium natus est vobis, è nato il Figlio di Dio, il Messia»14.

Ricordarlo tre volte al giorno significa sempre ricordare l’esempio di Maria, ricordare il principio della nostra redenzione, ricordare che tutte le grazie ci vengono da Gesù Cristo e che tutto il valore soprannaturale delle nostre opere dipende dalla sua grazia, cioè dalla partecipazione ai suoi meriti. E ricordare che da Maria dobbiamo imparare la fede, l’umiltà. E poiché la fede e l’umiltà assicurano la salvezza e la santità, allora ricordiamo tre volte al giorno la fede di Maria, l’umiltà di Maria.

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Così Dio potrà spargere sulla nostra vita tutte quelle misericordie che già ci ha destinate perché possiamo giungere ad resurrectionis gloriam, per passionem eius et crucem. Non perché meritiamo noi, ma perché Gesù aggiunge alle buone opere il valore del suo sangue.

Diciamo bene l’Angelus? Lo prendiamo come la preghiera di inizio, per cominciare bene la giornata in fede e umiltà? E continuiamo la giornata ricordando di nuovo la fede e l’umiltà? E chiedendone ancora? E poi chiudiamo la giornata pensando se l’abbiamo trascorsa in fede e umiltà? E ripetiamo l’atto di fede e di umiltà insieme a Maria?

Angelus: che grande scena ci ricorda, quanti pittori, quanti poeti, quanti musicisti hanno ricordato questo divino mistero dell’incarnazione! Mysterium Christi15. Noi lo ricordiamo nella pietà, come preghiera.

E non abbiamo bisogno di cambiare i propositi ma impegnarci per pregare bene e dire devotamente l’Angelus dovunque siamo. Questo sì, dirlo con devozione, intelligenza, umiltà, fiducia.

Se una persona si propone questo: i miei Angelus, gli Angelus che dirò in tutta la mia vita voglio che siano per la perseveranza e corrispondenza alla vocazione, possiamo pensare che una preghiera che viene ripetuta tre volte al giorno, per tutta la vita, ha tutte le condizioni per essere esaudita. La perseveranza è la cosa principale: se preghiamo tutta la vita, tre volte al giorno, con umiltà, riconoscendo di aver bisogno di Dio, saremo esauditi.

Se siamo redenti, se siamo come siamo, tutto dipende da quel grande momento, quando l’angelo aspettava il consenso di Maria a dire il suo sì per accettare la divina maternità. Occorre quindi l’umiltà e la fede e poi la fiducia nell’intercessione di Maria, nell’applicazione dei meriti della passione di Gesù Cristo.

Tale preghiera ha tutte le condizioni per venire esaudita ogni giorno. Oggi rispondo bene alla mia vocazione, e domando questo tre volte. Domani chiedo di nuovo la grazia di cor-

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rispondere bene alla mia vocazione. E lo farò nuovamente per trecentosessantacinque volte nell’anno moltiplicato per tre e poi moltiplicato per gli anni di vita che dà il Signore. Ci sono tutte le condizioni perché la preghiera sia veramente esaudita da Dio.

Con queste intenzioni, ognuna di voi dica: voglio essere una vera Figlia di San Paolo, vivere veramente secondo le Costituzioni. Vere Figlie di San Paolo, sempre migliori Figlie di San Paolo, sempre più sante Figlie di San Paolo. E così una grande raccolta di sante fra di voi. Sempre chiedere questo: vere sante Figlie di San Paolo con i tre Angelus quotidiani.

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1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 28 dicembre 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 143b = ac 225a.

2 Dall’Oremus dell’Angelus.

3 Non è il Vangelo della Messa, ma la prima lettura del 28 dicembre, cioè dei Santi Innocenti, che parla dell’Agnello pasquale (cf Ap 14,1-5).

4 Cf Gv 1,29.

5 Cf Es 12,1-8.11-14.

6 Cf Gv 19,33.36.

7 Cf Gv 19,34.

8 L’angelo del Signore portò l’annunzio a Maria ed Ella concepì per opera dello Spirito Santo. Ecco l’ancella del Signore. Sia fatto di me secondo la tua parola. E il Verbo si è fatto carne. E abitò fra noi.

9 Cf Lc 1,30. L’espressione testuale è «hai trovato grazia».

10 Cf Lc 1,35.

11 Cf Lc 1,38.

12 Infondi nel nostro spirito la tua grazia, Signore… Parole iniziali dell’oremus dell’Angelus.

13 Dal Diario Sp. risulta che Don Alberione il 28 novembre si reca a fare visita al pre-vocazionario delle Pastorelle a Saliceto Panaro (MO) e il giorno seguente visita il pre-vocazionario delle Pie Discepole di Thiene (VI).

14 Cf Lc 2,10-11.

15 Mistero di Cristo.