Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

Effettua una ricerca

Ricerca Avanzata

13. VOTO E VIRTÙ DELLA POVERTÀ
Articoli 154-168


IV Istruzione, Castel Gandolfo, 17 agosto 19581




Appunti di sr. Nazarena De Luca

La povertà è il dono a Dio di tutte le nostre cose esterne, come la castità di tutte le interne e l’obbedienza di tutta la nostra libertà.
Tutto deve essere usato per il servizio di Dio e per l’apostolato. Bisogna aver molta cura delle cose dell’Istituto. L’ozio è un’ingiustizia che si fa alla comunità, non solo si manca al voto di povertà.
Anche il perder tempo è mancare di povertà. Se sarete generose in questo, progredirete di molto.
La povertà suggerisce la cura di occupar bene il tempo e questo è tanto, tanto importante. Far rendere le cose che già ci sono.
~
Appunti di sr. Maddalena Verani

Oltre alla castità e all’obbedienza, c’è la povertà, il dono a Dio delle cose esterne. Povertà… la quale può essere anch’essa un voto e una virtù. Il voto della povertà è il mezzo per arrivare alla virtù della povertà. Tutto offerto e usato per il servizio di Dio e l’apostolato.
Di per sé nemmeno un’immagine si potrebbe donare. Anche per l’elemosina si deve chiedere il permesso alla superiora.
Se una si fa suora, non è dispensata dalla legge comune del lavoro. L’amore al lavoro per tutte; nessuna deve stare in ozio, che è una ingiustizia che si fa alla comunità. Quando uno perde tempo e non lavora, si vìola la povertà. Anche il Papa insiste su questo punto2. Il nostro Istituto non è mendicante, anche se è bene, quando è necessario, cercare beneficenza.
Se sarete generose anche in questo progredirete molto di più.
Si fa come Gesù.
Quelle persone che sono ricche e non hanno da provvedere ai figli, possono fare qualcosa alla Chiesa e alla società con la beneficenza.
Si lavora per poter provvedere ai bisogni dell’Istituto. La povertà ci fa volere le cose non per noi, ma per l’Istituto e suggerisce la cura di occupare bene il tempo. Far rendere le cose che già ci sono.
~
14. VOTO E VIRTÙ DELLA POVERTÀ
Articoli 169-174 (conclusione)


I Istruzione, Castel Gandolfo, 18 agosto 19581




L’articolo 1692 dice: «Le suore tengano in grandissimo conto la povertà religiosa volontaria3, fondamento, vigore e ricchezza di tutta la perfezione cristiana, della vita religiosa in particolare e dell’apostolato. Quindi non solo osservino fedelmente quanto prescrive il voto di povertà, ma anche incessantemente cerchino di progredire nella pratica della stessa virtù della povertà»4. La perfezione sta sempre nel vivere Gesù Cristo; e quanto più perfettamente si vive di Gesù Cristo, tanto più l’anima si perfeziona. Vivere Gesù Cristo nei pensieri e secondo la fede; e vivere Gesù Cristo nei sentimenti secondo il cuore del Maestro Gesù; e vivere Gesù Cristo nella vita pratica esterna, e possiamo dire nella volontà.
Ora, come si presenta Gesù nella sua vita? Dobbiamo sempre considerare Gesù dal presepio al sepolcro, alla risurrezione, alla salita al cielo: Gesù alla destra del Padre, Gesù nell’Eucarestia. I misteri del rosario ce lo mettono sotto gli
~
occhi - diciamo - il suo modo di vivere; e il premio, la gloria che egli ha conseguito con la sua vita santissima, poverissima.
La povertà è una grande ricchezza, viene a dire il libro delle Costituzioni. L’anima rinuncia a tante cose della terra, comodità e gusti, perché la religiosa ha tutto in comune: il vitto, l’abitazione, il vestito; ha nulla di proprio se non quello che, come abbiam considerato ieri, dicono le Costituzioni: in quanto può conservare la proprietà, ma non l’uso, l’usufrutto e l’amministrazione5 [che] non sono libere. Quanto più il cuore si distacca dalle cose della terra tanto più cercherà i meriti per il cielo. Non è che l’uomo, consecrandosi a Dio, l’anima consecrandosi a Dio e privandosi delle cose della terra sia una stolta, sia uno stolto l’uomo: no, è un buon negoziante… si priva per il maggior bene. Come se uno mettesse qualche lira o qualche centinaia di lire al Gioco del Lotto6 per guadagnar di più… solo che nel Gioco del Lotto è molto incerta la speranza di guadagnare!, ma qui certa, è sicura: Beati i poveri in spirito perché di essi è il regnum caelorum, è il regno dei cieli [Mt 5,3]. Allora? Allora bisogna dire: si lascia il poco per il tanto, e si lascia quello che dovremo poi lasciare… perché in punto di morte tutti lasciano tutto per conquistare ciò che mai si perderà, ciò che è eterno, cioè i beni supremi. Oh, se si sapesse considerare la gloria dell’anima in paradiso! E si sapesse considerare anche la felicità dello stesso corpo, dopo la risurrezione finale, quando sarà uscito dal sepolcro e sarà riunito all’anima e parteciperà con l’anima alla felicità eterna. E non sarà mica più un vestito così! Si spendono tanti soldi nel vestirsi… non sarà mica più un vestito così fragile, fatto di materia che poi si deteriora, si consuma. Eh, no! Le ricchezze del cielo non possono essere rubate e nessuna cosa può consumarle: la ruggine non può distruggerle [cf Mt 6,19-20]; e il corpo risusciterà ornato di una veste splendida, tutta di cielo, diciamo, e veste inconsuntibile7, sì.
~
Così si sapesse pensare come la casa del Padre Celeste è ornata quando il Padre Celeste, come dice Gesù nel Vangelo, farà sedere alla sua mensa celeste i suoi figlioli [cf Lc 22,30]: porta questo paragone il Maestro Divino, neh! Se sapessimo tenere povere le nostre case e nel decoro religioso sicuro, ma sempre tutte conformate allo spirito di povertà… che splendida casa avremmo in paradiso: domus non manufacta [cf Eb 9,24], una casa che non è stata fatta da nessun ingegnere della terra, ma dall’ingegnere celeste! L’architetto del mondo è il Figliolo di Dio, e sul disegno del Figliolo di Dio fu creato il cielo e la terra e fu creato il paradiso. Oh! Quindi la povertà è un vero negozio8, splendido! Negozio di chi è più prudente, di chi è saggio, di chi possiede la sapienza celeste, non la sapienza terrena soltanto. Una donna o un uomo, un operaio che si dedicano con impegno a curare, tesaurizzare sulla terra per il cielo, ne san di più di chi fa altissime speculazioni e altissimi studi: quale sapienza allora! Quindi non è una stoltezza ma è una sapienza. Ecco, quell’anima riceve il dono della sapienza, della scienza, del consiglio, dell’intelletto, i doni dello Spirito Santo… e allora può saperne assai di più: «Super senes intellexi»9 [Sal 119 (118),100].
Ecco, una fanciulla la quale lascia la sua casa come santa Chiara10: con tutte le comodità che poteva avere in casa sua, ricca come era la famiglia, nobile come era la famiglia; e da san Francesco d’Assisi11 viene vestita poverissimamente: ai piedi due sandali grossolani, un vestito povero e il velo sul capo. È stata una stoltezza per santa Chiara uscire dalla sua casa ricca, comoda, dove aveva tutto quel che poteva desiderare a tavola e nel vestire e in tutto il complesso della sua vita? Ah, no no!, questa è una grande sapienza! Davvero anche qui si possono applicare le parole del Maestro: «Non omnes capiunt verbum istud» [Mt 19,11], non tutti capiscono queste parole: «Beati
~
i poveri» [Mt 5,3]. Si capisce: non tutti i poveri ma quelli che [sono] poveri di spirito, in spirito... cioè non quegli straccioni o viziosi che han consumato e sprecato tutto, ma quelli che volontariamente [lo scelgono]. Perché il cielo è il gran bene il quale è proposto a tutti gli uomini, ma è libera la scelta… poiché ci sono le due strade: la strada stretta, e che mette capo al cielo, e la strada larga. Oh! Ma la religiosa cerca la strada più stretta, più stretta dell’ordinario, perché vuole vivere nella povertà; e non perché non si abbia, ma perché si è rinunziato a una carriera, a una vita e a un’amministrazione libera, a degli abiti che potevano soddisfare l’ambizione, eccetera.
Però bisogna sempre dir questo: che in generale le vocazioni vengono scelte tra i poveri, come la grande vocazione Gesù, la grande vocazione Maria, la grande vocazione Giuseppe. E quindi le figliole venendo in convento generalmente portano poco o niente; qualche volta bisogna pur dare loro l’abito o altre cose, bisogna ancor prepararle a casa, eccetera. Oh! Ed è poi facile dire: Rinunzio a tutto quando non si è nello stato di Pietro il quale, quando fu chiamato, aveva una barca e si guadagnava il pane con il lavorare sul lago, pescando e vendendo i pesci; allora è facile a dir la formula: Faccio il voto di povertà, sì. E poi difficile è la pratica giorno per giorno; ed è poi facile che non si abbracci la povertà in tutto il suo senso, quella di Gesù Cristo… è poi facile in quanto che si vuole sempre qualche cosa di più comodo, qualche cosa di più soddisfacente: e lavorar meno, perder tempo, poi piccoli contentini, piccoli contentini… in modo che vi sono religiose che non sembrano mai soddisfatte.
Sì, [però] vi sono anche religiose che hanno bello il parlatorio perché devono trattare con persone abbastanza distinte, ma poi nell’interno, eh: si osserva una povertà a tavola, dove non c’è neppure la tovaglia; e poi l’orario di lavoro: quanto intenso; e l’arredamento: quanto povero, sì. Sono stato a visitare un convento di Roma e appena entrato abbiamo notato, con chi mi accompagnava, come era tutto elegante, un parlatorio, due, tre, tutti [così]; ma poi, siccome c’è una certa intimità con chi dirige quella casa, entrando nelle altre
~
stanze, che povertà! Il letto… e che sedie, proprio di quelle poverissime che si adoperano dai pastori… e così la tavola e così tutto il complesso, sì… e che vita di lavoro, oh! Allora è la vera povertà.
Vedere di - primo - produrre, perché la vera povertà produce come Gesù e Giuseppe al banco di lavoro. E Gesù era ricchissimo - tutto il mondo è suo - e nacque in una grotta che non era sua, e fu posto in una greppia su un po’ di paglia; e là ricevette per prima cosa le prime offerte, la Sacra Famiglia: così cominciò quella vita di povertà. E quando fuggì in Egitto, e che strade e che mezzi avranno avuto! - allora il gran servizio nei viaggi era fatto dagli asini, come è ancora uso tra la povera gente in quella regione degli orientali -. E poi figuratevelo bambinello, fanciullino di cinque, sette, dieci anni: la piccola scodella, il povero letto, la poverissima casa.
Si vuol avere alle volte il lusso di chiamarsi povere e di aver professato i voti, ma non di professar la povertà pratica. Ah, povera povertà che è sempre disdegnata, compassionata... mentre che Gesù l’ha presa con sé e san Francesco di Assisi l’ha fatta sua sposa! Vedendo che era disprezzata la povertà e che tutti cercavano la comodità e il lusso e una vita soddisfacente e di successo12, una vita tale che soddisfaceva i sensi, egli ha lasciato tutto; anche ha gettato là in mano del padre il mantello, quando il padre innanzi al Vescovo lo richiamò perché rinunziasse all’eredità, ai beni, onde non abusasse più di distribuire i beni ai poveri13. Oh! E come visse? C’è ancora qualche, diciamo, qualche residuo di quelle casucce dove non si potevano neppure allungare le gambe per dormire né si poteva star completamente in piedi, perché erano basse, e dove bisognava o star seduti o inginocchiati per terra oppure uscire di casa per stare del tutto in piedi, là sul Rivotorto… le casucce erano per sé e
~
per i suoi14. E sono amati perché son poveri i suoi figlioli… quelli che conservano la povertà; quelli che non han conservato la povertà sono andati un po’ scadendo, e diverse delle ramificazioni si son poi sciolte, diverse ramificazioni […]. Se non… finché c’è la povertà, c’è la benedizione di Dio e le case prosperano: perché il Signore manda a chi adopera tutte le cose per la sua gloria, per far del bene; e non manda a chi le adopera per starsene bene!

Allora bisogna discendere bene in particolare: ricordarsi che la prima mortificazione […]15
16Nutrirsi sufficientemente, va bene, sebbene poveramente; riposare il tempo necessario, ma impiegare tutta la giornata a tradurre tutta la vita in apostolato. E con il nome di apostolato si intende tanto la cucina come una conferenza vocazionaria: si lavora! Ché, siccome tutto è indirizzato al lavoro vocazionario, è tutto apostolato: anche chi fa la cucina fa il suo lavoro vocazionario.
Adesso chiediamo a Gesù nella Messa lo spirito di povertà.

Sia lodato Gesù Cristo.
~

1 Anche il Nastro originale di questa Istruzione non è stato trovato. Per avere un’idea dei contenuti proposti dal PM ci serviamo degli appunti di sr. Nazarena De Luca e di sr. Maddalena Verani, che li hanno rivisti e corretti.
Gli articoli delle Costituzioni presi in esame dal PM, dovrebbero essere quelli che vanno dal 154 al 168. I contenuti degli appunti del qND e del qMV rimandano però, soprattutto, ad espressioni che si ritrovano sia nell’aggiunta di sua mano che il PM appone nel Ds dopo l’articolo 169, sia negli articoli successivi riguardanti il voto povertà. Vedi p. 127, nota 4.

2 Vedi p. 39, nota 10.

1 Nastro originale 33/58 (Nastro archivio 37a. Cassetta 37, lato 1. File audio AP 037a). Titolo Cassetta: “Art. 169. Povertà”.

2 Nel Ds l’ultima cifra del numero di questo articolo, come anche del precedente, è stata corretta a mano, probabilmente dal PM.

3 Nel Ds la virgola è aggiunta a mano.

4 Questo articolo porta una rilevante aggiunta del PM di sua mano, i cui contenuti ritroviamo nel commento sia della precedente sia della presente Istruzione: «La pratica della povertà esige l’amore al lavoro per tutte le suore. L’Istituto vive di lavoro (apostolato) e beneficenza: ma non è mendicante. La povertà vera produce, cura la beneficenza, provvede, mortifica le contrarie tendenze; ha cura di occupare il tempo; sa chiedere, in modo conveniente, aiuti per le opere buone e nuove».

5 Cf C ’58, art. 155.

6 Gioco a scommessa basato sull’estrazione di numeri, che in Italia è legale e statale dal 1863.

7 Intende: che non si consuma.

8 Termine da intendere secondo l’etimologia latina. Sta per: affare.

9 «Ho più intelligenza degli anziani».

10 Santa Chiara d’Assisi (1193 c.-1253). Per gli eventi che si riferiscono alla sua vocazione, cf Leggenda (o Vita) di santa Chiara vergine, 1-8, in FF 3154-3172.

11 San Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), chiamato il “poverello d’Assisi”.

12 Il PM non conclude la parola.

13 Tra le fonti che ricordano questo episodio, cf Vita del Beato Francesco [Vita Prima] di Tommaso da Celano, VI, 13-15, in FF 341-345.

14 Si riferisce al Sacro Tugurio che fu culla della prima comunità francescana nei pressi di Assisi. Formato da tre piccoli vani, di cui il centrale è adibito a cappella, è custodito dentro il noto Santuario di Rivotorto, che prende il nome dal ruscello che vi scorreva accanto. La tradizione vuole che san Francesco abbia redatto in questo luogo la prima stesura della Regola. Cf ib., XVI, 42, in FF 394.

15 Interruzione per cambio del nastro magnetico sul lato 2 della stessa bobina.

16 La parte finale che segue, non passata nel Nastro archivio, è ricavata dal Nastro originale. Ne abbiamo trovato riscontro nel qND: «La prima mortificazione nella vostra famiglia è il lavoro. Tradurre tutta la vita in apostolato. Siccome tutto è indirizzato al lavoro vocazionario, tutto è apostolato: anche lo stare in cucina. Chiediamo ora nella Messa a Gesù lo spirito di povertà»; e nel qMV: «Ricordarsi che la prima penitenza e la mortificazione esterna è il lavoro, tradurre tutta la vita in apostolato, il lavoro vocazionario!».