Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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9. I NOSTRI STUDI1

 

Siamo nella novena della natività di Maria e del Nome santo di Maria, che si celebra il 12 del mese corrente; e attraverso Maria invochiamo lo Spirito Santo. Tutti hanno bisogno della grazia dello Spirito Santo. Chi insegna e chi studia, in modo particolare, deve domandare la luce dello Spirito Santo affinché siamo illuminati e si illuminino altri in ordine alla vita eterna.

Che cosa ha detto Gesù? «Lo Spirito che io vi manderò dal Padre, egli vi insegnerà tutto, e vi suggerirà tutto quello che vi ho detto»2, come se l’aveste dimenticato, in sostanza. E coloro che hanno finito di studiare domandino la grazia che lo Spirito Santo suggerisca quello che hanno appreso nella scuola perché non la dimentichino, affinché la cosa sia compiuta, perfetta.

Ecco la prima osservazione su questa considerazione un po’ slegata, a modo di ricordi. La prima osservazione-ricordo è questa: vi si deve chiamare insegnanti o Maestre? Cioè: coloro che fanno scuola, che compiono questo ufficio in San Paolo3, devono essere dette “insegnanti” o “Maestre”? Insegnanti sono quelle chiamate impropriamente maestre, che fanno scuola nelle elementari, nelle medie… È poco essere insegnanti. È molto essere Maestre!

Bisogna riflettere il Maestro Gesù. Che cosa significa che una persona, una religiosa sia Maestra? Vuol dire che si fa “via verità e vita”. Se la Maestra non si considera così diviene un’insegnante. Sarebbe «aes sonans et cymbalum tinniens»4; come la campana che suona invita gli altri a pregare, ad andare in chiesa, ma lei non ci va. Il tamburo farà chiasso, anche rintronerà le orecchie, ma non è altro che un rumore. Invece la Maestra

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dev’essere dotata di qualità ben diverse dall’insegnante. Deve riflettere il Maestro Divino, dire le stesse cose del Maestro Divino, dirle nel modo che ha tenuto il Maestro Divino. Precedere con la pratica, vivendo quello che insegna; e ottenere le grazie per sé affinché l’insegnamento giovi a sé per la vita eterna, e giovi alle anime, alle alunne (il Vangelo usa piuttosto la parola discepoli): «Andate, insegnate, fate mie discepole tutte le nazioni»5; così da essere canali che prendono l’acqua da Gesù, «Fons aquae salientis in vitam aeternam»6 e poi la trasmettono.

Allora, che cosa significa in particolare essere Maestre? Innanzitutto significa, come ha detto Gesù, essere via. La via che vuol dire essere una persona molto virtuosa, una persona che vive la sua vocazione, una persona che comprende chi ha sotto di sé, cioè comprende le persone a cui deve insegnare, quello che dovranno essere nella vita, perché l’insegnamento è ordinato alla vita.

Scuola e vita, si dice. Scuola e vita, perché impariamo per trasmettere. Si faccia sempre così. Abbiamo imparato da altri, dalla Chiesa, e trasmettiamo ad altri. «Vos estis lux mundi»7, come Gesù, che disse: «Ego sum lux mundi»8.

La Maestra deve quindi essere una persona molto pia, molto virtuosa, molto osservante, molto amante della Congregazione. Dovrà essere molto intelligente per capire cosa dovranno fare le sue discepole, onde poter dare a loro tutto quello di cui hanno bisogno per l’apostolato e per la santificazione: che si dia tutto. E d’altra parte, questo esigerebbe che una persona abbia fatto molto apostolato, almeno in una parte modesta, moderata, secondo il tempo che ha avuto, secondo l’età che ha raggiunto. Una persona che viva la vera vita paolina, ecco. Essere “via” col far partire sempre dalla bocca una parola saggia che illumina, che aiuta, che incoraggia, che sostiene.

Secondo, “essere verità”. Vuol dire possedere quel che si deve insegnare. Gesù ha fatto scuola tre anni, e la Maestra deve imitare Gesù in questo periodo. Come ha fatto scuola? Non era

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una scuola di insegnanti, era una scuola vitale, «Et vita erat lux hominum»9. La luce che diventa vita, la vita che è luce. Una verità che non è recitata, ma è meditata ai piedi del SS.mo Sacramento; una verità che viene sentita. Perché? Un grande spirito di fede, un grande amore alla Chiesa, un grande amore alle anime. La Maestra è talmente convinta delle verità che deve insegnare, che è portata a insegnarle perché vorrebbe comunicare quello che ha. E che cosa ha? Ha la fede, ha la grazia e vuole comunicare questo. E allora le parole che escono sono sempre parole ispirate a convinzioni profonde; non solo, sono ispirate soprattutto dall’amore alle anime, e sono ispirate con quella chiarezza e semplicità che veramente giova. Deve avere quindi un grande spirito di fede, e prima della lezione trattarne con Gesù, essere talmente convinta e sentire quello che dovrà insegnare che le parole escano come una predica. La scuola della Maestra religiosa, specialmente se insegna materie sacre, non si distingue dal pulpito perché quella luce che accende diviene vita, affinché ciò che si è appreso, si viva.

Quindi la Maestra dev’essere vita. Vita in che senso? Anzitutto, ella abbia molta grazia, viva la vita in Gesù Cristo, nella scuola: «Vivit vero in me Christus»10. Chi insegna sia sempre raccolta e compresa come quando il Maestro Divino pronunciava i suoi discorsi e spiegava le verità, i discorsi dell’ultima settimana della sua vita, e gli altri, per esempio con Nicodemo, con la Samaritana e specialmente il discorso della montagna.

Vita che comunica la vita, che porta ad amare Dio; che porta l’alunna a diventare discepola, perché segue gli esempi della Maestra, perché ha imparato, ha appreso le verità. Sia discepola perché vive e man mano che va avanti nelle verità si perfeziona, perché non ci può essere nell’uomo qualche cosa di diviso. La persona è una sola, e cioè l’unione di volontà, di mente, di cuore, tutto insieme, in maniera che gli anni di teologia siano un perfezionamento.

Certo, ci vuole molta umiltà, molta corrispondenza tra Maestra e discepola. Bisogna che si preghi vicendevolmente;

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che nelle comunioni ci si ricordi vicendevolmente. E come si potrebbe insegnare bene se non si arrivasse a questo?

Ci sono i corsi seminaristici che preparano i sacerdoti diocesani, nei quali la verità, la via, la vita si sente di più. Poi ci sono i corsi accademici che hanno un altro scopo: voi dovete fare il corso seminaristico, cioè ordinato alla vita, in modo che la verità appresa si possa e si sappia poi scrivere e diffondere. E quindi cosa bisogna pensare? Fino a un certo punto, gli studi sono comuni: classi elementari, ginnasiali, liceali. Ma arrivati a quest’ultima tappa, c’è la distinzione: chi vuol farsi medico, chi vuol farsi avvocato, chi vuol farsi sacerdote, chi vuol farsi ingegnere… In Germania, i sacerdoti fanno anche il liceo pubblico, noi lo facciamo nei seminari. E poi frequentano teologia, perché la teologia si insegna anche all’università. Poi chi vuol prendere medicina prende medicina, ognuno ha le sue varie facoltà.

Gli studi che fate voi, continuando l’istruzione che si dà in comune, sono ordinati a preparare Maestre di novizie, a diventare insegnanti, Maestre di altri, a ripetere le stesse scuole magari all’estero: «Vi do quel che ho ricevuto»11. Accanto a questo, ci vuole la scuola d’apostolato perché ci siano le scrittrici, le conferenziere, perché si trattino quegli argomenti che è necessario secondo i casi, come fate nelle settimane, che possono essere bibliche, catechistiche, vocazionarie, o altre, come sarebbero le settimane del cinema.

Ora però bisogna sempre dire che ci sono gli apostolati di redazione, di tecnica, di propaganda. In fondo, hanno tanto in comune, ma tendono anche a un qualcosa di proprio, perché la tecnica deve procedere, perfezionarsi, la propaganda deve perfezionarsi e l’insegnamento deve perfezionarsi. Allora tutta la Congregazione può procedere.

Occorre tuttavia un’organizzazione. Non si può fare a meno della tecnica, non si può fare la scuola sotto le piante, in qualsiasi modo, perché adesso dev’essere più organizzato.

Ma sempre il principio dominante dev’essere questo: imparare per vivere, scuola e vita. Tutto e solo ordinato a quello che si deve fare nella vita. Molte cose che ci sono nei libri di

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teologia vanno per gli studi accademici, e vanno di più per i sacerdoti, perché devono essere anche Maestri vostri, oltre che essere sacerdoti. Quindi vi sono cose che devono prendere loro e che non sono necessarie per voi, perciò un po’ più di metodo americano: due anni dedicati specialmente per imparare la dottrina della Chiesa, gli altri due anni per darla. Ad esempio, si possono far fare dei componimenti dopo che si è spiegato il De Verbo incarnato12, si possono fare dei lavori che siano anche ordinati a essere pubblicati, in generale, in forma di articoli. E d’altra parte si deve insegnare il metodo, la didattica perché un domani si possa fare scuola e si possa compiere la propaganda, la diffusione. Nessuno può fare a meno di occuparsi della diffusione, perché siete proprio per questo, e tutto il lavoro di redazione, di tecnica, è ordinato alla diffusione.

In questi giorni, si ricorda molto il papa che ha scritto una lettera13, in memoria di Rezzara14, grande sociologo, che ogni anno o almeno ogni due anni, veniva a farci le lezioni in seminario; bravo padre di famiglia, molto profondo nella sua parte. Il suo insegnamento è stato tanto utile, tuttavia i suoi progetti sono rimasti un po’ lettera morta. E molte cose che già lui aveva scritto, sono entrate anche nella Mater et magistra15. Vedeva avanti, molto avanti.

Non si cada in errore. La redazione da sé, cosa vale? La tecnica da sé, cosa vale? Valgono in quanto servono alla diffusione, cioè in quanto arrivano alle menti, alle anime, mediante la propaganda. Quindi sempre ordinare in questo senso.

Perciò, quante cose bisogna ancora dire. Ad esempio, voi non siete così tenute a tutti i programmi, e precisamente a tutta l’organizzazione degli studi come viene fatta nei seminari, negli atenei, perché quelli parlano in generale, ma voi dovete

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parlare in particolare. Attraverso la nostra Congregazione, il nostro apostolato, la nostra redazione e la nostra diffusione, sarete come luci nel mondo. Poi, è vero, quando si sarà più avanti, se una ha un ufficio particolare, sempre si perfezionerà, o in redazione o in insegnamento, sempre di più. Ma tutto e solo è ordinato all’essere paoline.

Tutto questo richiede particolarmente due cose: precisa dottrina e poi la difesa della dottrina nelle circostanze nostre. Quali sono i principi che sono ostacolati, su cui si fanno maggiori obiezioni, perché dobbiamo vivere in questo tempo. Quali difficoltà ci provengono dai comunisti, dagli atei, dai protestanti, dai razionalisti… Prepararsi a scrivere e a parlare in difesa.

Ora, come si potrebbe fare in pratica? In pratica, per essere “via verità e vita”, si dev’essere tutto insieme. Faccio un esempio, come penso il vostro studio e il modo di tenere nell’insegnamento ed essere veramente Maestre. Si arriva, supponiamo, al trattato De Eucharistia16: si fondono tutti e tre i trattati, il trattato di teologia, il trattato della morale corrispondente, e della liturgia. Si fondono sempre insieme, perché poi si ripetono: prima dogmatica, poi morale e poi liturgia. A ripetere prima l’uno poi l’altro, si perde molto tempo. Invece se li fondiamo, facciamo partire tutto dai principi: presenza reale, sacrificio della Messa e comunione, che poi è vita. Fare domani la comunione che è la vita; tutti insieme vogliamo attingere «Ut vitam habeant et abundantius habeant»17. La Maestra e le scolare non si distinguono, si può dire, fuorché nella posizione di chi deve insegnare e di chi deve apprendere. Quindi ordinare tutta la dogmatica, la morale, la liturgia, perché si possano fare domani delle belle ore di adorazione, ascoltare meglio la Messa e fare meglio la comunione. E poi passare all’apostolato.

Come insegnerò questo? Dell’eucaristia, sia sotto l’aspetto dogmatico o morale o liturgico, e sia ancora sotto l’aspetto di comunicarlo e portarlo alle anime. Quindi scrivere e stampare convenientemente. Ci sono degli album che sono quasi perfet-

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ti, e ci sono degli altri invece che sono curiosità. Portare al sacramento, perché la confessione è quella che distacca dal male, ma la comunione è quella che ci dà Iddio, sommo bene, eterna felicità. Come ne scrivo, come ne parlo, come ne uso? Come insegno a usare, in maniera tale che dopo escano infervorate? Dite lo stesso della confessione. E poi lì entra unito, non solo dogmatica, morale e liturgia, ma anche il diritto canonico. La morale non può essere distinta dal diritto canonico, mai. La patristica, la storia ecclesiastica, la storia dell’arte e tutto quello che si riferisce alla storia, deve fare un corpo solo, perché la storia non procede distaccando una cosa dall’altra; è l’umanità che è vissuta. Allora si sentono le dottrine di quel tempo, si conoscono i costumi, si conosce com’era praticato il culto, com’era la dimostrazione della vita attraverso l’espressione dell’arte. Una cosa completa e mai che si fermi alla scuola: arrivare alla vita, arrivare all’apostolato.

Vi è tutto un lavoro da approfondirsi, ma anche da semplificarsi. Approfondirsi e semplificarsi, così come predicava il Maestro Divino. Quando assomiglierete al Maestro Divino, sarete le più brave Maestre, e loro saranno brave discepole: «Dixit discipulis suis»18.

Ora, che cosa dobbiamo concludere? Dobbiamo concludere che se sarete anche un po’ originali nell’insegnamento, sarete più “paoline”, perché san Paolo ha riassunto il Vangelo, lo ha fatto suo, lo ha vissuto e lo ha comunicato in quella maniera che voi, più o meno, già conoscete. Le sue lettere sono dei monumenti che dureranno, finché dura il mondo, non è vero? E quanti discepoli si è fatto, quante vocazioni si è fatto, quante chiese ha fondato, quale efficacia ha avuto il suo ministero, e come in questa maniera si è santificato: «Vivit vero in me Christus». «Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis: io ho ricevuto dal Maestro ciò che ho insegnato a voi»19.

Quindi crearvi una mentalità paolina a questo riguardo e anche un’organizzazione nello studio e dei programmi vostri. Certo, molto avete già fatto. Tuttavia se voi non immettete l’a-

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lunna nell’apostolato e nella vita di maggior perfezione religiosa, quando avrà finito lo studio, si troverà di fronte a difficoltà insormontabili, si spaventerà: come faccio a dare tutto quello? Da una parte non hanno più voglia di scrivere perché vedono una montagna di cose e non sono mai soddisfatte di quello che scrivono, e non sanno ridursi a quella semplicità e a quella chiarezza senza ricordare i testi, e se devono fare una conferenza vanno a studiare in un altro libro, come se non avessero studiato niente. Dare quel che20....

Possiamo essere utili in modo mirabile ma potremmo anche diventare inutili, perché se non va proprio alle anime e alla santificazione delle anime, ad quid21? Sarebbe stato meglio che almeno avessi saputo fare catechismo o avessi saputo organizzare la propaganda o avessi fatto un lavoro tecnico; in questo modo lo scritto passa alla tecnica, la tecnica alla propaganda, la propaganda arriva alle anime.

Sarete veramente Maestre, tutto l’Istituto è un magistero. È tutto un magistero. Per questo possiamo chiamare Maestre le superiore che alle volte hanno fatto la quinta elementare. Ma quando sanno comunicare quello che riguarda la santificazione religiosa, in questo sta il loro magistero. Quando sanno insegnare la propaganda o sanno insegnare la tecnica se hanno la direzione della tecnica, allora divengono Maestre perché sono Maestre di santificazione (primo articolo delle Costituzioni), e Maestre di apostolato (secondo articolo delle Costituzioni). Allora «Super senes intellexi»22, voi diventate più sapienti dei maestri, «Super docentes me»23. E quella figliuola che magari ha solamente fatto la terza, e sa diffondere bene il Vangelo e il catechismo, fa un apostolato magnifico, perché tutto le esce dal cuore, da una convinzione profonda, da un amore grande alle anime.

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1 Meditazione tenuta alla comunità di Roma il 6 settembre 1961. Trascrizione da nastro: A6/an 137a = ac 215b. Stampata in ottavo. La meditazione è stata pubblicata nella raccolta I nostri studi, uso manoscritto, Roma dicembre 1961, pp. 62-73.

2 Cf Gv 14,26.

3 “San Paolo”, corrisponde alla Congregazione e, in senso lato, alla Famiglia Paolina.

4 Cf 1Cor 13,1: «… come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita».

5 Cf Mt 28,19.

6 Cf Gv 4,14: «Sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

7 Cf Mt 5,14: «Voi siete la luce del mondo».

8 Cf Gv 8,12: «Io sono la luce del mondo».

9 Cf Gv 1,4: «E la vita era la luce degli uomini».

10 Cf Gal 2,20: «Cristo vive in me».

11 Cf 1Cor 11,23.

12 Trattato sull’Incarnazione del Verbo.

13 Giovanni XXIII, Lettera al Card. Giovanni Urbani in occasione delle celebrazioni in memoria di Nicolò Rezzara, 14 agosto 1961.

14 Nicolò Rezzara (1848-1915) sociologo e politico italiano. Fervente cattolico si impegnò in molteplici iniziative. Consigliere della istruzione di Bergamo, lottò strenuamente, appoggiato da papa Pio X, per salvare la libertà di insegnamento e incrementare la scuola cristiana.

15 Giovanni XXIII (1881-1963), enciclica sociale Mater et Magistra, promulgata il 15 maggio 1961.

16 Trattato sull’Eucaristia.

17 Cf Gv 10,10: «Perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

18 «Disse ai suoi discepoli».

19 Cf 1Cor 11,23.

20 Piccolo distacco sul nastro.

21 A che scopo.

22 Cf Sal 119,100: «Ho più intelligenza degli anziani».

23 Cf Sal 119,99: «Sono più saggio di tutti i miei maestri».