Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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28. LA FEDE
«Radice» che alimenta ogni virtù

Domenica XX dopo Pentecoste, Meditazione, Castel Gandolfo, 12 ottobre 19581

Sopra questo tratto di Vangelo2 vi è da riflettere alle parole che disse Gesù a quell’ufficiale regio che chiedeva la grazia della guarigione del figlio gravemente ammalato: Se voi non vedete prodigi e miracoli, non credete. Era come un richiamo o un rimprovero che Gesù faceva a quell’ufficiale regio. E tuttavia noi pensiamo: se quell’ufficiale non avesse creduto, non sarebbe venuto a chiedere la grazia della guarigione del figlio… se non avesse creduto alla potenza, alla bontà di Gesù. E come si interpreta, che cosa significa in fondo quel rimprovero? Il rimprovero significa un richiamo ad aver maggior fede, perché l’ufficiale aveva pregato così: Mio figlio è grave, se vieni, vieni a casa mia e lo guarirai. Aveva fede, ma insufficiente. Credeva lui che per la guarigione fosse necessario che Gesù partisse e si recasse a casa sua, che era ancora abbastanza lontana. Gesù voleva dire: Non c’è bisogno che io venga a casa tua, ma il tuo figliolo è guarito, disse quindi. Voleva dire: Devi credere che posso guarirlo da lontano. Hai fede ma la tua fede è imperfetta, occorre che sia più perfetta. E allora per dimostrargli, Gesù, la sua potenza e quindi la necessità di una maggior fede, l’assicurò che il figlio era guarito. E quell’ufficiale regio si incamminò per il ritorno e, facendo strada nel ritorno, gli vennero incontro i servitori
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i quali gli dissero: Tuo figlio sta bene. Ma da che ora ha incominciato a star bene?. Da ieri all’ora settima. E allora l’ufficiale regio ricordò che proprio in quel momento Gesù gli aveva detto: Va’ che il tuo figliolo è guarito. E la conclusione dell’episodio è quello che dice l’Evangelista: Credette lui e credette tutta la sua casa, la sua famiglia. Credettero che Gesù poteva guarire l’infermo anche da lontano.
Noi abbiam sempre da chiedere aumento di fede. In realtà, se volessimo anche tacere sulle altre virtù e volessimo sviluppare e penetrare e applicare sempre meglio quello che riguarda questa virtù, noi verremmo a crescere in tutte le altre virtù, poiché la fede è la radice: e la radice della pianta, e la radice della vita cristiana, e la radice della salvezza! Quando vi è un giardiniere il quale ha una pianta buona, il suo primo pensiero – perché la pianta produca i frutti – è quello di alimentar la radice, concimare la radice e portar l’acqua alla radice… [cioè] quello che la radice ha bisogno di avere per trasmettere poi l’alimento alla pianta e quindi arrivare, la pianta, a dare i frutti. Non cura tanto le altre parti della pianta ma cura l’alimento della radice.
È vero che potrà anche poi potare la pianta, togliere i rami inutili e curare malattie che possono colpire la pianta, ma soprattutto e prima di tutto bisogna che egli, il giardiniere, dia l’alimento alla radice. Così noi possiamo curare anche le altre virtù, ma soprattutto dobbiamo curare che in noi ci sia una fede sempre più perfetta, una fede sempre più viva, più sentita, una fede che abbia poi influenza nella vita quotidiana. Quando la fede è debole noi facciamo tanti ragionamenti umani e ci portiamo sempre, diportiamo sempre come gli uomini che non hanno fede. Così nello studio, così nelle iniziative, così nel lavoro quotidiano, così in tutto quel che si va disponendo, così in quello di cui si parla, così nelle aspirazioni… quando la fede è debole, la pianta non dà i frutti. Ma quando la fede è profonda e soprattutto è sentita, e questa fede ispira i pensieri e i desideri e le parole e l’attività, allora:
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«Hic multum fructum affert»3 [cf Gv 15,5], costui dà molto frutto, molto frutto. Ma «qui credit in me, opera, quae ego facio, et ipse faciet et maiora horum faciet»4 [Gv 14,12], «qui credit in me… multum fructum affert»: si faranno delle cose grandi quando c’è fede grande; ma quando c’è poca fede, la vita non ne risente granché. È vero che si recita il Credo e quando si è in chiesa si protesta di credere – e questo va bene –, ma bisogna che la fede aumenti e che la fede si senta di più e che abbia influenza in noi: che ci fa agire in quel modo, che ci porta a parlare in quel modo. Quando la fede è profonda si verificano le parole della Scrittura: «Iustus ex fide vivit», il giusto vive di fede [Gal 3,11; Rm1,17]. Perché avete lasciato il mondo e vi siete date alla vita religiosa? Per la fede! Cioè, credendo che la vita religiosa è più perfetta – «Se vuoi essere perfetto» [Mt 19,21] –, credendo le parole di Gesù; e credendo che ognuno riceverà il premio secondo che avrà amato il Signore e servito il Signore; e credendo che tutto il resto è vanità – «praeter amare Deum et illi soli servire»5, è tutto vanità! – e che invece quel che conta è servire a Dio solo… allora vi siete consecrate a Dio, avete scelto la parte di Dio. Oh!, quindi la fede vi è stata, ma la fede quando porta fino alla consecrazione a Dio è già una fede che viene a guidar la vita, quindi «ex fide vivit»: si vive in questa vita religiosa proprio per fede!
Tuttavia, altro è sentirlo questo in generale e quando si pensa seriamente o si è in chiesa che si recitano le orazioni (e specialmente si dice il Credo): questo è buono. Ma vi è lo spirito di fede che è più buono: è qui che dobbiamo arrivare! E che dobbiam chiedere a Dio: Fate che io creda sempre di più!; come diceva il padre di quel figliolo indemoniato: Credo, o Signore, ma aiuta la debolezza della mia fede,
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«ádiuva incredulitatem meam» [Mc 9,24]. Sì. Quando c’è spirito di fede noi operiamo diversamente. La fede vi ha portati alla vita religiosa, ma adesso deve alimentare la vita religiosa; e se si incomincia la vita religiosa è per la perfezione, per ottenere la perfezione, la santità; ma perché uno segua proprio a perfezione, si santifichi proprio, ci vuole aumento di fede, ci vuole lo spirito di fede. Quando tutto si vede in Dio, tutto si vede in ordine al cielo, mi serve per il cielo: Oh, questo mi fa perdere dei meriti… questa parola piace al Signore e avrà il suo premio… questa parola, che invece io sto per dire, merita un rimprovero…. Perché anche un bicchiere d’acqua dato a colui che ha sete merita il suo premio, e si dà non perché siamo inclinati verso il fratello naturalmente, ma per lo spirito di fede che ci anima: vediamo nel fratello l’immagine di Dio! E [il precetto] l’osserviamo con fiducia, con spirito soprannaturale.
Così, quando è che si sarà veramente obbedienti? Quando si pensa di contentar sempre Dio e non la nostra volontà. Quando si pensa che è la volontà di Dio che deve dominare in noi, e che noi dovremmo far la volontà di Dio così perfettamente come la fanno perfettamente gli angeli in cielo! L’obbedienza allora non è più dura, e non guardiam più alla persona che dispone ma guardiamo a quello che piace a Dio, a Dio solo. Piace a Dio, piace anche a me di conseguenza, e deve piacermi tutto6; e se non mi piace, faccio che mi piaccia, e cioè l’accetto anche magari come una croce, come Gesù diceva nel Getsèmani: Non la mia volontà ma la tua, o Padre, sia fatta [cf Lc 22,42]. E si rivolgeva al Padre… mica pensava a Pilato che l’avrebbe condannato; pensava al Padre Celeste il quale aveva mandato suo Figlio per la Redenzione del mondo e nella Redenzione il Padre richiedeva questo: il sacrificio di se stesso, la morte di croce.
Oh! Quando si ha fede i beni della terra non ci allettano più. Li usiamo come si usa del cibo per mantenerci nel servizio
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di Dio e mantenerci nell’apostolato. Così se si ha fede, sempre si rivolge tutto a Dio al mattino, si indirizza tutto a Dio; si condanna ogni altra intenzione, ogni altra tendenza; Dio solo, Dio e il suo paradiso. Quando si ha vera fede, come si ascolta la Messa, come si pensa alla Messa! Il valore della Messa! E allora, quanto più si partecipa al frutto della Messa.
Così si deve dire di tutto il complesso della nostra giornata e di tutti i ragionamenti e le cose che trattiamo con le altre persone: sempre tutto in ordine a Dio. Dunque, e la fede vi ha condotto fino a qui e lo spirito di fede vi conduca alla santità, alla perfezione della vita religiosa.
D’altra parte, sappiamo umiliarci. Però notiamo bene che la fede è dono di Dio: quindi da chiedersi. Occorre sempre domandar l’aumento di fede; e quando noi facciamo l’Atto di fede o recitiamo il Credo, esercitiamo la fede ma nello stesso tempo domandiamo che si accresca in noi la fede, si arrivi allo spirito di fede, a vivere della fede, a vivere di fede. Sì. È dono di Dio, dono soprannaturale: perciò sempre chiederlo a Dio.
Secondo: bisogna esercitarsi nella fede, non solamente come si fa recitando il Credo, ma nelle varie occasioni. Ricorrere a Dio: abbiamo fede? E quell’ufficiale regio, ecco, aveva la fede che arrivava fino a qui: si era mosso per andare a pregare Gesù di venire a casa sua per guarire il figlio. La sua fede arrivava fino a lì. Oh! Quando nella vita religiosa si introducono i ragionamenti umani e si vedono le cose solamente nel modo con cui le vedono, le trattano, ne parlano i secolari, allora la vita religiosa non ci conduce alla perfezione. Bisogna che la vita religiosa ci possa condurre alla perfezione. In questo, veder in Dio tutto e tutto in Dio. Vedere Dio in tutto: quel che avviene, che succede… per la permissione o per la volontà di Dio; e vedere noi come dobbiamo prender le cose affinché possiamo servir Dio e perché possiamo guadagnar meriti. Veder tutto in Dio, e vedere come in tutto dobbiamo lavorare e fare e operare per il cielo, e come in tutto ci occorre la grazia di Dio, la grazia di Dio.
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Quindi, che cosa disse santa Elisabetta a Maria? Beata te che hai creduto perché si compiranno in te tutte le cose che ti furono predette [cf Lc 1,45]: perché Maria aveva creduto! E se uno crede che può arrivare alla santità, e che ha la luce e che ha la grazia, e se crede che questa luce e questa grazia possono crescere in misura della sua fede, allora raggiungerà un alto grado di perfezione. Ma fede ci vuole, sempre!
Se uno poi crede a Dio sommo bene, eterna felicità, allora lo spera! E adopera i mezzi per arrivare a Dio eterna felicità. E se Dio è sommo bene, eterna felicità, lo si amerà il Signore! Quindi la speranza e la carità crescono in proporzione che è aumentata la fede; e poi così cresceranno le virtù cardinali, così cresceranno le virtù religiose. E allora, secondo che crediamo, noi avremo l’ampiezza della visione di Dio in cielo. Chi ha più fede vedrà più profondamente Dio in cielo, avrà una visione più ampia e più profonda di Dio. Quindi una visione beatificante, maggiormente beatificante. Oh! In questi giorni serviamoci molto del rosario per chiedere a Maria l’aumento di fede.
E poi in questi giorni continuare i suffragi per il Papa defunto7, sì, e nello stesso tempo domandare al Signore che mandi lo Spirito Santo affinché sia eletto a succedergli colui che potrà nella Chiesa operare maggiormente, più efficacemente. Eh, vi è tanto bisogno di grazia! E vi è tanto bisogno che il mondo, il mondo accolga, accolga le verità che Gesù Cristo ha predicato, accolga il Vangelo, e quindi viva praticamente, sia come individuo e sia come società… l’uomo viva praticamente secondo il Vangelo stesso. Pregare tanto, sì, e per noi e per la Chiesa.
Sia lodato Gesù Cristo.
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1 Nastro originale 44/58 (Nastro archivio 46b. Cassetta 46, lato 2. File audio AP 046b). Titolo Cassetta: “Lo spirito di fede”.

2 Vangelo: Gv 4,46–53. Nella meditazione il brano viene citato liberamente dal PM.

3 «[Chi rimane in me, e io in lui,] porta molto frutto». Il versetto recita: «Hic fert fructum multum».

4 «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste».

5 L’imitazione di Cristo I, I, 3. La frase è la seguente: «“Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Qo 1,2) tranne che amare Dio e lui solo servire».

6 Parola incerta.

7 Il 9 ottobre 1958 era morto a Castel Gandolfo Pio XII. Siamo quindi nei giorni del lutto, perché nelle esequie del Romano Pontefice, chiamate Novendiali, la Chiesa prega e offre suffragi per il Papa defunto appunto per nove giorni.