Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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V. PAROLE DALLA CROCE (1)
Il leggere attentamente il Passio è già una meditazione, perché si entra nei particolari di quello che Gesù ha fatto per noi e si capisce bene la promessa, l'impegno di Gesù buon Pastore: «Io darò la vita per le mie pecorelle» [cf. Gv 10,15]. E' proprio ora che egli compie la promessa, l'impegno che aveva determinato, preso quando si era dichiarato il buon Pastore. E la vostra considerazione va specialmente ordinata in questo senso: che cosa ha fatto il buon Pastore per le pecorelle? Che cosa farà la pastorella per le pecorelle?
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Gesù è morto per le pecorelle. No, non stupitevi se dovrete anche patire nella salute per il vostro apostolato parrocchiale. Non dovete stupirvi se la vita, le forze meglio si consumeranno gradatamente nelle opere pastorali. E non stupirsi se proprio sul campo del lavoro e nell'apostolato stesso e magari a mezzo del cammino della vita si fosse chiamati al premio.
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Gesù ha concluso la sua vita a trentatré anni, ma bastava. E ha lasciato dietro di sé continuatori. Così /lasceremo/ (a) dietro di noi i continuatori, /lascerete/ (b) dietro di voi le continuatrici se oltre al lavoro parrocchiale voi tenete sempre l'occhio fisso a casa madre: vocazioni. Fornirla di vocazioni.
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La storia della passione già l'avete letta. Oh! Ora alcune riflessioni sopra le parole di Gesù in croce. Già le avete /lette/ (a), tuttavia è utile fermarsi a comprendere un po' meglio il senso e applicarcelo a noi. Sono sette le parole di Gesù in croce.
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La prima parola [è] una parola di pace: «Padre, perdona loro perché non sanno /quel che si facciano/» (a) [Lc 23,34]. Solo Gesù, Dio poteva dire questo perché egli scrutava i cuori. Sapeva quelli che operavano in buona fede, come i crocifissori: erano esecutori materiali; non capivano niente quei soldati.
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Invece vi erano gli ostinati farisei. Quando Gesù aveva parlato: «Ancora un poco qui, ancora un poco mi vedrete e poi non mi vedrete più» [cf. Gv 7,34]; più tardi, rivolto ai farisei: «Mi cercherete, ma in peccato vestro moriemini [Gv 8,21], morirete nel vostro peccato», tanta è l'ostinazione! Ostinazione che impedisce il perdono.
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Gesù non può applicare il suo sangue a una persona ostinata perché ci vuole il dolore, il pentimento per ricevere l'assoluzione <dal> dal Signore. Anche se il confessore la desse, non sarebbe confermata, perché <è con> l'assoluzione vale quando è confermata in cielo: «Quel che avrete assolto sulla terra sarà assolto in cielo» [cf. Mt 18,18; Gv 20,23]. Sì, sempre che vi siano le disposizioni di /pentimento/ (a) o di proposito. Altrimenti è una farsa una confessione: «Mi accuso, mi pento..» e... o non si accusa del tutto, oppure non c'è il pentimento del tutto [per] quel che è il peccato grave. Non parliamo adesso delle venialità.
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Quindi il Signore Gesù <si ri> specialmente parlava di quelli che in buona fede avevano eseguito l'ordine. E cioè: averlo crocifisso, essersi divise le vesti, aver giocato la tunica: «Padre perdona loro perché non sanno /quel che si facciano/ (a) [Lc 23,34].
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Ma anche un po' noi dobbiamo dire: molte volte quando si commette il peccato non si riflette. E può essere una cosa improvvisa e <non> magari non è peccato, una cosa di fragilità. Ma qualche volta si fa un po' ad occhi aperti e cioè c'è la responsabilità. Tuttavia bisogna dire che questa responsabilità viene da una irriflessione e cioè: sì, si pensa un po' tanto da esser responsabili, ma non si pensa pienamente a che cos'è un peccato. Diversamente uno non direbbe mai questo, se ha un po' di fede, un briciolo di fede: «Eh, mi prendo questa soddisfazione e mi assoggetto all'inferno eterno». Chi sarebbe così stolto?
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«Padre, perdona loro perché non sanno /quel che si facciano/» (a) [Lc 23,34]. E allora bisogna che noi diciamo nella confessione, e cioè quando ci pentiamo dei peccati, diciamo: «Eh, non ho proprio badato a quel che facevo, se no non l'avrei commesso questo».
Confessare che siamo stati irriflessivi, e tuttavia in confuso sapevamo che cos'era peccato. Poi, sì, quando si è in peccato veramente di malizia...
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Poiché ci sono i peccati di irriflessione e ci sono i peccati <di> di malizia e ci sono poi i peccati di ostinazione: quelli che avevano commesso e stavano continuando a commettere i farisei che insultavano ancora Gesù dopo averlo crocifisso. E [erano] tanto ostinati che volevano assicurarsi che egli non venisse più fuori dal sepolcro: perciò le guardie al sepolcro.
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Altra parola è quella di Gesù ai due ladroni. I due ladroni crocifissi con Gesù insultavano come il popolaccio e i farisei. Oh. I due ladroni anche loro insultavano Gesù dicendogli: «/Se tu sei il Cristo/ (a), salva dunque te e noi» [Lc 23,39]. Ma a un certo punto uno si ravvede: ebbe la luce. E quindi mentre l'uno continuava a insultare, l'altro gli fa osservare: «Non temi tu Iddio, [tu] che soffri la stessa condanna?» [Lc 23,40]. Per noi, con giustizia siamo condannati perché riceviamo degna pena dei nostri delitti, ma lui che male ha fatto? [cf. Lc 23,41].
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Ecco. Forse possiamo anche noi far la stessa confessione: Gesù è crocifisso, ma che male ha fatto se <non> l'abbiam fatto noi il male? Poiché il crocifissore di Gesù è il peccato. E' il peccato, non altro. E questo buon ladrone pentito, e quindi <ri re> riconoscendo il suo male, si rivolge a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando ritornerai nella maestà del tuo regno» [Lc 23,42]. Era il primo <de> che confessava Gesù Cristo re: nella maestà del tuo regno, ricordati di me!
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Ora vedete, il Salvatore era venuto proprio per i peccatori. E tuttavia dei peccatori ce ne son di due specie: di ostinati come il ladrone cattivo, e quelli che si arrendono come il ladrone buono. E quante volte voi, allorché assistete i malati e li visitate, troverete delle persone disposte a ricever la grazia e altre magari ostinate fino al termine <dei> dei loro giorni.
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Vedete, il Salvatore sulla croce si preoccupa dei peccatori, quindi i primi li scusa. E qui la risposta al buon ladrone qual è stata? «Oggi sarai in Paradiso con me» [Lc 23,43], e cioè senza purgatorio: «Oggi sarai in Paradiso con me». Vedete, il primo trofeo, la prima vittoria di Gesù Cristo è di entrare in paradiso accompagnato da un ladrone. E' venuto proprio per noi peccatori, ecco.
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Quindi non scoraggiarci mai; c'è sempre ancora il crocifisso anche se noi siamo stati cattivi: una buona confessione, un vivo pentimento, un desiderio in paradiso con questa gloria: accompagnato da un ladrone.
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Oh, altra parola di Gesù è il suo dono finale. Già aveva dato se stesso con il dono dell'eucaristia, e poi siccome l'eucaristia deve <prostrarsi>, protrarsi fino alla fine dei secoli, ha dato il sacerdote che continuasse a consecrare e continuasse a dire a tutti gli uomini, secolo per secolo, giorno per giorno: «Prendete e mangiate [Mt 26,26], questo è il Corpo di Gesù». Corpus Domini nostri Jesu Christi, ecco: «ti custodisca per la vita eterna».
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Allora gli rimaneva da darci la madre. Quindi le sue parole: «Donna, ecco il tuo /figliuolo/» (a) [Gv 19,26], e accennava con lo sguardo Giovanni: «/Giovanni/ (b), ecco [la] tua madre» [Gv 19,27] e indicava con lo sguardo Maria. Dono supremo! Perché sapeva il Signore che siamo deboli, fragili; siam sempre bambini, tante volte, e insipienti, e crediamo di esser molto sapienti, molto furbi, molto bravi qualche volta.
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Ci fidiamo di noi e allora, quando ci fidiamo di noi, siam arrivati all'insipienza più umiliante e più pericolosa, perché allora <si prover> si proverà, cioè il Signore lascia che proviamo la nostra insipienza permettendo cadute, perché, sottraendo la grazia, noi non sappiamo e non possiamo resistere a una vita costantemente buona, santamente condotta avanti.
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Oh, allora, sapendo questo Gesù ha voluto che noi fossimo accompagnati nella vita da Maria: «Ecco tua madre» [Gv 19,27].
Sì, voi potete prendere il vostro nome e sentire Gesù che vi dice, vi chiama per nome: «Ecco tua madre». Guarda: è tua madre. E dicendo madre si dice un gran cuore.
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Allora, ecco la divozione a Maria: «Accompagnatemi, perché son debole». Ma farci bambini! E il punto è quello. Perché vi sono quelli che si credono già chissà che cosa: sapienti, capaci, furbi, e che non abbian bisogno di nessuno quasi. Questi, siccome non si fan bambini, Maria non può dar loro la mano. La mamma dà la mano al bambino, non al figlio quando ha trent'anni.
Essere umili! E: «/Se non vi farete come questo piccolo/ (a), non entrerete nel regno dei cieli» [Mt 18,3]. Perché? Eh, perché non avrem la mamma che ci accompagna.
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Viene poi un'altra parola di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» [Mt 27,46]. Questo non significava che il Padre avesse abbandonato il figlio e che questa espressione fosse una espressione di disperazione. Ma poi dobbiamo penetrare il senso un momento anche, almeno chi ha il lume di Dio.
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Gesù vivendo aveva sempre la visione del Padre e sentiva sempre che <la sua> la persona in lui era la Persona seconda della santissima Trinità. Quindi irradiava nell'umanità cioè nell'anima e nel corpo di Gesù Cristo una gioia: la beatitudine in sostanza. Godeva sempre la beatitudine celeste.
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Per un miracolo e perché Gesù provasse fino all'estremo l'amarezza della morte e fino all'ultimo dolore - perché non è quello dei flagelli che sia il più grave o il sudore di sangue - per un miracolo il Signore non ha voluto che la beatitudine della divinità, <persona di Cri, cioè della persona di Cri>, - seconda Persona della santissima Trinità - riflettesse la sua beatitudine sul corpo. Quindi si sentì solo: l'umanità! Perciò la distinzione: è lasciata (a) a sé l'umanità affinché provasse l'estrema amarezza. Allora il massimo dolore, perché tutto il resto della passione è meno. E' meno! Sebbene tutto sia doloroso, ma è meno di questo: «Perché mi hai abbandonato?» [Mt 27,46]. E la risposta del Padre era quella: il sacrificio fino alla fine.
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Stamattina avete cantato: Proprio filio suo non perpercit Deus (a), il Padre celeste non ha risparmiato il figlio. Niente! Lo ha fatto soffrire fino all'estremo perché fossero scontati tutti i peccati, anche gli estremi, <più gra> più numerosi e più gravi. Pagava tutto quello che avevano mancato /gli/ (b) uomini: quello che avevano mancato nel dargli la gloria, nel riconoser[lo] come Dio e nell'evitare l'offesa a Dio, ecc.
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«Padre, perché mi hai abbandonato?». E tuttavia il Padre lo ha bene illuminato, ha illuminato l'umanità. Però aveva tale grazia da poter soffrire e non aveva <il riflusso, l'influsso> il riflesso della beatitudine celeste. E allora lo hanno interpretato male, ma il senso è quello.
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«Ho sete» [Gv 19,28], una parola che aggiunse Gesù. «Ho sete» [Gv 19,28]. Una sete materiale certamente c'era perché quando un[o è] morente, si sente arso dalla sete e le labbra asciutte, la lingua, la gola asciutta e tanto che si vedono le labbra tremare. E allora ai morenti si dà almeno qualche goccia, <e> oppure si mette un pannolino sulle labbra, un pannolino <ii> inzuppato nell'acqua per moderare quell'arsura. Certamente, ma specialmente questa febbre, quest'arsura è nei crocifissi, perché <tut> poi soffre tutto il corpo. La febbre va al massimo grado allora e dopo si muore, poco dopo.
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Oh, sete però soprattutto spirituale, sete di anime! Questa sete accompagni sempre la pastorella. E quando aiuta un'anima, un poco estingue la sua sete, ma non la estingue veramente: la calma. E quando una suora comincia ad aiutare un'anima per la sua salvezza, allora la sete viene crescendo, perché da una parte si calma, ma dall'altra si accende.
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Quelle che hanno un certo zelo, quando han compiuto un'opera, s'incoraggiano, fan di più dopo! E se hanno aiutato un'anima, dopo ne vorrebbero aiutar dieci, cento. E hanno nel cuore il pensiero di pregare per tutte le anime del mondo.
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Vero spirito di pastorella: sempre maggior sete! Quella sete che Gesù provò fino all'estremo, perché era venuto proprio per le anime. Il Padre celeste, così aveva il Padre amato il mondo da dare il suo figlio, e qui non gli ha risparmiato l'estremo dolore: per noi, sempre per noi.
Però <fra le al, le cose> fra le anime di cui dovete aver sete per portarle a Gesù, ci son particolarmente le vocazioni.
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Adesso vi aggiungo una cosa che forse non vi ho mai fatto sentire bene: che avete un obbligo di riconoscenza verso la Pia Società San Paolo, e cioè di aiutare le vocazioni maschili, cioè: ragazzetti, giovanotti magari, e anche le vocazioni tardive, cioè quelle che vanno fino ai diciotto, venti, ventiquattro, venticinque anni. [La] Società San Paolo vi dà i sacerdoti. E contate un poco le ore di confessionale che fanno qui in questa casa dai sacerdoti. Contate un po' le funzioni, la partecipazione, ecc.
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Avete da restituire! Ma non badiamo mica alle cose materiali - perché veramente il sacerdote deve vivere del suo ministero -. Ma compensare lo spirituale con lo spirituale: noi cura delle vostre anime specialmente delle vocazioni qui in casa madre, e voi cura, cioè indirizzare giovanetti e poi - avevo detto - vocazioni tardive, perché quest'anno vogliamo fare questo passo: almeno alcune vocazioni tardive, perché la prima volta che s'incomincia le cose sono sempre così: che il primo numero è uno, poi verranno due, verranno tre, ecc. Oh!
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Quindi la sete di Gesù. Ma sete di anime scelte che sono le chiamate <a Di> da Dio. E quante volte noi incoraggiamo, particolarmente in confessionale, le persone che son dubitanti e <che> pure tuttavia si vede chiaro che il Signore ha posto gli occhi sopra di loro e le vuole. Il sacerdote deve dare il suo aiuto.
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Allora che cosa ha fatto? Hanno dato da bere dell'aceto. Ecco, ancora aceto. Ce n'era già stato tanto aceto! Cioè <tante> tanto di pene aveva già gustato il Signore! Ma egli esclama: «Tutto è compiuto!» [Gv 19,30].
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Era tutto compiuto sì, perché aveva finito di dare il suo sangue si può dire, e se gli rimaneva qualche goccia nel centro del cuore, sarebbe venuta fuori per la lanciata. Ma aveva predicato il Vangelo, aveva segnato <la via di> la via da percorrere cioè coi suoi esempi. Poi aveva stabilito la Chiesa, istituito i sacramenti, istituito l'eucaristia, dato il sacerdozio e annunziato il capo della Chiesa: «Sopra di te, Pietro, stabilirò la mia Chiesa» [cf. Mt 16,18]. Quindi era fatto tutto ciò che egli doveva compiere, perché venuto sulla terra: «Tutto è compiuto».
Riconoscenza neh? Tutti i beni che abbiamo ci son da Dio, da Gesù.
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E poi, per la sua confidenza - perché quelle parole: Perché mi hai abbandonato?» [Mt 27,46; Mc 15,34] non indicavano diffidenza - per la sua massima confidenza; «Padre /rimetto il mio spirito nelle tue mani/» (a) [Lc 23,46]. Eh, la morte: «Rimetto il mio spirito nelle tue mani».
Fare di tanto in tanto, specialmente nel ritiro mensile, l'atto di accettazione della morte, la preghiera della buona morte. Sempre più sentita questa accettazione della morte con i dolori e le circostanze che l'accompagneranno. Oh!
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La grazia della buona morte corona tutte le altre grazie perché è l'ultima e perché da quel momento dipende l'eternità. Se una morisse con presunzione, se una morisse con la disperazione, come si troverebbe? C'è bisogno di grande grazia, speciale grazia in quel momento. Perciò non diciamo solamente alla Madonna: «Prega per noi adesso», ma aggiungiamo: «e nell'ora della nostra morte». E Gesù volle morire sotto lo sguardo di Maria, davanti a Maria.
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Chiedete sempre che la Madonna ci venga ad assistere negli estremi momenti come è andata ad assistere al suo divin figliuolo Gesù. Allora: «Possiamo chiamarti e poi morir», in pace.
E Maria porterà l'anima nostra al suo figliuolo.

Albano Laziale (Roma)
31 marzo 1961

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(1) Albano Laziale (Roma), 31 marzo 1961.

83 (a) R: lascieremo.
(b) R: lascierete.

84 (a) R: letto.

85 (b) V: quello che fanno.

87 (a) R: pentimenti.

88 (a) V: quello che fanno.

90 (a) V: quello che fanno.

92 (a) V: Non sei tu il Cristo?

98 (a) V: figlio.
(b) V: Omette.

101 (a) V: Se... non diventate come i fanciulli.

104 (a) R: lasciato.

105 (a) Antifona alle lodi del venerdì santo. Cf. Liturgia delle ore, II, pag. 426.
(b) R: agli.

116 (a) V: nelle tue mani raccomando lo spirito mio.