Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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42.
IL MINISTRO DELLA PENITENZA

(PB 4, 1940, 312-317)

I.

1. Grande è il potere del Sacerdote di assolvere da tutti i peccati. Dopo che Cristo fu risorto, apparve ai discepoli radunati e disse: «La pace sia con voi! E, ciò detto, mostrò loro le mani e il costato... ed alitò su di essi, dicendo loro: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti» (Gv 20,19.20.22s.). Con queste parole egli attuò ciò che già aveva predetto: «Quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo; e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo» (Mt 18,18). Questo potere appartiene ad ogni Sacerdote, perché lo riceve nella sacra ordinazione. Esso è un potere del tutto divino: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7). I Sacerdoti «ricevettero un potere che Dio non diede né agli angeli né agli arcangeli. Né a costoro fu detto: quanto legherete, ecc... Quanto i Sacerdoti fanno quaggiù, viene lassù da Dio ratificato» (S. Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 1. 3, n. 5). «È sufficiente manifestare i reati di coscienza ai soli Sacerdoti in confessione segreta» (S. Leone il Grande, Epistula 168, 2). Con la sua sentenza il Sacerdote chiude l'inferno, apre il paradiso, restituisce la grazia, ridona la pace, rallegra le anime, e porta godimento al cielo: «Vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore che si pente...» (Lc 15,7).
Il Sacerdote «tiene nello stesso tempo il posto di giudice e di medico«$ (Catechismus Romanus, p. 2, c. 5, n. 56), e, come ministro di questo sacramento, oltre alla potestà necessaria di ordine e di giurisdizione, deve prima di tutto essere fornito di scienza, di erudizione e di prudenza. Il Sacerdote confessore tiene anche il posto di dottore, ed ha il dovere di istruire ed ammonire il penitente; tiene inoltre il luogo di padre, e come tale deve ricevere serenamente il penitente; come medico poi deve sforzarsi di medicarlo il meglio possibile affinché possa riavere la vita della grazia. E siccome non è possibile adempiere a tanti e così gravi doveri senza una grande bontà di vita, nel Sacerdote confessore deve risplendere necessariamente anche la santità.
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2. I pastori di anime sono tenuti per giustizia ad udire personalmente, o per mezzo di altri, le confessioni dei fedeli loro affidati, ogni volta che questi ragionevolmente chiedono. Questo è obbligo grave, che accolsero accettando la cura delle anime, quasi per un contratto stipulato coi loro sudditi, dai quali ricevono l'onore ed il sostentamento. Questa legge riguarda pure i superiori religiosi verso i loro sudditi. S. Carlo Borromeo disse: «Pecca quel parroco che si mostra restio e difficile ad udire le confessioni specialmente se è richiesto da ammalati, presso i quali subito, in qualsiasi momento, deve accorrere». I Sacerdoti che non sono curati di anime devono qualche volta udire le confessioni per dovere di carità. La carità ci obbliga a soccorrere il prossimo che si trova in necessità spirituale. Il santo Sacerdote ordina la sua vita non secondo lo stretto diritto, ma piuttosto secondo il bene delle anime e la gloria di Dio.
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3. L'ufficio di confessore è esercizio di pazienza e di bontà. La confessione richiede la fiducia del penitente; questa fiducia viene efficacemente provocata dalla bontà del confessore. La pazienza del confessore sia perciò speciale e paterna: non escluda nessuno, sia costante col passare degli anni, sia soprannaturale, e non venga smossa da alcun pericolo, fatica o ingiuria. S. Alfonso ammonisce: «Il confessore dimostri grande carità e zelo nell'accogliere tutti indistintamente con bontà; presso Dio non vi è infatti alcuna accezione di persona;... anzi riceva più benignamente i peccatori macchiati da più gravi colpe. Non spaventi nessuno, affinché i penitenti non tacciano qualche peccato grave; disponga tutti con bontà e fortezza all'assoluzione; istruisca gli ignoranti; se i penitenti sono poi incapaci di assoluzione, abbondi ugualmente con essi di parole dolci, di speranza e di carità, per aprire loro la via al Cuore sacratissimo di Gesù ed al cielo».
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II.

1. Il potere di rimettere i peccati è un grande talento, ma anche un grave onere. È infatti pericoloso nascondere questo talento per pigrizia, o per altro futile pretesto. Dice S. Alfonso: «Non vedo come quei Sacerdoti che per pigrizia si sottraggono a questo onere possano essere sicuri in coscienza, ed essere scusati dal rimprovero del Signore e dal supplizio della dannazione, inflitto a quel servo che ha nascosto il suo talento... Né dicano costoro che abbastanza compiono il loro dovere, aiutando le anime in altra maniera, ossia con l'istruzione, la correzione, la preghiera, senza amministrare il sacramento della confessione; essi sono infatti tenuti a soccorrere le anime in ciò che hanno bisogno per la loro salvezza. Se il prossimo ha bisogno di cibo, tu devi soccorrerlo con cibo, non con vesti. Né serve il dire che il dovere di udire le confessioni è opera di carità, e che la carità non obbliga con tanto incomodo: si risponde infatti che questo ufficio non è motivato dalla sola carità, ma è un ufficio proprio del Sacerdote» (Homo Apostolicus, tr. 16, c. 6, n. 127).
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2. Le condizioni richieste da questo onere sono: scienza, prudenza e bontà. Della scienza sacerdotale S. Francesco di Sales soleva dire che era l'ottavo sacramento della gerarchia ecclesiastica. Pio XI, nella costituzione apostolica del 13 giugno 1933, riguardante la pontificia Basilica di Sant'Antonio di Padova, così scrive: «I confessori non lascino mai di studiare la teologia morale; come la conoscenza di questa dottrina è senza dubbio necessaria per il ministero dei confessori, così essa altrettanto facilmente cade in dimenticanza» (A. A. S. 25, 1933, p. 327). S. Alfonso afferma che è in stato di dannazione quel confessore, che senza la scienza sufficiente si mette a disposizione per udire le confessioni (cf Homo Apostolicus, tr. 16, c. 6, n. 100). Mancando infatti questa scienza, il confessore si mette nel pericolo certo di adempiere malamente al suo sacrosanto ufficio, con ingiuria del sacramento e con danno dei penitenti. Alla mancanza di scienza non suppliscono né le doti di ingegno, né l'esperienza; queste cose aiutano la scienza quando c'è, ma non la sostituiscono quando essa manca. Per questo il confessore non tralasci mai di dedicare qualche parte del suo tempo allo studio della teologia morale, perché di tante cose così disparate tra di loro e così diverse che appartengono a questa scienza, molte, ancorché già lette, col tempo si dimenticano, perché accadono raramente; è perciò sempre necessario richiamarle alla memoria (cf Homo Apostolicus, tr. 16, c. 6, n. 100). Pecca perciò gravemente quel confessore ignorante in cose di morale che ascolta le confessioni. Né lo scusa il fatto di essere stato approvato dai superiori: questa approvazione suppone infatti che vi sia la scienza dovuta, ma non la infonde. Pecca gravemente ancora il superiore che concede la facoltà di udire le confessioni ad un Sacerdote indegno: in tal modo acconsente e coopera al peccato di questi. Pecca lo stesso penitente, il quale, trovandosi in necessità spirituale, va da un confessore che sa non essere dotato di quella scienza adatta al suo stato. Benedetto XIV, nella Bolla Apostolica, dichiara che «basta generalmente una scienza mediocre, quella cioè che ha uno istruito sui casi ordinari e può subito emettere di essi un prudente giudizio; e nei casi più difficili sa almeno dubitare, e, con il dovuto permesso, consultare i dottori» (Bolla cit., § 21).
Se si tratta di udire le confessioni dei chierici, si richiede maggiore scienza; così se si tratta di confessioni straordinarie o di quelle di uomini dotti.
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3. Nel confessore si richiede poi prudenza. L'ufficio di confessore abbonda di molte difficoltà e pericoli: «Il governo delle anime è l'arte delle arti» (S. Gregorio il Grande). Affinché il confessore non porti pregiudizio ai penitenti, o a se stesso od al bene comune, si richiede una grande prudenza: a) prudenza nello scegliere le opinioni approvate, in modo di salvare da una parte le anime, e dirigere dall'altra i penitenti pii nella via della perfezione; b) prudenza per non coartare nei suoi penitenti la libertà. Peccherebbe difatti quel Sacerdote che non concedesse facilmente licenza ai suoi penitenti di confessarsi da altri (cf Homo Apostolicus, tr. ultimus, n. 44); c) prudenza nell'ascoltare la confessione delle donne. Si richiedono quelle cautele suggerite dai maestri di spirito e dalla Chiesa consigliate o prescritte. Senza una vera necessità, non si ascoltino le donne prima dell'aurora o dopo il crepuscolo; quando si devono ascoltare in questi tempi straordinari, vi sia sempre un testimonio a vista. Se le donne sono giovani, il confessore sia piuttosto austero e breve che non affabile o familiare. Anche fuori di confessione si eviti ogni familiarità colle penitenti. Non sono meno da temersi quelle donne che si dicono pie, perché, per testimonianza di S. Tommaso «più sante e giovani sono, maggiormente allettano la mente»; d) prudenza a non concedersi particolarità, a non alzare troppo la voce, a non parlare dei difetti altrui, a non ammettere con facilità quelli che si scusano o che accusano gli altri, ecc.; e) se poi qualche anima richiede una cura maggiore, ricordi il Sacerdote che altro è la cura ed altro l'attaccarsi ad una persona fino a trascurare le altre; f) prudenza nell'interrogare per integrare le confessioni, nell'ammonire ed istruire il penitente, nel differire qualche volta l'assoluzione, nel custodire il sigillo sacramentale.
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Si richiede inoltre bontà di vita. «Si abbiano confessori idonei: ecco una completa riforma di tutti i cristiani» (S. Pio V). «Per bontà non si deve intendere semplicemente l'abituale stato di grazia, ma bensì una bontà positiva manifestata dall'ufficio di confessore... Questa bontà non viene raggiunta da chi non ha abituale la preghiera, né fa la meditazione quotidiana; infatti nessuno può ottenere per altra via la luce e le grazie necessarie per un così formidabile ufficio, che, come si suol dire, è spaventoso anche alla potenza degli angeli» (S. Alfonso, Praxis Conf., n. 1).
«Non vi è dubbio che se tutti i confessori avessero quella scienza e quella bontà di costumi richiesta da così importante ministero, né il mondo sarebbe deturpato da un mare di peccati, né l'inferno si riempirebbe di tante anime di battezzati» (S. Alfonso, Praxis Conf., n. 1). Abbondi la carità che è paziente e benigna; sia grande anche e sincera. Essa differisce completamente da quella esecrabile e diabolica malizia che inclina a cose turpi. La sollecitazione al male è un sacrilegio ed un turpe abuso della confessione.
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III.

1. Il Sacerdote si rivesta di misericordia e disponga il suo animo alla bontà verso gli erranti: «Preferisco la misericordia al sacrifizio» (Mt 9,13). Il Sacerdote pastore venne mandato per i peccatori come Cristo. «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 13). «Non sono i sani che han bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12). Questa disposizione di animo è apertamente accennata nella parabola del pastore che avendo cento pecore ne perse una; abbandonò allora le novantanove nel deserto ed andò in cerca della smarrita finché non la rinvenne (cf Lc 15,3-7). Gesù è amico dei peccatori; ed i peccatori ricorrevano con fiducia a lui: «Tutti i pubblicani ed i peccatori si avvicinavano a Gesù per ascoltarlo; ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con essi» (Lc 15,1s.).
Il Sacerdote cerchi con sollecitudine i peccatori. Il divino Maestro propone come esempio la donna che aveva perduto una dramma e la ricerca con ogni cura. Nella parrocchia bisogna mobilitare tutto per la conversione dei peccatori: le anime pie per tutti i fedeli, le donne per i loro uomini, i bambini per i genitori, i religiosi e le religiose perché preghino per gli erranti; inoltre tutti devono essere esortati affinché si industrino per lavorare alla conversione degli uomini, specialmente se si tratta di infermi o di uomini di condizione distinta, o se si è durante il tempo pasquale. Il pastore stesso dia la massima comodità agli uomini per le confessioni, promuova una predicazione adatta, cerchi l'aiuto di altri Sacerdoti.
Li riceva con benignità. Ci si propone a modello il padre del figliuolo prodigo, la sua bontà sembra quasi eccessiva, ma è l'immagine della bontà di Cristo Gesù, il quale per noi patì e portò i nostri peccati e pregò il Padre per coloro che lo crocifissero.
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Qui consideri il confessore come si diporta: a) Con gli indisposti all'assoluzione: con fortezza per la loro emendazione, e con soavità per disporli. Dice il Rituale Romano: Il confessore deve specialmente badare a tre cose, ossia: a correggere il penitente ed a muoverlo alla contrizione; indicargli i mezzi con cui può ottenere la santa perseveranza (cf tit. 3, c. 1, n. 18). A coloro che certamente hanno le dovute disposizioni, deve essere impartita l'assoluzione; ai certamente indisposti l'assoluzione deve venire negata; a coloro che sono dubbiamente disposti, l'assoluzione può essere differita; in ogni caso però bisogna agire con carità e per la salvezza delle anime. b) Con gli occasionari, che amando il pericolo facilmente in esso periranno. Costoro devono fuggire l'occasione, quando ciò è possibile; oppure devono rendere l'occasione remota, usando i mezzi efficaci. Il confessore non divenga un imprudente complice del peccato. c) Con i consuetudinari ed i recidivi, che hanno bisogno di più efficaci rimedi di salute e che tuttavia devono essere esortati con benignità affinché spaventati non cadano nella disperazione. d) Con gli scrupolosi che sono spesso il cilicio del confessore. Il rimedio quasi unico per costoro è l'ubbidienza, e tuttavia assai difficilmente essa si ottiene. Il confessore sappia però quanto sia penoso questo stato. e) Con i penitenti pii: «È opera molto accetta a Dio adornargli le spose, ossia curare le anime spirituali, affinché esse si donino completamente a Dio ed a lui tendano. È più gradita ai suoi occhi una sola anima perfetta che mille imperfette» (S. Alfonso, Praxis Conf., n. 121).
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2. Il pastore confessore, con prudenza e carità, dal foro interno aiuta i penitenti a vivere secondo le norme evangeliche, e dal foro esterno dispone ogni cosa perché nel foro interno le anime possano ricevere maggiore frutto: a) Con i fanciulli, perché li istruisce, li invita in giorni stabiliti a confessarsi, li ascolta con bontà affinché per paura non tralascino qualche peccato, li premunisce con avvisi ed aiuti affinché non ricadano nuovamente, li aiuta ad emettere un vero atto di dolore. b) Usa una cura particolare con gli adolescenti di ambo i sessi. Il confessore deve con questi essere assai vigilante, perché siano preservati dalla corruzione del secolo e dagli allettamenti della carne. Il rimedio dei rimedi è la frequenza dei sacramenti. Se essi devono eleggere il loro stato di vita, li diriga con prudenza e pietà, affinché non abbiano facilmente a sbagliare, o perché dopo l'elezione, spaventati dalle difficoltà, non tornino indietro. c) Con i fidanzati ed i coniugi, perché il sacramento del matrimonio è grande, e dalla santificazione del talamo provengono alle famiglie ed alla società grandissimi beni. d) Con gli infermi ed i moribondi, infatti «non vi è opera di carità più accetta a Dio, e più conducente alla salvezza delle anime che quella di disporre a santamente morire coloro che si trovano in fin di vita. Nel tempo della morte, dal quale dipende la vita eterna di ognuno, le forze infernali sono più violente, e quelle degli infermi invece più deboli» (S. Alfonso, Praxis Conf., n. 227). Il confessore si presenti all'infermo preparato, lo aiuti con pazienza, lo visiti spesso, lo assista fino alla morte, per quanto ciò è possibile.
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3. Preghiera da recitarsi prima di udire le confessioni: «Dammi, o Signore, la sapienza che assiste al tuo trono, affinché sappia giudicare il tuo popolo con giustizia, ed i tuoi poveri con rettitudine. Fammi trattare le chiavi del regno dei cieli in modo che non apra a nessuno di quelli cui si deve tener chiuso, e che non le chiuda per nessuno di quelli cui deve essere aperto. La mia intenzione sia pura, il mio zelo sia sincero, la mia carità paziente, la mia fatica fruttuosa. Sia in me la bontà non fiacca, l'asperità non severa; non disprezzi il povero, né aduli il ricco. Rendimi soave nell'attirare i peccatori, prudente nell'interrogare, perito nell'istruire. Dammi, te ne prego, la solerzia nel ritrarre dal male, la sollecitudine nel confermare nel bene, l'industria nello spingere al meglio, la maturità nelle risposte, la rettitudine nei consigli, il lume nelle cose oscure, la sagacia nelle cose intricate, la vittoria nelle cose ardue; non mi trattenga in colloqui inutili, non mi contamini in discorsi cattivi, possa salvare gli altri senza perdere me stesso. Così sia».
Preghiera da recitarsi dopo aver udite le confessioni: «O Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, accetta il ministero del mio ossequio con quell'amore stesso degnissimo con cui assolvesti... Maria Maddalena e tutti quelli che si sono rifugiati a te, e degnati di supplire e di riparare a tutto ciò che con negligenza e meno degnamente ho fatto nell'amministrazione di questo sacramento. Raccomando al dolcissimo tuo Cuore tutti e singoli quelli che ora si sono confessati da me, e ti prego di custodirli e di preservarli dalle ricadute, e di condurli con me ai godimenti eterni, dopo la miseria di questa vita. Così sia».
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