Beato Giacomo Alberione

Opera Omnia

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Anno XXVI

S. PAOLO
GIUGNO 1951
ROMA - Casa Generalizia

AVE MARIA, LIBER INCOMPREHENSUS, QUAE VERBUM ET FILIUM PATRIS MUNDO LEGENDUM EXHIBUISTI (S. EPIPHANIUS EP.)

DOPO GLI ESERCIZI SPIRITUALI

APRILE 1951

Ringrazio il Signore della vita, del Battesimo, della vocazione religiosa, sacerdotale, paolina. Da Lui, solo da Lui: nonostante le molte indegnità in «innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis». Adoro il Sommo Bene, Principio e Fine di tutto e di ogni cosa; offro a Lui le soddisfazioni di Gesù Cristo ed i dolori di Maria; protestando la fiducia piena: «credo la remissione dei peccati». Vi è da espiare: ed io prego il Signore a riversare su di me quanto di pene io e tutti voi abbiamo meritato; per quanto è venuto a mancare di gloria a Dio e di grazia agli uomini.
«Perdonatemi il male commesso; e, se qualche bene ho compiuto, accettatelo».
La grazia del Signore, la sua luce, il suo conforto siano sempre con me e con ciascuno dei Fratelli e ciascuna delle Sorelle: per la vita, la morte, l'eternità.

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Il Signore ci ha voluto unire perché ci accompagnassimo nel cammino verso la perfezione religiosa e l'apostolato nostro, ed ha incaricato me, il più misero tra tutti, di comunicarvi la sua sapientissima ed amabilissima volontà, le divozioni nostre, la grazia dello Spirito Santo e la particolare nostra vita. Sono certo di avere accettato questo compito per chiara volontà di Dio, manifestatasi nei modi più sicuri: nessun volere umano vi è entrato. Sono sicuro di avere sostanzialmente insegnato ciò che voleva Dio: dallo spirito sino all'amministrazione economica. Avrete benedizioni e consolazioni e figli spirituali nella misura che seguirete, vivendo la vita paolina, quale risulta dalle Costituzioni usi ed esortazioni pubbliche o particolari. Sarete ascoltati nella misura che ascoltate; e vi chiedo di sopportarmi ancora con i miei tanti difetti. Vogliamoci bene: molto bene; come ogni giorno e notte vi tengo presenti nelle preghiere tutti, tutte: vivi e defunti. Ringrazio il Signore che volle dare alla Famiglia Paolina tante anime belle.

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Per quest'anno 1951 l'intenzione generale nostra è la carità: come è insegnata da S. Paolo nostro grande ed amatissimo padre: «Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza; e se avessi tutta la fede sì da trasportare le montagne ma mi mancasse la carità, non sarei nulla. La carità è paziente, la carità è benefica, la carità non è invidiosa, non è insolente, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse, non s'irrita, non pensa male, non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non verrà mai meno» (1Cor. XIII, 1-8).
Confido sempre di venire a voi, di sentirvi, di accogliervi. Tuttavia su tale argomento è bene ricordare parecchie cose «quomodo oporteat te in domo Dei conversari», come comportarci nell'Istituto, opera di Dio; non certo di uomini; e tanto meno di un uomo.
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a) Il Paolino sia ripieno di santo orgoglio di appartenere alla Congregazione voluta da Dio e secondo i bisogni dei tempi, confermata dalla Chiesa con la sua autorità ed assistenza divina. Non pratica essa le grandi divozioni? non attinge dalla Chiesa la sua dottrina? non ha per apostolato la diffusione della dottrina di Gesù Cristo con i mezzi moderni? «ut innotescat per Ecclesiam multiformis sapientia Dei»? E rivelare a tutti il Cristo integrale, Via, Verità e Vita? Non insegna la più larga e sicura via di alta santificazione? Non è come invidiata da altri Istituti religiosi che sono larghi di consensi? Non ha una missione larghissima? a tutto il mondo? Non riassume e compendia ciò che nella storia fu spesso diviso? Non può paragonarsi ad un minimo albero piantato lungo la corrente delle acque divine, e che cresce e produce frutti copiosi? Non ritiene suo compito diffondere la Scrittura, innestarsi sul tronco vitale della Chiesa, e servirla umilmente in ogni cosa? Questa Congregazione, come fece S. Paolo, deve annunziare il «magnum pietatis sacramentum, quod manifestatum est in carne, justificatum est in spiritu, apparuit Angelis, praedicatum est Gentibus, creditum est in mundo, assumptum est in gloria»? (I Tim. III, 16).
E queste cose, ben meditate, non riempiranno il cuore di un Paolino di santo entusiasmo?
Certo vi furono e vi sono dei mali tra noi... ma di gran lunga prevalgono i beni, i buoni, i frutti. A questo riguardo è tanto utile ricordare che: la Famiglia Paolina ebbe il miglior sigillo (digitus Dei est hic!) delle vocazioni ottime per virtù, intelligenza, pietà, zelo... che l'intervento divino, in cose di ordine naturale e di ordine soprannaturale, fu evidente... che Dio ha dato ad operai della prima ora e poi di ogni ora successiva fedeltà, generosità, successi ottimi, anche là dove il campo è ancora da dissodare... Speciale riconoscenza, devo accentuarlo, e stima il Primo Maestro e tutti i Fratelli devono proprio ai fedeli che han portato «pondus diei et aestus», tra i quali è sempre da ricordare il fedelissimo M. Giaccardo: grande mente, grande generosità, grande cuore; consolazione mia e di tanti Fratelli e Sorelle. «I mali sono forse qualcosa di diverso dal muschio o qualche pietra spezzata che si trovano sul terrazzo del Duomo? e per esse si dovrebbe dimenticare tutta la sontuosità dell'edificio, per sempre parlare dei mali? E non è anche la Pia Società S. Paolo composta di uomini? Così come è della Chiesa nella quale pur sempre vi furono e vi sono mali, traditori, cose da migliorare? Che se vi è un po' di pattume, che risulta dalla pulizia della sala, si dovrà mettere sul grande tavolo a vista di tutti? Come agiscono con intelligenza ristretta e stoltamente, certi sofisticoni e pessimisti esacerbati che sanno solo parlare di guasti!» - Un po' di ottimismo ed entusiasmo non è più costruttivo e incoraggiante?
Altri sarebbero ben felici se avessero le prerogative nostre! Il biasimare, il cavillare, l'interpretare in male dipende spesso da orgoglio, voglia di trovare una scusa alle nostre debolezze... Il mondo ha l'istinto di denigrare ciò che splende... non così noi, membri dell'Istituto siamone santamente orgogliosi... ed avendolo abbracciato amiamo ciò che è nostro! Maggior coscienza di sé! Più carattere. S. Paolo avverte che il marito deve amare la sposa perché carne propria: significa in fondo, amare se stesso. Non è così rispetto alla Congregazione?
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b) Ed il nostro entusiasmo si mostri a fatti.
Il Paolino ami la sua Congregazione in Cristo e nella Chiesa. È la sua famiglia! è il campo della sua santificazione! del suo mirabile apostolato. Emessa la professione, è scelta la speciale via della salvezza e santificazione: è quella dell'osservanza religiosa propria. Viva perciò interamente per essa. Ogni articolo delle Costituzioni costituisce un mezzo per avvicinarsi di più a Dio. Ognuno viva indefessamente impegnato al suo progresso di opere e di persone; lavori a rimuovere da essa ogni macchia o ruga; su l'esempio di Gesù Cristo, come operò per la Chiesa: «Seipsum tradidit pro ea. Ut illam santificaret... Ut exiberet ipse sibi gloriosam Ecclesiam... ut sit sancta et immaculata...».
Conseguenze: Reclutamento e formazione delle vocazioni. A questo proposito, in questi nostri tempi, si è tentati di introdurre un nuovo metodo di educazione, disprezzando quello usato come antiquato... e con quali delusioni?! Siamo saggi in Cristo, ricordando i grandi formatori di vocazioni; e specialmente l'Educatore per eccellenza Gesù Cristo, nel metodo divino quale risulta dal Vangelo. Intendiamoci: non rigettiamo nulla di ciò che è buono: né tra i mezzi di apostolato forniti dal progresso (siano i migliori); né nel progresso scientifico; perciò sempre si ebbe cura di far proseguire ad un certo numero dei Nostri, studi accademici e perfezionamento; ed ora l'Istituto tende ad un altro passo per formare competenti in fatto di scienze; e si comprenda sempre meglio qui il pensiero paolino! per conoscere «quae sit latitudo, et longitudo, et sublimitas, et profundum; scire etiam supereminentem scientiae caritatem Christi, ut impleamini in omnem plenitudinem Dei» (Eph. III, 18-19). Parimenti anche nel modo di educare cerchiamo il meglio! ma che sia in primo luogo il sostituire l'uomo nuovo Cristo Gesù all'uomo vecchio. Si è spesso tentati di piacere ed accontentare... Occorrono i tre passi: formare profonde convinzioni, idee precise, e larghe; l'«abneget seipsum» in cose minute, il «tollat crucem suam» in un compimento generoso dei doveri quotidiani di studio ed apostolato; «sequatur me» in una unione costante con Dio, in una illuminata delicatezza di coscienza, in uno spirito di assidua orazione e fedeltà alle pratiche di pietà. I sollievi sani e convenienti per un aspirante alla vita religiosa certo occorrono, ma i nostri sono aspiranti alla vita religiosa; si guardi al fine. Non dobbiamo formare dei semplici cristiani od anche dei sacerdoti secolari.
L'amore alla Congregazione si dimostra col purificare e santificare, con assiduo impegno, noi stessi; ed i nostri anche più anziani. Quanto da meditarsi il detto di Gesù Cristo: «Et pro eis ego sanctifico meipsum; ut sint et ipsi sanctificati in veritate!» (Giov. XVII, 19). E meditiamo: «Exemplum esto fidelium, in verbo, in conversatione, in caritate, in fide, in castitate... Haec meditare: ut profectus tuus manifestus sit omnibus. Attende tibi, et doctrinae: insta in illis. Hoc enim faciens, et teipsum salvum facies, et eos qui te audiunt» (I Tim. IV, 12-16).
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c) Vi sia il buon esempio vicendevole: nella pietà, nella fedele osservanza, nel comune sentire e nel parlare. Le vocazioni si guadagnano e formano più con una vita esemplare che con artifici e con parole. Uniti di spirito e di sforzi. Quanto triste sarebbe l'infiltrarsi dello spirito di mormorazione! sarebbe molto, molto più nocivo di ogni difficoltà od opposizione esterna, da parte dei nemici. Non è questa constatazione un frutto di amare esperienze? Lo spirito di critica è simile all'opera del tarlo che lentamente e nascostamente, ma sicuramente arriva al midollo e finisce talvolta col distruggere la pianta.
Ed ecco che nelle case, dove esso si insinua, vedrete languire tutto: e volessero certuni rendersene conto sapendo che generalmente chi critica ha più difetti e diviene inefficace nei suoi uffici, specie nello scrivere e nell'insegnare. Vale anche qui il detto di S. Paolo: «Modicum fermentum totam massam corrumpit» (Gal. V, 9). Qui va aggiunto: «Qui autem conturbat vos, portabit judicium, quicumque est ille» (Gal. V, 10). E l'Apostolo arriva a dire: «Utinam et abscindantur qui vos conturbant» (Gal V, 12).

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d) Lo zelo per l'Istituto è fondamentale; ma richiede fatiche e sacrifici. Ma li hanno schivati i santi religiosi? i santi apostoli? le anime che amano Dio e il prossimo? Talora l'invidia si accende in un'anima: allora divisioni e malcontenti! Tale passione acceca, indurisce il cuore. L'umiltà invece ci suggerisce parole di benevolenza, sentimenti di carità, desideri di bene per tutti; ci rende servizievoli. Brilli sempre davanti a noi la dolce immagine del Divin Maestro e consideriamo le sue parole: «Discite a me quia sum mitis et humilis corde». Vi sono talvolta errori? Allora vale l'insegnamento di Gesù: 1) «Corripe eum inter te et ipsum solum». 2) Poi, se non sei ascoltato, «adhibe unum vel duos testes». 3) Non si riesce ancora? «Dic Ecclesiae». Con quello che segue.

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La Congregazione è una società o famiglia religiosa. Essa ha perciò un governo e dei Superiori; come ogni singola casa dell'Istituto. Ciò richiama alla nostra mente sapienti parole di S. Paolo: «Rogamus autem vos, fratres, ut noveritis eos, qui laborant inter vos, et praesunt vobis in Domino; et monent vos, ut habeatis illos abundantius in caritate propter opus illorum: pacem habete cum eis» (I Tess. V, 12-13). Considerazioni: «Ut noveritis eos»: ogni religioso deve riconoscere nei superiori i rappresentanti di Dio; riconoscerli con l'umile ubbidienza ancorché intervengano con il monent vos. E, miglior ancora, oltre l'ubbidienza, l'habeatis illos in caritate; e precisamente, abundantius! E: Pacem habete cum eis! Quanto importante anche questa raccomandazione! E tutto: quia praesunt vobis in Domino; e propter opus illorum. Sì, propter opus illorum: è il loro dovere: di dirigere, confortare, correggere in quanto rappresentano il Signore e ci comunicano il suo volere. E questo ufficio è tanto pieno di spine e di responsabilità! Propter opus illorum, è cosa tanto importante, per unire le forze e guidare tutto al bene comune. E, se ciò è proprio per il bene anche di ciascuno, ciascuno non deve amare ed aiutare con la preghiera, il consiglio, la docilità il loro compito? E questo con gioia? Ne risulterà una famiglia ben compaginata e attiva; ne risulterà una santa milizia contro il male.
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Può pure accadere che il Superiore sbagli... e questo non ci autorizzi a far secondo il proprio arbitrio... Ma dobbiamo umilmente presentare la nostra difficoltà nel modo che insegnano le Costituzioni. Poi sappiamo che Superiori e Membri dobbiamo stare umili... abbiamo per certi casi aperta la via dei Superiori maggiori.
Non è mai da confondersi la libertà con la indipendenza. Il maestro in classe è libero nell'insegnare i compiti, le lezioni, interrogare l'uno o l'altro: ma non è indipendente nell'andare e troncare la scuola come crede, nel farsi il programma scolastico annuale.
L'amministrazione non è mai indipendente.
Il Maestro degli aspiranti sia sempre informato dagli insegnanti di classe, sia interrogato sul posto da dare in apostolato ai singoli, sia sentito ed abbia il peso maggiore sul giudizio di essi: come stiano di pietà, di studio, di apostolato, di povertà, di vocazione ecc.
Assicuriamoci le divine benedizioni con la sottomissione e l'obbedienza: richiamandoci agli esempi ed all'insegnamento del Maestro Divino. In molti casi non appariranno le ragioni di quanto disposto... allora si è sicuri che si fa soltanto la volontà di Dio! e questa è gran sapienza; ed insieme il nostro sommo ed eterno vantaggio. A che gioverebbe una contraria condotta?
Nei passi più decisivi della vita dobbiamo talora ciecamente essere condotti per mano da Dio, a mezzo del maestro di spirito e dei Superiori. Non lo troviamo questo anche in S. Paolo? Vinto egli da Gesù Cristo, domanda che cosa debba fare. Ma il Maestro Divino non glielo dice, gli dice invece: «Va a Damasco, ti sarà detto...». Comincia perciò a sottomettersi alle autorità della Chiesa! e dalle acque battesimali nasce un altro uomo «nuova fattura in Cristo Gesù». Saulo, convertito da tre giorni, per zelo già vuol intraprendere la predicazione. Ma gli andò male! invece di convertire, gli ebrei lo ricambiarono con tentativi di omicidio, ed egli dovette fuggire. Il suo errore era stato quello di molti giovani, privi ancora di sufficiente preparazione ed esperienza; illuminati e pieni di fervore pensano basti aprire la bocca, disapprovare tutti quelli che li hanno preceduti, introdurre una novità perché tutti applaudano e li seguano ... ed il mondo tutto li segua. Si fidano del loro modo di pensare, del loro progetto bello, di qualche consenso.
Occorre pregare, consigliarsi, attendere il momento di Dio: operare nell'obbedienza. Prima occorre che Dio abbia arato il campo; poi si getterà il chicco di grano che trovi sviluppo. Solo così, e nel campo dove Dio ci chiama, raccoglieremo meriti per noi; e forse anche il cento per uno rispetto agli altri.
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Saulo capì la lezione: abbandonò il campo; sparì dalla circolazione, per alcuni anni in Arabia, onde trasformare radicalmente se stesso nel silenzio e diventare il perfetto cristiano su cui il Signore avrebbe sovrapposto il sacerdozio e l'apostolato più meraviglioso.
Ritornò pieno di Dio, ed anche illuminato; ma neppure allora riprese subito la predicazione secondo la propria scelta. Si recò ad Antiochia e là si mescolò con gli altri profeti, senza farsi innanzi in alcuna maniera: «Erant autem in Ecclesia, quae erat Antiochiae, prophetae et doctores, in quibus Barnabas et Simon, qui vocabatur Niger, et Lucius Cyrenensis, et Manahen, qui erat Herodis Tetrarchae collactaneus, et Saulus». Saulo scompare tra gli altri; anzi è nominato per ultimo. Egli attende in pace un ordine superiore. E questo venne: «Ministrantibus autem illis Domino, et jeiunantibus, dixit illis Spiritus Sanctus: Segregate mihi Saulum et Barnabam in opus, ad quod assumpsi eos. Tunc jeiunantes et orantes imponentesque eis manus, dimiserunt illos» (Att. XIII, 1-3). Quando vi era sufficiente preparazione per una così speciale vocazione, ecco l'ordine di Dio, attraverso l'ordine dei Superiori nella Chiesa; ed ecco un apostolato che non ebbe pari nella storia.
Ma anche nel corso dei suoi viaggi primo pensiero di S. Paolo era quello di conoscere il divino volere: si lasciava guidare da Dio.
Dopo Cipro, Pisidia, Iconio, Listri; ma quando col suo coapostolo giunsero in Frigia e Galazia «vetati sunt a Spiritu Sancto loqui verbum Dei in Asia» e di bel nuovo «cum venissent autem in Mysiam, tentabant ire in Bithiniam: et non permisit eos Spiritus Jesu» (Att. XVI, 6-8). Ma Dio gli offre un altro meraviglioso campo: il Vangelo doveva passare in Europa. Una visione: «Vir Macedo quidam erat stans et deprecans eum et dicens: Transiens in Macedoniam, adiuva nos» (Att. XVI, 9). Ed in Europa, a Filippi, fu abbondantissima la messe. Riflettiamo: Tutti possiamo ottenere buon frutto quando vi è la volontà di Dio: «Ostium enim mihi est apertum et magnum, et evidens» (Att. XV, 10). Invece gli apostoli falsi, o non preparati, o non forniti delle qualità, o mancanti del missus in obbedienza? «Habentes speciem quidem pietatis, virtutem autem eius abnegantes. Et hos devita» (II Tim. III, 5). Sempre ci sono teste calde, che scelgono da sé l'ora ed il campo, arrivisti e subdoli, «homines seipsos emanantes, cupidi, elati, superbi» (II Tim. III, 2); che mai contenti delle disposizioni, vogliono sofisticare e si accaparrano altri del medesimo sentire «habentes quidem speciem veritatis, virtutem autem eius (umiltà, obbedienza, amore puro a Dio) abnegantes» (II Tim. III, 5). Sono sempre irrequieti, in cerca di novità, disprezzatori di chi non la pensa come loro... Hos devita».
(continua)

Sac. Alberione

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DOPO GLI ESERCIZI SPIRITUALI
(continuazione e fine)

Ma ancora di importanza capitale il buon comportamento con i Fratelli: «Implete gaudium meum, ut idem sapiatis, eandem caritatem habentes, unanimes, idipsum sentientes; nihil per contentionem, neque per inanem gloriam; sed in humilitate superiores sibi invicem arbitrantes; non quae sua sunt singuli considerantes, sed ea, quae aliorum» (Filip. II, 2-4). O, ancora più giusto per religiosi e sacerdoti: «Obsecro itaque vos, ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocatis estis, cum omni humilitate et mansuetudine, cum patientia supportantes invicem in caritate, Solliciti servare unitatem Spiritus in vinculo pacis. Unum corpus et unus Spiritus sicut vocati estis in una spe vocationis vestrae».
Umiltà non orgoglio; gara di carità non di scavalcarsi; in umiltà di spirito col Superiore Generale e con i Superiori locali. Abbiamo un unico Signore; e siamo tutti devoti ed umili servi. Tendiamo tutti al paradiso; e potrebbe succedere che qui, sulla terra, chi è in un posto umile, domani brilli sopra chi ora è superiore, o al primo posto. Si ha la medesima professione; si è fratelli; si devono osservare le medesime Costituzioni; sia che si tratti di un Sacerdote sia che si tratti di un Discepolo; si è tutti deboli e fragili; può domani cadere chi oggi si mostra fermo per virtù: «qui stat videat ne cadat»; ci nutriamo della medesima Eucaristia, del medesimo Vangelo, del medesimo pane materiale. Siamo tutti di Cristo; Cristo è di Dio.

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Ma come si ottiene questa unità?
Da parte dei Superiori e da parte dei Membri.
a) I Superiori siano umili, si considerino come debitori (come lo sono di fatto) ai Fratelli, si ritengano per servi, secondo l'esempio e l'insegnamento di Gesù: che lavò i piedi agli Apostoli; che disse non sono venuto a comandare ma a servire. Ma se il Superiore non è il primo nella pietà, il primo al lavoro, il primo nell'osservanza, il primo nell'apostolato e nella virtù, il primo nell'obbedienza ai suoi rispettivi Superiori... diventa di fatto inferiore; ed il nome di superiore suona ironia. Non è l'essere il primo a tavola, il primo ad esigere riguardi che costituiscono il superiore; ma il primo in carità e premure, nei lavori più umili, nei sacrifici. «Vos autem non sic; sed qui prior est in vobis fiat sicut ministrator»! E non succeda che il Superiore lasci fare i meriti agli altri! Allora? maledetto ufficio di Superiore! quando si crede come infallibile, quando si tratta i Fratelli come servi, quando si concede tutte le libertà per uscire (fuori di casa), per il vitto, per il vestire... e non sa rispettare i pareri e provvedere ai bisogni... e crede di non avere limiti nei poteri... maledetta superiorità.
Senta spesso i suoi collaboratori come stabiliscono le Costituzioni; si interessi e provveda ai bisogni; non accetti facilmente denigrazioni, li consoli, esiga che ognuno li rispetti; ne parli con stima... Per farsi a-mare non vi è che un mezzo: AMARE.
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b) Da parte dei Membri: di nuovo occorre carità vicendevole. Pensar bene di tutti; parlar bene di tutti; desiderare il bene di tutti; fare del bene a tutti.
Si evitino i sospetti, i giudizi malevoli od infondati; si evitino le critiche! Quanta pace e quanto amore e bene può rovinare un malevole con i discorsi! «Ecce quantus ignis quam magnam silvam incendit! Et lingua ignis est, universitas iniquitatis» (Giac. III, 5-6).
La lingua deve aver contatto con le immacolate carni di Gesù Cristo nella comunione: «in ipsa benedicimus Deum et Patrem: et in ipsa maledicimus homines, qui ad similitudinem Dei facti sunt. Ex ipso ore procedit benedictio et maledictio... Numquid fons de eodem foramine emanat dulcem et amaram aquam?» (Giac. III, 9-11).

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Là carità si esercita per le anime ed i. fratelli in generale:
I) Con la benevolenza: voler il bene; sopratutto il Sommo Bene! che i fratelli siano santi, lieti, benedetti,fortunati! che la Chiesa si diffonda sulla terra e tutti partecipino ai suoi ineffabili doni...
II) Con la beneficenza: dare la verità in carità, dare l'esempio buono, dare l'aiuto della preghiera e del conforto, dare i sacramenti e l'istruzione, dare lo spirito religioso; dare i beni materiali; in sostanza esercitare le opere di carità spirituali e materiali.
III) Con la compiacenza: che si mostri all'esterno e realmente parta dal cuore la gioia e soddisfazione per tutti i beni che ha il fratello: perché è buono, intelligente, stimato, istruito, è in salute, benedetto nelle sue iniziative ecc.
IV) Con la convivenza serena: in famiglia, in religione, in società; a tavola, in scuola, con i giovani,gli anziani, i superiori, gli inferiori, i visitatori, i poveri, le persone noiose ecc. Così che la vita sia di conforto nelle pene, di incoraggiamento nelle difficoltà, di sincera partecipazione alle gioie. Vi siano pure quei comuni segni esterni che si adoperano dalle persone buone in società e nelle relazioni. E questo anche con chi fosse avversario: poiché così fece il Salvatore, così ci insegna S. Paolo che pur dichiarava di avere «adversarii multi» (1Cor. XVI, 9).
E tuttavia può succedere qualche attrito simile a quello tra Lui e Barnaba circa il prendere seco Marco. Diversità troppo forte di carattere, di metodo, tendenze così che ne sarebbe venuto pregiudizio all'apostolato; ma vi fu una separazione caritatevole nel modo e nella sostanza.
Questa convivenza suppone anche l'«alter alterius onera portate; et sic adimplebitis legem Christi» (Gal. VI, 2). E perciò: si comprimano le invidie, le esagerazioni sui difetti altrui, il rancore astioso, le sinistre interpretazioni, il continuato ricordò e il rinfacciare gli errori e il pubblicarli. Gesù non finì di estinguere il lucignolo fumigante, né di rompere la canna incrinata!
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E meditiamo: «Dilectio sine simulatione; caritate fraternitatis, odientes malum (non malos) adherentes bono». Ospitalità senza mormorazione.
«In omnibus sumentes scutum fidei; et galeam salutis assumite» (Efes. VI, 16).
Fu scritto, di un santo Pontefice: «La dignità e l'adulazione mai lo abbagliarono; il biasimo e la critica mai lo fermarono; i bisogni e le pene di tutti trovarono sempre in lui cuore aperto». Sono molte le frecce che incalzano da ogni parte il vero miles Christi; l'inferno non lo lascia mai in pace. La menzogna, la calunnia, l'inimicizia, lo scoraggiamento, l'invidia, l'insuccesso... il dubbio, l'insufficienza, la noia interiore, la tentazione. Frecce che penetrano dolorosamente l'anima ed il corpo. Ma il buon soldato riveste lo scutum fidei e il galeam salutis: e le frecce si spuntano e si infrangono.
Sospetti e calunnie lo addolorano, specie se nascono di sopra o d'accanto? - L'uomo di Dio ricorre al detto: «Beati coloro che sono perseguitati per la giustizia». E avanti!
Desideri di vendetta vogliono insinuarsi nel suo cuore? - L'uomo di Dio ricorre al detto: «Amate i nemici, fate del bene a chi vi odia» e amerà di preferenza chi l'ostacola.
Sconforto per le sue mancanze ed insufficienze di mezzi ed abilità? - L'uomo di Dio ricorda: «Il Signore è il mio rifugio: in Lui tutto posso»; e non vacilla; chiusa una via ne cerca un'altra.
La legge della carne che è contraria alla legge dello spirito lo tormenta nelle sue membra? Il «sufficit tibi gratia mea» lo solleva ed assicura.
La crescente depravazione dei costumi e l'assalto dei molti nemici vorrebbero togliergli l'ardire? La sentenza: «Nolite timere pusillus grex, quia complacuit Patri vestro dare vobis regnum», lo allieta.
E sul pulpito ed in confessionale, e nei catechismi, e nelle associazioni, e nella stampa e nelle famiglie: sempre umile, sempre fiducioso tiene alta la sua bandiera; ogni difficoltà lo arricchisce di meriti innanzi a Dio ed agli uomini imparziali.
Se un nuovo errore o vizio cerca farsi strada, egli ricorda la Scrittura, i Concilii, l'insegnamento papale ed è pronto a dire, spiegare, lottare. La verità, presto o tardi, dà la morte all'errore ed al vizio.
E quante frecce sono andate in schegge sul campo di battaglia, lungo i secoli! il campo ne è coperto, ma la milizia di Gesù ha vinto: «Bonum certamen certavi... in reliquo reposita est mihi corona justitiae».
L'elmo (galea) difende il capo: quindi esserne muniti sempre come arma principale. La fede viva, le intenzioni rivolte al cielo, il pensiero e l'esempio del Sacerdote e Maestro Divino, sono garanzia, sicurezza, consolazione. E S. Paolo insiste: «Per omnem orationem, et obsecrationem orantes, omni tempore in spiritu...». Alla preghiera è assicurato il successo. Senza di essa non cimentiamoci; le forze contrarie sono superiori a noi; occorre l'armatura Dei per vincere. Senza preghiera il Sacerdote è in pericolo per se medesimo. Si assicuri anche le preghiere di anime buone perché le passioni ed il demonio non prendano il sopravvento.
Cesseranno le inquietudini: la lotta si svolgerà non con arma carnalia; ma con la potentia a Deo.
Chiudo col saluto di S. Paolo: Gratia Domini nostri Jesu Christi, et caritas Dei, et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis. Amen. (I1Cor. XIII 13).

Sac. Alberione


INTENZIONI DEL MESE:

1) Santuario «Regina Apostolorum».
2) «La carità non è ambiziosa».
3) La pietà: prima delle quattro ruote.
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