Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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8. MORTIFICAZIONE INTERNA8
1. La mortificazione deve essere abituale nella via della santità perché sempre v'è qualcosa in cui dobbiamo rinnegarci e sacrificarci.
Il Signore ogni giorno ci chiede prove d'amore, opere buone. Quali mortificazioni faremo?
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2. La mortificazione da scegliersi è quella del compimento del dovere quotidiano: disciplina, osservanza dell'orario, dei consigli che si sono ricevuti, delle costituzioni, di tutti quei doveri che sono connessi con la vita della pastorella. Alle volte è difficile l'osservanza di tutte queste cose, ma se si fa abitualmente, rimane più facile e si arriva anche ad agire con gusto.
Molte persone possono desiderare penitenze particolari come il digiuno. Tutte possono portare il cilicio della volontà, che è appunto l'osservanza regolare nell'adempimento del proprio ufficio ma anche in quelle cose che giudichiamo piccole.
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3. Quando si progredisce nel proprio ufficio, quando si è fedeli agli orari, rispettose con le sorelle, pronte allo studio e alla ricreazione, disponibili ad accettare in pace qualche piccolo dispiacere, allora c'è il vero amore di Dio.
Per compiere bene le azioni della giornata, dobbiamo mortificare l'orgoglio, la pigrizia, il carattere, la gola, portando ovunque la letizia.
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4. Non c'è mortificazione che valga quella della volontà. Non cercate mortificazioni straordinarie: se guardiamo la giornata essa è seminata di mortificazioni semplici che sono le più gradite a Dio perché si fa la sua volontà, momento per momento. Non ci deve mai essere posto per la scelta personale. Dice Gesù nel Getsemani: «Non mea sed tua voluntas fiat» (Lc 22,42). Rinnego, o Signore, la mia volontà, prendo ed abbraccio la tua; questo è da approfondirsi tanto. Gesù si esprime così «il mio cibo è fare la volontà di Dio» (Gv 4,34). Come Gesù, anche in comunità si vive nello spirito della volontà di Dio, come materialmente si vive di pane. Praticamente, quindi, le esortazioni del confessore, il metodo per fare la meditazione, la visita, l'esame, quel che è insegnato a scuola, le norme di galateo, sono tutte espressioni della volontà di Dio a vostro riguardo.
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5. Quanto più nelle cose si ragiona tanto meno c'è la volontà di Dio. Il maestro Giaccardo, tra le cose che spiegava, diceva: «Occorre pensare che nella fede dobbiamo credere ciò che non si vede e nell'obbedienza non dobbiamo ragionare, ma soltanto dire: questo piace al Signore».
Credere soprattutto all'autorità di Dio che insegna e operare nella volontà di Dio che comanda; arrivare alla più perfetta intimità con Dio nella sua volontà.
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6. Fare ciò che vuole il Signore: ecco la più grande penitenza che mortifica noi stessi. Abituarsi quindi al volere divino, alle piccole mortificazioni della giornata. Conformarsi in tutto alla sua volontà, sapendo rinunciare alle proprie consuetudini; ecco la mortificazione che prepara una bella eternità.
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7. Seconda mortificazione è la carità vicendevole: volersi bene e volersi tanto bene, volersi però l'amore soprannaturale che non va dietro i sentimenti di simpatia o di antipatia, ma che vede ed ama nelle sorelle l'immagine di Gesù. Tutte le persone, in casa o fuori, rappresentano Gesù, sono fatte ad immagine sua e noi vogliamo vedere ed amare Gesù in tutti, ma soprattutto nei poveri, come il beato Cottolengo che riteneva i poveri i veri padroni di casa ed esigeva che fossero trattati bene. Come ci comportiamo di fronte ad una immagine del Signore? Con rispetto!
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8. Amare di un bene soprannaturale: pensare in bene, desiderare il bene per tutte nel cuore, parlare in bene di tutte, fare del bene. «Avevo fame e mi deste da mangiare» (Mt 25,35). La carità esclude le cattive interpretazioni, le gelosie, le mormorazioni, gli sgarbi, il cercar sempre il nostro io, ed esige i caratteri descritti da san Paolo.
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9. Questa carità è continua nelle piccole cose e nell'esercizio dell'apostolato, nella preghiera, nella capacità di adattarci volentieri nei diversi luoghi e nelle diverse circostanze. Quando si può consolare una persona, quando si può portare nell'animo altrui un raggio di letizia e di luce, che bella carità si esercita!
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10. Terza mortificazione interna: è vigilare sui pensieri, sui sentimenti, sulla fantasia e sulla memoria. E' tanto facile che la mente si divaghi, pensi troppo a cose lasciate, ricordi, fatti, episodi, impressioni, che non ci portano al bene. Allora cercare di vincersi applicando la mente nell'orazione, nello studio, nel lavoro. Dominare la mente ed indurla a pensare a quello che facciamo; ciò che viene detto penetrarlo e ricordarlo.
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11. Mortificazione del cuore. Il nostro cuore può essere umile o superbo, mite o duro, distaccato dalle cose della terra o attaccato a qualche bene anche piccolo ma che non è il Signore. Nell'apostolato è facile e pericoloso fare delle preferenze ed essere più benevoli con chi ci tratta meglio. I santi avevano le stesse preferenze di Gesù: amavano sul suo esempio i poveri, i peccatori, i malati, i bambini, i vecchi, gli infermi, le persone semplici.
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12. Lo sforzo che fanno le pastorelle per adattarsi e parlare con semplicità con tutti, per farsi capire dagli ignoranti, è un bell'atto di carità. Quando le pastorelle ameranno i poveri, i bambini, i vecchi, gli infermi, somiglieranno al buon Pastore e saranno sempre benedette nella parrocchia. Quando sapranno dire parole buone e adattarsi, tutto questo concilia l'amore. Questa carità non si inventa, non si improvvisa, ma nasce ed aumenta con l'abitudine ad amare. Dare il cuore a Dio, a Gesù. Non guardare solo l'esteriorità, ma ciò che c'è nell'animo: vedere le anime. Sapete salire fin qui e domandare a Gesù buon Pastore questa carità soprannaturale?
Ora guardando il crocifisso, non sentiamo qualche rimprovero? Contempliamo Gesù arso dalla sete, inchiodato sulla croce, martoriato in tutto il corpo e sarà più facile amare la mortificazione e comprendere ciò che il Signore vuole da noi. Mortificarsi sempre e in ogni cosa!

Albano Laziale (Roma)
2 marzo 1956

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8 Albano Laziale (Roma), 2 marzo 1956