Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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INTRODUZIONE CARISMATICA

«La sua volontà è sempre santissima»

Al 14 gennaio 1923, data della prima di queste lettere di Don Alberione, il suo istituto non ha ancora compiuto nove anni di vita. E al 2 dicembre 1927, data dell’ultima lettera, è poco più che tredicenne. Si può dire un istituto ancora in tenera età…
Da parte sua il Fondatore, Don Giacomo Alberione, in queste date va dai 39 ai 43 anni. Pur essendo ancora relativamente giovane come età, dimostra però di essere uomo e sacerdote pienamente maturo. Soprattutto evidenzia di aver già ben chiari i lineamenti fondamentali dell’Isti­tuto a cui ha dato vita, come pure della nascente Famiglia Paolina: la spiritualità, la formazione, l’apostolato, l’am­ministrazione.
L’epistolario presentato in questa edizione ne è chiara conferma. Rileviamo gli elementi carismatici più evidenti.

Strumento di bene
Don Alberione è fortemente preoccupato che la sua nuova istituzione non cada, col tempo, in «una ordinaria società editrice con spirito commerciale» (doc. n. 1 della presente edizione). Egli intende decisamente il contrario! Risulta evidente la totale fiducia di Don Alberione nel suo Dio. Lo “strumento di bene” cui il Signore sta dando vita attraverso la sua persona è “buono”: pertanto, il Signore stesso muoverà le autorità ecclesiastiche ad approvarlo, magari attraverso un iter lungo e tribolato... Significativo quanto ribadisce: «ma bisogna che sia buono! E cioè che la nostra minuscola casa sia buona…» (doc. n. 2).

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Approvazione ecclesiale
Don Alberione, per ottenere l’approvazione della sua istituzione, invita don Giaccardo e i giovani prima di tutto a moltiplicare “preghiere”, dal momento che solo il Signore può donare tale grazia (cf doc. n. 2). Nello stesso tempo li esorta a non stupirsi delle “nuove prove” che si aggiungono: esse provengono dal demonio, «che sa bene il suo mestiere»; più lancerà sassi contro di noi, più «comprenderemo che ha interesse a farlo» (doc. n. 7), e dimostrano «che la cosa è santa» (doc. n. 6). Da tutti, comunque, si esige ad un serio lavoro di purificazione! 
Il primo passo da ottenere è l’approvazione diocesana dell’Istituto. In queste lettere Don Alberione appare abbastanza amareggiato per i tempi lunghi con cui il vescovo di Alba, mons. Giuseppe Francesco Re, sembra portare avanti la pratica. Pur avendo scritto egli stesso il decreto di erezione, deve affermare che «siamo al punto di prima» (doc. n. 33). Ma l’approvazione diocesana è solo il primo passo: lo sguardo del Fondatore corre già all’approvazione pontificia! I membri saranno religiosi, nella forma canonica: «E con i voti» (doc. n. 67)!

Conversione
Se l’opera iniziata dal Signore è buona, Don Alberione si sente invece strumento indegno. Egli invita don Giaccardo: «prega che mi converta» (doc. n. 38). Altra volta: «pregate che mi converta» (docc. nn. 22 e 65). E ne esplicita il motivo: «sono sempre cattivo» (doc. n. 22)! In occasione del suo 43° compleanno, non esita a chiedere a don Giaccardo: «oggi compio 43 anni, dunque prega che spenda bene quel poco che resta avendo speso male i passati» (doc. n. 38). E non teme di ammettere anche limiti umani: sorprende molto che un uomo così pratico e deciso possa scrivere: «[Il Signore] abbia

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pietà di me che mi perdo come un pulcino smarrito in... nulla» (doc. n. 77)!

L’invito a pregare per la sua conversione diventa poi raccomandazione struggente rivolta ai suoi giovani. Prendendo spunto dalla festa della conversione di san Paolo, 25 gennaio, Don Alberione sprona tutti alla conversione di vita: una conversione «decisiva e definitiva» (doc. n. 4). Come è avvenuto per sant’Agostino, per sant’Ignazio di Loyola, per lo stesso san Paolo. Da notare che già nel 1919, sempre in occasione di questa festa liturgica, Don Alberione spronava i suoi ragazzi, proponendo loro il Patto o Segreto di riuscita: «Questo giorno dovrebbe segnare per la Casa una data importantissima: la conversione ad una vita di maggior fede in Dio, specie per l’acquisto della santità, a noi necessaria» (T. Giaccardo, Diario, 26 gennaio 1919). E proponeva la “moltiplica”, da 1 a 10: «Voi dovete avere una moltiplica: facendo uno sforzo, dovete guadagnare per dieci, facendo un esame di coscienza…, progredire nella santità come in dieci esami, in una Comunione come in dieci Comunioni» (ibid.).

Presepio
Le opere spirituali-religiose che vogliano essere durature e fruttuose «devono cominciare come il presepio» (doc. n. 28): il riferimento è a Gesù, il Figlio di Dio che nasce piccolo, povero, in una mangiatoia, e diventa via, modello per l’avvio di qualsiasi iniziativa apostolica. Più tardi, nel 1954, ribadirà la stessa convinzione: «iniziare sempre da un presepio» (AD 43). Pertanto, chiaro avvertimento: «Non si voglia nascere adulti, né crescere con precipitazione o nelle serre, né maturare a forza come la frutta sulla paglia» (ibid.)! Di conseguenza, partire da «piccole iniziative» (ibid.), ma irrorate da «molta santità, che è la vita radicale, eterna» (ibid.).

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Santificazione apostolica
La santificazione paolina è santificazione apostolica. Evidentissima da queste lettere la tensione apostolica di Don Alberione. Il Fondatore non smette di ribadire che l’amore per Gesù deve essere concreto e fattivo, espresso nella dedizione all’apostolato: «È impossibile poi amare Gesù e non amare l’apostolato» (doc. n. 55)! Chi vuol essere mosso dallo Spirito di Dio non può non amare l’apostolato-stampa, che, secondo Don Alberione, è stato «adottato da Dio con l’apostolato parola» (ibid.). Nel pensiero del Fondatore questa era certezza assoluta: il nostro apostolato «è la continuazione dell’apostolato del divin Maestro» (FSP29*, 98), e si colloca sulla stessa linea della predicazione orale. È per questa convinzione che, fin dai primi giorni di vita, la nuova comunità in Roma, guidata dal maestro Giaccardo, appare tutta presa dall’acqui­sto di macchine da stampa e dalla redazione!

Devozione a Gesù Maestro
Comincia a delinearsi chiaramente la centralità della “devozione” a Gesù Maestro «che è tutta la verità, che è tutta la vita, che è la sola via» (doc. n. 37). Già ben evidenti i trinomi: mente-cuore-vita (volontà) e la figura di Gesù come Maestro Verità, Vita, Via. Il desiderio di Don Alberione è che i giovani che entrano siano obbedienti e formino «un animo solo ben impastato con il Maestro» (doc. n. 28)[1].
Per il Fondatore il meditare Gesù Cristo assicura conoscenza migliore, così come avere la devozione al Divin

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Maestro significa trovarsi «sempre più avanti» (ibid.). Don Alberione afferma che giorno dopo giorno si sente «sempre più persuaso» (ibid.) da questo orientamento. Di conseguenza la consegna: «non cerchiamo altro fondamento» (ibid.), diverso dal Cristo Gesù! Il tutto si deve vivere nella semplicità, «senza sopraposizioni, aggiunte non naturali, supercostruzioni» (ibid.). Da sottolineare quest’ultima raccomandazione: la ribadirà spesso in seguito. Il testo più chiaro: nella spiritualità paolina «non vi sono molte particolarità, né divozioni singolari, né soverchie formalità; ma si cerca la vita in Cristo-Maestro e nella Chiesa» (AD 94).

Quattro ruote
Nella raccomandazione a don Giaccardo di dargli le notizie in modo conciso, ma sempre tenendo presenti «morale – studio – stampa – povertà» (doc. n. 10), troviamo il ri­chiamo alle classiche quattro ruote: pietà ‒ «fatevi santi» (doc. n. 31); studio ‒ «progresso degli studi» (ibid.); apostolato ‒ «apostolato più puro e più santo e più largo» (ibid.); povertà-economia ‒ «mettere la casa in condizione di vita anche economica» (ibid.). Presupposto di base: «siate in pace» (ibid.).

Formazione
Don Alberione chiede al Signore, quale grazia speciale, «la formazione di educatori e maestri (assistenti, insegnanti, direttori, confessori, predicatori)» (doc. n. 30). La formazione è sempre stata per il Fondatore preoccupazione primaria. A cominciare dalla formazione degli educatori e maestri: è indispensabile che essi diventino “forma”, cioè modello, agli alunni e alunne, «specialmente nel periodo critico» (ibid.) dell’adolescenza.
Raccomandazione frequentemente ripetuta: procedere «adagissimo» (doc. n. 29), senza voler bruciare le tappe.

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La casa di Roma, casa «bambina» (ibid.), deve svilupparsi in modo armonico per portare i diversi “pesi”: “intellettualmente, spiritualmente, economicamente e apostolicamente” (ibid.). Don Alberione ripeterà ancora dopo: «piano, piano, piano» (ibid.)! In altra occasione – dopo che precedentemente aveva chiesto a don Giaccardo di terminare la stesura del libro Regina Apostolorum con una certa sollecitudine –, scrive che il libro deve essere fatto “adagissimo”, ovviamente non tanto con riferimento al tempo cronologico, ma alla concentrazione sia della testa sia del cuore!

Esame di coscienza
Nella formazione dei giovani una caratteristica di Don Alberione era identificare secondo i periodi un aspetto particolare su cui invitare a concentrare l’impegno. In queste lettere raccomanda molta cura nell’esame di coscienza (cf docc. nn. 46, 51, 60). A questa pratica il Fondatore – come tutti i maestri di spirito – darà sempre molto rilievo. Nel corso dell’adunata per il mese di esercizi spirituali ad Ariccia (aprile 1960), destinato ai primi sacerdoti e discepoli del Divin Maestro, Don Alberione dedicherà una magistrale istruzione proprio all’esame di coscienza (UPS II, 71-81).

Patto o Segreto di riuscita
Siamo negli anni 1923-1927. Da queste lettere si comprende che i giovani erano entrati bene nel clima del Patto o Segreto di riuscita, che il Fondatore aveva proposto ai giovani e alle giovani qualche anno prima, nel 1919. L’ottimo risultato dell’esame di maestra Nazarena Costa è presentato come frutto della fede nel patto: il «quattro per uno» (doc. n. 55). Pur potendo dedicare meno tempo alla scuola e allo studio, essendo impegnati anche nel­l’apostolato

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tecnico, i giovani di Don Alberione devono risultare ben preparati culturalmente, in quanto la missione paolina richiede altissima preparazione, a cominciare dall’istruzione. Don Alberione invita a fare un salto nella fede, prendendo in parola Gesù, che ha promesso: «qualsiasi cosa chiederete al Padre mio nel mio nome, ve lo darà» (cf Gv 14,13). Di qui le diverse proporzioni nella preghiera al Signore: all’inizio studiare un’ora e chiedere di imparare per due ore; poi studiare un’ora e imparare per tre ore; infine studiare un’ora e imparare per quattro ore.

Cuore di un padre
Pur molto preoccupato della crescita spirituale dei suoi figli, Don Alberione non trascura la dimensione umana. Sono anzi frequenti i tocchi della sua delicatezza di padre: «prego… dirmi come si regolano i giovani e quanto può interessare un padre che sta lavorando, pregando, sospirando di ritornare fra i suoi figliuoli così cari e così buoni» (doc. n. 5).
Pur quasi sopraffatto da tante compere e spese, egli trova sempre il modo di interessarsi della salute fisica di don Giaccardo e di maestra Amalia Peyrolo: «prego darmi notizie della salute vostra» (ibid.). Raccomanda anzi «molta cura» (doc. n. 64): e questo perché, egli afferma, «desidero che stiate tutti bene» (ibid.)! Tra le grazie più evidenti ricevute annovera «il miglioramento nella salute [del Giaccardo] e nella volontà di servire al Signore con semplicità e fedeltà» (doc. n. 30). Altre volte esorta: «Molta cura della salute! come stai? e la Maestra? perché desidero che stiate tutti bene» (doc. n. 64); «Preghiamo che il caldo non vi danneggi, troppo!» (doc. n. 58); «don Borrano riposi di più, studi pacificamente, santamente» (doc. n. 60); «don Costa... riposi bene, fra amici» (doc. n. 79)!

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Per concludere
La minuscola casa che sta prendendo vita a Roma appare buona, come quella di Alba. Essa è stata voluta dal Signore, che la guida attraverso la persona di Don Alberione, strumento tanto più efficace quanto più si riconosce inadeguato. Sarà certamente approvata dal vescovo, nella prospettiva di avere un giorno l’approvazione pontificia, quale Istituto religioso. A tal fine il Fondatore non si stanca di raccomandare la preghiera, assidua e fiduciosa, mentre invita, prima di tutto sé stesso e poi tutti, alla conversione decisiva e definitiva. Nel medesimo tempo, egli va delineando le principali devozioni della casa: Gesù Divino Maestro, Via, Verità e Vita; la vergine Maria Regina Apostolorum; l’apostolo Paolo.
Don Alberione: un sacerdote sempre più sorpreso di essere stato scelto dal Signore per un’opera grande, che in queste lettere scopriamo indirizzarsi a don Timoteo e ai suoi giovani con i tratti delicati di un padre affezionato, a volte costretto a usare il tono severo, ma pur sempre preoccupato solo del vero bene dei suoi figli.

Don Guido Gandolfo, SSP

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[1] Degna di nota è questa espressione “Maestro Dio” (doc. n. 58): un accostamento insolito, abitualmente ricorre “Gesù Maestro” o “Divin Maestro”. Il titolo “Maestro Dio” ricorre molto raramente nell’opera del Fondatore. Nei suoi Taccuini, alla data 1° gennaio 1968, Don Alberione fa uso della locuzione: «A Gesù Dio Maestro».