«La casa di Roma: carissima, bellissima, desideratissima»
I documenti
I documenti di cui si presenta l’edizione critica in questa sede sono custoditi presso l’Archivio storico generale della Società San Paolo, ubicato nel complesso della Casa generalizia della congregazione[1]. La fondazione dell’archivio, che conserva numerose testimonianze scritte datate tra i primi anni del Novecento e i giorni nostri, coincide verosimilmente con il 1936, ovvero con il trasferimento di Don Giacomo Alberione dalla casa madre di Alba alla casa di Roma: a partire da tale data, la casa romana divenne la principale sede delle attività del Fondatore e dei suoi collaboratori e, di conseguenza, anche il luogo deputato alla stesura e alla conservazione dei documenti della congregazione. Ufficialmente menzionato per la prima volta nelle Costituzioni della Pia Società San Paolo del 1941,
l’archivio contiene innumerevoli fonti per la storia paolina, come manoscritti, memorie e opere a stampa del Fondatore e di numerosi sacerdoti e discepoli perpetui, oltre a documentazione relativa alla presenza paolina nel mondo e a riviste e pubblicazioni prodotte dalle tipografie della Società e dalla casa editrice San Paolo: un ingente complesso documentario, che serba la memoria storica della congregazione, ne custodisce il carisma e ne rappresenta la fonte ispiratrice.
Tale documentazione è stata in passato ed è tuttora oggetto di ricerca da parte di numerosi studiosi di storia paolina, a cui si deve un fondamentale contributo nella ricostruzione delle vicende della Pia Società San Paolo nell’ambito della fratellanza carismatica della Famiglia Paolina fin dai suoi albori[2]: la nostra edizione critica si inserisce nel solco di questi lavori, con l’intento di portare alla luce nuovi elementi di indagine e di offrire ai futuri ricercatori
una base documentaria inedita per progredire nella conoscenza della parabola di vita della congregazione, dall’intuizione di Don Giacomo Alberione, ispirata dal Signore e lungamente attesa nel suo cuore, fino ai giorni nostri.
L’archivio annovera tra le sue fonti più preziose la corrispondenza del Primo Maestro, confluita nel fondo “Giacomo Alberione”, con alcuni membri della Società San Paolo e della Famiglia Paolina: dai suoi figli della prima ora, che accompagnarono la parabola fondazionale della congregazione, a giovani in formazione, desiderosi di intraprendere la vita religiosa. Gli interlocutori di Don Alberione custodirono a lungo le missive da lui ricevute in forma di lettere manoscritte e dattiloscritte, biglietti, aerogrammi, telegrammi e appunti, donandole poi all’archivio: un patrimonio archivistico che abbraccia gran parte del XX secolo, ricco di informazioni su dinamiche umane e istituzionali, sulle relazioni della Società San Paolo con il mondo civile ed ecclesiastico e sulla fondazione e la gestione delle case paoline in Italia e all’estero. Tra le migliaia di testimonianze di tale tenore, assume particolare rilievo lo scambio epistolare intercorso tra Don Alberione e don Giaccardo, datato tra il 1923 e i mesi immediatamente precedenti la prematura scomparsa di quest’ultimo, avvenuta il 24 gennaio 1948. Si tratta, nello specifico, di 1225 lettere raccolte in diciotto fascicoli, recentemente oggetto di un lavoro di inventariazione e digitalizzazione.
La presente edizione riguarda gli ottantotto documenti raccolti nei primi due fascicoli dell’aggregazione logica, risalenti al periodo compreso tra il gennaio 1923 e il dicembre 1927 e attualmente noti come le più antiche testimonianze originali delle relazioni epistolari tra il Fondatore, don Giaccardo e la comunità paolina. Le lettere datate tra il 1923 e il 1925 (docc. 1-10) afferiscono prevalentemente ai periodi che il Primo Maestro trascorse a Roma,
impegnato con la pratica per il riconoscimento della Pia Società San Paolo come istituto di diritto diocesano, di cui aggiornava con frequenza la comunità paolina di Alba. Invece gli atti datati a partire dal 15 gennaio 1926 (docc. nn. 11-88), ovvero successivi all’arrivo a Roma di don Giaccardo e dei primi paolini, costituiscono la corrispondenza intercorsa tra Don Alberione, nuovamente ad Alba, e la comunità romana, alle prese con l’avvio delle nuove case della congregazione. La comunità in questione era composta da poco più di una decina di aspiranti sacerdoti e discepoli, a cui si aggiunsero in seguito altrettante ragazze in procinto di divenire Figlie di San Paolo; questo primo nucleo di giovanissimi piemontesi richiamò ben presto nuove vocazioni sul posto, crescendo notevolmente in breve tempo.
Sfortunatamente, sono state rinvenute soltanto le comunicazioni inviate da Don Alberione, con ogni probabilità perché custodite dallo stesso don Giaccardo, mentre non vi è traccia delle missive destinate da quest’ultimo al Primo Maestro. Tale circostanza è riconducibile all’abitudine di Don Alberione di trattenere presso di sé soltanto quanto da lui considerato funzionale alle sue attività in corso. Agli scritti indirizzati ai suoi carissimi figli, don Giacomo acclude anche della corrispondenza intercorsa con altri destinatari per questioni di carattere contingente: tra questi, mons. Giuseppe Francesco Re, vescovo di Alba in carica all’epoca dei fatti (doc. n. 36), Alfredo Ildefonso Schuster, abate ordinario di San Paolo fuori le mura e in seguito arcivescovo metropolita di Milano (docc. nn. 36 e 43), i coniugi romani Agostini, proprietari di un immobile di cui don Giaccardo e i suoi confratelli stavano valutando l’acquisto per stabilirvi la propria sede definitiva (doc. n. 49), e i fratelli Annibaldi di Roma, proprietari dei locali affittati dal Giaccardo come sede provvisoria della comunità
paolina appena insediatasi nella Capitale (doc. n. 57). Con ogni probabilità, i quattro documenti menzionati erano stati inoltrati dal Primo Maestro alla comunità romana in allegato ad altri scritti di sua mano, come si evince dal riferimento alle medesime questioni anche in altre lettere tra quelle esaminate; tuttavia, i rimaneggiamenti che la documentazione ha subìto nel corso del tempo hanno reso difficoltosa la ricostruzione dei vincoli originari tra le carte. È invece ragionevole ipotizzare un legame tra i docc. nn. 45 e 46, risalenti entrambi al 4 maggio 1927: il primo (n. 45) è la copia di una lettera inviata dal Primo Maestro all’abate Schuster, vergata su un ritaglio di carta di risulta probabilmente da un giovane membro della comunità di Alba; il secondo documento (n. 46), autografo dell’Alberione, menziona la presenza di un allegato, ovvero di una copia della lettera per l’abate redatta nella stessa data e relativa alla medesima tematica.
Il corpus documentario selezionato fornisce una moltitudine di informazioni su due figure di primaria importanza per la storia della Famiglia Paolina e sul contesto storico entro cui hanno agito. Le carte restituiscono il profilo di un fondatore animato dalla pienezza della fede, consapevole strumento del disegno divino e profondo conoscitore delle Scritture, frequentemente citate a memoria. Allo stesso modo, gli scritti rivelano un padre premuroso e gentile, che si accostava con grande umanità e delicatezza ai dubbi che il suo interlocutore gli sottoponeva, in grado di individuare soluzioni ingegnose ai problemi che si presentavano nella quotidianità e di agire con risolutezza, forte del sostegno del Signore, della Vergine Maria e di san Paolo. Emergono altresì con chiarezza la fiducia e l’affetto che l’infaticabile Don Alberione nutriva nei confronti del Giaccardo, a cui aveva affidato il compito di portare il sogno
paolino al di fuori dei confini del natìo Piemonte assieme a un piccolo gruppo di giovanissimi, partiti con lui alla volta di Roma. Pur nella sua mitezza, il carissimo figliolo seppe muoversi abilmente nella Città eterna: in breve tempo assicurò un alloggio decoroso alla sua piccola compagnia nel popoloso quartiere Ostiense, non lontano dalla basilica di San Paolo fuori le mura, mentre conduceva complesse trattative per l’acquisto dell’immobile su cui sarebbe sorta la definitiva casa della comunità paolina di Roma. Al termine di tali trattative e dopo aver valutato diversi immobili, la scelta di Don Alberione e don Giaccardo cadde su di un terreno di proprietà dell’abbazia benedettina di San Paolo fuori le mura, popolarmente noto come “Vigna San Paolo” e parte dell’ampia “Tenuta di Grottaperfetta” della comunità abbaziale che, dalle immediate vicinanze del monastero, si estendeva fino alla collina Volpi: «Ho telegrafato circa Vigna: è bene acquistarla. La volontà del Signore che diventiamo così su un terreno stabile, a Roma, la credo chiarissima» (doc. n. 58). La proprietà fu considerata adatta a ospitare la residenza della comunità paolina e, in seguito, quella delle consorelle Figlie di San Paolo e delle Pie Discepole del Divin Maestro, lo stabilimento tipografico e la grande “chiesa tra le case”, il futuro santuario della Regina degli Apostoli. Inoltre, la suggestiva denominazione dell’immobile fu certamente accolta come un segno della benevolenza di san Paolo nei confronti della nascente comunità.
A piccoli passi e secondo le direttive del Primo Maestro, don Giaccardo avviò la tipografia romana della congregazione, che ben presto divenne un punto di riferimento per i lettori della Capitale e dell’intera Italia centro-meridionale: in pochi mesi, dai tipi dello stabilimento paolino scaturirono centinaia di libri di vario genere, dalle vite dei santi a romanzi di contenuto edificante, altrettanti bollettini
parrocchiali e il settimanale «La Voce di Roma», recante notizie sul mondo cattolico. Non da ultimo, infine, il Primo Maestro e don Giaccardo lavorarono alacremente perché alla Pia Società San Paolo fosse riconosciuta la dignità di istituto di diritto diocesano, concessa il 12 marzo 1927, e in seguito di istituto di diritto pontificio, come avvenne il 10 maggio 1941. Come si evince dalle lettere, il Primo Maestro e don Giaccardo seppero creare un clima di fervida partecipazione, giovandosi del sostegno della maestra Tecla Merlo, di numerose Figlie di San Paolo e di un numero imprecisato di collaboratori a vario titolo: dai benefattori e cooperatori ai membri di diversi ordini e congregazioni, dai fornitori di materiali e macchine per il lavoro editoriale agli esperti di diritto canonico, di ingegneria e di architettura.
I documenti esaminati offrono lo spaccato di un mondo in evoluzione, profondamente segnato dalla conclusione del primo conflitto mondiale e dagli albori del Ventennio fascista, eppure pervaso dall’energia della ricostruzione. Nelle lettere, sono molteplici i riferimenti alle ricadute che tali eventi di portata nazionale ebbero sulla quotidianità della comunità romana e del suo entourage. La Grande guerra, com’è noto, aveva decimato un’intera generazione di giovani uomini, determinando anche una riduzione del numero di sacerdoti: echi di tale dramma si intravedono in chiaroscuro nella resistenza del vescovo Re ad autorizzare il trasferimento a Roma di un sacerdote della diocesi di Alba, desideroso di proseguire i suoi studi nella Capitale, per via dell’esiguità del clero albese (doc. n. 36). Gli anni Venti del Novecento videro l’ascesa della dittatura mussoliniana, che ebbe ripercussioni non trascurabili sulla produzione editoriale paolina: se, da un lato, l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica sancita dalla
riforma del sistema scolastico di Giovanni Gentile del 1923 determinò un considerevole aumento nella produzione di catechismi (doc. n. 2), e dunque la crescita delle tirature dei volumi stampati dalla tipografia paolina di Alba, dall’altro i giornali della congregazione subirono l’effetto della censura fascista, cercando un equilibrio tra il dovere di cronaca e la loro stessa sopravvivenza. È il caso de «La Voce di Roma», diretta da Giaccardo a partire dal febbraio 1926, per la quale il Fondatore raccomandava prudenza soprattutto nella divulgazione di notizie di carattere politico (doc. n. 11). Il Primo Maestro prescriveva la medesima accortezza anche nel fronteggiare le ispezioni agli stabilimenti tipografici disposti dal regime in applicazione alle norme sull’igiene dei luoghi di lavoro (doc. n. 72), ed esprimeva apprensione per la sorte di un giovane aspirante che, rinunciando alla formazione religiosa ma non rispondendo alla chiamata alle armi, rischiava di incorrere in un processo per diserzione (doc. n. 81).
Nei documenti, alla realtà provinciale di Alba, che aveva accolto e visto consolidarsi la visione alberioniana, si giustappone la poliedrica Roma: la città pontificia con i suoi dicasteri, dimora ultima dell’Apostolo delle Genti, è anche scenario del popolo operoso, nelle cui fila si inserirono “il signor Maestro” Giaccardo e il suo seguito di piccoli pionieri, sotto lo sguardo lungimirante e costante di Don Alberione. Ne è prova la menzione nelle lettere di una molteplicità di figure differenti: da nomi di spicco della cristianità romana, come don Giuseppe Frassinetti, fondatore dei Figli di Santa Maria Immacolata (docc. nn. 1, 3, 6), l’abate Mauro Serafini, segretario della Sacra congregazione dei Religiosi (doc. n. 2), padre Adalberto Bangha, segretario generale delle Congregazioni mariane (docc. nn. 15, 67) e il menzionato abate Schuster, al «complesso di
esperienze, di amicizie, di Cooperatori, […] di valore incalcolabile» (doc. n. 32) tra i sostenitori delle opere della Pia Società.
Non è difficile immaginare i paolini di Roma raccolti attorno al loro superiore durante la lettura delle lettere del Primo Maestro, sovente indirizzate all’intera comunità dei suoi “carissimi”, prodighe di notizie sui fratelli e le sorelle maggiori di Alba e colme di consigli sulla formazione, sull’apostolato e sulla vita comunitaria. Non di rado, le missive erano illuminate da bagliori di ironia e giocosità fraterna: lo testimonia il divertito ringraziamento che il Fondatore rivolge al “signor Luigi”, il futuro don Luigi Borio, che gli aveva suggerito di dedicarsi a una «Santa Baldoria» in occasione del suo onomastico (doc. n. 61). Don Alberione rammentava spesso ai suoi di essere gioiosi nel Signore, poiché solo in Lui era possibile sperimentare la letizia più pura e autentica.
La copiosa corrispondenza che promana dal Fondatore tradisce la sua volontà di conoscere le vicende dei suoi figli; la calligrafia minuta che solca e invade lo specchio grafico delle lettere è vettrice di amore paterno, acume spirituale e intraprendenza degna di un moderno imprenditore. Tutte queste testimonianze hanno un valore inestimabile per l’intera comunità paolina e non solo, soprattutto alla luce del delicato passaggio tra una fase di memoria diretta, offerta da coloro che hanno operato al fianco di Don Alberione, e una di memoria indiretta, affidata a chi desidera onorarne il ricordo e perpetuarne il carisma attraverso le testimonianze a disposizione. I documenti di archivio giocano un ruolo importantissimo in questo avvicendarsi in quanto fonti durevoli di testimoni diretti, anche quando chi ha preceduto il nostro cammino appartiene all’eternità.
Criteri di edizione
Il lavoro è stato condotto secondo norme di edizione largamente diffuse nell’ambito di studi sulle fonti documentarie, ispirate agli standard di descrizione archivistica vigenti a livello internazionale e miranti a restituire ai lettori una visione dei documenti il più possibile vicina agli originali. Ogni documento è corredato da un apparato critico costituito da:
– un numero d’ordine, attribuito secondo la progressione cronologica degli scritti selezionati, dal più antico al più recente;
– a datazione nelle sue componenti cronica e topica; in assenza di elementi di cronologia esplicitamente espressi, è stata effettuata un’ipotesi di datazione, espressa tra parentesi quadre, sulla base dei dati utili in tal senso rilevati nei testi;
– un regesto, contenente una sintesi del contenuto dello scritto, pur tenendo presente l’abitudine da parte di Don Alberione di trattare una molteplicità di questioni differenti anche entro poche righe di scrittura; di conseguenza, laddove è stato impossibile sintetizzare tutte le questioni affrontate in un singolo documento, ci si è soffermati sugli aspetti più diffusamente argomentati dall’autore;
– la definizione degli aspetti estrinseci delle lettere, ovvero collocazione, descrizione del supporto scrittorio e trascrizione di eventuali note poste sul recto e sul verso di ciascun foglio. Oltre alle note di mano dello stesso Don Alberione, è stato rilevato con una certa costanza anche l’intervento di un operatore definito α, di cui al momento non si conosce con certezza l’identità, ma al quale si deve con ogni probabilità l’assetto archivistico che caratterizzava la corrispondenza tra Don Alberione e don Giaccardo prima dei recenti lavori di ricondizionamento
e riordino che l’hanno interessata. Le note attribuite all’operatore α consistono in ipotesi di datazione di documenti non esplicitamente datati dall’autore oppure nelle espressioni «sì/no»: queste ultime, nello specifico, rimanderebbero a una selezione svolta dallo stesso α in base alle tematiche trattate nelle lettere;
– un doppio ordine di note: con caratteri minuscoli dell’alfabeto latino quelle relative alla precisazione di aspetti strettamente testuali come aggiunte di lettere, parole o altri segni, refusi, correzioni o cancellature; con cifre arabe quelle relative a personaggi, luoghi, altri elementi di rilevanza storica e riferimenti alle Sacre Scritture.
Fratel Luigi Bofelli
Valentina Campanella
[1] La Società San Paolo, com’è noto, è stata giuridicamente approvata sia a livello diocesano che a livello pontificio con il nome di Pia Società San Paolo, rispettivamente con concessione del vescovo di Alba del 12 marzo 1927 e con decretum laudis emesso da papa Pio XII il 10 maggio 1941; tale denominazione è stata adottata anche nell’ambito del riconoscimento civile dell’istituto, eretto in ente morale con regio decreto 5 marzo 1934, n. 538. Sul finire degli anni Settanta del Novecento, ha assunto la definizione di Società San Paolo con la quale è attualmente nota, civilmente autorizzata con decreto del Presidente della Repubblica Italiana 20 luglio 1979, n. 452. Da ciò si deduce che, nella presente edizione, la dicitura “Pia Società San Paolo” afferisce a circostanze precedenti il 1979, mentre “Società San Paolo” è riferita a eventi posteriori a tale data.
[2] Tra le opere sulla storia della congregazione, con particolare riferimento alla sua nascita e alle sue prime fasi di vita, vi è il contributo di don Giancarlo Rocca, La formazione della Pia Società San Paolo (1914-1927). Appunti e documenti per una storia, in «Claretianum», XXI-XXII (1982), pp. 475-690. Numerose informazioni storiche sono riportate anche dagli autori di due tra le più note biografie di Don Giacomo Alberione: don Luigi Rolfo (Don Alberione. Appunti per una biografia, Cinisello Balsamo 1974) e don Giuseppe Barbero (Il sacerdote Giacomo Alberione. Un uomo, un’idea, Roma 1988). Di grande spessore è inoltre il lavoro di sr. Caterina Antonietta Martini, Le Figlie di San Paolo. Note per una storia (1915-1984), Roma 1994, che offre una visione della Società nel contesto della Famiglia Paolina. I volumi citati riportano numerose trascrizioni di documenti conservati in ASSSP e in altri istituti analoghi, tra cui l’Archivio storico diocesano di Alba, l’Archivio storico di Casa madre in Alba e l’Archivio storico della Sacra congregazione dei Religiosi (oggi Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica): tali trascrizioni derivano prevalentemente dalle copie semplici, dattiloscritte o fotostatiche, realizzate dai vari uffici della Curia generalizia della Società San Paolo nel corso delle loro attività.