Beato Santiago Alberione

Opera Omnia

« Todas las AUDIO GALERIAS

Registrazioni audio ssp 1962

Trascrizione del file: 1962-00-00_educazione.mp3
durata 25' 51''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 1962?, alla SSP

L'educazione cristiana della gioventù


Dichiarazione del Concilio Vaticano II sull'educazione cristiana della gioventù. L'educazione cristiana della gioventù: ecco questo è fondamento.
E l'inizio di questa dichiarazione è Gravissimum educationis, cioè “l'estrema importanza dell'educazione nella vita dell'uomo”, l'estrema importanza dell'educazione. Perché: come viene avviato il giovane? o per la strada buona e allora, se continua, arriva a una vita ordinata, cristiana e poi il cielo; e se invece non si cura l'educazione in famiglia, nelle scuole, nella Chiesa, negli ambienti, se è trascurata, che cos'è poi del giovane? È avviato per una strada non buona e non sarà buona la vita successiva. E poi che cos'è nell'eternità?
Avevamo pubblicato tanti anni fa, nel 1922-1924, avevamo iniziato un periodico per i giovani e aveva già fatto dei buoni passi anche nella diffusione. Poi attraverso alla Santa Sede vi è stato questo: e cioè il desiderio che quel periodico fosse incentrato a Roma, particolarmente dell'Azione Cattolica, ecco. Ma poi questo noi l'abbiamo ceduto, perché c'era l'invito dalla Santa Sede, perché si voleva che, essendo da Roma, avesse una maggior diffusione. Ma poi le cose lì non si sono sviluppate come si credeva a Roma.
Oh, qui l'introduzione è così: «I Padri conciliari fanno oggetto di accurata riflessione l'argomento importantissimo dell'educazione cristiana. È desiderio della santa Chiesa che tutti gli uomini, essendo persone umane, possano godere del beneficio di una attenta educazione sia da parte dei genitori in seno alla famiglia, sia nella scuola in cui si completa la formazione educativa iniziata in famiglia. I genitori siano liberi di scegliere secondo coscienza la scuola che preferiscono. Lo Stato procuri l'educazione a tutti i cittadini e aiuti i più capaci, anche se meno favoriti dalla fortuna. La Chiesa sia presente come suo nativo diritto con le scuole cattoliche, con le testimonianze dei suoi figli, con la scelta saggia dei metodi educativi e soprattutto con l'istruzione catechistica e la predicazione della Parola di Dio».
E cioè secondo è avviato il fanciullo, così camminerà su quella via. Se i genitori, le famiglie l'hanno avviato bene, allora c'è da sperare che continuino poi successivamente; ma se invece viene a mancare la buona educazione in famiglia, mancando anche la buona scuola e mancando anche <quando> nella parrocchia <se vi è> [la] cura della gioventù... Oh, dipende di lì! Come se uno deve arrivare a una certa meta, supponiamo di qui a Venezia: bisogna che cominciamo a prendere la strada giusta; e se invece si prende la strada opposta, dove si arriva?
Oh, la Chiesa avvia bene il bambino, dando al bambino il battesimo. E quindi è fatto cristiano. Quindi [avviene] la rigenerazione del bambino, che non resta più soltanto un bambino umano, ma poi resta un bambino cristiano con la grazia di Dio, la vita soprannaturale. Ma poi, dopo questa vita soprannaturale, la vita di grazia, dai 6-7 anni eccetera, allora se il fanciullo è bene aiutato, seguirà la buona strada; se invece è abbandonato od è in mano di persone che non sono capaci di educare e non si curano del fanciullo che cresca bene, allora è la disgrazia somma, la disgrazia somma. Perché il bambino, il fanciullo <che> si avvia a una strada che conduce all'opposto, non al paradiso, ma a che cosa? una via che porta dove?
Quale responsabilità [hanno] i genitori che li han messi al mondo! e quelli che sono gli obblighi degli educatori e nelle parrocchie e nelle scuole e un po' in tutti gli ambienti!
Alle volte arrivano appena a far la prima comunione, conoscendo qualche cosa dei misteri della fede; ma poi dopo quasi tutto finisce lì, in molti luoghi. E allora?
E anche quando c'è stata la buona educazione fino a 12-14 anni, passano negli ambienti di lavoro e poi vivono in mezzo a una società alle volte non buona, e di lì a un poco il giovane verso 16-18-20 anni si è messo su una strada che non porta al cielo. Dolorosamente questo si avvera.
Perciò l'introduzione: «L'estrema importanza dell'educazione nella vita dell'uomo e la sua incidenza sempre più grande nel progresso sociale contemporaneo sono oggetto di tanta considerazione da parte del santo Concilio ecumenico».
E quindi parla dell'importanza dell'educazione e degli obblighi che c'è da parte dei genitori, dei maestri e di tutti che sono più adulti, perché essendo adulti, uomini, che indichino le strade buone per il giovane, prima fanciullo, poi giovinotto, più avanti.
«Da parte sua la santa Chiesa cattolica, nell'adempimento del mandato ricevuto dal suo divin fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di instaurare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell'intera vita dell'uomo», di occuparsi dell'intera vita dell'uomo, «anche di quella terrena, in quanto connesse con una vocazione al cielo e perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo dell'educazione. Per questo il sacrosanto Sinodo dichiara alcuni principi fondamentali intorno all'educazione cristiana, soprattutto nelle scuole, che toccherà poi ad una speciale commissione postconciliare sviluppare ulteriormente ed alle conferenze episcopali applicare alle diverse situazioni locali».
Ora i punti anche soltanto per accennarli.
«Primo: il diritto dell'uomo all'educazione». Ogni bambino ha diritto ad essere educato bene, perché se i genitori lo han messo al mondo, allora deve compire il padre, compire la madre. Perché se non li educhino bene, li avviano verso la perdizione; e se invece li avviano per la strada buona, li avviano verso la salvezza eterna, il paradiso, la vita eterna. Altrimenti li mette su una strada che porta alla perdizione: la grande responsabilità.
E il bambino ha diritto di essere educato. E se non li educano bene, peccano gravemente e pensano alle volte che pensino solo a sé e non pensino a che cosa verrà dei loro figliuoli. Quindi il bambino ha diritto di essere educato bene e istruito bene e messo su una strada in cui possa vivere umanamente anche, quindi guadagnarsi il pane e come portarsi moralmente, una vita morale. E se noi non facciamo questo, siamo responsabili e che gravità di responsabilità, compreso chi è in collegio, chi è nelle scuole.
Secondo: questa educazione, «nascendo in famiglie cristiane bisogna che i genitori diano una vita cristiana. Tutti i cristiani, in quanto rigenerati nell'acqua e nello spirito santo, sono divenuti una nuova creatura e quindi sono di nome e di fatto figli di Dio, hanno diritto all'educazione cristiana».
Allora chi sarebbero questi a educare il fanciullo? Primo i genitori, primi educatori «i genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l'obbligo gravissimo di educare la prole, vanno pertanto considerati come i primi e i principali educatori di essa», e cioè hanno loro il primo obbligo per l'educazione cristiana. Secondo l'istruzione catechetica e quindi la cura che deve avere il parroco e quando il ragazzo è nella famiglia e quindi è avviato alla parrocchia. Ma quando poi i fanciulli o vanno nei collegi o anche fanciulli che sono un po' moralmente abbandonati, ecco bisogna che tutti si impegnino ad avviare per mezzo dell'istruzione e dell'educazione. Quale responsabilità! e quale responsabilità nelle case di educazione, nei collegi, e nelle associazioni!
Dopo la parte catechetica, la scuola. E si vanno alle scuole, cominciando dall'asilo, poi le elementari, e poi le medie e l'istruzione un po' più elevata: la scuola. La scuola deve istruire per le scienze, la letteratura, eccetera, ma non solo deve dare istruzione scientifica, ma deve dare istruzione morale. Perché, oltre il sapere, è necessario che il giovane sia formato totalmente; non solamente che abbia delle idee, ma che abbia una morale, una morale conforme alla vita cristiana e quindi bisogna che l'educazione sia compita: istruzione e formazione morale.
E quindi deve avviare anche, nelle scuole che è possibile, avviare anche alla preghiera, a ricevere i sacramenti, compiere i doveri cristiani, la messa domenicale, almeno, e tutto quello che è necessario per essere la vita che prepara all'eternità felice.
Allora in tante nazioni hanno aperto accanto alle scuole civili, le scuole cattoliche, come – supponiamo – in Francia, Stati Uniti e altre nazioni. Perché, quando nelle scuole dello stato non si forma totalmente il giovane, allora si son promosse queste scuole cattoliche. E quello che estende sempre di più il numero delle conversioni negli Stati Uniti, dipende tanto dalle scuole parrocchiali. Sono stato in una parrocchia che erano duemila i fanciulli nelle scuole della parrocchia, perché una parrocchia che aveva circa cinquantamila persone, parrocchiani; ed è un vescovo molto diligente a questo riguardo, ed è un vescovo italiano. Oh, la scuola cattolica.
Poi vi sono le scuole superiori, specialmente quando incomincia l'insegnamento del liceo e poi delle università. E che cosa si insegna? Vi si insegna la scienza umana. Occorre insieme che ci sia la scienza morale e se nelle scuole di liceo, scuole superiori in generale, – compreso l'università, – se i giovani non vengono anche educati cristianamente in quelle scuole, è utile e necessario che si prepari altrimenti il fanciullo, con l'azione cattolica o delle scuole supplementari per istruzione morale. La coordinazione delle scuole cattoliche.
E quindi allora bisogna dire che [= bisogna considerare] anche le pubblicazioni che vanno in mano al fanciullo, al giovane, specialmente quando comincia a trovarsi all'età di 15-20 anni, 25: e che cosa avrà come princìpi di dottrina e di princìpi della morale e l'obbligo di vivere cristianamente con la liturgia? Quindi le associazioni cattoliche per le scuole.
«Il sacrosanto sinodo esorta vivamente anche i giovani perché, convinti della eccellenza del compito educativo, siano generosamente pronti ad intraprenderlo, specie in quelle regioni dove per lo scarso numero di maestri, corre pericolo l'educazione della gioventù».
Ah, sì! C'è quella tendenza di lasciare somma libertà al fanciullo, al giovane. Libertà, ma libertà sì, però non la libertà che porta e apre le strade al male. Bisogna che si rispetti la libertà delle anime più giovani, ma bisogna insegnare quello che è bene, altrimenti, quante scuole di male ci sono nel mondo? gli scandali, le letture, gli spettacoli, e ciò che viene trasmesso dalla televisione, dalla radio, che canta dal mattino alla sera, fino a mezzanotte ancora. E allora bisogna pensare che tutto deve essere ispirato ad una vita sociale buona ed una vita cristiana, una vita morale, una vita presente che prepari all'eternità.
La Chiesa educa per l'eternità: non solamente, ecco, mi prendo una laurea, mi prendo una via, sì. Ma non c'è solo la via per condurre la vita, la vita per un mestiere, la professione: è necessario; ma questo è solamente un inizio di vita: la vita eterna, quella è la vita eterna.
«Il sacrosanto Sinodo nell'esprimere la sua gratitudine ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose e ai laici che in spirito di dedizione evangelica svolgono la nobile opera educativa e didattica di qualsiasi tipo e grado, li esorta a perseveranza, con generosità nel compito intrapreso, sforzandosi di distinguersi nella formazione degli alunni allo spirito di Cristo e nell'arte pedagogica che educa e nelle applicazioni scientifiche, in modo che promuovano non solo il rinnovamento della Chiesa all'interno, ma anche esse mantengano e ne accentuino la benefica presenza nel mondo moderno, specie in quello intellettuale», perché in tante scuole alte l'educazione intellettuale non è buona.
Allora quando si è votato questo Gravissimum educationis per l'educazione, non c'è stato dubbio <a dire> che qualcheduno avesse detto “negativo”: tutti hanno dato “positivo” [nel]la votazione.
Allora, conclusione.
Pregare per gli educatori.
Secondo: dare noi il buon esempio.
Terzo che tutti prendano, questi giovani! Perché non basta che si dicano le cose buone, bisogna che le accettino, quindi abbiano la grazia.
Portare in voi queste intenzioni: per la formazione del fanciullo, del giovane; questo: pregare in questo senso. E quanto più si stampino cose che riguardino la formazione, tanto più è buono il nostro apostolato: preparare la gioventù alla vita e preparare la vita presente alla vita eterna.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-00-00_rivelazione.mp3
durata 24.57

Don Giacomo Alberione - Roma?, 1962? - Ai discepoli D.M.

La rivelazione, la Bibbia, la Tradizione, commento alla “Dei Verbum”


...parecchie verità ha rivelato, quello che è necessario per arrivare alla salvezza e per avere la sicurezza di camminare bene. Altro è ragionare, e questo, la ragione, è un dono di Dio. Ma non tutto gli uomini possono arrivare a conoscere; e allora il Signore ha rivelato quello che gli uomini non potevano e non possono conoscere; ad esempio, il Mistero della Trinità. Come avrebbe potuto l'uomo conoscere Dio Uno e Trino? Uno nell'essenza e Trino nelle Persone. Questo è rivelato, cioè come è rivelare un segreto, segreto di Dio.
San Giovanni in una lettera dice: “Annunziamo a voi la Vita eterna” – essendo lui Apostolo, – “ciò che abbiamo veduto e udito”, perché egli aveva veduto e udito, veduto Gesù Cristo, quel che ha fatto e quello che ha detto, e udito, “affinché anche voi abbiate comunione con noi”, cioè anche tutti si uniscano alla Chiesa – “comunione con noi” – “e la nostra comunione sia con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo”; cioè noi ricordiamo e confessiamo Dio Padre, il Figlio di Dio e lo Spirito Santo, terza Persona della Trinità.
Allora il Signore, sia nell'Antico Testamento e sia nel Nuovo Testamento, il Signore ha rivelato quello che ha voluto rivelare, cioè quello che è utile e necessario per raggiungere l'eterna felicità. Perché, ragionando soltanto con la mente, noi non avremmo i meriti, perché non avremmo il soprannaturale; invece credendo, secondo la rivelazione, credendo, recitando il nostro “Credo”, guadagniamo meriti. Perché? Perché noi crediamo alla Parola di Dio, ecco, la rivelazione.
“Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà”. Quindi ci ha insegnato cose da credere e cose da fare: cose da fare, per esempio, ricevere l'Eucarestia; e quindi tutto quello poi che il Signore Gesù ci ha indicato: la via della perfezione. Altro era l'Antico Testamento che, in generale, si seguiva o si doveva seguire quello che il Signore aveva manifestato a Mosè, con i comandamenti. Ma adesso, per la predicazione di Gesù Cristo, è indicata una perfezione molto più alta, maggior santità, e cioè credere e seguire le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. È indicata la perfezione: “<Beati coloro che> Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli”. È il Signore che ha voluto rivelare i suoi segreti, perché noi possiamo arrivare al Paradiso, lassù. Avendo fede, avremo la visione eterna di Dio, lassù.
Adesso il Figlio di Dio incarnato ha rivelato tante cose, ma poi ci sarà una stupenda luce lassù in cielo, in proporzione della nostra fede sulla terra.
Quindi abbiamo da considerare la rivelazione.
La rivelazione viene da Dio, sia nell'Antico Testamento, se si leggono i libri dell'Antico Testamento, 42-43, o siano gli altri Libri del Nuovo Testamento 27, ecco. Il Signore aveva già rivelato agli Ebrei tanti anni prima; e poi venne il Maestro divino a rivelarci altre cose. E, come [leggiamo] nella Messa di Gesù Maestro, “il Signore in molte maniere aveva parlato” nell'Antico Testamento, “ma adesso ultimamente venne a parlare il Figlio di Dio”, Sapienza. Quindi considerare questo: la fonte della Verità è una, unica, cioè Dio; tutto quel che ha insegnato viene da Dio, Antico e Nuovo Testamento.
Oh, ma poi, come viene a noi la Parola di Dio? Viene a noi attraverso due strade, diciamo, o due rigagnoli, come c'è una fonte e poi due rigagnoli per cui a noi arriva l'acqua, l'acqua della Verità. Come sono questi due rigagnoli? La Bibbia è il primo: ciò che viene dalla Bibbia, Antico e Nuovo Testamento; secondo la Tradizione.
La Tradizione [è] l'altro rigagnolo. E com'è? Gli Apostoli non hanno mica scritto tutto. E san Giovanni dice: “Se [si] dovesse scrivere tutto, riempiremmo tanti libri”. Ma [c'è anche] quello che non hanno scritto gli Apostoli, cioè quelli che hanno scritto i quattro Vangeli e le Lettere, san Paolo, gli altri Apostoli, l'Apocalisse. Ben lontano si ha da pensare che avessimo soltanto quello che è nel Libro, nella Bibbia! Ma gli Apostoli han predicato tante cose, ripetendo le parole di Gesù Cristo. Per esempio, nella Bibbia non si parla dell'assunzione di Maria. E come è avvenuto? Come crediamo a questo dogma dell'assunzione di Maria in cielo, assunta in cielo? Gli Apostoli han predicato e poi dall'uno all'altro, dagli Apostoli e poi dai Vescovi e poi avanti, fino al tempo presente, che è stato definito il dogma dell'Assunzione.
Quindi ci sono due rigagnoli che partono dalla stessa fonte. E come si riuniscono questi due rigagnoli? [Attraverso] il Magistero della Chiesa: la Chiesa interpreta la Scrittura e interpreta la Tradizione, e insegna. Ed ecco la definizione del dogma dell'Assunzione di Maria SS. al cielo; così l'infallibilità del Papa; così le altre verità che noi conosciamo, per esempio la comunione dei santi, la risurrezione della carne.
Oh, l'insegnamento o lo prendiamo dalla Bibbia, dalla Tradizione; e la Chiesa ce la presenta come è il senso; e il senso giusto [è] quello che insegna la Chiesa.
Quindi abbiamo l'unica fonte e due rigagnoli. Oh, allora vi è la fonte; vi è il duplice passaggio, rigagnoli; e poi si riunisce nella mente della Chiesa, che è infallibile, che è infallibile.
Allora, l'ispirazione divina è l'interpretazione della Sacra Scrittura: è la Chiesa che deve interpretare la Scrittura e la Tradizione. E allora arriva a noi il Magistero della Chiesa: noi crediamo all'insegnamento della Chiesa. Ecco.
Oh, allora che cosa abbiamo noi da fare? Leggere la Bibbia e prendere l'insegnamento della Chiesa; e se si vuole fare uno studio della Tradizione, questo è particolarmente per chi deve fare studi particolari nei santi Padri, i dottori della Chiesa e il Magistero della Chiesa.
Quindi, unendosi i due rigagnoli, arriva a noi l'acqua pura della verità: la Chiesa. Perché, supponiamo, l'infallibilità del Papa è insegnamento che è ricavato dalla Scrittura e dalla Tradizione.

Ora, la conclusione di questa considerazione è: leggere la Sacra Bibbia.
In questo Decreto che ha per titolo “Dei Verbum” – traduzione: “Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione, promulgata dal Concilio Vaticano II” – in 11 posti, in 11 punti di questo Decreto: “leggere la Bibbia” e “diffondere la Bibbia”. Ecco, così.
La Bibbia: ci vogliono le annotazioni, quelle che sono approvate dalle autorità della Chiesa; quindi ci vogliono sempre, sotto, le piccole spiegazioni, più o meno abbondanti, secondo uno o secondo un altro degli scrittori. Ma la sostanza risulta dalla Bibbia e capire quello che è nelle annotazioni al fondo.
Ora dovere di leggere la Bibbia. Dovere leggere la Bibbia. Si leggono tante cose che sono anche utili e altre ce ne sono che non sono utili; ma ciò che importa è conoscere la Parola di Dio, quello che il Signore ha detto. E quindi non soltanto sentir la predica, ma volersi anche soddisfare, prendendo il Libro della Scrittura e vedendo che vi è la Scrittura. E il sacerdote, che parla a nome della Chiesa, allora dice la Verità. E dobbiamo credere quello che il Signore ha voluto rivelare.
Almeno tre volte nel Decreto, almeno tre volte si ripete: l'uomo, il cristiano, ha bisogno di due alimentazioni, due nutrimenti, e cioè il nutrimento della Parola di Dio, che serve e che alimenta l'intelligenza e quindi la fede, e – secondo – l'Eucarestia: due alimenti. E devono essere assieme: e così nella Messa c'è l'Epistola e c'è il Vangelo e poi avviene il sacrificio, la Comunione. Due alimenti: e allora la Messa è un'alimentazione piena.
Oh, noi possiamo fare anche delle comunioni spirituali; e possiamo fare la comunione spirituale della Verità, cioè, quando noi leggiamo la Bibbia e poi facciamo atti di fede, ecco. Questo perché noi leggiamo la Bibbia, sì.
E poi si dice, nel Decreto: ogni sacerdote, ogni Vescovo, ogni fedele, ogni cristiano diffondano tutti la Bibbia; e l'Episcopato e il laicato e tanto più, in mezzo, i Religiosi. Qui bisognerebbe leggere tutti i vari punti che ci sono e cioè specialmente dal 20 fino al 26 compreso, punto: “La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa”. «La Chiesa che prende dalla Scrittura e dalla Tradizione». «Nei Libri Sacri il Padre celeste che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi», il Padre nella Scrittura. «Nella Parola di Dio, poi, è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale».
Oh, allora quando stampate la Bibbia, Vangelo, Nuovo Testamento, – secondo, – quindi noi [= voi] fate un apostolato. Se vi saranno tante cose da stampare che sono parole degli uomini, scritti dagli uomini; ma quello che è scritto da Dio, quanto più alto e quanto maggiore spirito e maggior merito nel produrre e Vangeli e il Nuovo Testamento e l'Antico Testamento, cioè la Bibbia, quanto di più! E poi ampiamente la diffusione. Veramente così diveniamo predicatori.
E purtroppo il popolo stenta a sentire la parola del sacerdote, tante volte, e tante volte non vanno a sentire la Parola di Dio; ma noi la portiamo a casa, portiamo a casa, quello che è l'insegnamento della Chiesa che è ricavato dalla Bibbia e dalla Tradizione.
Quindi da semplici tipografi si diviene predicatori: e quindi l'elevazione del Discepolo, l'elevazione ad essere un predicatore. Tante volte il Discepolo predica di più del sacerdote, perché ci fa arrivare alle famiglie e agli individui.
Prima si diceva, secondo era stata la lettera scrittami: “la Bibbia in ogni famiglia”. Ma ora, dopo il Concilio, [dopo] “Dei Verbum”, si direbbe che non solo “la Bibbia in ogni famiglia”, ma “la Bibbia in ogni persona”, come è una espressione qui nel Decreto.
«Il Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente lettura della divina Scrittura». E la parola poi di sant'Agostino: “L'ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo”, cioè chi non legge la Scrittura, ignora Gesù Cristo. «Si accostino essi volentieri al Sacro Testo, sia per mezzo della Sacra Liturgia, ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura e sia per mezzo dell'iniziativa adatta a tale scopo e di altri sussidi». Ecco.
E dice allora quella conclusione: «Siano preparate edizioni della Sacra Scrittura», e questo lo fate; «siano preparate edizioni della Sacra Scrittura, fornite di idonee annotazioni», i commenti, «ad uso anche dei non cristiani», anche se fosse un pagano, «e adattate alle loro condizioni», cioè secondo che uno è istruito, «che sia i pastori di anime, sia i cristiani di qualsiasi stato avranno cura di diffondere», i pastori della Chiesa e i cristiani di qualsiasi stato, cioè il semplice cristiano, «qualsiasi stato, avranno cura di diffondere zelo e prudenza»: la Bibbia.
Quindi la conclusione del Decreto: «In tal modo, dunque, con la lettura e lo studio dei sacri libri, la Parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata e il tesoro della Rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini, come dall'assidua frequenza del mistero eucaristico», quindi come abbiamo il mistero eucaristico, la comunione, il sacrificio, «si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare il nuovo impulso alla vita spirituale dall'accresciuta venerazione della Parola di Dio che permane in eterno». La Parola di Dio non cade.

Oh, allora due conclusioni: leggere la Bibbia e diffondere la Bibbia; e per noi far la redazione delle annotazioni e poi la stampa e poi la diffusione più largamente possibile. Questo è un apostolato così grande! Cosa possiamo dare di meglio, che è la parola stessa di Dio? è la sapienza di Dio?
Conclusione, proposito: leggere devotamente la Bibbia, ogni giorno un po', cominciando dal Nuovo Testamento, poi dall'Antico Testamento e poi, secondo la nostra missione, massima diffusione della Bibbia.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-01-10_gagna.mp3
Durata 19.04


Don Giacomo Alberione
Roma, Santuario RdA, 10-1-1962, alla SSP

Questo testo è stato pubblicato sul "San Paolo" - Febbraio 1962 II, pagg. 2-4


Commemorazione di don Michelino Gagna



In memoria di don Michelino Ferdinando Gagna.
Il Fratello Adriano Cappelletto, nostro Discepolo, raccontava a don Tonni che si era recato ad Elisabethville dopo la morte di don Michelino Gagna.
«Il giorno 10 dicembre don Michelino decise di recarsi alla Casa delle Figlie di San Paolo per prelevare il SS. Sacramento. Esse erano partite.
Gli sono corso dietro per impedirgli di uscire, ma non sono riuscito. Poco dopo che don Michelino si era avviato, cominciò un fuoco terribile da ambo le parti.
Ho atteso ore ed ore con il cuore in gola, poi ho pensato che fosse stato fatto prigioniero. La notte, da solo, l'ho trascorsa accovacciato in cucina. Il giorno seguente la nostra Casa fu colpita da una granata che esplose mentre aprivo la porta del corridoio: i vetri infranti, il calcinaccio caduto, furono sufficienti a farmi sanguinare dappertutto. Scaraventato a terra, svenni.
Poco dopo un mercenario bianco venne, mi scosse, e mi avvertì di mettermi in salvo. Mi rialzai stordito, ma con la presenza di spirito sufficiente per ricordarmi di prendere con me la pisside con le ostie consacrate.
La via da percorrere sino all'ospedale era pericolosa. Fui, poi, trasportato alla Procura delle Missioni; qui vissi giorni di angoscia, in attesa di qualche notizia di don Michelino e anche perché la lotta si era spostata al Centro e vicino a noi.
La notte non riuscivo a prender sonno, perché scosso nel sistema nervoso.
Il giorno 17, da un padre belga, fui avvertito che in via Kasenga vi stava la macchina di don Michelino, completamente bruciata, essa portava il segno di raffiche di mitraglia sul fianco sinistro e sul retro, era sbandata e finita nel fosso; dentro da pochi resti di ossa carbonizzate, si poté dedurre che l'autista, ferito a morte, era stato distrutto dal fuoco.
Non poteva trattarsi di altri che di don Michelino. Era la sua macchina.
Insieme ai suoi resti si trovò la Pisside semifusa, segno che già aveva raggiunta la Casa delle Figlie di San Paolo e stava ritornando.
Ho raccolto quel poco che rimaneva di don Michelino in una piccola scatola che spero di poter inviare in Italia appena sarò riuscito ad espletare tutte le pratiche del riconoscimento di morte e di perizia medica".

Ora, un po' di cronaca. Il giorno 10 gennaio 1962, nella cripta del santuario Regina Apostolorum, si sono svolti solennemente i funerali di don Michelino Gagna, i cui resti mortali erano giunti il giorno precedente a Roma, all'aeroporto di Ciampino, a mezzo di un aereo militare proveniente da Elisabethville.
La Messa devota è stata bene eseguita dalla schola cantorum del vocazionario. Hanno preso parte oltre ai superiori, fratelli, congiunti, numerose personalità, fra le quale ricordiamo: S. E. Mons. Nigris, in rappresentanza della Segreteria di Stato, il Sottosegretario di Propaganda Fide, Mons. Pecoraio, Mons. Addivinola per la Congregazione dei Religiosi, Rappresentanti di Istituti Religiosi, Autorità Militari e Civili.
In antecedenza, il Santo Padre faceva pervenire al Superiore della Società San Paolo il seguente telegramma:
«Nella luttuosa circostanza in cui la Pia Società San Paolo compiange dolorosa perdita don Ferdinando Michele Gagna, l'Augusto Pontefice, mentre suffraga con fervide preci l'eletta anima dello zelante missionario, esprime paterni sentimenti di cordoglio ai confratelli e congiunti ed imparte ad essi di cuore una particolare confortatrice benedizione apostolica. Firmato Card. Cicognani».
Durante la funzione, il Primo Maestro ha rivolto ai presenti le parole che qui riportiamo:
«La presenza non di una salma, ma di semplici resti umani di Don Michelino Gagna conferma quanto abbiamo meditato qui il giorno 22 dicembre scorso, applicando le parole della Scrittura: primo punto: “amavit eum Dominus et ornavit eum”; secondo: “stolam gloriae induit eum”; terzo: “translatus est in Paradisum”.
Vita del buon Paolino, Sacerdote pio e zelante, favorito da Dio di molte grazie; grazie coronate da uno straordinario privilegio per rilevare il consenso generale di quanto venne tanto ripetuto nei giornali, nelle conversazioni e nelle molte lettere inviatemi: privilegio straordinario “morir martire dell'Eucarestia, in un fuoco solo, arso lui e le Sacre Specie che aveva sul petto.
Un rilievo: vedo sempre più abbondante la effusione di grazia nel maggior numero dei nostri cari Discepoli. Ne sono prova la fedele osservanza religiosa, lo spirito di preghiera, lo zelo nell'Apostolato, la generosità nei quotidiani sacrifici.
Ne è una chiara prova il Discepolo Fratello Adriano Cappelletto:
-che tanto cooperò con don Michelino,
-che tanto sofferse più di tutti nei giorni dal 10 al 30 dicembre,
-che nella sua saggezza e pietà provvide anche lui a salvare da probabili profanazioni l'Eucarestia, portandola con sé quando fu obbligato a mettersi in luogo più sicuro,
-e che ora, essendo la nostra casa in buona parte rovinata, ma essendo intatta la tipografia, pure offertasi l'occasione di lasciare Elisabethville, preferì rimanervi a guardia, nonostante il grave timore che le ostilità riprendano e che la battaglia venga combattuta nella città contesa fra i due eserciti, e dove pure la morte di don Michelino gli possa far prevedere una fine simile.
Così sono i veri Figli di San Paolo».

Di qui in avanti, la predica non è mia, ma del nostro amato Vicario Generale don Zanoni. Leggo buona parte della lettera scritta dagli Stati Uniti d'America, appena ebbe notizia del sacrificio di don Michelino Gagna. Dice:
«Quanto mi abbia addolorato e mi addolori una così inaspettata tragedia, lo sa il Signore! Perché se è un lutto per tutta la Congregazione e se don Michelino lascia dietro di sé un gran numero di amici che lo piangono, io sono certamente fra questi, poiché in questi ultimi anni sono stato particolarmente a lui vicino.
Lo amavo per la stima che avevo di lui, era un paolino che vedeva solo la Congregazione, e viveva unicamente per i suoi ideali apostolici.
Con quanta fiducia seguiva il progetto, che sembrava ormai di imminente realizzazione, di poter dar vita al quotidiano "Katanga", ad una stazione radiotrasmittente che nella sua potenza potesse varcare i confini del Katanga e del Congo e irradiare in tutta l'Africa un programma di evangelizzazione.
Forse in lui vi era ancora un poco di idealismo, ma non c'era solo questo. Qualche giorno prima di morire, in risposta ad una mia lettera, che lo invitava ad avanzare con i piedi di piombo per non avventurarsi alla leggera in spese che poi avrebbero potuto costituire per tutti un peso, mi scriveva: “Prima di partire per l'Africa ho chiesto alla Regina degli Apostoli la grazia di essere liberato dalle sofferenze economiche che ebbi in passato, finora, anche in questo, sono stato largamente esaudito”.
Egli stava risolvendo le condizioni economiche del settimanale "Katanga", che aveva preso in condizioni precarie, ed era anche riuscito ad avere intorno dieci ettari di terreno.
In questo vi era già una buona base di concretezza. Quanto mi ispirava ad aver fiducia nei suoi ideali apostolici che egli nutriva con un amore generoso! Era la grande fiducia che egli mostrava nella Regina degli Apostoli!
Ricordo i rosari che recitavamo insieme, quando mi trovai con lui a Leopoldville, alla sera, sotto il luccichio delle stelle, passeggiando per il cortile, in attesa che i rari soffi di brezza rinfrescassero l'afa che la giornata di sole equatoriale aveva lasciato in eredità alla notte incipiente.
E finito un rosario, continua a camminare parlando di possibilità apostoliche, che rivelavano una grande fede, e come la sua anima fosse ormai tutta concentrata nella missione a africana.
E da allora i rosari si sono moltiplicati, e con il rosario le preghiere proprie della Congregazione, tanto che il suo libretto di preghiere, come ebbi modo di constatare alla fine del giugno scorso, sotto l'azione delle dita umide di sudore, si sgualciva annerendosi.
Don Michelino viveva unito a Dio, con tutta la fiducia in Lui, nella fedele preghiera.
Le occupazioni della sua giornata, nel tempo passato ad Elisabethville erano esagerate: componeva la linotype, impaginava, scriveva il commento al Vangelo sul settimanale Katanga, dirigeva la casa, accoglieva i missionari, teneva l'amministrazione.
Con tutto questo, il tempo per la sua preghiera e per i suoi rosari, vi era sempre.
Questo tono di intensa attività esterna ed interna dava all'anima sua quella semplicità e quella luminosità di coscienza da avvicinarlo al suo compaesano, il maestro Giaccardo.
Io non conosco i segreti interni della sua vita, ma da quanto si poteva cogliere dalla freschezza del suo sorriso, dalla semplicità della sua anima buona, dal suo sguardo luminoso, si può bene dedurre che la grazia di Dio aveva da lungo tempo preso un possesso così profondo della sua anima, da condurlo alle più alte ascensioni della perfezione.
In don Michelino c'era un'anima evangelica, che riposava fiduciosa nelle mani di Dio, che vedeva in ogni evento la sua mano, che vedeva in tutti degli amici perchè tutti figli dello stesso Padre, ai quali tutto bisogna perdonare, qualunque sia stata l'offesa ricevuta.
La Congregazione ha perso in lui uno dei suoi figli migliori, di sicura santità, e tanto vicino a Dio come lo furono il maestro Giaccardo, don Federico, don Carolla, di cui ho sentito ancora in questi giorni i più larghi elogi e il cui ricordo è rimasto indelebile.
Nella breve visita che gli feci nel giugno scorso, ho trovato attorno a lui, l'ultimo arrivato, tanta stima, tanta benevolenza, da parte delle autorità, dei missionari, degli europei e degli umili nativi.
Don Michelino era buono e si faceva amare. Don Michelino amava la Congregazione e sapeva suscitare attorno ad essa simpatie e generosità. Don Michelino era stato tanto fiducioso in Dio che la sua attività di bene portava chiari segni della presenza della grazia.
A me ha sempre fatto un grande bene, e ogni volta che ho avuto contatti con lui, mi sono sentito migliore; per questo lo amo come un carissimo amico e fratello, per questo lo prego, nella certezza che egli è già potente presso Dio».

Ora, la conclusione. Una semplice riflessione.
Se domani o quando si passerà all'eternità: si potrebbero fare, da chi rimane, elogi e giudizi alquanto simili? E – ciò che più conta solo e tutto importa – ci saremmo presentati al Signore nella serenità del servo fedele?
Poi, associandomi, come voi vi associate ai pensieri di don Zanoni, continuando i fraterni suffragi, e chiedendo un grande amore all'Eucarestia, cioè fede viva, amore progressivo e fiducia ferma, Messe sempre più devote, Comunioni sempre più fervorose, fedeltà alle Adorazioni Eucaristiche, nel nostro spirito paolino.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-00-00_quaresima.mp3
durata 22'10''

Don Giacomo Alberione - Roma, 00-00-1962 o 1964?

Settimana santa, dolore e proposito di riparazione


Ogni ritiro mensile, come anche gli esercizi sono sempre da compiersi con due parti: primo: <che sia> rivedere il passato, che cosa vi è mancato; e poi lo sguardo e l'impegno per il futuro, per migliorare. Così è ogni confessione: esame, dolore e poi l'assoluzione e insieme i propositi. Se c'è il dolore, occorre che ci sia il proposito. E il proposito sarà tanto fermo, quanto ci sarà sempre di dolore e pentimento.
Ora Pasqua. La settimana santa è un ritiro mensile; la settimana santa corrisponde al ritiro mensile. E quindi in primo luogo nella settimana santa noi esaminiamo noi stessi e ci eccitiamo al pentimento, se ci sono degli sbagli – e ce ne sono sempre – e poi i propositi: quindi una resurrezione: “morti al peccato, risorgere in Gesù Cristo”. E così è la settimana cosiddetta “santa” – sì che lo è – ed è anche chiamata la maggior settimana dell'anno, hebdomadae majoris.
Ora che cosa dobbiamo fare per la prima parte, e cioè ottenere il perdono.
Noi sappiamo che Gesù Cristo è morto sulla croce per noi. È venuto egli, il Figlio di Dio incarnato, è venuto per pagare i debiti dell'umanità, riparare i debiti dell'umanità con Dio, ma non soltanto in generale, ma [per] ognuno di noi.
Quindi la redenzione è copiosa, la redenzione è perfetta e completa. E le sofferenze di Gesù, le sofferenze di Gesù: se ci fossero anche milioni di mondi, il suo sangue è sufficiente e non si esaurirà mai, perché è infinto quello che Gesù Cristo ha compiuto in sofferenze sue. Ecco, è venuto egli a redimere l'umanità.
Però ci vogliono due dolori: il dolore di Gesù Cristo – sua passione – e il dolore nostro. Perché la redenzione, la passione, perché ci sia applicata, occorre che trovi i nostri cuori pentiti. Diversamente si narra soltanto la storia della passione, così come c'è la storia della passione: come egli venne trattato e quanto ha sofferto e come è morto sulla croce, sì.
Ma Gesù Cristo ha subito detto quello che era il fine per cui egli pativa e moriva: “Padre perdona loro perché non sanno quel che si facciano”, ecco, “Padre perdona loro perché non sanno quel che si facciano”: e così l'avevano crocifisso. E i soldati certamente non erano colpevoli, che loro non conoscevano il Signore, e essi non erano giudici se era giustamente condannato o se era ingiustamente condannato: loro han compito la loro parte.
Oh, quindi il duplice dolore: Gesù e l'anima nostra. Secondo il dolore che abbiamo dei peccati e secondo il dolore che abbiamo dei peccati, risorgiamo. Al dolore deve corrispondere il proposito, sì.
Oggi viene commemorato quello che prima si celebrava più solennemente, voglio dire l'addolorata Maria. Ora la celebrazione dell'Addolorata principale dell'anno è quella di settembre, tuttavia oggi è commemorata la sofferenza di Maria ai piedi della croce: “Tuam ipsius animam petransibit gladius”, come aveva predetto il sacerdote ricevendo là al tempio, ricevendo il bambino Gesù: oh, la presentazione di Gesù bambino al tempio, “Tuam ipsius animam petransibit gladius”. Allora invochiamo Maria, che ci ottenga un grande dolore dei nostri peccati, dei falli nostri, o che siano molto gravi o che siano venialità soltanto. Il dolore vivo per scancellare ogni macchia dall'anima nostra e così purificarci talmente nella settimana santa.
Allora risultato resta la risurrezione, risurrezione: Gesù Cristo risorgerà e noi risorgiamo con lui spiritualmente, con una vita migliore. E poi ci sarà la risurrezione finale: risorgeremo. E poi ci sarà l'ingresso nell'eternità felice, se avremo approfittato della passione e morte di Gesù Cristo e se ci siamo impegnati di migliorare giorno per giorno un po' la nostra vita, progredire un tantino ogni giorno.
Ora dunque il dolore, sì. Domani, cioè dopodomani è la festa cosiddetta della domenica delle palme, sì. E c'è il trionfo di Gesù: è entrato trionfalmente in Gerusalemme e l'hanno festeggiato tutti coloro che avevano sentito la sua parola e veduti i suoi prodigi e quindi lo hanno accolto con palme e canti, compresi i fanciulli. E stendevano le loro vesti perché passasse e Gesù, oh, questo degnamente. Ma così Gesù sapeva che poco dopo sarebbe entrato in Gerusalemme e poi uscito da Gerusalemme con la croce. Prima “Benedictus qui venit in nomine Domini” e poi “Crucifigatur”. Il mondo è così. Non dobbiamo meravigliarci: l'umanità come è facile a cambiare pensieri! e così facile a seguire quelli che vogliono suscitare ribellioni di pensiero e anche qualche volta i martiri! [ad esempio] il centinaio di martiri che è stato in Congo, recentemente. Hanno ricevuto tutto dai missionari: istruzione civile e istruzione cristiana e battezzati e quindi portati a Gesù Cristo fino ai sacramenti, confessione, comunione, la messa, aperta la via del cielo. Ma il mondo non ragiona.
Oh, e quindi dobbiamo allora pensare al venerdì santo: già avete recitato i misteri dolorosi in questo tempo e avete fatto anche una Via crucis, credo. Continuare e poi in particolare seguire le funzioni nella settimana santa: il canto del passio e poi la messa del giovedì santo e poi il sacrificio promesso del venerdì santo e poi la vegli pasquale. Prima quindi il lutto perché è morto il salvatore Gesù e poi la letizia perché egli risorge, risorge trionfalmente sugli avversari. Lo hanno voluto crocifiggere, far morire, ed egli risuscitò glorioso e trionfante. Ed egli, se gli uomini lo volevano cacciare dal mondo, egli ha stabilito la sua dimora in mezzo al mondo, in mezzo a noi: l'eucarestia sempre sempre per tutti i secoli, sino alla fine del mondo, quando sarà celebrata l'ultima messa, che chiuderà la storia umana.
Perciò i due dolori: il dolore di Gesù Cristo nel Getsemani, flagellazione, incoronazione di spine, la condanna, viaggio al Calvario, la crocifissione, le tre ore di agonia. Che ci sia un corrispondente dolore nei nostri cuori, dolore dei peccati.
E sarà facile anche ricordare le sette parole di Gesù in croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quel che si facciano”; al buon ladrone: “Oggi sarai con me in paradiso”: la sua bontà, il perdono e subito: “Oggi sarai con me in paradiso”. “Ho sete”, sete di anime. “Deus, Deus meus ut quid dereliquisti me?”, “Padre perché mi hai abbandonato?”, per quale motivo? e il motivo si sa: era il Figlio incarnato, che doveva soddisfare per tutta l'umanità. Poi il gran dono: “Donna ecco tuo figlio” indicando Giovanni; “Giovanni ecco tua madre”: e questo è detto anche a ciascheduno di noi. Poi Gesù, compito tutto quello che era la sua missione, “Consummatum est”, “Tutto è compiuto” e quindi si rivolge al Padre: “Padre, nelle tue mani affido l'anima mia”, “Pater in manus tuas commendo spiritum meum”. Quindi rimette lo spirito, cioè l'anima, nelle mani del Padre: “Inclinato capite emisit spiritum”, “Piegata la testa, spirò sulla croce”.
E allora il nostro dolore che si manifesta nel pentimento. E poi accompagnare la Chiesa che fa il lutto per la morte del suo fondatore, del redentore, fondatore della Chiesa.
Poi ci prepariamo alla risurrezione. Hanno voluto custodire il sepolcro; l'han voluto chiudere con una gran pietra alla bocca del sepolcro. Ma quella è la volontà degli uomini; e la volontà degli uomini che cosa valeva contro Dio? Egli al mattino risuscitò, secondo aveva predetto diverse volte e adesso la risurrezione. E risorgeremo anche noi.
Ci sono tre pensieri: credo la risurrezione di Gesù Cristo; credo la risurrezione della carne, cioè la nostra risurrezione finale dopo che il corpo avrà dormito nel sepolcro per tanto tempo; e – terzo –risorgere spiritualmente, risorgere spiritualmente, cioè migliorare la vita nostra.
Ed esaminando la vita nostra troviamo certamente delle cose da emendare e certamente delle virtù da conquistare. Conquistare che cosa? come risorgere? una fede più viva e fiducia in Gesù Cristo ed imitarlo, Gesù Cristo e poi amore a Dio e amore al prossimo: le virtù teologali. Ed insieme perché noi pratichiamo meglio le virtù teologali, l'osservanza: povertà, castità, obbedienza.
Osservando questi voti, l'amore di Dio si incentra, si accende nei nostri cuori: cioè cercar Dio, Dio! ricorrere molto a Dio! E lo cerchiamo sulla terra, secondo la fede, e lo vedremo nella rivelazione, cioè nella visione beatifica, in cielo, in cielo.
Quindi la redenzione è compiuta. I mezzi di grazia e di santificazione ci sono stati dati. Ora Gesù Cristo è entrato in cielo e siede alla destra del Padre. E se noi lo seguiamo, arriviamo anche là, dove sta Gesù, attorno a lui, ecco.
Cos'è questa povera vita? e quanto dura questa povera vita? L'eternità ci aspetta, l'eternità ci aspetta. Ecco allora la redenzione compita; i mezzi di santificazione ci sono stati dati; e poi, se seguiamo, entreremo con Gesù Cristo. “Salì al cielo e siede alla destra del Padre”. “Venite benedicti in regno Patris mei”, alla fine così.
Sta a noi allora.
Il dolore e quindi la detestazione. Poi i propositi di resurrezione. Così si compie il ritiro mensile, che sta in realtà sempre [in] due parti, accompagnati dalla preghiera: ma prima per ottenere il dolore e secondo per ottenere la grazia dell'osservanza dei propositi.
Adesso conchiudiamo.
Come vogliam passare la settimana prossima? Faremo un esame migliore sopra la nostra vita: intimità dei nostri pensieri, dei nostri desideri, le azioni, le parole. E considerando il crocifisso Gesù, da cui cadono gocce di sangue per l'anima nostra: “Anima Christi... corpus Christi”. E poi la risurrezione, sì: risurrezione da quei nostri difetti, specialmente dai difetti cui siamo più inclinati, specialmente il difetto principale e poi paradiso.
Orientamento: la vita che mette capo al cielo, all'ingresso in paradiso. E risorgeremo ornati di quelli che <gli ornamenti> sono i meriti acquistati, ecco. Che l'anima risplenderà secondo le virtù e i meriti che ha compiuto sulla terra: quella è la glorificazione. E dopo quindi <dopo> aver recitato i misteri dolorosi, passiamo poi ai misteri gloriosi. E quindi dal giorno pasquale preferire i misteri gloriosi.
Due parti: il dolore, poi la gioia e il gaudio della risurrezione della nostra anima dai difetti. E quindi è tenuto aperto il paradiso.
E, se si vuole poi pensare un po' meglio, leggere, prima dei misteri gloriosi, le beatitudini.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-00-00_sacra_bibbia.mp3
durata 22.08

Don Giacomo Alberione - Roma?, 1962? - ai discepoli del D.M.

La Sacra Bibbia - La vita religiosa - Decreto “Perfectae caritatis”


...ha esortato a pregare per la buona conclusione del Concilio Vaticano II e in secondo luogo la preghiera per praticare, poi, seguire quello che il Concilio Vaticano II ha stabilito e quello che ancora viene stabilito nei quattro ultimi Decreti per la Vigilia dell'Immacolata Concezione e la glorificazione di Maria Immacolata.
Ora tanto si è parlato e tanto se ne parla nei giornali e nei discorsi e nelle conversazioni; ma dopo è necessario meditare quello che sono i vari Decreti e quello che dobbiamo praticare, cominciando dalla Liturgia e dai mezzi della comunicazione sociale, nostro apostolato, e poi quello che adesso viene ancora stabilito, particolarmente considerando la Chiesa nel mondo attuale.
Vi sono tre punti che possiamo stamattina ricordare, che già sono definiti, e tre punti in cui si parla della lettura della Bibbia. Per questo è stato mandato il San Paolo sulla lettura della Sacra Bibbia, «per la quotidiana lettura e meditazione della Bibbia, ricevono interamente incitamento alla santità e nutrimento spirituale e intellettuale», in primo luogo.
In secondo, «i membri degli Istituti Religiosi coltivino lo spirito di preghiera, in primo luogo abbiano quotidianamente fra le mani la Sacra Bibbia», in primo luogo abbiano quotidianamente fra le mani la Sacra Scrittura, «affinché dalla lettura della Bibbia e dalla meditazione della Bibbia, Libri Sacri, imparino la sovreminente scienza di Gesù Cristo», gli Istituti Religiosi in particolare. In primo luogo come pietà la meditazione e la lettura della Sacra Bibbia, quindi la meditazione sopra la Bibbia.
Vi sono tanti libri che escono di ascetica, più o meno perfetti. Ma perché non si segue in primo luogo quello che è la Parola di Dio, non di un autore qualunque? Non hanno neppure tra le mani la Bibbia e hanno dei libri che hanno più o meno valore. Certo vi sono dei libri di meditazione anche che sono buoni, come quelli di san Francesco di Sales, di S. Alfonso de' Liguori, sì; ma attingere l'acqua alla fonte: è la Scrittura, la Parola di Dio! Quello è l'autore: Dio! Gli altri riflettono, più o meno, quello che c'è nella Scrittura; ma per noi, se vogliamo essere veramente sapienti e indirizzati bene, così, quindi: «in primo luogo, abbiano quotidianamente fra le mani la Sacra Scrittura, affinché dalla lettura e meditazione dei Libri Sacri» ecc.
Quindi o nella meditazione o nella lettura spirituale, quando si fa la Visita, si può portare la Bibbia intera, ma si può portare anche soltanto i Vangeli oppure tutto il Nuovo Testamento, oppure quei libretti che stampate, si stampano, i libri particolari della Bibbia, supponiamo Tobia, supponiamo il Libro della Sapienza, ecc. Quindi “in primo luogo” lo mette e questo praticamente si riferisce agli Istituti Religiosi in primo luogo, poi quello che riguarda i chierici e i sacerdoti.
Terzo punto: «tutti gli Istituti partecipino alla vita della Chiesa, secondo la loro indole, facciano propri...»: e cioè ci sono vari Istituti, molti Istituti Religiosi, che devono partecipare alla vita della Chiesa, cioè lo zelo che ci sia; «secondo la loro indole»: cioè ogni Istituto ha la sua indole, cioè i suoi apostolati: apostolato della scuola, apostolato per gli infermi, e noi per gli strumenti della comunicazione sociale, cioè stampa, cinema, radio, televisione, dischi, ecc.
Ora fa l'elenco degli apostolati: «si propone di raggiungere, nei vari campi», cioè ogni Istituto faccia la sua parte. Allora l'elenco degli Istituti: mette quali sono gli apostolati, mette in ordine. In primo luogo [mette] l'apostolato biblico: ecco perché insistiamo tanto sulla Bibbia, e come abbiamo lavorato, come si lavora! Dunque, primo: in quello biblico; secondo: liturgico; poi dogmatico, cioè la predicazione e l'insegnamento che riguarda le verità, riguarda la morale; poi la pastorale; poi come ecumenico, missionario e sociale. E “sociale” si riferisce molto all'apostolato nostro, che <è chiamato> appunto sono le comunicazioni “sociali”. Quindi il primo e l'ultimo che sono messi davanti, gli apostolati.
Ora quello dovrete leggere poi nei due Decreti, uno che riguarda la formazione e gli altri due che riguardano la vita, la vita religiosa.
Perciò decisamente si venga alla lettura quotidiana della Bibbia. Si dice e si stampa e si ristampa. E dobbiamo noi in primo luogo farne frutto, e il doppio frutto: primo: per noi; e secondo: per il prossimo, quando lo stampate, quando lo diffondete, ecco, quando invitate a leggere la Bibbia. Sì, ci sono tanti libri da stampare e tante cose da spiegare, applicare; ma bisogna che noi ci fermiamo in questo punto.
Perché anche a capire che cosa sia la vita religiosa, questo particolarmente si impara dalla Bibbia, si impara dalla Bibbia.
Allora se uno ha mentalità biblica e uno zelo biblico e un'attività, come dice [il decreto] <che> questo deve essere «incitamento a far bene e nutrimento intimo»: la Bibbia [è] nutrimento.
Perché, chi si ha da nutrire? In primo luogo la mente. E poi, quando i pensieri sono retti, sono i pensieri di Dio, allora noi operiamo divinamente, cioè secondo che il Signore ci ha voluto comunicare per mezzo della Bibbia. E noi ci nutriamo con la mente e poi ci nutriamo con l'Eucarestia, per vivere la nostra vita di santificazione, di salvezza.
Un'altra volta c'è da dire questo. Oh, più volte ho sentito che la vita religiosa è questo, è quell'altro: ma proprio degli errori! Allora per avere la definizione precisa che cosa è la vita religiosa, è nel Decreto che è uscito già, che riguarda la vita religiosa, la vita religiosa, che riguarda tutti gli Istituti: tanto la vita religiosa che la vita religiosa laica, e poi gli Istituti che sono secolari. E insiste in due punti importanti, sì: che vivono nel mondo e operano nel mondo, nella società. Quindi precisa la definizione della vita religiosa nel Decreto.
Ora questo Decreto, o che già l'avete ricevuto, o che lo riceverete: non so se sia già distribuito a voi; ad ogni modo deve essere. Non c'è ancora? Be’, arriverà: ho incaricato chi deve distribuire.
Dunque mette come primo: “apostolato biblico”; e poi dopo nell'elenco: “sociale”, apostolato sociale. Nell'apostolato sociale è compreso la scuola e poi l'insegnamento che viene dai mezzi di comunicazione sociale.
Va bene che si sia pregato, si sia parlato, si parli, sì. Ma adesso usciranno tutti insieme, poco dopo l'Immacolata Concezione, e si distribuirà. Però si pubblicherà in primo luogo in latino, perché bisogna che leggano tutti quelli che hanno il latino, supponiamo anche i giapponesi, la lingua loro; bisogna che ci sia la lingua latina, perché i sacerdoti e i religiosi devono imparare in qualche maniera il latino per capire; poi dopo si traduce nelle varie lingue.
Dunque leggete, leggiamo e studiamo e meditiamo il libro “La chiave della Bibbia”, che avete ristampato e che era stampato anni fa dal Canonico Chiesa; ad Alba lo avevamo stampato. E insegna come leggerla, e come leggerla secondo insegna il libro “L'imitazione di Cristo”, il libro che avete già stampato e ristampato, “L'imitazione di Cristo”, e continuamente viene diffuso.
Oh, allora che noi ci nutriamo del Pane divino, la Bibbia, nutrimento – dice –.

Ora, adesso concludiamo. Noi diamo più importanza alla Parola di Dio o alla Parola degli uomini? Degli uomini ci sono di quelli che non dobbiamo ascoltare, poi vi sono quelli che sono anche da ascoltarsi, come quello che ci insegna la Chiesa, e quello che c'è nei libri buoni, veramente buoni, come quelli di sant'Alfonso, di san Francesco di Sales e altri scrittori anche recenti, sì. Che ci nutriamo di quello che è divino!
Tutto quello che viene pubblicato di buono, ma che sia già veramente sicuro, ben approvato, è una cosa; ma la Bibbia ha l'autore divino: Dio. E non abbiamo bisogno che ci sia la sicurezza: quella è la Parola divina, quella è la Parola divina, sì.
L'ordine è sempre questo: prima dai Vangeli, poi dalle Lettere di san Paolo agli Atti degli Apostoli, e poi tutto il Nuovo Testamento fino all'Apocalisse compresa, che ci parla del Paradiso, eterna felicità.
Dopo i Libri storici dell'Antico Testamento, dalla Genesi, avanti e poi i Libri morali e poi anche i Libri particolari, come Tobia, come Giuditta, ecc., Libri particolari. Farsi un programma.
Cosa diremo quando il Signore ci domanderà a giudizio: “Hai letto la mia lettera?”. La Bibbia è la lettera di Dio agli uomini. Dovremo poi dare un resoconto, un rendiconto: “Ho letto almeno la Lettera del Padre celeste”. L'autore della Bibbia è Dio. Quelli che hanno scritto, è per ispirazione: quindi tutto quello che è la Parola di Dio. Quelli che hanno scritto è solamente come Dio che detta e gli uomini, gli agiografi, hanno scritto sotto dettatura di Dio. Quindi la Parola vera viene da Dio.
Formarsi un programma e vedere che almeno in tre-quattro anni si legga tutto.
“Ma ci sono queste cose; ci sono quelle altre; questa qui non la capisco!” ecc. Non importa. Non si capisce sempre tutto quello che sono i Salmi, cominciando dai Salmi. Ma noi sappiamo che è Parola di Dio e la recitiamo. Se poi c'è la traduzione, allora capiamo un po' di più, un po' di più, sì.
Oh, che abbiamo questa testimonianza: “Quando si sarà composta la mia salma, io desidero che ci sia da una parte le Costituzioni e dall'altra parte la Bibbia, [dalla parte] del capo”. Quelle sono le due vie per cui si arriva alla santità. E lo volete tutti, tutti assieme, tutti uniti. Adesso mancano diversi, che mancano adesso. Sarò poi... vediamo poi di fare, perché non è una cosa secondaria.
Il nutrimento della mente la Bibbia e il nutrimento della volontà e del cuore l'Eucarestia, l'Ostia santa.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-00-00_messa.mp3
durata: 24'56''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 00-00-1962, alla ssp, voce un po' alterata

Il sacrificio di Cristo nella messa, consacrazione, comunione


...in questi giorni il congresso eucaristico, che si è trattato riguardo alla messa, riguardo all'adorazione e riguardo alla comunione, l'Eucarestia come sacrificio della messa, come cibo nella comunione e come Gesù Cristo presente negli altari, la nostra fede e quindi l'adorazione; considerando quindi i tre punti: la Messa, la comunione e l'adorazione.
Il Papa, quando è intervenuto al congresso di Pisa, congresso eucaristico, ha detto: «Siamo venuti a questo congresso per fare nostra la testimonianza che esso ha fatto programma suo: “Dio è con noi”», cioè Gesù Cristo presente nell'Eucarestia. «Perché Cristo è con noi? Perché i segni sacrosanti dell'Eucarestia non sono soltanto simboli e figure di Cristo o modi indicativi di una sua affezione o di una sua azione nei riguardi dei commensali alla sua cena, ma contengono lui, Cristo vivo e vero, lo indicano presente quale egli è vivente nella gloria eterna, ma qui rappresentato nell'atto del suo sacrificio, a dimostrare che il sacramento eucaristico rispecchia in modo incruento l'immolazione cruenta di Cristo sulla croce e rende partecipi del beneficio della redenzione chi del corpo e del sangue di Cristo rivestito di quei segni di pane e di vino degnamente si nutre. Così è, così è» ripete il Papa.
Oh, noi abbiamo da considerare quindi questi tre punti: la messa, la comunione, e la presenza reale stabile nel tabernacolo, quindi l'adorazione.
Certo il punto centrale è la consecrazione della messa, la consecrazione con [cui] il sacerdote ripete [le parole] che aveva pronunziate Gesù Cristo: «Prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete di questo sangue», che lava le anime dal peccato. Ora il centro quindi è la consecrazione.
La messa si può dividere anche un due parti, oppure anche in tre: due parti: primo è la Parola, particolarmente quello che è l'epistola e quello che è il vangelo. Ma poi c'è la consecrazione, ché l'ostia rimane ancora una figura di pane, ma la sostanza è Gesù Cristo, vivo e vero; il pane è solamente più come un involucro <e come> o almeno una specie di pane, specie di vino, ma realmente è il corpo, il sangue, l'anima e la divinità di Gesù Cristo.
E quindi il sacrificio della messa: il sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario viene portato nella messa, viene portato sui nostri altari! Che grande fede dobbiamo avere! e grande riverenza! Immaginare quelle tre ore in cui Gesù Cristo agonizzava e ha pronunziato quelle sette parole dopo la sua crocifissione, dopo inchiodato sulla croce.
E quel che allora era la messa, assistita da Maria, da san Giovanni evangelista e da pie donne e anche da fedeli, i quali stavano un po' discosto in timore dei farisei, è presente sull'altare. Quindi alla messa andare come accompagnando Gesù Cristo quando portava la croce e lassù il sacrificio. Quindi con gioia apriamo gli occhi, apriamo gli occhi, svegliandoci, e il nostro pensiero in primo luogo si rivolge al crocifisso.
Oh, allora in secondo luogo la comunione: «Prendete e mangiate questo è il mio corpo, prendete e bevete questo è il calice del mio sangue». Ora la comunione. Gesù Cristo deve vivere in noi. Dobbiamo arrivare al “vivit vero in me Christus”, cioè Gesù Cristo in noi. E, venendo in noi, il nostro pensiero secondo la fede, la presenza, il “vivit vero in me Christus”: Gesù come è sapienza e ci ispira la fede, Gesù Cristo che è santissimo, che ci comunica la grazia e Gesù con la sua santità, e che noi cerchiamo di imitarlo nella sua vita, nelle sue virtù. Ecco noi ci nutriamo di questo corpo, sangue, anima e divinità. In noi c'è il cristiano, c'è la vita soprannaturale e questa vita soprannaturale viene alimentata.
Come si deve mangiare? Si mangia tre volte al giorno almeno; questo per nutrire il corpo. Ma il Signore ha voluto darci un cibo: “panem de coelo praestitisti eis”. Il Signore ci ha dato un pane celeste che nutre l'anima, aumenta la grazia, la vita. E noi avremo una gloria in cielo in proporzione in cui Gesù Cristo vive in noi.
Se in noi vi è una fede profonda, specialmente leggendo il vangelo, e se Gesù Cristo comunica a noi le sue virtù e comunica a noi la sua grazia, ecco l'anima nostra è nutrita e la gloria eterna sarà in proporzione in cui noi avremo vissuto Gesù Cristo, il “vivit vero in me Christus”.
In paradiso non ci entra niente di macchiato e quindi il purgatorio. Cioè dobbiamo purgarci qui sulla terra, facciamo noi il purgatorio togliendo i nostri difetti, le nostre miserie, le nostre imperfezioni, altrimenti dobbiamo fare il purgatorio di là. Sì, se veramente noi ci nutriamo completamente di Gesù Cristo in quanto è via verità e vita, allora l'ingresso immediato in cielo, dopo che l'anima nostra sarà separata dal corpo. Quindi grande fede nella comunione, grande fede nella comunione. Farla la comunione sacramentale e fare anche la comunione spirituale nel giorno, nel corso della giornata.
Oh, allora Gesù Cristo in noi e con lui c'è il Padre e lo Spirito santo: «Se mi amate, ecco, veniamo a voi», dice il Signore e cioè viene in noi la santissima Trinità e rimane in noi, nell'anima che vive in grazia, e sarà sempre l'anima nostra un tabernacolo della santissima Trinità, il tabernacolo della santissima Trinità. E noi dobbiamo consecrare questo nostro tabernacolo per dare onore e gloria alla santissima Trinità. E Trinità in noi e passando l'eternità con la visione conosceremo il mistero eucaristico, mysterium fidei e in essa la verità della santissima Trinità: un Dio solo in tre persone realmente distinte, come recitiamo nel credo apostolico o nel credo che si canta alla messa quando è segnato.
Oh allora grande importanza alla comunione e ringraziamento. Non così facile ricevere la comunione e poi partire! ci vuole un ringraziamento e un dialogo dell'anima nostra con Gesù Cristo, un dialogo: parlare a Gesù che è presente, che è in noi, vivo: egli ci sente, egli ci ispira, e quando l'anima ha una fede viva, quando c'è [nel]l'anima una fede viva, allora è facile.
E come andavano da Gesù? ad esempio Nicodemo, in quella notte in cui ha voluto andare a trovare Gesù di notte? Ecco. E il discorso che c'è stato [del]la Samaritana con Gesù, eccetera: la conversazione. Quindi un sufficiente ringraziamento.
Allora facciamo anche i propositi nostri, protestiamo la nostra fede, protestiamo i nostri propositi già fatti e poi la supplica di tutti quei bisogni che ci sono per l'anima nostra e anche quelli che non conosciamo i bisogni, ma Gesù ci pensa lui: lui ci darà proprio le grazie di cui abbiam bisogno.
Ma poi vi è come il prolungamento e cioè la presenza reale che rimane nel tabernacolo, l'ostia consacrata. È Gesù che vuole stare con noi: “vobiscum sum omnibus diebus usque ad finem saeculi”, per sempre.
Ma le sacre specie si rinnovano. Gesù rimane nel tabernacolo e aspetta che noi facciamo l'adorazione, che noi facciamo visite a lui.
E l'altra parte: la presenza reale eucaristica, anche per la comunione degli infermi. È l'incontro ultimo nostro verso la chiusura della vita, come riceveremo Gesù-viatico, e sarà lui: “Vobiscum sum” ed egli sarà con noi e noi passeremo l'eternità con lui.
Quindi domandare al Signore la grazia di fare buone adorazioni e di <far> ricevere bene il sacramento dell'Eucarestia in punto di morte. Passare all'eternità: lui ancora misericordioso quando saremo nel nostro male, nostra malattia. Ma Gesù ancora in noi e allora lo incontriamo e se ci sono atti di amore e se il nostro cuore è del tutto purificato, allora Gesù ci riceve: “Intra in gaudium Domini tui”, “entra nel gaudio del tuo Signore”. E Gesù Cristo, mentre qui è da adorarsi, di là [sarà] da contemplare, Gesù Cristo, contemplare la santissima Trinità, i misteri eucaristici. E i misteri della Trinità verranno spiegati per la visione beatifica nel gaudio eterno.
Ecco dunque nelle nostre costituzioni si parla quindi della messa, consecrazione, e della comunione, per ricevere l'Eucarestia e poi l'adorazione.
L'adorazione: [è] divisa l'adorazione specialmente in tre punti: che aumenta la fede e che purifichi l'anima nostra con l'esame di coscienza e con la supplica delle grazie perché la nostra vita sia sempre più santa e che viviamo sempre meglio Gesù Cristo e che sentiamo di essere da lui accompagnati nella nostra vita: e Gesù Cristo in noi col Padre nello Spirito santo.
Bisogna vivere di questa fede! Facciamo un poco di esame: come assistiamo e come partecipiamo – non soltanto assistere, ma partecipare – al sacrificio di Gesù Cristo, consecrazione? Parteciparvi come Maria partecipava al sacrificio, mentre Maria [stava] con lo sguardo rivolto al Figlio sanguinante e vicino a spirare sulla croce. E lì pensiamo anche a san Giovanni: Giovanni che amava tanto il Signore e aveva anche posato il capo suo sopra il petto di Gesù nell'ultima cena. Che abbiamo questo amore e che veneriamo la trasformazione del pane e del vino trasformato in Gesù Cristo, quindi, che è il gran momento di adorare e ringraziare e supplicare e soddisfare i nostri peccati.
Poi come sono le nostre comunioni? Qual è la preparazione? e come noi riceviamo il corpo di Gesù Cristo, quando il sacerdote dice Corpus Christi? e si risponde con l'amen, cioè: credo, sì, credo. Corpus Christi e credo, amen.
E poi il ringraziamento, un ringraziamento proporzionato al grande mistero eucaristico.
E poi terzo: come son le nostre adorazioni? Adorazioni: esercizio della fede in Cristo Eucarestia e poi vedere di purificare l'anima nostra per mezzo dell'esame di coscienza e con buoni propositi e supplicare il Signore Gesù, il quale ci liberi da tanti mali, da tante imperfezioni, da venialità, sì. Quindi “non c'indurre in tentazione, ma liberaci dal male; così sia”. E che l'anima nostra sia sempre più purificata.
La vita religiosa viene vissuta in proporzione in cui vive in noi Gesù Cristo, in quella misura. Allora noi saremo tanto felici, tanto felici dei voti emessi: e la povertà, distacco dalla terra; e poi la castità, distacco superiore alle passioni, che invece delle passioni umane <invece> [fa avere] l'amore a Gesù Cristo, a Dio; e poi la santificazione <per> osservando l'obbedienza. Quindi non soltanto semplici cristiani, ma religiosi e religiosi paolini e nel senso stesso che san Paolo ha spiegato nelle sue lettere e poi riassume poi tutto in “Vivit vero in me Christus”. Così.

Allora far l'esame di coscienza: come assistiamo la messa? come sono le nostre comunioni? e come sono le nostre adorazioni?
Qui c'è il discorso di Paolo VI a Pisa, quando c'è stato il <concilio,> congresso eucaristico.
Oh allora facciamo i nostri propositi, ricordando sempre che c'è: adorare la parola di Dio, verità, e poi la fede, presenza reale eucaristica. L'anima è quindi alimentata dalla parola di Dio e dall'Eucarestia, due cibi: grande importanza alla parola di Dio e importanza somma all'Eucarestia, messa, comunione, adorazione.
Facciamo i nostri propositi fondamentali.
La vita religiosa è sempre lieta quando si onora bene l'Eucarestia, sì, quando vive Gesù Cristo in noi, quindi. È gioia aver Dio, ricchezza infinita, in noi. Infelici coloro che non hanno questa ricchezza di Dio! sono infelici. Ma la gioia più grande della vita religiosa sta proprio in questo: cioè l'Eucarestia, Gesù con noi, sacramento, sacrificio, comunione e presenza reale. Saremo sempre felici se noi abbiamo viva fede in Cristo, sì, viva fede in Gesù Cristo eucaristico.
Propositi. Come ascoltar la messa, come far la comunione e come far l'adorazione. Quando si fa bene l'adorazione, si sentirà anche bene la messa e si farà anche bene la comunione.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-05_pieta.mp3
durata 25.49

Don Giacomo Alberione - Ariccia, 05-02-1962 - al raduno dei superiori ssp

La pietà, la preghiera


Abbiamo ascoltato la Messa dello Spirito Santo, affinché il Signore ci illumini e particolarmente infonda la carità nei nostri cuori: la duplice carità verso Dio, in primo luogo, e, come riflesso della carità verso Dio, la carità verso il prossimo; pensando a tutte le anime – quindi l’apostolato – e pensando alla vita interna, e cioè alla vita sociale nell’Istituto, che abbiamo da vivere.
L’argomento di questo raduno, come fine particolare – poiché in ogni raduno vi è qualche meta, qualche scopo che ci prefiggiamo – questa volta è la pietà, in particolare la preghiera; perché “pietà” ha un senso largo; particolare: la preghiera.
Perciò, ecco il dono della preghiera: “gratiae et precum”: che noi la pratichiamo, che educhiamo a praticarla, e che poi la estendiamo fuori, cioè alle anime a cui possiamo <rag>giungere per mezzo dell’apostolato.
Perciò è il primo nell’ordine: quindi stamattina in primo luogo si tratterà della pietà. Poi perché ha la maggiore importanza in sé la pietà, poiché costituisce l’anima di tutta la vita religiosa e di ogni religioso e inoltre perché dalla pietà viene tutto il rimanente.
Il fondamento della vita nostra è proprio quello della pietà. E senza casa come potremmo stare? E senza il fondamento della casa, come starebbe la casa? E se non si arriva a fondarla proprio sulla pietra, quando verranno i temporali, i venti avversi, tempeste, allagamenti, come starebbe?
In sostanza quando il religioso è arrivato alla sua professione, non fa più bisogno di dire, di pensare, se aveva vocazione o no: la vocazione vi è perché [vi] è stata la chiamata da parte dell’autorità, di coloro che rappresentano la Chiesa, ecco. E d’altra parte si è fatta la domanda, prima di venire ammesso ai voti, si è fatta la domanda.
Non c’è altro da fare che dire o: “Io ho corrisposto e allora mi trovo contento”; [oppure:] “Non ho corrisposto e capisco <che> il mio scontento”. Ma perché? Perché si risolve così: o c’è la pietà o non c’è la pietà. E quando la pietà è fondata bene, è penetrata bene nell’anima e porta all’unione con Dio, questo vale più un giorno di vita religiosa che diecimila giorni vissuti lontano da Dio.
E allora la soluzione, la risposta, in fondo in fondo è questa: “Ho pregato”, “Non ho pregato”.
E d’altra parte, il nostro ministero, il nostro apostolato, ha il risultato in proporzione della fiducia in Dio e quindi della pietà. Perciò sebbene vi siano quattro argomenti: pietà, studio, apostolato, amministrazione, tuttavia tutto dobbiam guardare sotto questo aspetto: pietà anche come formazione nostra e dei nostri; e poi lo studio per comunicare la scienza e far<la> entrare quella scienza che è necessaria per la santità nostra e che è necessaria per l’apostolato nostro; poi l’apostolato stesso: dobbiamo prendere da Dio e dare a Dio; cioè tutto viene da Dio e noi dobbiamo servire a Dio, ma attraverso le anime; dobbiamo arrivare a Dio, ma attraverso le anime, e cioè portare alle anime quello che le anime han bisogno di ricevere.
E poi le stesse amministrazioni devono essere fatte in pietà: gli economi hanno un bisogno grande di fede, han bisogno di pregare molto, han bisogno di possedere quelle virtù che sono riassunte in servizio alla congregazione, in servizio alla congregazione: servizio delicato perché è cosa sacra quello che si usa.
E ogni economo [bisogna] che si consideri come un membro dell’organismo: indipendente? No! L’indipendenza non ci può essere. È un membro dell’organismo e deve fare il suo servizio, come gli altri fanno il loro servizio nel corpo dell’Istituto. E se un membro... Anche se non c’è l’aria, se viene a mancare l’aria? È una cosa importante, certamente, la parte economica, ma è per l’Istituto: si respira per il corpo, per la salute.
Oh, affinché ci sia questa pietà, dobbiam considerare che tutto vien da Dio, qualunque cosa che sia buona, “omne datum optimum, omne donum perfectum de sursum est”.
Qualche volta abbiamo le viste corte, consideriamo questo mezzo che si è adoperato, consideriamo la persona che doveva far questo, che doveva far quello, le sue doti, le sue insufficienze, ecc., ma in fondo vi è sempre Dio che è principio di tutto.
E come non ci sarebbe un atomo? Non esisterebbe un attimo, nulla, né un atomo senza Dio. Così tutto noi dobbiamo considerare lì: né un attimo della nostra vita, né un atomo di quello che dobbiamo usare per la costruzione, per l’edificazione, in aedificationem Corporis Christi: tutto da Dio.
E allora, da chi si va? Riceveremo quanto e come chiediamo. Cioè se noi siamo pieni e gonfi di essere capaci, fare, insegnare, confessare, e poi educare, amministrare, farci santi; se noi ci crediamo già [capaci]... Il Signore dà a chi si presenta bisognoso. E se uno crede già di avere in partenza, cosa varrà il suo breviario, la sua messa? Cosa varrà la sua fedeltà alle pratiche? Bisogna presentarsi come bisognosi!
Quelli che si sono presentati a Gesù nel Vangelo, si son presentati tutti perché avevano bisogno: “Il mio servo è gravemente malato”; “Signore, se vuoi puoi mondarmi”; “Signore, vuoi che io veda”. E se noi non conosciamo i nostri bisogni, che cosa chiederemo al Signore? Faremo un po’, persuasi che siamo bravi maestri, bravi superiori, bravi predicatori, bravi confessori, bravi formatori, faremo come il fariseo: “Signore, io non sono come tutti gli altri, io digiuno, io pago le decime, ecc.”. Eh, povera gente che siamo!
Bisogna che sentiamo le nostre necessità! “Ut videam!”, eh, sì. E la Maddalena? e Zaccheo? e la Samaritana, quando ha capito chi era colui che le parlava? e l’adultera? e Pietro stesso, alla fine quando rispose alla terza domanda: <se> “Mi ami tu?”, come si è espresso? Tutto. “Se vuoi puoi guarirmi”.
Allora occorre che noi pensiamo a quel che c’è bisogno, quello che ci manca e poi chiediamo in primo luogo per noi come superiori.
Il superiore ha bisogno di essere superiore, più paziente degli altri, più fedele agli orari, all’osservanza delle Costituzioni, più pronto nel dare il suo contributo e cioè compiere il suo ufficio. Il Superiore è superiore per virtù: questo è necessario. Perché che cosa deve fare il primo superiore? Deve fare dei religiosi religiosi e far vivere la vita religiosa, la vita religiosa paolina.
Quanto abbiam da pregare per noi! E tante volte abbiam da fare riparazione al Signore perché non abbiam dato buon esempio, perché non abbiamo insistito su certi punti, magari abbiam trascurato un po’ la predicazione, abbiam trascurato un poco anche quell’impegno di avvertire, di richiamare, [non abbiam] fermato certi abusi, ecc. Abbiam bisogno proprio di rappresentare lo spirito dell’Istituto.
E poi pregare per gli altri, pregare per i nostri, portarli all’altare tutti, comprenderli nel breviario, ricordarli nella visita al SS. Sacramento.
Il Superiore deve ottenere grazie per tutti. Possono resistere alla grazia, ma la nostra parte è di compiere la nostra parte, cioè di pregare e di ammonire, di predicare e di insistere e di assistere: eh non è mica un piacere! Tutt’altro!
Oh, poi questa pietà, perché questa pietà informi il giovane, l’aspirante, informi il religioso. Cosicché nella scuola e poi nella formazione, assistenza e guida spirituale delle anime, e nell’apostolato ecc., noi siamo più efficaci, se abbiamo con noi il Signore, se ci siamo assicurate le sue grazie. E fare studiare per amor di Dio, per amor della vocazione, e far fare l’apostolato per amor di Dio e per le anime. E così in tutto il lavoro che si compie a vantaggio dei nostri e a vantaggio del prossimo, a vantaggio dell’umanità, sì.
<Noi> Bisogna che tutto sia impregnato di vita soprannaturale! Ma se si sente, si comunica; se non si sente, che cosa si dà? È tanto elementare: se non c’è pane, non si dà. Se non abbiamo fatto provvista di Gesù, che cosa daremo?
Quello che dà il mondo, quello che danno i maestri ordinari, quelli che danno la disciplina militare, tutte queste cose le dà il mondo. Ma noi abbiam da dare l’anima a tutto: quello che è l’insegnamento, quello che è la formazione, l’educazione, l’osservanza degli orari, l’apostolato ecc.; se c’è la pietà si darà certamente.

Oh, questa nostra pietà sia in fede e sia nello stesso tempo in umiltà e sia anche in perseveranza.
Vi sono grazie che si chiedono un giorno, due giorni, un triduo, una novena; [ad esempio:] il triduo per la mamma che è malata: finito il triduo o che la mamma sta meglio, o che la mamma è andata in cielo. Lì la grazia si è chiesta ed è finito. Ma quando si tratta di quello che è la vita, e cioè la santificazione nostra, il nostro apostolato, l’imparare sempre di più lo studio ecc., quando si tratta di vivere lo spirito paolino, è cosa della vita, tutti i giorni, e diviene il nostro pane quotidiano. E come si mangia il pane quotidiano tre volte al giorno, circa, così la nostra pietà deve essere una pietà continuata.
“Voglio farmi santo e per farmi santo devo essere un buon paolino; e bisogna sempre che progredisca nello studio, perché, perché i tempi corrono; e, se non seguo, di lì a un po’ sono arretrato: e a chi predicherò?”.
Così un po’ in tutto il rimanente, occorre che ci sia questo impegno: “Mi protendo in avanti” nello studio, nella pietà, nell’osservanza religiosa, nella santità e arrivare alla fine già perfezionato e preparato ad entrare in Paradiso: questo è di tutti i giorni, sempre. Non fermarsi! Non è una novena o un triduo per una grazia particolare, è la vita, è la vita!

E poi naturalmente bisogna che acquistiamo sempre di più lo spirito paolino.
Siamo venuti a fare gli esercizi qui perché ci parlaste delle vostre cose, ci faceste la predica sopra il Maestro Divino, sopra il vostro apostolato, sopra la Regina degli Apostoli, ci parlaste di san Paolo. Ma abbiamo fatto un triduo di esercizi, – più di un triduo, forse cinque giorni, ecc., o qualche cosa anche di più, – come tutte le altre cose: allora predicazione senza colore e anche un po’ senza sapore speciale. E quindi gli altri facciano i loro esercizi come devono fare: quando sono al popolo, al popolo comune, composti di tante qualità di persone, – si capisce – si fanno gli esercizi comuni; e così si possono fare gli esercizi del clero, così gli esercizi delle suore. Ma a san Paolo, nella casa degli Esercizi, la predicazione ha [sì] del comune, – perché tutti abbiamo da santificare e salvare l’anima nostra, – ma poi [deve tendere] in quella direzione, in quella particolare vita, in quel particolare spirito, ecco. Quello che <si> aspettano da noi, non manchiamo quello che aspettano da noi. Se vogliono altro, vanno da altri. E se anche vengono qui che sono senza ancora un indirizzo particolare, noi dobbiamo dare quello che è il nostro pane.
Quindi in fede, in fede, e poi sempre nell’umiltà!

Conclusione: educare a pregare e pregare con pietà paolina.
Educare a pregare dobbiamo esaminarlo stamattina, neh?: come avviare il fanciullo a pregare, come elevare sempre di più questa pietà, pietà sempre di più penetrata e adatta alla vita paolina o del discepolo o del chierico, sempre di più quando si arriva al noviziato, quando si arriva più avanti agli studi filosofici, teologici o quando si arriva già alla Professione perpetua, o prima ancora alla Professione temporanea, ecc. Educare, educare, sì.
E poi vedere se si pratica la pietà in ogni caso: c’è la meditazione comune? c’è la visita tra tutti? o si fa la sera o qualcheduno per necessità deve prevenire, perché al mattino è libero e alla sera non è libero, ad esempio? E si interviene a tutto quello che è corso di esercizi? Non tramandarlo troppo! Ritiro mensile ci sta in ogni casa? Poi quello che dobbiamo ancora ottenere: che i nostri insegnano la pietà.
Questa tendenza, questo lavoro, questo consigliar troppo problemi psicologici ecc.: ci sono le cose che si devono fare, ma in primo luogo ci sono le altre cose da curare: lo spirito interiore, il vero spirito soprannaturale, affinché la vita sia orientata verso un fine. Dio è la felicità; ma <per la strada> [bisogna] arrivare a Dio, per la strada che Dio ci ha assegnata.
Oh, pietà paolina poi: vi è qualche volta ancora una pietà senza colore, senza sapore, senza valore; e invece vi è pietà paolina con sapore e con valore, ecco. Pietà: Gesù Maestro, Regina degli Apostoli, san Paolo, le altre devozioni che circondano queste e che servono a fare meglio queste devozioni nostre, queste tre devozioni che son le centrali. Pietà paolina.
Eh, ci vuole qualche po’ di tempo a distaccare queste vocazioni adulte dalla loro devozione o a Pompei o... Tutto buono, ma adesso orientatevi così: dovete ricevere le grazie per la vita paolina, e chiedetele a san Paolo! E se la vita paolina è fondata sul Divin Maestro, innestatevi lì! E che abbia la devozione a santa Zita oppure a san Rocco, va tutto bene: tutti i santi del Paradiso son da onorarsi. Ma ogni santo ha una sua amministrazione di grazie: se vuoi la sapienza, domanda a san Tommaso d’Aquino. Anche in Paradiso ogni santo ha il suo ufficio. E allora [dobbiamo avere] le devozioni che servono a intercedere, a ottenere le grazie che riguardano la nostra vita paolina. D’altra parte lo spirito, poi, paolino si congiunge, si unisce, sostiene la vita paolina stessa.

Ora possiamo andare alle conferenze, le conferenze sono nell’altra casa dove è stato preparato il locale.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-01-20_vocazioni.mp3
durata 27' 21''

Don Giacomo Alberione - Roma, casa di Roma, 20-01-1962 - ai sacerdoti ssp

Le vocazioni e i maestri


...Vangelo commentato nel senso: la madre educatrice, e cioè portate le riflessioni i suggerimenti che si danno alle madri perché sappiano educare i loro figlioli; educarli sotto ogni aspetto, aspetto specialmente umano e soprattutto aspetto cristiano.
In questa meditazione domandiamo a Maria che fu maestra e madre del figlio di Dio incarnato, che noi possiamo avere vere vocazioni e formarle secondo il volere di Dio, vere vocazioni e formarle secondo il volere di Dio.
Ecco Gesù a dodici anni dà segno della sua vocazione. La pietà: va al tempio. Ecco Gesù si ferma nel tempio, quando partono Maria e Giuseppe, quando partono da Gerusalemme per ritornare a Nazaret. Fu ricercato e fu trovato mica in piazza o a qualche spettacolo, ma nel tempio; là come a dare un saggio della sua vocazione, ma “audientem illos et interrogantem eos”, desideroso di ascoltare e interrogare. Non che avesse bisogno di questo, egli che è il Verbo di Dio incarnato, ma è più un ammaestramento per noi e un ammaestramento per coloro che stavano ad ascoltarlo.
Le vocazioni si conoscono principalmente dal segno della pietà: cioè quelli che nei loro paesi, nelle loro parrocchie frequentano la chiesa, frequentano i catechismi, vanno ai sacramenti, si confessano cioè spesso, spesso si comunicano, amano le funzioni, sono solleciti a servire nelle funzioni, magari sono tra i chierichetti, tra i piccoli cantori o appartengono alle piccole o numerose associazioni che riguardano i fanciulli, aspiranti, crociatini, rosarianti, eccetera. Il primo segno è quello.
Date uno sguardo a un gruppo di figliuoli che sono entrati a settembre, poniamo, uno sguardo. Il maestro subito può rilevare chi è inclinato alla pietà e che quindi ha la base principale, ha la base principale di una formazione. Poiché dobbiamo dare una formazione spirituale, soprannaturale. Ora si prende di lì, si attinge di lì. Un maestro saggio che ha lo spirito veramente del suo ufficio, non tarda a riconoscerle, perché possono avere difetti, possono avere mancanze, son magari vivaci, ma quando arrivano alla pietà, mostrano che il cuore è lì, che la pietà l'amano. Quando invece si vede subito che sono svogliati e passare diverse volte daccanto al banco per vedere se hanno il libro, se pregano, non pregano, si scoprono subito quelli che sono inclinati alla pietà e quelli che la fanno ad oculum servientes, perché passa il maestro, passa l'assistente e li sorprende una dieci volte così. [Ci sono] quei che pregano e che amano la pietà e quei che non l'amano. Fondamento.
Secondo. Che amano d'istruirsi, che vengono per imparare non per insegnare o fare come credono. E “nemo docet nisi libenter discet”: non si diventa maestri senza aver amato di imparare. “Nemo secure docet nisi qui libenter discet”: bisogna che siano prima discepoli, discepoli docili, che amino lo studio, che vogliano imparare e come <a> trattar bene e imparare il galateo e come <a> far bene l'apostolato e come apprendere il catechismo. Si vedono anche dalla lezione del catechismo. Forse hanno alcuni meno intelligenza, ma si vede che c'è l'applicazione, interrogano, si interessano. E altri: quelle cose lì non gli entrano; [il] gusto ancora è troppo rivolto al gioco; cioè quando viene una passione, non quando viene il giusto sollievo. E si nota subito quale è il gusto e quale non c'è il gusto di quelle cose che sono da apprendersi.
Oh, entrato nella sala dell'apostolato, subito si era fissato sugli altri che l'avevano preceduto, come stavano alla cassa e subito domandò di imparare. Oh, “nisi [= nemo] secure docet nisi qui libenter discet”, “audientem illos et interrogantem eos”.
Poi quell'amore subito all'istituto, amore all'istituto. Poiché il fanciullo dimostra che vi sono altre tendenze nel suo cuore, rispondenti – diciamo così – alle parole di Gesù: “Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse?”. Oh, “io ho delle cose che mi interessano”. Non prolungano le vacanze, quando è tempo di venire, anzi piuttosto anticipano. E non si vedono ancora così attaccati che vorrebbero esser tutti i giorni [con] i genitori: e loro li aspettano e hanno segni di mostrare che non sanno ancora attaccarsi un po' al Signore, all'istituto. Poiché in fondo in fondo l'amore all'istituto è un segno fondamentale: cioè l'amare l'istituto, cioè vivere in quella vita. Poiché, se non c'è l'amore a quella vita, come ci sta la vocazione? che è una tendenza a una vita e nel nostro caso alla vita religiosa, alla vita religiosa sacerdotale, secondo che il Signore li destina? Quindi siano subito sottoposti alla prova e siano seguiti. Prova.
“Subditus illis”, ritornando. Si attaccano al maestro, al direttore spirituale, vanno con fiducia al confessore, sentono volentieri la predica. E si accorge anche quando uno è sul pulpito che li osserva. Don Bosco, quando aveva davanti a sé una accolta di fanciulli, che occhio clinico per distinguerli! occhio clinico spirituale, intendiamo. Sorprenderli o meglio osservarli quando non sono osservati, cioè quando non si credono di essere osservati.
“Subditus”: quella docilità, quel prendere gli avvisi e farne frutto, prenderli volentieri. E quando sono in dubbio, vengono a chiedere spiegazioni, spiegazioni di cose spirituali, spiegazioni magari per quel che riguarda la scuola, spiegazioni per quel che riguarda l'apostolato, come han da fare quella preghiera, come han da recitarla, cosa devono dire dopo la comunione, come han da fare l'esame di coscienza. E il libretto dell'esame di coscienza è tanto importante che si ristampi: le maniere sempre, ma il libretto è di aiuto. Qui “subditus”: vedere subito. Poiché la vita religiosa è un'obbedienza: il voto fondamentale è l'obbedienza. Dia saggio! Se non lo dà questo saggio di docilità, di rispetto, ossequio a chi li guida...
“Subditus illis”: Gesù, fino a trent'anni, fino a trent'anni, il Figliuolo di Dio già non aveva fatto le obiezioni: “Ormai a 21 anno sono fuori di tutela”, no. “Factus oboediens usque ad mortem”.
Poi i tre segni: “Aetate crescebat, sapientia, gratia”. Vedere che c'è un progresso, che si applicano allo studio e hanno, alla fine dell'anno, una promozione sufficiente. E se c'è meno intelligenza oppure se non hanno avuto un buon fondamento di istruzione prima, però si sono applicati, si vede che c'è l'impegno. E l'impegno vale più che l'intelligenza, tante volte, poiché quando uno si impegna, utilizza i talenti che Dio gli ha dato, a poco a poco riuscirà a fare quello che è nei disegni di Dio secondo la qualità, la quantità dei talenti che ha ricevuto.
“Aetate”: un po' più, si fa già un po' uomo, si sviluppa già un po' di personalità, prende un carattere, ragiona sulle cose, non soltanto le eseguisce materialmente, ma si convince, poi o sia veduto o non sia veduto, o sia vicino o sia lontano, anche se ci son cinquanta chilometri di distanza. Allora c'è una certa formazione, c'è una certa già solidità di spirito.
“Sapientia”: è la sapienza spirituale e <la sapienza> anche la sapienza naturale. Imparano e amano tutto quel che viene insegnato e non importa se sia una materia o se sia un'altra. Certo uno e più inclinato ad una cosa, l'altro è più inclinato ad un'altra; ma [se c'è] l'impegno perché è da impararsi, perché è volontà di Dio, quell'impegno sufficiente.
E poi “et gratia”. Vedere un po' se san conservarsi figli di Dio, se san vivere le loro settimane in grazia di Dio, oppure non san portare lo stato di grazia da una settimana all'altra, da una confessione all'altra: Vedere se c'è questa perseveranza, questo aumento di grazia, questa intimità con Gesù. E quando si vede, <e allor> si vede quell'impegno nei tempi e nel momento della vita in cui le passioni si fan sentire, allora occorre che prendano i mezzi. Avere quindi cura di loro, in secondo luogo.
Gesù come li amava i suoi apostoli? Li ha chiamati, li ha scelti, li volle con sé. Oh, noi rappresentiamo bene Gesù, Maestro divino?
Che cosa succede? Succede che “nemo secure preest”, nessuno si mostra docile, se non si è mostrato pronto: <non> cioè uno non saprà guidare altri se non si è lasciato guidare, “nisi qui libenter subest”.
Allora vedere che gli apostoli son stati fedeli: <sono> andavano con Gesù. L'hanno poi abbandonato nei momenti difficili: durante la passione. E prima, qualche volta, si discostavano un po' da Gesù: quando avevano da discutere “quis eorum videretur esse maior”, allora la superbia li distaccava un poco da Gesù. Ma Gesù subito li richiamò e: “Che cosa dite, di cosa discutete per strada?”. <Si> arrossirono, ma poi presero la lezione di Gesù, l'accettarono, l'accolsero.
Ora cosa dobbiamo fare? Non solo far bene la scuola, la meditazione, non solo l'assistenza, non solo l'assistenza paterna e qualche volta materna interessandoci di tutti, di tutto, di tutti e di tutto, anche della salute, delle loro relazioni, eccetera; ma andare più a fondo. E bisogna sopportare i loro difetti e non esagerare subito quando hanno un difetto: alle volte è esuberanza. E anche quando hanno delle capacità e della vivacità, sono poi alle volte i più zelanti: quando saran nell'apostolato, porteranno quella generosità che han mostrato in cose da fanciulli, quando eran fanciulli; e poi quando son fatto uomo “evanuerunt quae erant parvuli”.
Allora questo amore alle vocazioni, ai nostri. E allora non si sente il sacrificio di stare con loro. Vi sono i maestri così attenti, così affezionati, che li seguono per tutto e tante volte si mostrano a giocare con loro anche, per non abbandonarli mai e adattarsi alla loro mentalità, alle loro tendenze, eccetera.
Domandare a Gesù la grazia di amarli e amarli soprannaturalmente e non indurli soltanto a fare le cose, a stare in disciplina per timore, ma poco a poco che si formi in loro la convinzione; e non soltanto indurli a fare qualche cosa un po' più sveltamente nell'apostolato perché ci saran le caramelle o perché troppo si accontentano. Si accontentano e si finisce col dare un'educazione soltanto umana, soltanto umana. I principi soprannaturali bisogna che si stabiliscono nell'anima, nel cuore. Perché cos'è che ci regge poi nella vita? Ci regge il pensiero dell'eternità, del paradiso, del giudizio di Dio, della morte: i novissimi.
Quando non c'è più altro interesse perché non si è più soggetti ai superiori, quando non c'è l'interesse materiale o soltanto umano, che cos'è che regge? Colui che ormai è diventato adulto, colui che ormai dovrebbe possedere dei principi su cui è basato. Non formiamo dei ragazzoni, non formiamo della gente che non si matura, che siano sempre frutti acerbi, <con> ancora con i gusti e con le tendenze soltanto del fanciullo, del giovane: “cum factus sum vir”.
“Sapientia aetate et gratia”: ma noi dobbiamo far la nostra parte in questo, far la nostra parte. Finché i principi soprannaturali non hanno fatto presa nell'animo e non governano ancora la vita e la nostra condotta, siamo dei fanciulloni, sempre. Sì, si fa qualche cosa per varie ragioni, eccetera; ma occorre che vi siano i principi soprannaturali.
Come li amò Gesù? Stava con loro; li correggeva nelle varie circostanze; dava istruzioni private, quando non avevano capito ciò che egli aveva predicato alle turbe e desideravano spiegazione; e poi soprattutto coll'esempio; affinché fossero testimoni, vedendo lui, fossero testimoni di come egli viveva, come operava e così testificassero la sua vita santissima e si modellassero sulla vita sua santa.
Allora nella novena del Maestro divino, questo: come dobbiamo scoprire i segni di vocazione e come dobbiamo vedere se corrispondono alla vocazione, se crescono sapientia aetate et gratia.
Poi se viene a mancare qualcosa da parte nostra, oppure noi diamo abbastanza di quel che dobbiamo dare. E dare che cosa? “Propter eos sanctifico me ipsum”, “Per gli apostoli mi santifico, o Padre celeste”. Prima: l'esempio.
Secondo: la preghiera. Portarli sempre nel nostro cuore, offrirli al Signore. E avere la santa ambizione di presentare una scolaresca, un gruppo a Gesù, anime innocenti, che lo amano, che son generose. E allora l'offerta della classe o del gruppo o della comunità intera, questa è un'offerta che piace a Dio, “hostiam vivam, immaculatam, Deo placentem”, che piace a Dio. Che Gesù quando vien fatta l'elevazione – diciamo così per parlare sin troppo umanamente, – guardando quei piccoli si compiace: gli sono cari, sono innocenti, gli vogliono bene.
La preghiera e dopo il sacrificio. È una vita di continuo sacrificio l'educare, una vita di continuo sacrificio. Guardare alle amicizie particolari! Ricordo bene che tre si rovinavano fra di loro. E allora una sera ecco il maestro li ha presi, li ha istruiti bene e poi con severità: “Separatevi!”. Sono riusciti tre ottimi religiosi e sacerdoti bravi. Ma aveva tenuto fermo il maestro. Oh, tre ottimi!
Allora ecco da una parte in questa novena educhiamo bene e istruiamo bene i nostri aspiranti. E secondo: siamo degni maestri, imitatori del Maestro divino, che sa educare, mostrandosi via verità e vita loro, e aiutandoli in tutte le maniere, compatendo tutte le età e le varietà di caratteri. E sapere però se in fondo c'è quello che è sostanziale o se manca. Sapere anche non solo comunicarlo, quello che è necessario, ma anche escludere quelli che guasterebbero l'ambiente. Noi abbiam sempre da esser condotti dalla luce di Dio. Alle volte si tarda troppo a dimetterli e qualche volta si precipita un po'; qualche volta si misurano se amano il maestro così umanamente, oppure se amano il Signore soprannaturalmente.
Vedere dunque di chiedere questa grazia: “Signore, dateci santi maestri, maestri come tu sei stato il Maestro”.
“Maestro da chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna”, rispose Pietro, al momento di una grossa prova, di una grande prova, quando molti abbandonavano Gesù. “Chi può credergli?”, dicevano, a dire che chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, eccetera. “Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Quindi fedeltà.
Oh conclusione. Questa novena ha una grande importanza, come ha grande importanza tutto il mese che dedichiamo al divin Maestro. Meditiamo e preghiamo e domandiamo sempre al Signore la grazia: “Mandaci buoni maestri!”: maestri di gruppo, maestri di apostolato, maestri di scuola, maestri in tante maniere, tutti coloro che o con l'esempio o con la parola o con le attività insegnano.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-02a.mp3
durata 27' 51''

Don Giacomo Alberione - Roma - Cappella della Generalizia, 2 febbraio 1962 - alla SSP

Le vocazioni


Oggi, festa della Purificazione di Maria al tempio, là dove venne riconosciuto Gesù il Salvatore del mondo nel bambino che era stato presentato.
Sempre questo: avvicinandoci al tempio, cioè andando in chiesa, subito un atto di umiltà: “Iesu Magister Via Veritas et Vita miserere nobis”. E cioè purificarci, onde essere degni di accostarci a lui, il Signore, come del resto si deve fare quando si incomincia la messa: “Iudica me Deus”. In sostanza l'inizio della messa è un domandar la grazia della purificazione per iniziare e celebrare la santa messa.
Nel mese poi di febbraio si inizierà, verso il 20, il mese a san Giuseppe. Lo ricordiamo fin da adesso, affinché ci prepariamo a iniziarlo quel mese, e fin d'ora pensare quali preghiere particolarmente dovremo recitare, quali ossequi fare. L'ossequio principale è certamente l'imitazione, l'imitazione di san Giuseppe; il quale ha fatto un apostolato il più grande dopo quello di Maria, perché egli ha contribuito a preparare al mondo il divino Maestro, l'ostia di propiziazione, colui che ha insegnato la sua dottrina e ha lasciato i suoi santissimi esempi da imitarsi all'umanità.

Ma stamattina specialmente un pensiero. Si è costituita in questi giorni un'unione, un'unione di preghiere, sacrifici e opere di carità per le vocazioni, per ottenere cioè che alla Chiesa di Dio vi siano tanti chiamati e vi sia un numero sufficiente di chiamati e i chiamati siano ben formati: questa è l'opera delle vocazioni.
Si parla da tutti in questi tempi della necessità delle vocazioni, necessità delle vocazioni sia per numero e sia per santità e per capacità, per zelo per le anime, e i chiamati siano sempre più degni della loro missione e più efficaci nella loro missione.
Si suggeriscono tanti mezzi per il reclutamento delle vocazioni. Tutto ciò che è buono, noi lo apprezziamo e in quanto è possibile lo seguiamo: tutti i consigli che ci vengono dati e quello che viene rilevato specialmente nei congressi vocazionari. Ma vi è il mezzo divino, su cui dobbiamo particolarmente puntare; quello che ci ha dato: il mezzo divino. Perché? Perché ce lo ha insegnato Gesù Cristo, lo ha come istituito lui: “Alzate i vostri occhi, guardate i campi biondeggianti di messe”: <molti sono gli operai e pochi... cioè> molti sono i bisogni, “molta è la messe e pochi sono invece i mietitori”. E allora che cosa fare? Il mezzo divino: “Rogate ergo dominum messis ut mittat operarios in messem suam”: “Pregate dunque il padrone della messe che mandi molti lavoratori a raccoglierla questa messe”.
Infatti se noi guardiamo un po' anche superficialmente il mondo, guardiamo un mappamondo e facciamo scorrere le varie nazioni, i continenti, le isole, – Europa, Asia, America, Oceania, sì, – facciamo scorrere il nostro sguardo sopra il mappamondo e segniamo con un numero quanti sono i cattolici in una nazione, in un'altra, in un continente, in un altro continente, che risultato abbiamo? È ancora più evidente quando in un quadro si dipingono in nero le nazioni ove i cattolici mancano quasi del tutto o le nazioni ove vi è un certo numero di cattolici e quelle nazioni in cui la prevalenza o la quasi totalità è cattolica. Ecco, quasi novecento milioni di cristiani, ma i cattolici raggiungono pressappoco i cinquecento milioni.
E allora la constatazione: un miliardo e settecento milioni di uomini, di persone che si possono chiamare pagane, perché o adorano ancora idoli, i quali non hanno né testa, né occhi, né cuore e sono fatti dalle mani degli uomini – ma è Dio che fa gli uomini invece, colui che è Dio; – un miliardo e settecento milioni, comprendendo anche gli atei, quelli che vivono senza religione o si dichiarano anche senza alcuna religione. E allora tutti questi uomini che non hanno ancora ricevuti i benefici della redenzione e che quindi non conoscono Gesù Cristo, non hanno la grazia dei sacramenti, <che> i sacramenti i quali devono dare la vita dell'anima: una così sterminata messe!
Allora “rogate dominum messis ut mittat operarios in messem suam”. Sì.
E quale mezzo è più efficace? Bisogna che intervenga il potere di Dio! Dio, il quale crea le anime e le destina per una strada, quando ha creato l'anima nostra, ha infuso delle tendenze, delle capacità, volendo che l'anima nostra fosse indirizzata a lui, e cioè un giorno noi fossimo consacrati a Dio e all'apostolato. E così la grazia viene infusa già nel battesimo, che si manifesterà a suo tempo, come viene infusa la fede, e si professerà quando si arriva all'uso di ragione.
Quindi le vocazioni dipendono da Dio, che crea le anime; da Dio che infonde la sua grazia, le grazie particolari nelle anime chiamate ad essere un giorno consacrate a lui e ad essere un giorno dedicate all'apostolato, ai ministeri vari, specialmente dedicate, queste anime, a vivere negli stati di perfezione.
Oh, allora se proprio radicalmente dipende da Dio, che cosa può fare l'uomo? L'uomo può fare soltanto questo: pregare il Signore che mandi buoni operai, cioè quelle anime che escono dalle sue mani creatrici, quelle anime in cui infonde i principi, le grazie di una futura vocazione per mezzo del battesimo e poi per mezzo della cresima che dà lo spirito di apostolato. Qui non può nulla l'uomo. E se radicalmente non può nulla, è solo Dio che può.
Gesù quindi ha detto non soltanto: “Andate!”, ma in primo luogo egli deve fare, egli ha fatto. Così aveva creato i primi dodici, che destinava ad essere gli apostoli; i quali poi a suo tempo hanno ricevuto la chiamata: “Venite dietro di me: vi farò pescatori di uomini”; e poi ha comunicato il loro ufficio: “Andate e predicate e insegnate agli uomini a fare ciò che vi ho detto, e santificateli mediante, in primo luogo, il battesimo che ci fa entrare nella vita cristiana”.
E allora ecco, la maggior efficacia per la ricerca e la formazione delle vocazioni, la maggior efficace è la grazia divina e in primo luogo la volontà di Dio, che destina un'anima a seguire. Dopo a suo tempo vi sarà l'invito anche esterno, vi sarà l'invito alla consacrazione a Dio in tante ispirazioni che il Signore fa sentire magari già al bambino che riceve la prima comunione.
Perciò è necessaria in primo luogo la preghiera: che crei le anime destinate.
Ma Iddio, che è provvido, certo le crea e in numero sufficiente le anime destinate ad essere un giorno a lui consacrate e vivono la vita apostolica; certo, in numero sufficiente. Ma l'infusione della grazia sempre più abbondante nelle anime così destinate e d'altra parte la grazia di sentire a suo tempo la vocazione e che questa vocazione non venga distrutta proprio all'inizio.
Molte vocazioni sono distrutte all'inizio: bambini che vivono in un clima familiare non buono, magari contrario alla vita di consacrazione a Dio, alla vita apostolica. O l'ambiente familiare o l'ambiente sociale scolastico, i divertimenti, l'uso del tempo libero, la mancanza di assistenza e di custodia, o che il clima parrocchiale non era abbastanza fervoroso, eccetera: quante vengono falciate via e fatte morire prima ancora quasi – si può dire – di essere sentite queste vocazioni! Come molte volte si perde l'innocenza per causa di cattive compagnie, si perde l'innocenza prima ancora di averne conosciuto il pregio. E lì ci vuole grande grazia. Noi abbiamo avuto la fortuna di nascere in buone famiglie e – secondo – di vivere i nostri primi anni in un clima parrocchiale buono, parroci buoni, che ci hanno istruiti e ci hanno invitati ai sacramenti. E poi abbiamo avuto anche un clima sociale sufficientemente buono: “sociale” vuol dire scolastico e quel complesso che noi chiamiamo clima sociale: i compagni, i divertimenti, gli impegni, assistenti che si ha avuti, il tempo libero che si è usato, sì. Ma quanti non ebbero queste grazie! Allora “rogate dominum messis ut mittat operarios in messem suam”.
E sempre insufficiente il numero. E allora? Pregare!
Oh, pregare che cosa significa? Primo: le orazioni, fare comunioni, offrire anche le azioni della giornata per le vocazioni, e mettere adesso un'intenzione che serva e che noi intendiamo che duri: in tutte le preghiere che faremo ci sia anche questa intenzione, anche senza rinnovarla ogni giorno, perché l'intenzione diviene generale e, se si rinnova poi di tanto in tanto, molto meglio, sì. Quindi le preghiere.
Vi sono poi nei libri delle preghiere proprio per le vocazioni. Nei nostri libri di orazioni, di preghiera, vi sono le domande e si adempie e si esorta ad adempiere il comando: “rogate dominum messis”, “pregate il padrone della messe”.
Secondo: offrire le sofferenze. L'unione comprende non solo la preghiera, ma la sofferenza, la sofferenza offerta al Signore per le vocazioni. E allora nell'ospedale, nei luoghi di sofferenze in generale e per tutte le anime che hanno pene interne e del resto un po' tutti abbiam da soffrire, non fosse altro che per vivere cristianamente e cioè evitare il peccato, rinnegar le passioni. Quindi l'organizzazione della sofferenza a vantaggio delle vocazioni.
Terzo poi opere di pietà. Nelle opere di pietà entra tutto quello che viene compreso nel desiderio e nell'azione di apostolato. L'apostolato offerto per le anime è un'opera di pietà, in quanto abbiamo pietà degli uomini che sono ignoranti nelle cose che riguardano l'eterna salvezza. Opere di pietà sono tutte le opere caritative: aiutare un ignorante, fare il catechismo, incoraggiare un'anima che è sconfortata, richiamare uno che è debole, che è caduto, aiutarlo a sorgere dal suo stato: qualunque opera che noi facciamo a vantaggio del prossimo: Si chiamano opere di pietà, di pietà.
E sono due ordini di opere di pietà: le sette opere di carità o di pietà corporale e le sette opere di carità in ordine spirituale. Se si fa il catechismo, se si stampa bene e si stampa il vangelo e le cose che spiegano e applicano il vangelo, se si diffonde nelle librerie, si organizza la diffusione anche da casa oppure si arriva a portare la parola di Dio per mezzo della diffusione, si aumentano gli abbonamenti, si arriva a più anime e se è stampato bene sarà più ben accolto e c'è il contenuto adatto alle anime: e allora ecco che queste sono opere di pietà: istruire gli ignoranti, consolare gli afflitti, incoraggiarli, richiamare i peccatori e poi tutte le opere: se si aiutano e si organizzano i cooperatori, affinché essi diano un loro soccorso, un loro soccorso o materiale o di preghiera o di azione per gli istituti, i quali son dedicati alla formazione delle vocazioni.
Allora tutto questo si può offrire al Signore ed entra nello spirito dell'unione: unione di preghiere e di sofferenza e di opere di pietà per le vocazioni.
Che cosa fare allora praticamente? Basta dare il nome e mettere le intenzioni, le intenzioni che le nostre preghiere comprendono anche e siano anche indirizzate a ottenere la grazia delle vocazioni; e poi offrire l'apostolato per ottener la grazia delle vocazioni; e poi compiere queste opere di pietà, supponiamo nella diffusione e nell'aumento degli abbonamenti; e poi anche il buon esempio che è un apostolato: tutto quello che può offrirsi al Signore.
Ecco allora dando il nome si ha questo vantaggio: che le nostre preghiere hanno anche queste intenzioni e perciò la nostra carità si allarga, si allarga la nostra carità; cioè vogliamo e desideriamo e chiediamo al mondo un numero sufficiente di vocazioni: carità, cuore largo come quello di san Paolo.
E poi unirsi nelle intenzioni di san Giuseppe anche, le intenzioni che egli ha in cielo. Egli che ha contribuito alla Chiesa in una maniera così particolare. Chiediamo la sua protezione per le vocazioni, egli che ha assistito, formato e ha istruito il grande chiamato, la prima vocazione, vocazione alla messe, sì, egli che è venuto per la messe totale, di tutto il mondo, <e che> la messe che biondeggiava allora e la messe sempre più abbondante che biondeggia adesso, i campi che sono coperti di messe biondeggiante.
E si vede che tanta messe cade. Un anno grandinate e piogge sono cadute sopra i campi e la messe è andata a male, marcita nei campi, rovinata dalla grandine. Non vi pare che qualche volta, che qualche volta assistiamo a qualche spettacolo simile? E perché? E perché i mietitori non sono abbastanza di numero e forse anche di fervore. “Rogate ergo dominum messis ut mittat operarios in messem suam”.
Don Panebianco è incaricato di questo e i primi decreti di questa unione che tende a organizzare la preghiera, la sofferenza e le opere di pietà per le vocazioni. Ecco per quanto è possibile accoglierla, darvi il nome e seguirne lo spirito.
Oh, siate tra i primi! sebbene non siate i primissimi, perché già veniva fatta la domanda, c'erano già insistenze perché si arrivasse a questo in varie parti. Fra le altre, che in una clinica mi hanno fatto osservare: “Ma quando vorrete utilizzare le nostre preghiere e sofferenze per le vocazioni? Come e quando organizzerete questo contributo alle vocazioni di preghiera di sofferenza e di pietà?”. Ora questo è realizzato e basta che sia aderisca insieme tutti e che adesso si mettono le intenzioni: “Vi offro tutto quel bene che farò e le preghiere che reciterò e le opere di pietà specialmente di apostolato”, “ut mittat operarios in messem suam”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-16_amore1.mp3
durata 27.55

Don Giacomo Alberione - Roma, 16-02-1962 - ai sacerdoti ssp

Amore fondamentale


Il ritiro mensile di oggi: “Hoc est primum et maximum mandatum: diliges proximum tuum sicut teipsum”... Ho letto male! “Diliges Dominum Deum tuum ex tota mente tua, ex omnibus viribus tuis, ex toto corde tuo, ex tota anima tua. Secundum autem simile est huic: diliges proximum tuum sicut teipsum”. Allora fin dal principio chiediamo l’amore al Signore: “tui amoris in eis ignem accende”.
Cosicché noi guardiamo al principio e al termine della vita. Al principio Dio che ci ha creati; alla conclusione, cioè alla vita eterna: là l’eterno Amore, il possesso di Dio, la visione di Dio, il gaudio di Dio. E allora tesi verso Dio, tesi verso Dio.
Tuttavia dobbiamo fare una considerazione e sarà l’ultima: l’amore fondamentale senza il quale l’amore è soltanto una verniciatura o una divisa che si veste per le occasioni, non prende allora tutto l’essere; bisogna che prenda tutto l’essere e sì, in Dio, tutto ordinato a Dio, Dio il nostro bene eterno.
Questo è la vera riuscita nella vita. Mancando questo si ha il fallimento della vita, perché avremo ciò che abbiam voluto noi, ciò che abbiamo scelto avremo, sì.
Motivi, qualche motivo, almeno per eccitarci a questo amore a Dio, ecco, siamo qui, oggi, raccolti innanzi a Gesù. Tanti anni fa non c’eravamo, il mondo camminava senza di noi. Dio ci ha cavati dal nulla, ci ha dato l’essere.
Ecco: “Vi adoro mio Dio, vi amo con tutto il cuore, perché mi avete creato e fatto cristiano, e conservato e condotto in questa Congregazione. Vi adoro e vi amo con tutto il cuore”.
Creati: Dio ci ha scelti a preferenza di molte altre creature, innumerevoli altre creature che potevano venire all’esistenza, ha scelto noi.
Quando uno deve tutto, perché non dovrà amarlo? Tutto deve a Dio, l’uomo, particolarmente noi. Egli, la Santissima Trinità: “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram”. Il che significa che il Signore ha fatto, per ciascheduno di noi, come un consiglio, le Tre divine Persone; allora poi il decreto: “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram”. Il Signore a preferenza di tante creature, i minerali, i vegetali, gli animali, ci ha acceso il lume della ragione, ci ha dato l’anima, l’intelligenza, ci ha dato la volontà, ci ha dato il sentimento.
Oh, ecco, è intervenuta la Santissima Trinità. E noi al nostro modo di pensare, capir le cose [possiam dire]: il Padre ha stabilito in noi una volontà libera che può e vuole; è intervenuto il Figliolo di Dio, il quale ci ha comunicato l’intelligenza, “omnem hominem venientem in hunc mundum”; lo Spirito Santo, il quale ha stabilito in noi una sentimentalità, ci ha dato un cuore. Così l’uomo è plasmato a Dio uno, perché l’uomo è una sola persona, e conformato a Dio Trino: fatti a immagine e somiglianza di Dio.
Quale degnazione il Signore! Mentre noi non c’eravamo, mentre noi non potevamo chiedere l’esistenza, quindi, e mentre Dio stesso prevedeva già che un giorno l’avremmo anche disgustato, offeso e saremmo stati ingrati, ci ha creati.
Oh, ci ha creati. E ci ha creati per che cosa? Per un fine che è superiore a quello che vorrebbero le nostre forze, le nostre qualità, le nostre facoltà: ci ha fatti per Lui. Egli si è proposto come nostro premio eterno: Paradiso. Ci ha destinati all’eterna felicità, quindi il fine più alto: conseguire Lui che è tutto il massimo bene, sì.
Muoiono le piante, muoiono gli animali: è finito. Ma l’anima vive. [Siamo] destinati al Paradiso: “Relinquo mundum et vado ad Patrem”.
Il Signore ci ha chiamati al Paradiso, ma per la miglior via per giungerci e cioè non siamo nati pagani, ma siamo nati cristiani, la via cristiana. E i cristiani quanti sono rispetto al mondo intero?
Ci ha chiamati per la via più perfetta, religiosa, a differenza di quanti che pure son cristiani, son cattolici. [Ci ha] preferiti fra tanti: in quel paese dove siamo nati, quanti sono stati scelti per la via “si vis perfectus esse”? Ci ha chiamati per la via sacerdotale onde con il nostro apostolato, con il nostro ministero procurassimo anche la salvezza a tante anime. E salvando le anime, allora moltiplichiamo i nostri meriti e cresciamo la nostra gioia, la nostra felicità eterna.
Quindi [ci ha] creati, forniti delle migliori doti e nello stesso tempo destinati al Paradiso e per la via più sicura, più bella e per la via che non è soltanto per noi la via religiosa, ma ancor la via sacerdotale.
Allora, come dobbiamo ringraziare il Signore, se tutto è da Lui?
“Mi amasti dall’eternità”. Il progetto della Santissima Trinità, che ha realizzato nel tempo, per esprimersi così, noi siamo qui, opera delle sue mani.
“Mi amasti dall’eternità”. Sono stato nel pensiero di Dio da tutta l’eternità. “Mi amasti dall’eternità, o Dio di carità”.
Poi c’è da considerare qualche cosa di più: “fatti cristiani”.
Nel mondo presto arriveremo ai tre miliardi di persone, se le cose andranno in un modo normale. Solo uno su sei [sono i] cristiani: quindi siamo stati preferiti uno su sei. Quale è stata la nostra sorte? Ma fra i cristiani quanti sono i cattolici? Si dice 480 - 490 (milioni), ogni volta che pubblicano le statistiche variano un po’, ma pressappoco.
Fra i cristiani noi siamo nati nella Chiesa cattolica, la quale è via sicura, la quale è indefettibile, la quale è infallibile nel guidarci in quanto alle verità di fede, e quanto ai costumi e quanto alla preghiera stessa, in quanto la preghiera si poggia ed esprime nella fede, esprime la fede. Quindi ecco: cattolici.
Ma fra i cattolici, quanti sono i sacerdoti e quanti sono i religiosi? Quest’oggi la statistica cambiava un po’ le cifre di quelle che erano state pubblicate prima; in ogni modo se sono 400.000 sacerdoti, noi siamo di quelli, rispetto ai 450 milioni di cattolici, 480. E i religiosi? di soprappiù e cioè fra sacerdoti, noi, abbiamo ancora la particolarità: “mi avete condotto in questa congregazione”. E venendo sempre più avanti, fra gli Istituti, questo Istituto che ha riassunto il meglio da tutte le Costituzioni che han preceduto, perché si sono considerate, studiate; poi con un apostolato moderno. E siamo nati proprio in questo tempo in cui noi conosciamo il sapiente sviluppo che ha la Chiesa, e conosciamo come il Signore ha voluto farci nascere proprio in questo secolo, non allorché c’erano le persecuzioni. Potevamo anche nascere nel periodo da Adamo a Gesù Cristo: in che condizioni intellettuali, morali? e anche riguardo al culto, ecc.? E ci ha fatto nascere adesso, in cui i dogmi sono chiariti, in cui [è chiarita] la via morale, voglio dire la via che ha fissato le regole di condotta, la vita cristiana, la vita religiosa. E poi noi abbiamo la grazia di essere proprio vicino a Roma, anzi in Roma stessa; e così abbiamo sempre la eco di quello che [dice] il Vicario di Gesù Cristo; siamo al centro, [abbiamo] la eco della sua parola, al centro della cattolicità. È un altro ordine di benefici.
Questo Dio ci ha amati così! Quando cominceremo ad amarlo veramente secondo il primo precetto “ex tota anima tua”, che aggiunge uno degli evangelisti, e le altre tre espressioni “tota mente tua, toto corde tuo, omnibus viribus”?
Oh, ciascheduno sa la data della sua nascita. Ma se noi ascendiamo alla data della nascita e poi vogliamo ancor risalire: il Signore aveva preparato prima della nostra nascita dei genitori buoni, che erano cresciuti buoni cristiani, i quali si sono preoccupati subito di farci nascere alla vita soprannaturale, alla vita di grazia. E i benefici poi che abbiam ricevuto dai genitori: l’istruzione, i buoni esempi. Il Signore li aveva preparati da molto tempo, li aveva fatti anche essi nascere nella Chiesa cattolica, anche essi avevano avuto una istruzione cristiana, avevano osservato nella sostanza i comandamenti, ecc.
Il Signore ci aveva già preparato il Parroco che ci ha istruiti, la chiesa che abbiamo frequentato, là dove abbiamo ricevuto il Battesimo, là dove ci siamo confessati la prima volta, là dove la prima volta abbiamo ricevuto Gesù nella santa Comunione.
Il Signore ci aveva preparato i maestri che avrebbero dato a noi un’istruzione civile e nella rettitudine tante volte sono stati esemplari anche per noi.
Il Signore ha infuso le grazie nel Battesimo: prima aveva già dato, creandoci, certe disposizioni, qualità, attitudini; ma poi nelle grazie del Battesimo vi è pure questa: la inclinazione, la tendenza che si sarebbe manifestata più tardi, quella che chiamiamo vocazione.
E allora abbiamo trovato un clima familiare buono, in cui il fiore della nostra vocazione ha potuto svilupparsi, e portare i suoi frutti. Abbiam trovato un clima parrocchiale; sì, tante volte è proprio stata la parola di un sacerdote. E poi là abbiamo avuto le prime impressioni, durante le funzioni; quindi forse siamo appartenuti al piccolo clero, chierichetti. E ci siamo tante volte sentiti ispirati: “Se il Signore mi chiama?”. E forse abbiamo avuto l’invidia guardando il sacerdote che celebrava: “Cosa sarà di me? Non posso aspirare?”. Poi il clima sociale, perché in generale le nostre scuole erano buone, e la vita che si svolgeva attorno a noi era buona, sì. E quindi a suo tempo vi è stata quella circostanza, magari quel fatto che noi pensiamo che fosse succeduto casualmente: c’è stata la persona che ci ha aiutati: “Eccoci qui!”.
E il resto? che ci ha consacrato, ci ha preparato i predicatori qui, ci ha preparato i confessori, e ci ha preparato i maestri di scuola, i maestri di apostolato: siamo il risultato di infinite cure di Dio uno e trino!
E poi tutto questo complesso di beni che abbiamo nella congregazione.
“Quid debui ultra facere vineae meae et non feci ei?”: cosa poteva fare il Signore che non l’abbia fatto per noi?
Ecco. E allora se tutto questo non ci muove ad amarlo, noi dovremmo dire che abbiamo un cuore insensibile, nemmeno da uomini. Amare chi ci ha amato. Allora la nostra vita dovrebbe sempre essere tesa verso Dio perché creati per Lui, sì.

Quali sono allora i primi suggerimenti per dimostrare il nostro amore a Dio?
Primo: aver retta intenzione in tutto, tutto ordinare a Dio. Questo egoismo, questa superbia, questo complesso di tendenze che si vogliono soddisfare un po’ qua, un po’ là! Dio, Dio solo! A Lui tutto dobbiamo e in Lui tutto troveremo. Ed Egli [è] l’eterna felicità stessa, il sommo Bene e l’eterna felicità. Quindi sia che mangiamo e sia che ci riposiamo e sia che studiamo e sia che operiamo nel ministero, nell’apostolato, “omnia in gloriam Dei facite”.
Retta intenzione. Cerchiamo Dio! Siam tesi verso Dio! Dal mattino alla sera non ci passa in mezzo qualche cosa di veramente seguito, consentito, amor proprio, orgoglio, sentimenti di invidia, tendenze troppo basse, ecc.
Retta intenzione. Voler Dio, Dio solo, Dio sempre, Dio in ogni cosa.
E siccome il fine ultimissimo del creato è la gloria di Dio, cercarla qui! Cioè non solamente perché possiamo salvarci, ma mirare poi a quello che è l’ultimissimo fine, oltre la nostra salvezza eterna: Dio, la sua gloria.
Perché tutto ci ha dato Dio e a Lui tutto deve andare, tutto deve essere ordinato alla sua gloria eterna. Ci ha amato: amiamola! E l’amore sta nel cercare in ultima analisi la sua gloria eterna.
Secondo: fare il volere di Dio! Noi abbiamo innumerevoli mezzi come ricordato: vi è l’altare, vi è la messa, vi è il confessionale, vi è il pulpito, vi è la scuola, vi è la redazione, vi è la tecnica, vi è la diffusione, vi sono gli esempi buoni, vi sono le costituzioni, abbiamo amici, fratelli che ci danno buoni esempi ecc. E allora se ci sono tutti questi mezzi per la nostra santificazione, per la nostra salvezza, come li usiamo? e di quale rendiconto noi poi potremo dare e dovremo dare al Signore nel gran giorno? Poiché riceviamo e nuotiamo nei benefici di Dio, nei mezzi di santificazione, – diciamo così; – potremmo dire quasi che son troppi, perché diventiamo responsabili di troppe grazie.
E allora? E allora corrispondenza! corrispondenza a questo! Usare i mezzi che abbiamo: il confessionale, l’altare, il pulpito, la meditazione, la visita, l’ufficio, l’apostolato, le relazioni e gli stessi inconvenienti, gli stessi mali che incontriamo: tutto, ecco, tutto usare per la nostra salvezza e attraverso la nostra salvezza la gloria di Dio.
Quanto spesso dovremmo dire l’atto di carità! quante volte invocare la Mater pulchrae dilectionis! come onorare il Sacramento dell’Amore, l’Eucarestia! “Quis nos separabit a charitate Christi?”; “charitas operit multitudinem peccatorum”; “dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris”; arriviamo a quell’unione con Dio che è espressa da san Paolo: “Vivit vero in me Christus”. Chiediamo la grazia di amarlo, il Signore: “Fate che vi ami sempre più”.
Possiamo riflettere. E il tempo di meglio riflettere è sempre quello della Visita, che si può fare qui in chiesa alle sei. Quelli che si sono già confessati o che non devono confessarsi è meglio qui tutti assieme.
E chiediamo l’osservanza: “Hoc est primum et maximum mandatum: diliges Dominum Deum tuum ex tota mente tua, ex omnibus viribus tuis, ex toto corde tuo, ex tota anima tua”.
Chiediamola per tutti questa grazia, particolarmente per noi sacerdoti, per noi religiosi, giacché abbiam detto: “Tutto mi offro, dono e consacro”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-16_amore2.mp3
durata 24' 44''

Don Giacomo Alberione - Roma, 16-02-1962 - ai sacerdoti ssp

Amore fondamentale, misericordia


Abbiamo considerato un po' la storia delle misericordie di Dio sopra di noi: ciò che egli ha disposto prima che noi nascessimo; e l'averci creati in questo tempo e in questo luogo, cioè siamo nati e siamo figli nel nostro secolo; e siamo in un luogo di salvezza: la Chiesa, l'istituto e l'ufficio particolare che abbiamo come sacerdoti. Chi può narrare proprio fedelmente tutte le misericordie che ha ricevuto dal Signore?
Storia delle misericordie di Dio e d'accanto, nella pagina che sta di fronte, la nostra corrispondenza.
Ora consideriamo due grazie o, meglio, specialmente una. Il più grande beneficio, che l'uomo [= Dio] ha fatto all'uomo, è stato di elevarlo allo stato soprannaturale: “Si filii, et heredes: coheredes Christi, heredes Dei”, sì. Un'altra vita, che suppone un'altra nascita: “Se non nascerete di nuovo”. E quindi oltre che il corpo e l'anima e il cristiano consta ancora di grazia, di vita soprannaturale, che non la si vede e non la si tocca, ma è di un valore immensamente superiore.
Però l'uomo ha perduto la grazia poi, [ha] sprecato i doni di Dio; e come aveva operato Lucifero, ribelle a Dio, così operò Adamo, disubbidiente a Dio.
E qui viene il grande atto, il grande segno di amore di Dio per l'uomo: la redenzione, la redenzione! Per cui “se aveva abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia”. Noi non avremmo avuto, ad esempio, la comunione, l'eucarestia.
Oh, “sovrabbondò la grazia”. Ecco, il vangelo di san Luca è il vangelo che ricorda di più la misericordia di Dio; e d'altra parte ricorda l'universalità della redenzione. “Sic Deus dilexit mundum”, ecco, “ut filium suum unigenitum daret”: creandolo aveva adoperato la sua sapienza, la sia potenza, il suo amore; elevandolo all'ordine soprannaturale ancora maggiormente mostrò verso l'uomo il suo amore. Ma qui è un eccesso per l'uomo così misero, così ribelle: dà il suo Figlio e lo manda a morte per l'uomo: mistero di amore! “Sic Deus dilexit mundum ut filium suum unigenitum daret”.
E poi egli, il Padre celeste, accettò il sangue del Figlio, la riparazione del Figlio in estinzione del nostro debito, sì, in estinzione del nostro debito, cioè del nostro peccato. E il Figlio di Dio incarnato eccolo sulla croce: “Padre persona loro perché non sanno quel che si facciano”; e non si riferiva soltanto ai crocifissori, ma si riferiva all'umanità che non capiva ciò che perdeva peccando e ciò che meritava a peccando. Si dice che siamo ragionevoli, siamo creati veramente ragionevoli; ma la ragione l'adoperiamo sempre?
La rovina che è il peccato! “Sic Deus dilexit mundum“: “et ego vadam immolari pro vobis”, il Figlio: morire per noi.
E perché è venuto? “Veni vocare peccatores ad poenitentiam”. Perché lo accusavano: “Il vostro maestro mangia coi peccatori!”; e l'accusa era sfacciata. E: “Non sono venuto a cercare i giusti a penitenza, ma i peccatori”; “hanno bisogno del medico non i sani, ma i malati”. Ecco: venuto così.
E quando lo accusarono: “Tu hai un demonio! sei un samaritano!”, Gesù si difese che non aveva il demonio, dall'accusa che avesse avuto il demonio, ma non negò che fosse samaritano. E questo corrisponde alla parabola. Ecco perché “un uomo era partito da Gerusalemme, discendeva a Gerico”: sì, l'uomo era partito dalle mani di Dio e discese giù giù nell'abisso. E allora che cosa avvenne? Avvenne che la legge antica non serviva a redimerlo: “Passato un sacerdote ebreo”, “passato il levita”: né la legge né il sacerdozio antico. E venne il samaritano, il quale “discese dal cielo”, discese dalla sua cavalcatura, avvicinò il semimorto, cioè il ferito grave, – l'uomo non era morto per il peccato originale, ma era in deterius commutatus – e lo lavò dalle ferite e lo ristorò e diede il denaro: due denari, per la cura, che sono la penitenza e l'eucarestia, Gesù.
Ma il samaritano dava qualche cosa, Gesù diede il sangue: «Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha potere di rimettere i peccati, è più facile dire a costui: “Vattene sano a casa”, oppure: “Ti son perdonati i peccati”? E affinché lo sappiate che il Figlio dell'uomo può perdonare, dice all'infelice: “Alzati e va' col tuo letticciuolo”».
Seguendo: che cosa voleva dire quando <disse> parlò della dramma perduta e ricercata con tanta diligenza? e poi, avendola trovata, quella donna fece festa e chiamò pure le amiche a far festa con lei.
E raccontò la parabola della pecorella smarrita. Il pastore buono va a cercarla e né la sgrida né la obbliga a rifare il cammino, ma se la porta sulle spalle, perché “iniquitates nostras ipse tulit”.
Il figliuolo prodigo si abbassò fin quasi dove poteva arrivare per lui il fondo dell'abisso. Egli lo trattò quasi con preferenza rispetto all'altro figlio sempre stato in casa, fedele.
Lo aveva ben indicato san Giovanni Battista quale era poi la sua missione, che Gesù ormai stava mostrandosi: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”. Perché? “Misericordiam volo et non sacrificium”, non la morte.
Non voleva far piovere il fuoco sui samaritani, “perché” disse “il Figlio dell'uomo non è venuto a mettere a morte la gente, ma è venuto per salvarli”.
Esempi. La samaritana, che cambia in una apostola della sua città. All'adultera dice semplicemente: “Va’, non peccar più, perché neppure io ti condanno”. La Maddalena poi divenne la intima, l'anima che comprese meglio il cuore di Gesù; e venne da Gesù adoperata a portar l'annunzio della sua risurrezione agli apostoli.
Considerando come Gesù trattò Pietro, lo nega tre volte e quello risponde precisamente all'avviso che gli aveva dato Gesù: “Prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte”. E Gesù gli diede semplicemente uno sguardo, che era uno sguardo non di rimprovero, ma di amore; e Pietro lo capì, “flevit amare”. Gli aveva promesso il governo della Chiesa: poteva adesso negarglielo, dopo quella infedeltà: proprio che [debba essere] il capo della Chiesa? Invece lo riconferma e decisamente lo conferma: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle” e lo mette a capo degli apostoli, della Chiesa.
E se anche abbiam mancato, pensiamo a chi ricorrere.
Anche gli apostoli eran fuggiti: “Omnes fugerunt”. E quando Gesù risuscitato apparve in mezzo a loro, non ricordò niente della debolezza loro; ma subito, quasi a fargli capire che cosa intendeva, che cosa pensava, “insufflavit”, soffiò sopra di essi: “Ricevete lo Spirito santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi”. Così [fece] capire quasi il suo pensiero: che egli perdonava ed essi avrebbero dovuto poi perdonare; e capire quindi che <era> il suo vangelo era il vangelo della misericordia, perché era detto da lui: “Veni salvum faceret quod perierat”.
Allora Pietro così, gli apostoli così, “Saule, Saule, quid me persequeris?”: che misericordia verso san Pietro! misericordia verso san Paolo!
Sì, questo è più significativo ancora del fatto di Zaccheo. Lui si invitò, Gesù, a casa sua e gli infuse tanta grazia che l'altro per la luce che aveva ricevuto: “Se ho rubato, restituisco il quadruplo e do metà i miei beni ai poveri”.
Gesù, che aveva pianto su Gerusalemme ostinata, ecco come era benigno poi con chi si arrendeva. Certo Gesù è venuto per i peccatori, ma per i peccatori che si riconoscono tali. Qui è il punto: dove è un po' difficile che non sempre ci riconosciamo, che ammettiamo, che detestiamo, sì.
Oh, e fino a quanto ci amò Gesù? Fino a essere crocifisso. Poi: non solo pregò per i peccatori, ma fu consolato il suo cuore d'aver potuto applicare subito il frutto del suo sangue là sul calvario: “Hodie mecum eris in paradiso”. E ci amò fino all'estremo: aperto il costato, “exivit sanguis et aqua”.
E allora noi? San Paolo diceva ai Galati: “Io tra di voi non ho predicato che Gesù Cristo”, mica altre cose, mica scienze o altro: Gesù Cristo, ma “et hunc crucifixum”, il Crocifisso.
Allora guardiamo il Crocifisso e leggiamo il libro: è il libro dell'amore quello; le ferite per i flagelli, per i chiodi, per la corona di spine, eccetera, tutto è una nuova edizione che non è fatta coi caratteri, i caratteri tipografici, ma è fatta col sangue.
Oh, allora la sera guardiamo il Crocifisso e baciamolo con quell'amore con cui vorremmo baciarlo sul letto di morte, e con pentimento delle nostre colpe, ma più ancora per eccitarci ad amarlo.
Insegnamento, allora: quale? Gesù amò fino all'ultima goccia, <facendo> spargendo fino all'ultima goccia del suo sangue. Come stiamo noi di amore verso le anime? Se siamo ordinati sacerdoti e ci gloriamo del carattere e siamo riconoscenti al Signore, e se ci chiamano l'alter Christus, ma quello è lo Spirito di Gesù Cristo, quale vien descritto da san Luca e dagli altri evangelisti. Come amiamo, fin dove amiamo? Può essere che si consideri un poco la dignità sacerdotale così ad honorem; può essere che nel riguardo dei discepoli si stia un po' paragonando la posizione nostra; e se però non mostriam più virtù di loro e più amore alle anime di loro, noi <non> saremo forniti del carattere sacerdotale, ma normali non saremmo.
E quando si tratta di zelo e vi è questo da fare e quell'altro: e noi o che ci rifiutiamo o che lo facciamo un po' così superficialmente? E sappiamo se Gesù è venuto a riparare, il Figlio di Dio è venuto a riparare incarnandosi: ripariamo i peccati dei nostri? dei nostri penitenti, dei nostri ostinati lettori e del mondo? Si parla: persecuzione in Russia, persecuzione in Polonia, persecuzione in tanti parti del mondo: ripariamo noi? Sentiamo che abbiam questo ufficio di riparare e certamente offriamo l'ostia divina, ma con la vittima divina anche unire “e me stesso piccola vittima”, sì. Soffriamo qualche cosa? Qualche volta non si mortificano gli occhi, non si mortifica la curiosità, non si mortifica la lingua, non si mortifica il gusto: non abbiamo bisogno anche di mortificare il cuore e di mortificare la pigrizia, la sensualità la golosità, tre peccati di sensualità? Oh, se dobbiamo riparare, se dobbiamo salvar le anime!
Il Signore poi ci manda in casa figliuoletti perché li formiamo santamente. E allora essere bravi maestri, bravi confessori, bravi predicatori, bravi – voglio dire – maestri di scuola e maestri di reparto e tutti coloro che hanno da fare con essi; specialmente [dare] il buon esempio, sì, amare le anime.
Poi, se vogliamo veramente amare Gesù, l'osservanza dei voti. È la via della perfezione, ma sta in quello. La gloria di Dio, sì, ma la perfezione mediante la povertà: e alle volte non viene un po' offesa? E dobbiamo amare la castità e non mettersi in pericoli. E dobbiamo amare la sottomissione ai voleri di Dio, alle disposizioni della Chiesa, alle costituzioni; veramente attendere a perfezionarsi, perché questa è la via che abbiamo scelto.
Ora come dovremmo spiegare <il> perché figliuoli che crescono proprio nel luogo di santificazione, invece non corrispondono o non perseverano? Ecco, è quello che devo dir domani mattina: manca l'amore fondamentale; c'è qualche cosa, così, superficiale, ma manca l'amore che si può chiamare non solo vero ma fondamentale nella vita, tante volte.
E la meditazione di domani sarà la più importante, perché queste due sono piuttosto preparazione: voglio dire l'osservanza della legge del naturale e dei comandamenti. Se non arrivano lì, staranno su finché le cose piacciono e poi dopo non persevereranno. Occorre che ci sia questo amore fondamentale, il primo amore verso Dio.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-01-13_religiosi.mp3
durata 25'19''

Don Giacomo Alberione - Roma, 13-01-1962, alla ssp

I religiosi, commento alle messe votive per religiosi e vocazioni religiose


Per considerare sempre meglio, nella giusta stima, la vita religiosa e gli Istituti religiosi che operano nella Chiesa e perché noi possiamo corrispondere sempre meglio alla vocazione e perché nell’Istituto vi sia il fervore e nello stesso tempo cresca l’Istituto di numero e di opere, così risulta dal Congresso dei Religiosi. Quanto è superiore il numero dei Religiosi, rispetto al numero dei Sacerdoti Diocesani! Quale contributo grande portano i Religiosi alla Chiesa! Primo, i Religiosi rappresentano la qualità, il titolo o la santità: “Unam, Sanctam, Catholicam”. E questa vita di perfezione, a cui aspirano i Religiosi, manifesta all’esterno, uno dei segni esterni, che la Chiesa è santa anche nei membri. E cioè vi è una classe di persone che in modo particolare rappresenta questa parte, sanctam, catholicam.
Allora, poi questi Religiosi quando sono fedeli alla loro vocazione, specialmente nei momenti di emergenza, di difficoltà nella Chiesa, ecco, la Chiesa si appoggia in molte cose ad essi, affida a loro molti uffici e i Religiosi hanno poi il carattere proprio e cioè non di servire una diocesi, ma di servire il Papa e cioè il mondo. Perché essi devono essere “sine patre, sine matre, sine genealogia” e cioè sono figli della Chiesa, figli particolari della Chiesa, ai quali la Chiesa può affidare le opere universali, cioè di carattere generale nella Chiesa.
Ecco perché nel 1950, al Congresso dei Religiosi, è stato chiesto questo: che nelle Professioni vi fosse una Messa propria, e così dare maggior solennità al grande passo, quando cioè c’è la consacrazione a Dio.
Allora, sono state date tre Messe, non una: e cioè la prima per la Professione dei Religiosi, maschile; seconda per le Professioni delle Religiose, femminile; e terza Messa per il fervore della vita religiosa e la fedeltà.
Ugualmente, poi, il Papa ha dato una Messa particolare per le vocazioni religiose, per le vocazioni ecclesiastiche e per la loro perseveranza e la loro attività nella chiesa.
La prima dunque è per la Professione religiosa nostra.
L’introito. “Per me è scritto nel rotolo del libro di fare ciò che a te piace, o mio Dio. Mia delizia è la tua legge, che mi sta fitta in cuore, “In capite libri scriptum est de me ut facerem voluntatem tuam: Deus meus, volui, et legem tuam in medio cordis mei”.
L’oremus, chiede: “Omnipotens sempiterne Deus, qui famulos tuos a mundi periculis ereptos ac plenius sectanda Filii tui vestigia vocare dignatus es, praesta quaesums ut propositam sibi evangelicam perfectionem consequantur”, cioè: “Signore, che ti sei degnato di trarre i tuoi servi dai pericoli del mondo e chiamarli a seguire più perfettamente le orme del Figlio tuo, concedi loro di conseguir la perfezione evangelica, alla quale si sono impegnati”.
E l’epistola e il vangelo ricordano questo. L’epistola è tratta dalla Lettera ai Filippesi: “Fratelli, tutte queste cose” – parla delle cose del mondo – “tutte queste cose che per me erano guadagni, io le ho stimate, invece, una perdita, per amore di Cristo. Anzi considero tutto una perdita di fronte alla superna cognizione di Gesù Cristo mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto, e tutto ho stimato come immondizia, allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui, non con la mia giustizia, che deriva dalla legge, ma con quella che si ottiene con la fede in Cristo: giustizia che viene da Dio e riposa sulla fede. Così conoscerò Cristo e la potenza della sua resurrezione; così parteciperò ai suoi patimenti, riproducendo in me la morte sua, nella speranza di giungere, a Dio piacendo, alla resurrezione dei morti. Non che abbia già conseguito il premio o raggiunto ormai la perfezione, ma continuo a correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Quindi il “mi protendo in avanti”: “Fratelli, non credo di averlo ancora raggiunto, ma una sola cosa faccio: e cioè dimentico quello che è indietro e proteso a ciò che è davanti, corro verso la meta per conseguire il premio di quella superna vocazione di Dio in Cristo Gesù”.
E qui è descritta bene la scelta che fa il religioso quando emette i voti, e merita una lunga spiegazione.
Il graduale: “Verrò nella tua casa coi sacrifici, scioglierò a te i miei voti che proferirono le mie labbra. Venite, udite, o voi tementi Iddio, vi narrerò quanto egli fece per me”, così il graduale. Senza leggerlo tutto, veniamo al vangelo di S. Marco, capo decimo:
«In quel tempo, nell’uscire per mettersi in cammino, un tale corse, si gettò in ginocchio davanti a lui, Gesù, e gli domandò: “O buon Maestro, che devo fare io per ottenere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: non ammazzare, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”. Egli rispose: “Maestro, tutto questo io l’ho osservato fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissando il suo sguardo sopra di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va', vendi quanto possiedi e dallo ai poveri, così tu avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”». Vi sono compresi i tre voti: cioè povertà, castità e obbedienza.
Oh, allora, leggiamo la segreta, che fissa bene il concetto della vita religiosa: “Signore, accetta benigno il sacrificio dei tuoi servi e conferma nel tuo amore chi a te fa voto di povertà, castità e obbedienza, per il Signore nostro Gesù Cristo, ecc.”.
Il communio è consolante: “Gustate a prova che buono è il Signore: felice l’uomo che a lui fa ricorso”.
E poi l'oremus ultimo: “Ristorati dal prezioso corpo e sangue del Figlio tuo, ti scongiuriamo Signore, affinché coloro che hanno emesso per tua ispirazione i santi voti, li custodiscano con il tuo amore. Per il medesimo Signore nostro Gesù Cristo, ecc.”.
Quindi è ben descritta la Professione, e cioè la sostanza di quello che si fa quando si emettono i voti.

Lasciamo da parte la Messa che è stabilita per le religiose, e tuttavia il senso è pressappoco quello che viene dato nella Messa per i religiosi. Inculca in primo luogo il distacco e poi ricorda che vi sono vergini prudenti e vergini stolte.

La terza Messa: per ottenere e infervorare le vocazioni religiose.
La prima è doppia di seconda classe.
Le vocazioni raccolte in tutte le scuole apostoliche rassomigliano a tenere pianticelle, trapiantate da Dio nell’orto chiuso della sua predilezione. Il Signore faccia sentire in queste comunità la sua presenza protettrice e le accresca sempre di nuove vocazioni, che crescano fino alla maturità perfetta, e siano un giorno apostoli.
Perciò San Paolo, nell’epistola, esorta a vivere la nostra vocazione nella pratica delle virtù religiose, riassunte nello spirito di unità e di pace, le quali richiedono nell’anima consacrata lo spogliamento completo dell’uomo vecchio, cioè delle cattive abitudini, per rivestirsi delle virtù stesse di Gesù Cristo.
Oh, allora, per l’aumento delle vocazioni e il fervore di coloro che già hanno emesso la Professione, e per la loro perseveranza.
Introito: “Mira dal cielo e contempla e visita questa vigna e l’orto che piantò la tua destra”, e cioè si domanda al Signore che guardi a noi e che visiti con la sua grazia la vigna. Ogni Istituto religioso rappresenta una vigna del Signore. “E da' ascolto, Pastore d’Israele, che guidi quale gregge Giuseppe” “Qui regis Israel intende, qui deducis velut ovem Joseph”.
Il senso risulta anche meglio dall’oremus: “O Signore, guarda propizio la tua famiglia e accrescila sempre di nuova prole, perché possa efficacemente condurre i suoi figli alla proposta santità e procurare la salvezza degli altri”, “Familiam tuam quaesumus Domine propitius respice et nova prole semper amplifica, ut et filios suos ad propositam sanctitatem perducere et aliorum salutem efficaciter valeat procurare”.
San Paolo ci richiama bene e vuole che noi consideriamo quello che abbiamo professato, e che sempre lo ricordiamo: “Fratelli, io che sono prigioniero per il Signore, vi scongiuro a tenere una condotta degna della vostra vocazione, a cui siete stati chiamati, con ogni umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore; studiandovi di conservare l’unità di spirito nel vincolo della pace”, questa unità. “Non c’è che un solo corpo e un solo spirito, come per mezzo della vostra vocazione siete stati chiamati a una sola speranza”, cioè il cielo. “Non c’è che un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Non esiste che un solo Dio, e Padre di tutti, il quale è al di sopra di tutti, opera in tutti ed è in tutti. Rinnovatevi, perciò nello spirito dei vostri pensieri, e rivestitevi dell’uomo nuovo” che è stato creato ad immagine di Dio, nella vera giustizia e santità”. Queste espressioni sono ricordate nella Professione, con le preghiere e le raccomandazioni e i ricordi che si danno.
Il graduale: “Servite al Signore in esultanza, entrate innanzi a lui con lieti canti. Riconoscete che il Signore è Dio. Egli vi creò e di lui siamo. Benedetti voi dal Signore che creò il cielo e la terra. Augurate a Gerusalemme pace: per i miei fratelli e i miei sodali, per te fo auguri di pace”, ecc.
Il vangelo che ricorda la chiamata, cioè la scelta delle vocazioni e nello stesso tempo la perseveranza, è tratto da San Luca: «In quel tempo, mentre i discepoli si trovavano per istrada, un tale disse a Gesù: “Ti seguirò ovunque tu vada”, ma Gesù gli rispose: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”», per ricordargli, in questo, l’esercizio della povertà, che è necessaria nella vita religiosa. «Disse poi ad un altro: “Seguimi”»: la chiamata. «Ed egli rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli disse: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu va a predicare il Regno di Dio”. Un altro ancora disse: “Signore, io ti seguirò, ma permettimi di andare prima ad accomiatarmi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Chiunque mette mano all’aratro e si volta indietro, non è adatto per il Regno dei cieli”». Qui, la perseveranza, la fedeltà.
“Accogli benigno il sacrificio della nostra devozione che offriamo a te, o Signore, perché la tua famiglia meriti di servirti fedelmente e riceva sempre nuovi incrementi”. Questa è la segreta.
Il communio poi: “Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum, quoniam illic mandavit Dominus benedictionem”: il Signore manda la benedizione.
Adesso il postcomunio: “Huius Domine virtute sacramenti da nobis quaesumus perseverantem in tua voluntate famulatum ut in diebus nostris et merito et numero familia tibi serviens augeatur”: “Signore, in virtù di questo sacramento donaci, te ne preghiamo, un perseverante servizio nella tua volontà, affinché la famiglia che ti serve possa accrescersi ai nostri giorni e in merito e in numero”.

Allora, sono ricordate le Professioni, il modo di vivere la Professione, la perseveranza e lo zelo per la ricerca delle vocazioni.
Questo indica la cura, l’amore della chiesa per la vita religiosa e per i religiosi.
Qualche volta sembra di essere più umiliati, perché i religiosi devono praticare di più e l’umiltà e la povertà e l’ultimo posto: “recumbe in novissimo loco”. Perché vanno nelle missioni, convertono parte di quelle popolazioni, costruiscono le chiese, le diocesi e poi le lasciano al clero diocesano e poi viene costituita la gerarchia. E perché? Perché noi abbiamo da fare la parte più faticosa, più penosa, perché abbiamo scelto il migliore. Ora il migliore non sta [nell'essere] il migliore a tavola o il migliore a evitare le fatiche, il migliore di questa terra, in sostanza: togliersi ogni fastidio della vita, così, vivere nella maniera più comoda. Tutt’altro! Questo può essere l’inganno di molte fanciulle e può essere l’inganno anche di giovani aspiranti religiosi, forse un po’ meno. Non cadiamo in questo inganno! È una vita a maggior zelo, a maggior sacrificio e alla pratica dell’umiltà: lavorerete e non sarete ricompensati; e servirete a tutti e non saranno riconoscenti; farete molti sacrifici e molto lavoro e vi guarderanno come della gente poltrona.
Bisogna mettersi nella realtà. Se vogliamo seguire Gesù, bisogna che seguiamo Gesù come egli è vissuto: dal presepio – estrema povertà –, alla croce – l’ultimo sacrificio –; e dopo tutto lo sfidavano di scendere dalla croce. E diranno più facilmente male di noi. Ma se dobbiamo rassomigliare a Gesù Cristo, bisogna che nel programma della nostra vita ci sia questo, che lo sappiamo già! Nel patto che si fa con Dio, accetto e voglio questo stato, questa posizione.
Occorre che noi viviamo nel vero concetto e abbiamo cioè della vita religiosa il vero concetto.
E però c’è qualche cosa: “et habebis thesaurum in caelo”, “vos qui reliquistis omnia et secuti estis centuplum accipietis et vitam aeternam possidebitis”. Noi abbiam scelto la parte migliore: “Optimam partem elegit et non auferetur ab ea”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-02_pastorale.mp3
durata 21' 28''

Don Giacomo Alberione - Roma, casa generalizia, 02-03-1962 - ai sacerdoti ssp
(manca il finale)

L'azione pastorale. Gesù il divino Pastore. Gesù Maestro Via Verità e Vita


Tempo di quaresima. E in questo tempo abbiamo da considerare particolarmente la passione di Nostro Signore Gesù Cristo e la devozione rivolta a Gesù Maestro crocifisso e alla sua Madre addolorata e a san Paolo come egli ha compreso, penetrato quel che riguarda la redenzione operata dal Salvatore.
Il Concilio si prevede che darà alcune norme di pastorale: attenderle con docilità. Già ne abbiamo nelle norme, ma anche nel codice stesso di diritto canonico; tuttavia occorre sempre che ogni cosa venga considerata nel tempo in cui si vive.

Tuttavia tre cose che riguardano ogni tempo, ogni luogo e ogni persona che si dedica all’azione pastorale. Col pensiero di azione pastorale si intendono tutte quelle attività e tutte le persone che lavorano per la salvezza delle anime, cominciando dalle vocazioni, che è fondamento, come nota lo stesso diritto canonico. Tre cose perché l’azione pastorale o in un istituto o in una parrocchia o in una diocesi o nella Chiesa universale e con i nostri mezzi, tre cose: primo: considerare il pastore Gesù Cristo; secondo: che il pastore sacerdote, egli stesso come deve essere pastore di se medesimo e pastore delle anime che gli sono affidate; e terzo: considerare il gregge. Sono tre presupposti che da tanto tempo si inculcano.
L’anno di pastorale esige che si legga attentamente il Vangelo: considerarlo sia nei principi generali espliciti, sia anche in quel comportamento di Gesù con le sue vocazioni e col popolo e verso l’umanità, e anche nelle piccole circostanze o nelle sfumature che a volte sfuggono.
Durante l’anno di pastorale non può mancare la materia principalissima, fondamentalissima: una buona vita di Gesù. Che sia letta e considerata bene! [Va] bene leggere il Vangelo com’è, nelle quattro stesure degli evangelisti; ma giova moltissimo leggere un Vangelo concordato oppure una vita di Gesù, non interpretata così come vuole l’autore secondo le sue viste, ma interpretata veramente secondo il senso dell’Evangelista, come Gesù considera la sua azione pastorale e come l’ha compiuta: “Ego sum pastor bonus”.
Non c’è nessuna pastorale che non sia in Gesù Cristo, se vogliam parlare di una pastorale retta, sapiente, profonda. E questa pastorale non si può considerare diversamente che meglio meditare: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. L’azione pastorale è completa quando comprende questi tre elementi fondamentali.
Vedere come ha operato Gesù. La sua pastorale non era la pastorale solo delle circostanze, degli ambienti, del tempo in cui egli compì la sua missione, ma è la pastorale di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni popolo. Non c’è altra pastorale che quella. [Ci sono] libri che fanno uscire un poco del vero concetto alle volte e libri che invece incentrano la pastorale nel pastore, ed egli è la Via, la Verità e la Vita del pastore e del gregge.
Ci saranno tanti metodi; ma se i metodi uccidono lo spirito, allora rimane senza anima l’azione, e quindi meno efficace.
Studiare Gesù Cristo, Maestro e Pastore. E tanto vale dire Maestro come Pastore, in fondo in fondo; tuttavia si fa in un’espressione l’accento sopra un ufficio in modo particolare.
Quindi ora entrar bene e proporsi la lettura e la meditazione, sì. Questo è il metodo, non solo, ma questo è tutto l’indirizzo della vita del Pastore.

Secondo: occorre che il pastore sia pastore: consigliar se stesso. Pastore quando è? È quando si fa Via, Verità e Vita. E cioè il sacerdote che si dedica alla cura delle anime o con il modo che qualche volta chiamano diretto, – parola che non ha un’applicazione giusta tante volte – o apostolato che si vuol chiamare indiretto, sempre il sacerdote ha da diventare veramente conformato al divin Pastore, conformato al divin Pastore. E cioè deve considerarsi come un redentore di anime, il quale dà proprio la vita per le anime. E deve dar la vita e quindi immolarsi per le anime, non cercando il proprio orario, quel che è più comodo per lui, ma quello che è necessario, quello che è utile – come insiste anche san Paolo – per le anime.
Oh, conformarsi al divin Pastore: quindi la sua santificazione, la sua santificazione. Primo e principale metodo: che sia santo. Cioè che non cessi, non sospenda il suo lavoro spirituale, di emendazione e di costruzione; no, che non cessi! Anzi unirà alle sue confessioni, l’esame e il dolore a quello che faceva prima, a quello che considerava prima come individuo, come religioso; unire i suoi impegni, i suoi doveri sacerdotali e pastorali. L’esame quindi si estende, non si esclude, non si ferma il lavoro spirituale; perché di lì a dieci anni si sarebbe quasi dei soggetti inutili, perché non si porta più quella vita soprannaturale, la quale fa arrivare anime <verso> alla perfezione e poi almeno nutre sufficientemente quelle anime, quei cristiani comuni: sufficientemente almeno nutrirli.
Quindi il pastore occorre che in modo assoluto non tralasci le pratiche di pietà; posseder la vita in un grande più abbondante per comunicar la vita e per immolarsi per le anime; non quello che a lui è comodo, ma quello ch’è comodo, quello che serve per le anime, perché è essenzialmente un servizio alle anime l’ufficio sacerdotale. Con la pietà non dimenticare lo studio: sempre seguirlo in qualche misura. “Non ho tempo”: e se uno si svuota e non rifornisce, che cosa darà dopo? E allora sarebbe veramente una campana che suona. Ma conservare sempre quel tempo sufficiente per istruzione: istruzione in primo luogo quelle che riguarda alla materia sacre e poi anche quello che è necessario e che bisogna che sappia il sacerdote per guidare le anime. Quindi l’impegno in questo: le materie sacre che si devono rivedere e poi quegli studi un poco allargarli, un poco approfondirli; quindi quella scienza che è utile, che serve a rendere più efficace la predicazione e il ministero.
Inoltre deve comporre la sua vita in modo esemplare. Sempre considerare che il suo primo ministero e apostolato è l’esempio, è il buon esempio, una vita conformata a Gesù, così che alla fine potranno forse dire che al pastore manca questo, che manca quello, ma è un santo uomo, ma è un uomo di Dio.
Abbiamo considerato, giorni fa, che il popolo non aspetta di noi l’organizzatore, il politico, l’artista, il dottore, ma aspetta da noi l’uomo di Dio, l’uomo di Dio. Se la sua azione invece fosse priva di quella esemplarità per cui si possa dire: “Exemplum dedi vobis”, quale frutto ci sarà? Quindi bisogna che egli sia via, verità e vita.

E terzo: deve conoscere il suo gregge il pastore. Considerare il gregge, cioè il complesso di anime a cui è mandato. E se siam mandati, come dobbiamo essere mandati noi nell’apostolato a istruir le anime, che cosa bisogna guardare? Considerare il tempo i cui si vive, il bene e il male che c’è, gli aiuti e i pericoli presenti, gli errori che son seminati in mezzo alle anime e nello stesso tempo il bene che si trova già nelle anime [come] fondamento. Se un maestro riceve un gruppo di fanciulli, non può dire: “Io dico questo, io faccio così”. Bisogna che studi i caratteri, le persone, la psicologia, a che punto sono arrivati, come è lo stato d’animo e lo stato di anima. Diversamente il grano che si semina non fa radice, non trova un terreno adatto. Bisogna che prima conosca il terreno e, intanto che si vuole preparare, portare questo terreno ad una condizione in cui il seme possa nascere non solo, ma crescere, ma dare frutto. Conoscere il penitente, conoscere, non fare una predica aprioristica, ma conoscere quelli a cui si rivolge. Non ha da far risaltar se stesso e mostrare quello che sa, ma quello che è utile, quello che è adatto, quello che porta un frutto.
Quale responsabilità [avremmo] noi, se i piccoli chiedono pane e non c'è chi lo spezza a loro in modo conveniente! Poiché il sacerdote ha da essere padre e madre: e quindi la mamma non dà subito un pezzo di pane duro al bambinetto: [dà] il latte e poi mastica il pane, e cioè prepara quel cibo in quella maniera che il suo bambino può accettarlo e poi nutrirsene, arrivare alla digestione, sì.
Studiare bene il tempo e il gregge, gli ambienti, gli aiuti che ci sono, i pericoli che ci sono per il gregge e intervenire e convivere con il gregge. Dopo che si è bene il pastore nutrito al mattino e fortificato al mattino nella meditazione, nella messa, eccetera, allora può andare in mezzo al suo gregge e andarci da sacerdote, come sacerdote, non come uno che prende parte al popolo e così segue un po’ l’andazzo, ma colui che vuole portare al popolo ciò che è necessario per la salvezza: e nelle visite che fa e nei sollievi stessi e in tutto il suo discorrere, in tutto il complesso delle sue relazioni.
Poi allora farà sorgere anche le attività, le iniziative che sono adatte e che corrispondono, perché se si fan delle cose aprioristiche, non si persuade, non si guadagna, non si conquista. Bisogna che sia preparato il terreno e studiato bene. E tante volte occorre aspettare, aspettare perché non è ancor venuto il tempo. Ma intanto, mentre che aspetta prega; prega il Signore che gli prepari le anime affinché in queste anime possa gettare il seme della sua parola e possa iniziare su quelle anime la sua attività pastorale.

Quindi tre elementi essenziali per iniziare l’azione pastorale o diretta o indiretta:
– Studiare il pastore: quello è il trattato maggiore e migliore, più completo di pastorale. Si cercano tante cose: ma andiamo alle fonte, andare alla fonte: “Ego sum pastor bonus”.
– Secondo: il sacerdote si conformi alle necessità del popolo e prima si pensi essere realmente via, verità e vita.
– Terzo: studiare il gregge e preparare l’alimento al gregge, preparare e disporre la sua attività: quale conviene in quel tempo, in quegli ambienti, in quelle necessità, in quei pericoli, in quelle circostanze. Cosicché poi l’azione o dal pulpito o dal bollettino parrocchiale o dal confessionale, o dalle attività, dalle organizzazioni, dalle iniziative, tutto sia tempestivo e sia adatto e abbia la sicurezza che quello che fa, quello che dice risuona, ha una corrispondenza in mezzo alle anime. E ci troverà delle corrispondenze abbondanti; e troverà anche tante incorrispondenze, poiché anche Gesù con tutta la sua perfetta azione pastorale e la sua santità [ha trovato] anime che non hanno voluto accogliere la sua parola.
Dunque approfondire il senso di vita pastorale.

Trascrizione del file: 1962-03-02_riparazione.mp3
durata 25.03

Don Giacomo Alberione - Roma, 02-03-1962 - ai discepoli ssp

Riparazione dei peccati commessi a causa dei mass media


La giornata di oggi si presta a considerare la riparazione. La riparazione dei peccati e dei peccati che sono commessi dagli uomini usando i mezzi tecnici per diffondere dottrine false e per erigere una cattedra di menzogna, cattedra di Satana contro la cattedra vera, Gesù Cristo, la Chiesa.
Ecco, i peccati che si commettono contro Gesù Cristo e la Chiesa sono tra i più numerosi e i più gravi in sé, e quelli che hanno più penose conseguenze: peccati commessi per mezzo della stampa, per mezzo del cinema, per mezzo della radio, per mezzo della televisione, per mezzo degli apparecchi tecnici, per esempio i dischi e altri simili, come sono pitture, fotografie, ecc.
Sono i più numerosi; poiché, mentre che si va a prendere il riposo, dopo aver riempito la giornata di lavoro, di meriti, ecco, – legittimo, e anche doveroso il riposo; – ma mentre che voi, che noi nel corso della giornata, sotto la luce del sole, seminiamo il buon grano, il grano di Dio, la verità, la santità, ecco piena giornata; ma mentre si va a prendere il riposo, inimicus homo, di notte, sta seminando ancor più abbondantemente, più largamente la zizzania. E se vi è un numero di copie, un milione supponiamo, nella notte [ci sono] cinque-sei-sette milioni di copie di periodici, di giornali che vomitano tutti questi grandissimi, grandiosi macchinari; e non in una regione soltanto, ma si può dire in tutto il mondo, secondo il progresso civile di una nazione, di un'altra: così in Inghilterra, così nel Giappone, così negli Stati Uniti e in generale, più o meno.
Seminare l'errore, seminare la zizzania, è proprio insegnare contro Gesù Cristo Maestro. “Il vostro Maestro è uno solo, il Cristo”, perché dà la Verità; gli altri non sono Maestri, ma sono ingannatori.
Quando Adamo fu rimproverato da Dio, perché aveva mangiato il frutto vietato, si scusò; ed Eva si scusò pure: “Il serpente mi ha ingannata”. Bugiardo fin dall'inizio è detto il demonio, bugiardo fin dall'inizio, in cielo e nel Paradiso terrestre: in cielo dove ha ingannato gli angeli minori e ne ha attirati dietro di sé Lucifero; e nel Paradiso terrestre dove ha ingannato i progenitori, così ha trascinato, “decepit me”, “ingannò”.
Sterminato numero di copie, quotidianamente stampate e diffuse e lette! E non sono solamente i quotidiani o i settimanali, ma molte volte i giornali di moda, le riviste in cui si propagano idee contrarie al Vangelo e alla morale. E quindi scandali alla gioventù particolarmente con illustrazioni, con novelle, ecc. [sono] i peccati più numerosi.
E allora nella giornata successiva, noi offriamo tutto il nostro lavoro, il nostro apostolato in riparazione. E sappiamo che non c'è proporzione fra il male fatto e il bene che possiamo fare noi. Ma allora offriamo le Messe in riparazione, cioè il Calvario, Gesù Crocifisso, Gesù innalzato sulla Croce, alla vista di tutti, Gesù che agonizza, Gesù che muore.
I peccati più numerosi! e sono i più gravi! perché si dirigono proprio contro Gesù Cristo, direttamente contro la Chiesa e contro Gesù Cristo, contro quello che è il Vangelo, contro quello che è l'insegnamento della Chiesa: tutto quello che può far del male, la zizzania, la zizzania! E per quanto [da]i ministri di Dio, e per quanto dalle tipografie, dalle editrici esca quello che serve per la salvezza degli uomini, oh, quello che rovina attrae di più!
Eh, come il serpente, il quale non faceva paura ad Eva allora, si vestì di bei colori, così con illustrazioni, con novelle e con altri mezzi per attirare al male, per farsi leggere, così il moltiplicarsi di quelle proiezioni di film scandalosi nella serata, nel corso anche della giornata, almeno dal pomeriggio avanti. E quali sono i film più cercati? Sono proprio quelli in cui la passione è eccitata, e sì! E disgraziatamente molta gioventù, quando non vi è discriminazione tra l'uno e l'altro dei film.
E così le peggiori conseguenze: le famiglie van disfacendosi; disordini; divorzi; e la famiglia non è più amata, considerata piuttosto quasi come un albergo dove si va a mangiare e dormire e poi la vita è tutta fuori. E così quanta gioventù a 25 anni è già gente sfruttata dal male, che non ha più né entusiasmo, né ideali buoni, né santità di costumi! Rovine, vittime sopra vittime, vittime sopra vittime: è quello che offende Gesù Cristo. Lui è qui nel Tabernacolo e vede dal suo Tabernacolo tutti quei cinema, tutte quelle stamperie, tutte quelle radio, quelle antenne montate sulle case, tutte quelle televisioni che guadagnano l'attenzione e in mezzo a qualche cosa di buono, mescolano cose scandalose.
All'adunanza tenuta dai religiosi, circa 230 Superiori e poi tanti religiosi presenti, il Cardinal Valeri ha detto: “Io non ci vado, perché mi scandalizza il televisore”. E lui ha quasi 80 anni, se non li ha già compiuti. Che cosa dire poi dei giovani, i quali sono più vivi di passione e non hanno la santità, certamente la forza per resistere, che può avere un uomo già consumato al servizio della Chiesa?
Oh, e allora con parole forti: qualche notiziario sì, ma non oltre, non oltre, perché il cuore si disperde nelle sue forze, e al mattino non c'è più quell'intensità di amore che si dovrebbe portare alla comunione.
Ora ecco, tutto l'apostolato [è] riparazione; tutta la preghiera riparazione; tutta la vita, l'osservanza dei voti, l'osservanza cioè della povertà, castità e obbedienza, tutto riparazione; la vita del Discepolo e la vita in generale del Paolino è riparazione.
Riparazione con la preghiera e con la virtù con la vita religiosa e riparazione con l'apostolato, così da contrapporre stampa a stampa, pellicola a pellicola, televisore a televisore, ecc. Riparazione.
Ma se si ama Gesù e se si amano le anime, non si sentirà di conseguenza tanto desiderio di consolare Gesù e di allontanare tanti mali, allontanare tante attrattive che trascinano verso la via della perdizione? Poiché due sono le vie: c'è una via stretta che sale e sale sì verso il Paradiso, sebbene sia una via che ha le sue spine, che è seminata anche di sassi; ma vi è l'altra via che è comoda perché discende, ma dove va a discendere? Laggiù la meta, dove porta.
Vi sentite un cuore acceso di amore a Gesù? Un cuore acceso di amore alle anime? Sentite che avete una vita, una meta, una missione da compiere?
Qualche volta avviene: “Ben! mi son rassegnato a questa vita!”: gente rassegnata. Perché rassegnata soltanto? Perché ha perduto l'ideale, ha perduto il senso della vita religiosa, specialmente della vita di riparazione, la vita di entusiasmo per l'apostolato. E rarissimamente mi è toccato sentire da uomini e donne sposate, dopo 25 anni, 30 anni di matrimonio: “Ah, se avessi saputo che cos'è questa vita! Prima di fare il passo avrei ben pensato!”. Ma questo dipende sempre dal non fare bene la propria parte, e cioè: prima sceglier bene la strada, ma poi quella che è segnata da Dio, percorrerla, sì.
La riparazione. Sì al mattino la riparazione per quello che è avvenuto nella notte in tante stamperie, in tante redazioni, in tante trasmissioni di pellicole, trasmissioni di radio e trasmissioni di televisione. E quanti dischi di canzonacce adesso si van moltiplicando! Oh, eccetera. L'arte che traligna: e che quadri e che statue scandalose mette davanti! Alle volte anche l'arte che si direbbe sacra, cioè, perché dipingono la Madonna. Ma la Madonna non l'ha lasciato nudo il Bambino! Il Vangelo dice due volte che l'ha coperto. È contro la verità pensare che la Madonna tratti così il suo Bambino. Come è mai pensabile? Si direbbe arte quella? è scandalo! è contro il Vangelo e contro la natura di una Madre buona, la quale per prima copre e ha cura del Bambino: non solamente perché fa freddo, ma perché son sante le carni di quel Bambino innocente, e le vuole ricoprire perché l'influenza del male non raggiunga il Bambino, quel cuoricino, quell'anima bella, uscita dalle mani creatrici di Dio.
E allora un gruppo forte di riparatori, che sente, che ama Gesù, che ama le anime, che ha una missione: togliere il male, quando si può, e mettere il bene quanto si può e sempre spargendo il seme. “Lasciate che cresca il grano con la zizzania!”, dice il padrone a quegli operai che gli fecero osservare: “Come mai è nata la zizzania in mezzo al campo; non era buon grano quel che hai seminato?”. “Sì, ma un nemico ha seminato di notte”, “dum homines dormirent”, “mentre gli uomini dormivano, ha seminato dell'erbaccia”. “E vuoi che la estirpiamo?”. “No! lasciate crescere l'una e l'altra”.
Questo mondo è un gran campo. Dio, Gesù Cristo, la Chiesa, i sacerdoti, voi, seminate buon grano: quelle macchine ne danno tanto! “Lasciate che crescano. Ma il giorno in cui ci sarà la mietitura dirò agli operai: Raccogliete prima la zizzania, legatela in fasci, mettetela sul fuoco; il grano poi sia raccolto nel mio granaio”.
E là si fa la distinzione: il buon grano e la zizzania, ciascheduno al suo posto. La zizzania il suo posto lo trova nel fuoco: “Mettetela sul fuoco e bruciatela”; e il buon grano nel granaio del Padrone, di Dio, nel Paradiso, eterno.
Allora tutta la giornata in riparazione. La riparazione si può fare di preghiera e di fatto: di preghiera quando si fanno delle belle comunioni, ad esempio, dei bei rosari, delle belle visite. Oh, la visita quanto consola Dio! E come orienta la vita! Quando non si ama la visita, si comincia a disorientarsi.
Oh, riparazione di preghiera e l'offerta della Messa, l'offerta del sangue di Gesù Cristo al Padre Celeste in riparazione e l'offerta poi del nostro lavoro, il sacrificio. L'offerta che è poi di due specie: controbattere il male con il bene. Le vostre macchine sono tutte benedette e non danno altro che cose benedette e non producono altro che benedizioni per chi vi lavora. Questo.
Ma ancor più riparazione è l'osservanza religiosa. Questo mondo che va a cercare le soddisfazioni carnali: e il religioso offre al Signore il voto di castità, custodisce il cuore, custodisce gli occhi, custodisce tutti i sensi. Questo mondo che corre dietro al denaro, che non ha altro in vista che accumulare i beni di terra, e non pensa a radunare un poco, radunare un poco di bene, dei beni celesti per l'eternità. E van di là sprovvisti: dopo che han riempito il portafoglio che sta a marcire, che cosa si porta aldilà? Muoiono, come dice il salmo, come le pecore. Oh, in questo mondo che è tutto pieno di orgoglio, il religioso fa il voto di obbedienza. Questa triplice riparazione: di preghiera, di azione e di osservanza. Riparazione.
Oh, come è bella allora la vita! Quale senso prende!
Certe volte i discorsi, così, mezzo per ridere e mezzo per ingannare il tempo o per superficialità, qualche volta scancellano tutto ciò che c'è scritto nel cuore. La spugna basta a scancellare ciò che c'è scritto sulla lavagna. Certi discorsi, certe parole scancellano tutto ciò che Gesù Cristo ha scritto nel cuore. E come diceva san Paolo: “Non siete stati scritti per mezzo di inchiostro, per mezzo di una penna, ma scritto con il sangue nei vostri cuori, il sangue di Gesù Cristo”, il Vangelo della vita, della salvezza.
Allora sono tre le riparazioni, le consolazioni che si danno a Dio e le grazie che si ottengono agli uomini, alle anime: prima la preghiera, secondo l'attività apostolica e terzo l'osservanza religiosa.
Questo poi potrà essere anche spiegato anche altra volta, intanto in questi giorni, sì, la riparazione. Ma la riparazione nostra non è la riparazione degli ultimi giorni di carnevale: è la riparazione della vita! tutta la vita in questo!
Siete i consolatori di Dio, di Gesù Cristo, della Chiesa.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-23_santita.mp3
durata 29'48''

Don Giacomo Alberione - Roma, 23-02-1962, alla ssp

La santità e la vita interiore


La nostra preghiera in quest'anno si rivolge in modo particolare alla celebrazione del Concilio ecumenico. Voi sapete che il Papa ha messo sotto la protezione di san Giuseppe la celebrazione di questo Concilio, che è destinato a portare un gran bene alla Chiesa e alla stessa umanità. San Giuseppe infatti [è] protettore della Chiesa universale. Vedete quale gloria ne viene a san Giuseppe e ne viene al discepolo.
Ecco, poteva il Papa dire: san Pietro, uno degli apostoli o uno dei grandi pontefici di cui la storia ecclesiastica parla abbondantemente. No. [Ha] preso colui che non era né sacerdote né vescovo, né aveva qualche grado di distinzione; non era un dottore della legge antica: supponiamo tra i dottori della legge, quelli che formavano il gruppo in Gerusalemme e discutevano là; per esempio: come quando Gesù a dodici anni si è fermato in mezzo di loro. E poi vi erano le sinagoghe nei vari paesi; a Nazareth c'era la sinagoga. E Gesù, voi <lo> ricordate che, quando iniziò il suo ministero pubblico, nel primo anno si recò anche a Nazareth, perché il suo ministero l'aveva incominciato <in Galilea, cioè> in Giudea, ora veniva in Galilea e si recò pure nel suo paesello. Oh, Giuseppe non era fra i dottori della sinagoga.
Il che significa che il Signore guarda ciò che c'è dentro, non ciò che c'è esteriormente. Perché, supponete, il Signore ha dato agli apostoli e i sacerdoti il potere di assolvere i peccati. Ma non è per vantaggio suo il sacerdote che assolve dei peccati, è per il vantaggio degli altri. Quindi il ministero sacerdotale è per vantaggio degli altri.
Quello che invece forma la gloria, la santità, è quello che è lo spirito interiore. Il ministero, il potere sacerdotale sono in utilitatem aliorum, a vantaggio degli altri, spiega bene san Paolo. Ma la santità è altra cosa, la quale può esser posseduta da una donna, come Maria, da un uomo, come Giuseppe. E se i religiosi laici sono centomila, vuol dire che vi sono nel mondo delle anime molto belle, le quali hanno sentito la voce di Dio e hanno scelto quello che è la via sicura, e cioè la via sicura, la santificazione, cioè il perfezionamento delle virtù cristiane.
Perché è proibito di rubare: perfezionamento è esercitar la povertà ancora. Perfezionamento è il voto di castità, ma c'è il sesto comandamento già: “non commettere azioni cattive, brutte”; il perfezionamento è quello, e cioè il voto di castità.
La vita religiosa è perfezionamento e quindi: onora padre e madre, cioè ascolta i genitori e poi i superiori; e il perfezionamento è il voto di obbedienza. Cioè un'anima che non solo vuole andare in paradiso praticando quello che è strettamente necessario: non rubare, non commettere atti impuri, ascolta padre e madre e superiori; non si contenta di questo stretto comandamento, perché teme che stando a quello che è assolutamente necessario per salvarsi, si rischia qualche volta di non farlo quello che è assolutamente necessario. Il religioso invece si mette dal di là, cioè su una via più perfetta e quindi lontanissima dal peccato e perciò assicura più il paradiso e un paradiso più bello, osservando il voto di povertà, il voto di castità e il voto di obbedienza.
E allora ecco che vediamo salire agli onori degli altari, così di tanto in tanto, religiosi laici. E anche si sta preparando la canonizzazione di alcuni o almeno qualcheduno per la celebrazione del Concilio ecumenico: la Chiesa che si unisce sulla terra, la gloria che aumenta in paradiso.
Oh, allora che cosa ci vuole per la santità? Non guardare l'esterno, ma guardare l'interno. È il secondo punto della coroncina a san Giuseppe. Egli tutto per la vita interiore, egli il primo santo dopo la Vergine, la quale era di vita interiore al sommo, “Maria conservabat omnia verba haec conferens in corde suo”, “Maria raccoglieva tutto quel che si diceva di Gesù e lo meditava nel suo cuore”. E Giuseppe ancor più taciturno, il santo del silenzio: tutto udiva, tutto riteneva, tutto meditava, cresceva il suo lavoro, meglio la sua vita interiore. Ed eccolo: non rivestito di paludamenti, di piviale, in cielo, non ha la mitra, ma è lassù: Gesù, il santo, alla destra del Padre; davanti la Vergine; accanto san Giuseppe.
Bisogna che noi ci spogliamo un po' di questa figura del mondo, e cioè di quello che è esterno, sì, di quello che apparisce. Perché il Figlio di Dio incarnato, avendo istituito i sacramenti, ne ha assegnato l'amministrazione a un ceto di persone, a un ceto di persone. E così la predicazione: non poteva far tutti predicatori, non voleva che tutti i cristiani fossero solamente dei predicatori o degli amministratori di sacramenti: quindi un ceto scelto. Ma con quello non dava il privilegio della santità. Sì, in verità dovrebbero essere esemplari e quindi non solamente parlare, predicare, ma fare, precedere con l'esempio, eh sì! Ma questo: mentre che è assegnato questo ministero pubblico <assegnato> al sacerdote, tutti i religiosi possono raggiungere la santità; con l'aggiunta che è più facile farsi santi come religiosi laici che non come religiosi sacerdoti. E perché? E perché sono maggiori gli obblighi, maggiori gli impegni.
La santità dipende dalla vita interiore. Che cosa significa vita interiore? Vita interiore significa lavorare spiritualmente, non oziare spiritualmente, ma lavorare interiormente. Uno può oziare nell'apostolato, gironzolare, conchiuder poco alla sera, alla fine della settimana aver concluso poco; e invece altri concludono e alla fine della settimana si può bene elogiare quanto hanno fatto, si può costatare l'impegno che hanno avuto. Così l'impegno di lavoro interiore.
Il lavoro interiore si riduce a due punti: e cioè togliere il male, i difetti, e mettere ciò che è bene. Togliere il peccato, – quello è chiaro, eh? –: superbia, i sette peccati capitali, i sette peccati capitali: superbia, avarizia, e poi l'invidia, e poi ci sono i vari attaccamenti, poi ci sono i peccati più sensuali che sono la pigrizia, la lussuria, la golosità, ecco. Questo è molto più facile a capirsi, quindi andiamo avanti.
Vita interiore che cosa significa poi positivamente? fare il bene? In fondo la base di tutta la vita interiore e la santificazione è: fede, speranza e carità. Sono le tre (sic!) virtù cardinali, non solo ma prima le virtù teologali, fede, speranza e carità. Si proporziona sempre tutto in questa vita interiore: quanto uno più ha di fede, tanto più osserva il voto di obbedienza; tanto uno ha più di speranza, tanto più ha di povertà; tanto più uno ha di carità, e tanto più ha di purezza, castità.
Quindi i tre voti sono i frutti delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Perciò la vita interiore nel senso positivo – non solo evitare il peccato – nel senso positivo è: accrescere la fede, la speranza, la carità, come è indicato nella seconda parte della coroncina. Poi vengono le altre quattro virtù e son le cardinali. E per canonizzare uno ci vogliono le prove che abbia esercitato eroicamente la fede, la speranza e la carità e poi le quattro virtù cardinali. Perché l'essenza sta lì: nella fede speranza e carità. Le virtù cardinali son poi già come un riflesso, come un frutto, come un coronamento delle tre virtù teologali.
Vedere quanta fede c'è in noi; vedere quanta fiducia, speranza c'è in noi; vedere quanta carità, quanto amor di Dio c'è in noi. Ecco.
Se noi accresciamo la fede, allora che cosa avviene? Avviene che noi con facilità ascoltiamo il Vangelo, ascoltiamo la Chiesa, seguiamo i comandamenti e seguiamo le vie della perfezione.
Così se c'è la speranza del cielo, non [ci] si attacca alle cose della terra, cioè ai soldi eccetera; tantomeno uno manca al settimo comandamento; e ognuno si appoggia ai meriti di Gesù Cristo, confida nella bontà di Dio, nella sua misericordia, la speranza, mediante “le buone opere che io debbo e voglio fare” sempre.
E poi la carità, l'amore a Gesù. Senza amare non si sta in piedi. O che si ama Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, con tutta l'anima, o si amerà d'altro: si comincerà a cadere nella tiepidezza verso Dio: un amore sbiadito, non c'è quel colore vivo nell'anima, rosso, ma c'è un rosso già sbiadito sbiadito, un inchiostro che non dà. E poi dalla tiepidezza si va ad altre tendenze, ad altri amori, e si guarda il mondo di nuovo dalla finestra. Ecco.
Ognuno bisogna sempre che dica: quello è uno che corrisponde, perché ama il Signore, ama il Signore e lo si vede anche dall'esterno. E se invece uno finisce coll'amare di nuovo il mondo, eccetera, allora è una persona che non corrisponde alle sue grazie. Oh, si porteranno tante scuse, perché ognuno vuol sempre scusarsi e trovare non la colpa in sé, ma la colpa negli altri o nell'istituto. E quando comincia a manifestarsi questo, comincia a manifestarsi che l'amore sbiadisce, l'amore verso Dio sbiadisce. E quando si vede che invece c'è quest'amore alla pietà, alla preghiera, a tutte le cose che sono da farsi, son disposte, e a sempre migliorare in tutto, allora il colore è sempre vivo, fuoco, fuoco c'è in quell'anima. “Et tui amoris in eis ignem accende”, accendi il fuoco del tuo amore, Signore, in queste anime.
Allora lavoro interiore. Vedere quanto ci sta di fede e quanto ci sta di speranza e quanto ci sta di carità.
Fede: si crede al secondo quesito, alla seconda domanda del catechismo: “Perché Dio mi ha creato? Per conoscerlo, amarlo e servirlo e andarlo a godere in eterno in Paradiso”. Quando c'è questo, allora tutto quel che si ha da fare è un guadagno: “Sto guadagnando”. Perché se quel muratore aggiunge mattone a mattone, costruendo il muro e poi alla fine c'è da misurare il lavoro fatto, ecco quanto più ne metto, tanto più nella misura risulterà di lavoro fatto; e allora io sarò pagato in proporzione. E così quando c'è fede nel paradiso, nel premio eterno. Quando si illanguidisce questo pensiero, uno non trova più la spiegazione: “Perché faccio questo? a che pro? che vantaggio mi viene? non ho mica al sabato la paga secondo il lavoro che ho fatto così davanti agli altri”. La ricompensa magna nimis, sarà grande, eccessivamente grande, ma alla fine. E ogni anima allora si guarda indietro e guarda la settimana: “Questa settimana mi pare di aver lavorato per Dio, per il paradiso” e si allieta e si infervora in questo pensiero.
Ci vuol la fede e ci vuole poi la buona volontà, la fiducia in Dio: che Gesù Cristo aggiunga i suoi meriti al lavoro che noi facciamo, cioè il nostro lavoro venga elevato all'ordine soprannaturale, a ragione di merito eterno. E quindi mediante “le buone opere che voglio fare”, sulle quali buone opere il Signore aggiunge la sua grazia e le eleva, le nostre opere, a merito eterno.
Quando poi c'è l'amore a Dio, [si trovano] anime che si saziano, che son felici nella loro unione con Dio; anime che invece trovano tutto insipido, perché non c'è fame: non essendo l'appetito, eh, i cibi non son gustosi. Anzi qualche volta non si ha voglia di prenderli, perché non si è lavorato, perché o il corpo non è sano. E quando il nostro spirito non è sano e quando non abbiam lavorato spiritualmente, certo l'amore di Dio non si fa sentire e non ripaga il cento per uno: “Riceverete il centuplo”. Allora in questa tiepidezza non si sente la gioia, la soddisfazione, il gaudio interiore. Quindi è chiaro che può entrare qualche amore disordinato. Perché san Pietro non ha detto solamente: “Abbiam lasciato tutto”, – che aveva lasciato poche cose però: qualche barca già <mezzo> un po' vecchia, oh “riceverete il centuplo”, – ma san Pietro aveva detto: “Abbiam lasciato tutto”, ma ha aggiunto: “e ti abbiam seguito”, cioè ti abbiamo amato: e allora il centuplo di soddisfazione, di consolazione interiori, nell'intimo dell'anima.
E allora la vita va sempre più crescendo, la vita spirituale: un'unione sempre più intima a Gesù, si sente il bisogno della preghiera, anzi si pensa e si giudica come la miglior ora della giornata quella che si passa davanti al Santissimo.
Ora la visita al santissimo Sacramento: quanto ci stabilisce in Dio! quanto accresce le disposizioni per far bene la comunione e sentir bene la messa! Però che non lasciamo in noi penetrare quello che è mondano. Se uno sta a sentire – supponiamo – la radio fin tardi e sentire tante – magari dalla televisione – sciocchezze o altre cose quando è finito il notiziario, allora dentro ci entrano pensieri, fantasie, sentimenti di mondo. La vita lì è un po' falsata, perché è romantica in generale, non corrisponde alla realtà. E allora con quello nella fantasia e nella mente, con quello un po' tirato il cuore fuori di strada, certo al mattino la messa, la comunione non hanno tutto il frutto che dovrebbero avere. Ma se noi alimentiamo questa fiamma, alere flammam, accendere la fiamma e coltivare la fiamma, il fuoco, allora si sente tutta la gioia. Perché Gesù è un amore che è immensamente, infinitamente superiore.
Allora ecco questo lavoro interiore: aumentar la fede, la speranza e la carità. E lì sta la comunione con Dio. Perché san Giuseppe non ha fatto la comunione, e non è andato a Messa, non è andato a confessarsi, chiaro! Ma son le disposizioni interiori che fanno il santo, e cioè la fede, la speranza e la carità. Allora la messa e la comunione aumentano. Ma ci possono essere delle disposizioni le quali superano: e disposizioni un po' scarse alla comunione e disposizioni grandi. Supponiamo: uno non può far la comunione, ma è tutto pieno di fede, speranza e carità: eh ha anche maggior merito. E quanti sono stati i religiosi che non potevano far la comunione quotidiana! Eh, tutt'altro! e sono santi. Ma son le disposizioni, l'interno che bisogna guardare, la vita interiore.
Quindi recitiamo bene il secondo punto della coroncina a san Giuseppe, uomo di vita interiore. Quindi è chiamato il santo del silenzio. Ma interiormente parlava con Dio e quanto! Interiormente la sua fede sempre viva; la sua speranza: obbedire senza parlare; quando riceveva disposizioni, non domandava spiegazioni: “Alzati prendi il fanciullo e va' in Egitto”, basta; neppure stare a rispondere “sì”: lo fa subito. Così il suo amore a Dio: puro, santissimo, verginale.
Aumentare la nostra vita interiore: lì sta veramente la santità, lì sta veramente la santità, anche se non si fanno miracoli, sta lì veramente la santità.
Oh, allora ringraziamo il Signore che ci ha dato questa luce: che abbiam compreso meglio dove sta la santità. E allora, ecco, seguiremo con animo generoso, con animo generoso. Guardare a san Giuseppe, guardare a san Giuseppe e pregare san Giuseppe.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-16_ssp_formazione.mp3
durata 26'16''

Don Giacomo Alberione

L'amore - La formazione dei ragazzi


Per andare a Dio, la salvezza, è necessario che vi sia l'amore, l'amore che suppone la fede e la speranza, ed è frutto della fede e della speranza.
Ma quest'amore deve essere in primo luogo amore fondamentale. E cioè quando si arriva a conoscere il Signore e orientarsi verso di lui, orientar la vita e pensarlo come colui che è il rimuneratore del bene e del male.
Perciò princìpi fondamentali, amore fondamentale.
Troppo spesso si comincia a costruire la casa mettendo mattoni, pietrame, sopra il terreno come si presenta, il terreno di campagna magari, senza sufficiente fondamento e si incominciano a spiegare le cose che sono più di perfezione, mentre dobbiamo ancora scavare nel terreno e quindi mettere le basi.
Quando si comincia a stabilire e a posare i mattoni, materiale di costruzione sopra un terreno, una sabbia mobile, si elevano i muri. La casa potrà anche fare bella figura, sarà magari ben pitturata. Ma allora, dice il Signore, una casa fondata sulla sabbia non resisterà a temporali, ai venti alle inondazioni: cadrà.
Così si crede di sfuggire quello che è solamente di consiglio, quindi che possa facilmente dispensarsi, mentre che ci sta ancora la legge naturale che nessuno può sfuggire.
Perché noi dobbiamo portare sempre il fanciullo a fondarsi nei princìpi. Oggi bisogna cominciare dal provar l'esistenza di Dio. Quanta gente, secondo sento dalle suore che vanno in giro, dalle Pastorelle poi che sono più addentro alle parrocchie, alle famiglie e avvicinano più sovente e più frequentemente tra i contadini... e allora nelle famiglie si cresce senza i princìpi fondamentali e anche quelli che arrivano, non è che siano sempre già preparati, mancano i principi fondamentali e dell'osservanza delle leggi di natura: leggi naturali e leggi quindi che sono espresse nei comandamenti.
Vi sono i principi teorici e vi sono i principi pratici per una retta vita umana. Se prima non facciamo l'uomo, sopra non costruiremo il cristiano e tantomeno il religioso; e se riusciamo a costruirlo in qualche maniera, – perché è vestito, perché emette una professione, – ma arrivano poi i venti, arrivano i temporali arrivano le inondazioni e cadrà.
Perché in sostanza dobbiamo allora mettere bene l'idea di Dio. Quindi non si può cominciare dal “Chi vi ha creato?” se egli non crede quel che c'è nella risposta: “Dio mi ha creato”. Bisogna fare un'introduzione al catechismo come l'abbiamo oggi: e forse sarà migliorato dopo il Concilio ecumenico, questo non spetta a noi a voler far previsioni. Ci vuole l'introduzione. Bisogna che finisca il giovane col sentirsi davanti a una decisione: “È offerta la salvezza in Cristo e nella Chiesa: a te spetta dare il sì o dare il no. Quindi fòrmati una coscienza: quale è il tuo bene? e se credi all'eternità, quale sarà la tua eternità?”. Però bisogna che creda all'eternità.
L'uomo è composto di tre facoltà: riguardano la mente, il sentimento, la volontà.
La mente: riconoscere Dio principio di tutto, fondamentalmente, governatore del mondo da cui dipendiamo, a cui tutto deve ordinarsi, al quale spetta un culto legittimo e che è rimuneratore del bene e del male; l'uomo composto di anima ragionevole e corpo organico, anima spirituale ed immortale che deve assoggettare e curare il corpo, l'anima. Poi verrà tutta la dottrina che riguarda Gesù Cristo, la rivelazione.
Poi oltre a questo – la mente –, il sentimento: amore e timore di Dio occorre che vi sia, amore del prossimo, che è immagine di Dio: quindi rispettare la fama, i beni e la vita del prossimo; non fare agli altri quello che ragionevolmente non vorremmo fatto a noi e viceversa. Quindi che si formi un'intima coscienza, cioè si senta l'intima voce della coscienza.
E poi la volontà: che ognuno senta di essere responsabile dei suoi atti, capisca che vi è una virtù e vi è anche un vizio; i doveri dello stato, i doveri familiari e sociali e l'uso dei beni materiali e morali e l'impegno che ha l'uomo ad elevarsi.
Perché la vita religiosa è perfezionamento della vita cristiana, ma la vita cristiana suppone già la vita umana. Si perfeziona solo quello che già esiste: per entrare nella vita religiosa occorre che già vi sia l'osservanza della vita cristiana e della vita umana, parlando solo per adesso della legge umana più fondamentale.
Gesù Cristo al giovane ricco, che chiedeva cosa fare per salvarsi, rispose: “Osserva i comandamenti”, che sono di legge naturale sostanzialmente. E li ricordò. E siccome il giovane dichiarava di averli sempre osservati, soggiunse: “Se vuoi essere perfetto, lascia tutto, vieni e seguimi!”. Questo dopo che già si era assicurato che il giovane osservava i comandamenti.
È assolutamente necessario che prima l'aspirante già abbia dato prova di buona osservanza dei comandamenti. Qui il campo è molto vasto. Restringiamoci a poche cose.
Aspiranti alla vita religiosa. Il religioso è in primo luogo persona di preghiera. Occorre perciò che prima già senta di essere creatura di Dio, a cui deve dare un culto, a cui portare amore e riconoscenza, al quale riferire la sua vita: “Sia santificato il nome tuo, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”. Che sappia dare una adorazione, pure nella possibilità di un ragazzo, secondo la sua età; e saper ringraziare e riparare e osservare i voti, osservanza che è di legge naturale; – la dispensa vale fino a un certo punto, la dispensa che dà la Chiesa, e nel senso giusto del diritto e della teologia, perché la legge naturale non si può scancellare; – [abbia] il timore di Dio e dedichi qualche tempo a conoscere amare e servir Dio per la vita futura.
Cosa avviene? Aspiranti di una religiosità vuota, più di sentimento e abitudine e di esteriorità, ma che manca in essi la base: possono aver appreso qualche cosa e qualche cosa han fatto, ma come ameranno il culto cristiano e la preghiera? come daranno il primo posto ad essa? come parteciperanno alla messa? come si accosteranno ai sacramenti? Invece aspiranti che si conoscono dall'assiduità alla preghiera, dal comportamento nel pregare, dall'impegno di possedere una pietà illuminata, calda, che sostiene e migliora la vita. Da questo si ha il primo e principale segno di vocazione. Si conoscono dall'amore al catechismo, alla parrocchia, alle funzioni, dalla frequenza ai sacramenti, dal desiderio di servire la messa, dal desiderio di avvicinare il sacerdote e il religioso. Con tali disposizioni sarà facile allora coltivare in essi lo spirito di fede, la fiducia in Dio, l'odio al peccato, la vera pietà e quindi poi un profondo senso paolino.

Alcune applicazioni.
Culto della verità. - Culto della verità è onorar Dio, è dovere naturale: perciò vi è tenuto anche il semplice uomo. Lo studio e la ricerca della verità corrispondono alla volontà di Dio ed al dono dell'intelligenza che egli ci ha fatto. La veracità suppone prima l'amore alla verità, l'odio alla bugia ed all'inganno. La bugia è un parlare contro ciò che si pensa al fine di ingannare. L'ipocrisia poi è la bugia di opere, di vita, di comportamento; è una simulazione, cioè con i fatti od i comportamenti l'individuo vuol far credere ciò che non è la realtà. Quando l'animo è cattivo e all'esterno si finge buono: ecco l'ipocrisia. La restrizione mentale invece ha delle condizioni, ed è tutt'altra cosa.
Abituare il fanciullo alla sincerità è preparazione all'osservanza del comandamento: “Non dire falsa testimonianza“, e anche più avanti secondo il vangelo: “Sia il vostro parlare: sì sì no no. Il resto vien dal maligno”.
Chi è bugiardo poi è pur ladro e chi è ladro è pur bugiardo. Occorre lealtà, saper mantenere la parola data, restituire quando si è promesso di farlo.
Vestirsi in civile per recarsi in luogo non conveniente senza permesso.
San Paolo dice: “Nolite mentiemini invicem”. Nell'Antico Testamento “Non mentiemini, nec decipiet unusquisque proximum suum. Abominatio est Domino labia mendacia. Os quod mentitur occidit animam”.
Forse falsi giudizi, accuse, testimonianze che recano danno al prossimo, oltre che all'offesa alla veracità, vi è pur l'offesa alla carità ed alla giustizia e segue l'obbligo di ritrattare e non si ottiene il perdono se non vi è la ritrattazione.
Quanto sono gravi certe bugie, peggio in confessionale: esempio: diminuire il numero dei peccati gravi e presentarsi al confessore per motivo esterno con peccati gravi e solo accusando venialità.
Si mostra talvolta la falsità [nel] copiare i compiti di scuola, introdurre libri e periodi vietati, spedire lettere calunniose od anonime, eccetera.
Quando ci si abitua a queste falsità, si può arrivare a far domanda dell'abito e del noviziato e dei voti e magari anche dell'ordinazione per motivo umano. Si può apprendere un mestiere o fare studi per evitare le spese e uscirne poi per vivere in seguito una vita comoda, aiutare i parenti, eccetera.
Quando non c'è questo amore alla verità, si esce di casa, si domanda un permesso per recarsi dove si sa che non si dovrebbe, cioè non si domanda il permesso; si finge una malattia, si dice una ragione buona per un permesso, ma l'intenzione è di usarne anche per altro che non sarebbe concesso. Nascondere tare di famiglia, <per venire> per [non] essere esclusi dal sacerdozio e anche dai voti.
Altra applicazione che riguarda più la volontà: fedeltà al dovere. E questo è secondo la legge naturale. Il dono della volontà segue il dono dell'intelligenza. L'esercizio di fedeltà al dovere educa e fortifica la volontà stessa.
Qualche applicazione. Se vengono per studiare, studino con volontà ferma e in scuola e poi nel tempo assegnato a questo dovere. Se vengono per essere religiosi si preparino secondo le disposizioni date dall'istituto. Se sono entrati in questa congregazione, seguano i regolamenti di essa. Se vengono dati avvisi, si accolgano, si pratichino. Se alcuno fa un richiamo, dà un suggerimento, mette in guardia da un pericolo, siano docilissimi: saranno così se hanno contratto l'abitudine di obbedire quando erano in famiglia, ma dolorosamente in molte famiglie la disciplina e l'autorità paterna si è affievolita: si abituano ad una specie di indipendenza e condiscendenze eccessive: i figli si impongono con i capricci e i genitori deboli accondiscendono.
Circola poi un errore che toglie ogni vigore alla volontà ed è la morale delle circostanze, delle convenienze: si approva il dovere in teoria, ma nella pratica si opera come si vuole, come piace, secondo il guadagno e dove vi è minor sacrificio o maggior soddisfazione. Occorre allora per togliere questi abusi un lungo esercizio di obbedienza.
E quale crisi oggi? La crisi dei voti!
Di qui la poca stima del voto religioso, quasi come una funzione equiparata ad un pellegrinaggio: si chiede con leggerezza, si sopporta come un grosso peso, vi si manca con facilità in cose piccole e forse anche in cose gravi, prima con forte rimorso, cui succede una certa insensibilità. Si trascurano i mezzi di sostegno che sono la fuga delle occasioni e la preghiera e la catastrofe si avvicina con rovina personale e scandalo dei buoni fratelli. Si sono perdute le grazie e non si piange perché si è ciechi. Si chiudono le vie al rinsavimento, si procede quasi baldanzosi esteriormente, come dei vittoriosi, ma in realtà nel cuore si sente di essere dei vinti e traditori.
E preghiamo perché non si precipiti nell'eterna perdizione. “Quomodo cecidisti de coelo?”. Chi ha la luce di Dio comprende; chi non l'ha, diceva padre Gemelli, vi è solo una grave prolungata malattia o il carcere per un rinsavimento. E non basta talvolta la morte. L'esempio lo abbiamo nel vangelo: uno ha tradito la sua vocazione, ma quell'uno si è perduto.

E si potrebbe aggiungere qualche parola: perché non vale l'esterno: bisogna saper cosa c'è nell'intimo. Non possiamo assistere impassibili. La rovina si può talvolta prevedere. Alle volte possiamo esserne in parte responsabili. Perché nemo repente fit pessimus: si tolgono le siepi, si introduce il male, si va sui margini del precipizio: simpatie, orgoglio, letture, infrazione alle disposizioni, libertà dei sensi, rallentamento nella pietà, incontri di persone, ricerche di spettacoli sconsigliabili o riservati agli adulti, si procede passo passo, poi ci si riprende, si ritorna al male che si aggrava, si forma quasi un'abitudine, poi vi è la catena che non si rompe e si va precisamente a cadere in quello che almeno apparentemente si detestava: tipografie ed editrici che sono cattedre erette contro Gesù Cristo e la Chiesa. Poiché quando si cade in mano a satana, satana trascina sino alla maggior vergogna, e cioè adoperare per il diavolo gli strumenti che si sono imparati per il vangelo. E così si vive in una vita di umiliazione e di rovinosi scandali. Eppure è la legge naturale: “Fate voti ed adempiteli”. Ed i voti religiosi sono gravi, perché <dopo> emessi, dopo anni di preghiere e riflessioni, richiesti per iscritto, emessi nel modo più solenne alla presenza di testimoni, confermati con una firma. Quel registro verrà dal diavolo, che schernendoti perché gli sei caduto nelle mani, lo presenterà al giudizio come testimonio della tua infedeltà. Si dirà: “Ma vi sono le dispense”. Sì, ma solo per evitare rovine maggiori a te e forse soltanto agli altri.

E adesso dovrei fare altre 4 o 5 applicazioni, ma vedo che il tempo è passato. Continueremo, se piace al Signore, altra volta. Forse è utile leggere la conclusione.
Vediamo come educhiamo. Se l'uomo non ha una nuova primavera di gioventù, non può temprarsi alle tempeste ed alle difficoltà della vita. L'albero deve mettere radici, per poter sfidare le tempeste. La casa deve aver fondamento, perché non vacilli. Si dia alla nuova generazione una giovinezza lieta, moralmente pura, religiosamente schietta ed essa costruirà l'avvenire secondo i desideri del Signore. In queste parole di uomo di fede e di esperienza, sta la sicurezza di un felice avvenire.
Abbiamo in sostanza da promuovere l'amore fondamentale. Quando si vuol davvero Dio e si vuol davvero il Paradiso, la salvezza, e si vuole quindi preparare dei giovani coscienti di quel che fanno quando emettono i voti, quando ascendono agli ordini. È in crisi la cognizione dei voti ed è in crisi l'ordinazione, il carattere sacerdotale. Guardiamoci perché il pericolo è per tutti. E inoltre preghiamo perché vi sia in tutti la fedeltà non solo di presenza, ma fedeltà veramente costruttiva, che edifica.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-16_amore.mp3
durata 27' 44''

Don Giacomo Alberione - Roma, 16-03-1962, ai discepoli ssp, triduo per la festa di san Giuseppe

L'amore di Dio per noi, l'apostolo come san Giuseppe


Triduo di preparazione alla festa di san Giuseppe, venerdì, sabato, domenica, così da ottenere nella festa di san Giuseppe un grande aumento di grazia e una maggior luce, maggior conforto per l'anima nostra.
Questo triduo sia il triduo della riconoscenza, riconoscenza verso il Signore: “Vi adoro, mio Dio, vi amo con tutto il cuore, perché mi avete creato, fatto cristiano, conservato, condotto in questa congregazione”: quattro motivi, ragioni e quindi obblighi rispettivi di riconoscenza al Signore.
Pensare: pochi anni fa noi non esistevamo, il mondo camminava senza di noi e dopo che noi non ci saremo più il mondo andrà avanti senza di noi. Il Signore poteva non crearci; il Signore poteva preferire innumerevoli altri uomini, altre creature a noi. È stata tutta una grande bontà l'averci creati, aver creato l'anima nostra e infusa nel nostro corpo.
Anche per ognuno di noi la santissima Trinità si è come raccolta a consiglio – per esprimerci – e [ha] come deciso: “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram”, “creiamo l'uomo come immagine e nostra somiglianza”. Così è stato per il primo uomo e così è stato per ciascheduno di noi: una grande decisione del consiglio eterno, consiglio eterno Padre, Figlio e Spirito santo, una decisione solenne di Dio infinito che ha guardato al nulla nostro – perché noi eravamo la non esistenza – e ci ha amati e ci ha preferiti e ci creò a sua immagine e somiglianza.
Sua immagine e somiglianza: perché ci ha dato il Figliuolo la ragione; il Padre l'esistenza, la volontà; lo Spirito santo la sentimentalità. Siamo fatti ad immagine di Dio uno e trino. Son concorse le tre divine Persone e ciascheduna delle tre divine Persone ha dato qualche cosa a noi secondo le proprietà delle tre divine persone, di ciascheduna delle tre divine persone.
Che grande opera è stata questa! Non ci può essere un'opera maggiore della creazione, perché tutto quel che avviene e si fa, è fatto con ciò che c'è già: il banco è fatto del legno; e il legno vien ricavato dall'albero; e l'albero è venuto su dalla terra, eccetera. Ma il Signore ci ha creati dal nulla.
“Vi ringrazio di avermi creato”. “Creato, creati”: ciascheduno di voi, ciascheduno di noi ha ricevuto da Dio una certa intelligenza – eh, vi sono tanti, in questi ricoveri, che sono folli, – una certa memoria. Il Signore ci ha infuso delle tendenze buone e ci ha creati, sì <fra> come tutti gli altri uomini, ma con delle qualità particolari. Perché? Perché il Signore già ci destinava ad una via, ci destinava al paradiso per una via determinata: prevedeva tutto e, creandoci, <ci ha dato que> ci ha destinati ad un paradiso particolare, sì, tutti al cielo. Gli uomini possono salvarsi tutti, se tutti corrispondessero alla volontà di Dio; ma ci ha creati per avere un giorno un posto particolare in paradiso più elevato. E ci ha, per questo, destinati a passare la vita su una via particolare, una vita migliore, una via che è più in salita, ma appunto perché è più in salita <e perché> va più in alto in paradiso.
Oh, come è stato buono il Signore in quel giorno – diciamo così – in cui ha detto: “Facciamo un uomo a immagine e somiglianza nostra”! Ed è proprio quest'uomo, sei proprio tu, che [sei stato] creato per che cosa? per il paradiso; ma passando per una via migliore e anche in maggior salita e cioè conoscere, servire, amar Dio, la via del cielo. Ma c'è una via che è pure in salita, ma meno ripida. Perché la strada può esser che salga il 2 per cento e può esser che salga il 5 per cento, il 10 per cento, qualche volta anche il 15. E sarà questa via che sale – nostra moralmente – sarà anche di più. Perché? Tutto perché ci ama e ci vuole più vicino a sé a cantare la nostra parte in quel coro immenso di lode che viene data al Signore per tutta l'eternità. E mentre che glorificheremo lui avremo la nostra felicità, la nostra gioia eterna, il gaudio.
Quindi ha preparato per noi il centuplo con l'assicurazione della grazia, per arrivarci e con l'assicurazione del paradiso: “Centuplum accipietis vitam aeternam possidebitis”. Ecco il grande privilegio, il grande amore per ciascheduno di noi, per questa via, per cui ci ha chiamati.
E perché noi potessimo sceglierla questa via e potessimo percorrerla, il Signore ci ha preparato tutte le grazie necessarie: “Vi ringrazio di avermi creato e fatto cristiano”. <Dei cattolici> [dell'umanità] solamente un sesto appartiene alla Chiesa cattolica, un sesto dell'umanità. Noi siamo stati scelti fra sei uno. Perché sono ancora un miliardo e mezzo, di più di un miliardo e mezzo di pagani; e poi escludiamo anche i non cattolici e cioè quei trecentocinquanta milioni di non cattolici.
E ci ha quindi fatti cristiani proprio nella Chiesa cattolica; per cui abbiam ricevuto il battesimo valido e per cui il Signore ci ha innestati più intimamente nella Chiesa; anche la parte materiale, diciamo così, di vicinanza al Pontefice, di servizio alla Chiesa diretto, di collaborazione al ministero sacerdotale e alla gerarchia, al ministero di apostolato voglio dire e alla gerarchia.
“E di avermi fatto cristiano”. E perché tu fossi cristiano, prima che nascessi, il Signore ti aveva preparato delle grazie, come fosse una mamma che aspetta il bambinello e prepara i pannilini e come la Madonna ha preparato i pannilini quando sapeva che stava per nascere il bambino. Ecco ti ha preparato un buon padre e una buona madre, che son stati premurosi di portarti al battesimo, sono stati premurosi di crescerti. Pensa a un bambinetto: quante cure ha dalla mamma e dal papà, quando si tratta di buoni genitori. Il Signore te li aveva preparati da quanti anni! Un ambiente buono in famiglia, il Signore ti ha preparato un ambiente parrocchiale, per cui facilmente hai potuto avere quella istruzione catechistica, sei stato ammesso alla prima confessione, alla prima comunione, alla cresima, ti sei avvicinato al sacerdote, [hai] partecipato alle funzioni, amato quindi l'ambiente parrocchiale. E quanti non hanno questa grazia!
Poi ti ha preparato anche un ambiente sociale buono: buoni insegnanti, buoni compagni, buoni esempi, quindi, attorno. E se sei cresciuto senza cadere nel fango, puoi dire “Deo gratias” alla famiglia, all'ambiente familiare, all'ambiente parrocchiale, all'ambiente sociale. Poi il Signore ti ha dato tanta grazia speciale nel battesimo, per cui il cuore, lo spirito fu inclinato a amare di più il Signore, ebbe delle tendenze proporzionate; perché queste tendenze già erano dalla creazione, ma vengono poi sublimate, elevate, perfezionate dalla grazia.
E noi non sapevamo niente, eravamo del tutto senza l'uso della ragione. E intanto il Signore continuava a prediligerci, a infondere la sua grazia e preparare coloro che ci avrebbero poi avviati alla vita religiosa. “Fatto cristiano”.
“Conservato” sì “questa notte”, conservato fino adesso nella vita. E quanti son morti piccoli! Guardando attorno, quanti ne vediamo poco a poco scomparire. E siamo qui e abbiamo ancora il tempo per farci innumerevoli meriti, per arricchirci per l'eternità ogni giorno. Ogni giorno è per noi un complesso di grazie. E come vivi?
“E condotto in questa congregazione”, sì. Quindi se i religiosi e i sacerdoti arrivano pressappoco a cinquecentomila, oh, questi sono i prediletti, i prediletti di Gesù, prediletti di Dio. Ma poi siamo entrati in una congregazione la quale è tra le più perfette per le Costituzioni. Perché si è utilizzato tutto ciò che c'era di buono nelle Costituzioni fatte per altri istituti; e [si è] anche spinto un po' avanti, fino a che la difficoltà di approvazione era solo perché eravamo spinti un po' più avanti: quindi [ci sono] delle novità non essenziali, ma quelle novità particolari che riguardano lo spirito e riguardano l'apostolato.
[Siamo stati] chiamati per quella via di perfezione, oh, e di apostolato. Perfezione: cosicché siamo nello stato di perfezione; e se non si raggiunge è proprio per nostra sola colpa. Ma abbiamo tutta la pietà, la vita comune, sorgente di innumerevoli meriti, abbiamo tutti i mezzo di consiglio, di direzione, di predicazione, la messa, i sacramenti; specialmente, in generale, l'adorazione dove sempre si orienta l'anima nostra; perché quando c'è l'adorazione quotidiana, la vita si eleva e si elevano tutte le pratiche e si eleva tutto il complesso della vita, tutto il complesso. Che gran dono è stato questo, l'adorazione quotidiana!
E poi [siete] associati, associati all'opera sacerdotale; così associati che l'opera di apostolato vostro è indivisibile dal sacerdote e forma un apostolato solo col sacerdote. Cosicché si ha la massima possibilità di aumentare i meriti e si ha la migliore condizione, migliore condizione per cooperare alla redenzione, alla salvezza delle anime; quindi la migliore condizione per aumentare i meriti. Non [sei] un semplice operaio, ma un apostolo! Perché se uno anche stampa cose buone, come è – supponiamo – l'“Osservatore Romano”: quelli son operai, non sono apostoli, non lo sono. Ma voi, innestati nella congregazione, formanti un corpo solo in quanto all'apostolato e in quanto allo spirito anche, [siete] in una posizione di santificazione che è difficile che ognuno comprenda bene; e si comprenderà sempre meglio man mano che si ha la luce di Dio.
“E di avermi condotto in questa congregazione”, così da partecipare al mistero della salvezza delle anime, come san Giuseppe, che partecipò al mistero della redenzione. Egli preparò tutto per la nascita del Bambino; egli fu come il custode e provvide alla famiglia di Nazaret; egli salvò la vita del Bambino quando era insidiato da Erode; egli lo accompagnava nella preghiera; gli insegnò il suo mestiere, il quale non era semplicemente un mestiere, ma era come una partecipazione alla redenzione, perché veniva allora preparato all'umanità il sacerdote eterno Gesù Cristo, l'ostia di propiziazione, il maestro dell'umanità. State in questa posizione.
E allora, sì, il redentore Gesù [è] nella massima gloria in cielo “sedet ad dexteram Patris”; accanto vi è la Vergine immacolata, la quale ebbe il privilegio di diventar la madre del Figlio di Dio incarnato; poi la posizione di maggior collaborazione alla redenzione: Giuseppe, Giuseppe, ecco. E quindi il maggior santo dopo la Vergine, la maggior gloria in paradiso dopo la Vergine, privilegio altissimo e nello stesso tempo privilegio che ci apre un po' la via per conoscere la grandezza della nostra vocazione, la grandezza della vostra vocazione di collaborazione alla redenzione del mondo.
Quindi che cosa avvenne poi nella nostra vita? Il Signore ci ha conservato fino a qui; ci ha mandati quelli che ci hanno avviati alla vita religiosa; e ci son state tante circostanze per cui il Signore ci ha fatti arrivare fino qui; è stata quella persona, è stato quell'avvenimento, quell'incontro: cose che sembrano casuali, ma son predisposte da Dio dall'eternità.
E poi bisogna anche abbassar la testa. Non sempre siamo stati docili e il Signore ci ha come perseguitati con la sua grazia, anche quando abbiam peccato, <che> siam caduti: [è] venuto a rialzarci e non ci ha rigettati; come non ha rigettato Pietro dopo che aveva peccato, [ma] lo ha confermato pontefice: “Pasce agnos meos, pasce oves meas”. E così ha confermato noi nella vocazione, nella chiamata.
E quanti aiuti! Pensare un po' ai confessori, che ci hanno scancellato la colpa e ci hanno consigliati. Pensare un poco ai maestri che si sono avuti, [maestri di] materie civili e materie sacre, in tanti anni nell'istituto. [Siete] entrati in quell'ambiente di santificazione, dove chiunque vuole si fa santo, perché [c'è] la ricchezza di mezzi: che cosa ci manca? “Quid debui ultra facere vineae meae et non feci ei?”, “Cosa potevo fare ancora di più per voi? che cosa potevo ancor fare che non l'abbia fatto per voi?” dice il Signore. E i mezzi attuali, e l'apostolato continuato, che tutta la giornata è per le anime, per la gloria di Dio: che cosa bella, preziosa! Poteva darci di più il Signore? Perché anche il tempo che si impiega nel prendere il cibo, il sollievo, il riposo, tanto è sempre per mantenerci nel servizio di Dio e mantenerci nell'apostolato, cosicché tutta la vita è ordinata, ordinata all'apostolato, ordinata alla gloria di Dio e alla santificazione nostra, occupati in cose divine. E se uno cessa di esser apostolo per diventare un operaio, ecco, discende di quanti gradini dal punto e dall'altezza a cui l'aveva messo il Signore?
E allora che cosa dobbiamo pensare? “Di avermi condotto in questa congregazione”: non solo condotto, ma ora tutti i mezzi di santificazione, ora tutta la vita e il respiro e le forze e l'intelligenza, tutto [è] ordinato a Dio, tutto ordinato alla salvezza delle anime.
Non sentiamo il bisogno di dire un “Deo gratias” al Signore? di dire un “Gloria Patri”? di ripetere con la Madonna il “Magnificat”, “La mia anima loda il Signore”? E non dobbiamo dire con molta attenzione e sentimento pio: “Vi ringrazio di avermi creato”: primo motivo; e “di avermi fatto cristiano”: secondo motivo; e “di avermi conservato”: terzo motivo; e “di avermi condotto in questa congregazione”: quarto motivo?
Tre giorni di riconoscenza, sì. Negli Stati Uniti, e anche già in qualche altra nazione adesso, alla fin dell'anno agricolo c'è il giorno della riconoscenza. Esser riconoscenti al Signore di averci creati con quelle tendenze; fatti cristiani con elargizioni di maggiori grazie nel battesimo; e conservati e associati all'azione di redenzione delle anime; entrati in questa congregazione e messi sulla via che sale di più e che qualche volta ha bisogno di maggior preghiera, quindi di maggior forza, perché la macchina possa salire: ma è perché si ha da salire più in alto. E tu l'hai sentito: “Se vuoi esser perfetto”: perfetto per esser destinato e per arrivare al posto delle anime perfette che son lassù, che ci han preceduti e sono innumerevoli anime.
Un triduo quindi di riconoscenza: le comunioni, le messe, le adorazioni in riconoscenza. Poi tutto l'apostolato della giornata e tutte le occasioni che abbiamo nella giornata di guadagnare meriti, tutto offriamo in riconoscenza.
Quell’“Agimus tibi gratias” come suona allora bene sulle nostre labbra. “Ti ringraziamo, Signore” propter che cosa? “Agimus tibi gratias” per tutto, per tutto. Siamo un miracolo della bontà di Dio, della sua misericordia: ringraziare il Signore!
E poi la corrispondenza quotidiana, che è la maggiore azione di grazia: corrispondere alle grazie. Lodiamo, lodiamo il Signore e invitiamo il mondo e gli angeli del paradiso a ringraziare il Signore per noi. Perché non siamo anche molto riconoscenti alle volte e qualche volta meritiamo anche il titolo di ingrati. Ma abbiamo la misericordia di Dio, abbiamo il Crocifisso, di dove aspettiamo la grazia. E poi sappiamo che, come il Signore è stato tanto buono per il passato verso di noi, così lo sarà ancora di più se siam riconoscenti; lo sarà ancora di più negli anni seguenti, nel tempo seguente.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-19_giuseppe_perseveranza.mp3
durata 23' 18''

Don Giacomo Alberione - Roma, 19-03-1962 - ai discepoli ssp, casa generalizia

San Giuseppe. La perseveranza


Oggi [celebriamo] una doppia solennità: la festa di san Giuseppe e il venticinquesimo di professione di cinque nostri Discepoli, dei quali tre sono presenti. Inoltre ricordiamo pure un Discepolo il quale è unito a noi nello spirito e che si trova attualmente negli Stati Uniti d'America.
Noi ringraziamo il Signore della vocazione che essi hanno avuto e ringraziamo il Signore in modo particolare della loro perseveranza.
La perseveranza che cosa è? La perseveranza è il frutto di una virtù cardinale, cioè la fortezza. La stessa parola perseveranza indica un superlativo: per-severus, cioè uomo il quale è fermo di carattere, il quale sa vincere gli ostacoli, il quale ha un fine ben chiaro, ben determinato e vi tende con tutte le forze. Da una parte la perseveranza indica la costanza nel bene e dall'altra parte indica la fortezza nel superare le difficoltà che si incontrano.
Quando, dopo molte preghiere; quando, dopo molti consigli e prove; quando, dopo gli anni di noviziato, il giovane conchiude con una decisione ferma, decisione illuminata, decisione generosa la sua professione – anche [per] arrivare lì occorre già una doppia virtù: perseveranza e costanza, che si distinguono tra di loro – ma quando si è arrivati alla professione perpetua, non è ancora assicurata la vita buona, la vita che si è abbracciata, cioè la vita di perfezionamento continuo. È in questo che sta la perseveranza: il continuo perfezionamento.
E questi fratelli, che oggi festeggiano il loro venticinquesimo dalla professione, hanno praticata la virtù cardinale [della] fortezza nelle sue parti, fra cui la costanza.
Occorre notare che la perseveranza è un dono di Dio da una parte, dall'altra la corrispondenza alle grazie quotidiane di Dio. Noi abbiamo sempre da porci in questa condizione: il battesimo imprime il carattere, ma non è che garantisca la salvezza eterna. Si può andare all'inferno anche col carattere. La cresima conferisce il carattere, ma con questo non assicura ancora la salvezza eterna. L'ordine imprime il carattere, ma non assicura ancora la salvezza eterna. E allora si potrà dire questo della professione? No! La professione perpetua impegna, ma con questo non è assicurata ancora la salvezza eterna.
È necessario che giorno per giorno si ottengano le grazie per la giornata. Ogni giorno, pregando, si ottiene la perseveranza per quel giorno, e continuando giorno per giorno a domandare le grazie e corrispondere alla luce di Dio e confermando i voti, ripetendo la professione dopo la comunione. Ecco: grazia di Dio [e] volontà nostra: grazia di Dio che ci vuol salvi e santi e vuole salvi e santi specialmente chi ha fatto la professione; grazia di Dio e volontà risoluta, volontà risoluta.
Poiché dolorosamente vi sono persone le quali hanno buone risoluzioni al mattino quando s'accostano alla comunione, ma non arriva la sera che già si sentono deboli, seppure non sono alquanto andati indietro, seppure non ci sono state cadute. Anche i propositi della confessione, quanto durano? E anche i propositi degli esercizi? Ora i voti contengono un proposito di un ordine particolare, cioè: “Tutto mi dono offro e consacro, impegnandomi a osservare i voti di povertà, castità e obbedienza <e confermando> e conformando nello stesso tempo la vita alle costituzioni”: ecco il grande solenne proposito innanzi a Dio – e dipende dall'osservanza del secondo comandamento – e innanzi agli uomini, perché molti sono testimoni: testimoni gli angeli, testimoni i fratelli, testimoni gli aspiranti, testimoni del grande proposito, ecco.
Allora che cosa si ha? Il professo mette la sua firma sopra il registro; e alla firma precede la dichiarazione che si sono emessi i voti. E con la firma egli si impegna non soltanto davanti a Dio e davanti ai testimoni, ma davanti a se stesso, poiché si suppone che la coscienza sia così sviluppata, così illuminata che non si pensi di fare una cosa precipitata. La Chiesa è prudente. Impone anche anni di prova, onde ognuno si renda sicuro se le sue spalle siano così forti da portare i pesi e la sua virtù sia così forte da perseverare nelle stesse sue decisioni.
Si mette la firma sopra il registro. Quella è la tessera di entrata in paradiso. “Riceverete il centuplo, possederete la vita eterna”: la tessera, il biglietto di entrata in paradiso. Però sempre conservarlo nel cuore. Perché? Perché il biglietto si potrebbe anche perdere e si potrebbe anche distruggere e si potrebbe anche, se non distruggere, almeno renderlo meno bello man mano che si va avanti. Allora di nuovo: [occorre] grazia e fortezza di volontà. La prova che si ha avuto la costanza nel pregare e si è rinnovato ogni giorno il proposito, o meglio la professione: ecco il segno che questo è avvenuto, ecco il premio che oggi godono, la gioia che sentono nel cuore coloro che per venticinque anni, non venticinque giorni, non venticinque ore, neppure <non> venticinque minuti, ma venticinque anni [hanno avuto] la virtù della fortezza. Perseveranza: cioè l'etimologia indica: “fortissimo”, “uomo che è forte”. Ma come è stato forte? [Con la] preghiera e volontà.
Oh, san Giuseppe ha perseverato, finché egli è assistito in morte da Maria e da Gesù.
Le difficoltà che egli passò sono state tante. Pensiamo alla sua giovinezza – su cui però il vangelo stende il silenzio – ma le varie occasioni grandi e grandi prove: quella che abbiam letto un momento fa nel santo vangelo; quella quando egli doveva andare a Betlemme in circostanze difficili; e circostanze ancor più difficili quando fu rigettato dai Betlemmiti, perché non vi era posto per Maria e Giuseppe, poveri, negli alberghi. E [Gesù] nacque in una povera capanna. Come adorare il Figlio di Dio, un bambino che nasce in una grotta, rifiutato da tutti, in una grotta che era soltanto il posto degli animali? A che punto si è umiliato il Figli di Dio! E occorreva una grande fede per inginocchiarsi e adorare il Bambino posto nella greppia.
E le prove continuarono: salvare il bambino, fuggire di notte in Egitto, per metterlo al sicuro; ritornare, dietro l'invito dell'angelo, nella terra d'Israele, in dubbio di nuovo dove poteva ed era prudente stabilirsi; e allora la preghiera e allora la voce di Dio e allora, docile, si rifugiò a Nazaret, cittadina sconosciuta, lontana dal commercio e dalle comunicazioni più frequenti, ecco; e là [fece] una vita umile, laboriosa, silenziosa; anche quando egli dovette portare il bambino insieme a Maria al tempio; anche quando smarrì il fanciullo, allorché [aveva] raggiunto i dodici anni.
E continuare, pensare che questo doveva essere il Figlio di Dio incarnato, il Messia, ma viveva in tanta umiltà, viveva una vita così ordinaria, apprendeva il mestiere e l'esercitava il mestiere, con lui, il falegname: grande fede occorreva!
Perseveranza. Che cosa richiede la perseveranza? Molta preghiera e ogni giorno suscitare la volontà, rinnovare la volontà, rinnovare la professione. Vi sono tanti nemici della perseveranza, sì, nemici che vengono dall'interno e vengono altri dall'esterno. Tutti insieme costituiscono il demonio meridiano di cui parla la scrittura, il demonio meridiano, cioè quello che assale nell'età di mezzo. Vi sono i demoni per i fanciulli e vi sono i demoni per gli adulti e vi sono i demoni per i vecchi: a ogni età le responsabilità, a ogni età le prove. E beato chi “cum probatus fuerit accipiet coronam vitae”: colui che fu provato e ha superato, riceverà il premio, la corona.
La preghiera. Non si avrà la perseveranza senza una vita fervorosa. E la vita fervorosa rende la vita religiosa forte, lieta, sempre più entusiasmante, man mano che il premio si vede avvicinarsi. E questo è uno dei caratteri e dei segni che la vita è stata feconda, cioè che la corrispondenza è stata piena, anche se qualche volta vi furono delle debolezze.
Ma vi sono i pericoli: dall'interno la carne, dall'esterno i diavoli, dall'esterno il mondo con tutto quello che esso presenta, il mondo, che è bugiardo come il diavolo, il diavolo che fu bugiardo – come dice la Scrittura – fin dal principio; e il mondo “totus in maligno positus est”: “è tutto guidato dal diavolo”.
Allora diciamo un mezzo per riassumere tutto: il mezzo sostanziale, necessario è questo: progredire un tantino ogni giorno. Solo il progresso salva la vocazione. Il fermarsi alla professione è un fermarsi pericolosissimo, anzi a un certo punto diverrà fatale. Non ci può esser la fermata nella vita, non ci può essere che al punto di morte il fermarsi nel lavoro spirituale. Sempre e man mano che si va avanti, più illuminati, più esperti, maggior numero di aiuti, l'impegno di essere utili anche agli altri, la generosità, la letizia dell'apostolato.
Il progresso solo assicura la perseveranza, il progresso quotidiano, “un tantino ogni giorno”. E questo indicava già una maturità nel fanciullo Vigolungo Maggiorino, una maturità che difficilmente si incontra a quell'età di quattordici anni. Per cui proprio io stavo ammirando la grazia che giorno per giorno andava crescendo in quel fanciullo. “Progredire un tantino ogni giorno”: è la sicurezza. Mai fermarsi!
Se si vuol aggiungere poi qualche cosa, sarebbe questo: – e d'altra parte appartiene anche al progredire ogni giorno un tantino: – l'amore alle vocazioni, la ricerca, il contributo alla formazione, l'interesse sentito, illuminato per l'apostolato. E chi aiuta una vocazione, chi anzi si è formato come la voce di Dio che ha invitato un chiamato, la grazia che viene a colui che si è chiamato, a colui che si è aiutato, quella grazia discende sopra chi ha lavorato per le vocazioni. È anche amor proprio aiutar le vocazioni, perché il bene che diamo agli altri viene più largamente conferito a chi si fa aiuto e maestro di vocazioni.
Ora un certo scrittore ha lasciato detto: “Gesù e Maria hanno assistito Giuseppe nella morte. Giuseppe è entrato nell'eternità, nel seno di Abramo, in attesa dell'ingresso in cielo”. E quello scrittore aggiunge: “Noi pensiamo che quando Gesù è risorto e andato al limbo, prima di tutto ha chiamato Giuseppe, il suo padre putativo, il più grande Santo”.
Tutti i giorni contemplare il gran giorno in cui entreremo in paradiso: la lotta, il lavoro quotidiano ce lo assicurano.
Adesso raccolgo tutte le vostre intenzioni. Ringrazio degli auguri che sono accompagnati dalle preghiere e tutte le intenzioni vostre metterò sopra la patena, per offrirle, per mano di san Giuseppe, al Signore. E il Signore sarà largo con tutti, con tutti, in modo particolare con i Discepoli, i quali oggi festeggiano il loro speciale protettore.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-09_peccati_massmedia.mp3
durata 27' 59''

Don Giacomo Alberione - Roma, 9-3-1962 - ai discepoli ssp casa generalizia

Sui peccati commessi con le tecniche audiovisive


Abbiamo considerato nella meditazione antecedente quanto siano gravi i peccati che vengono commessi con le tecniche della stampa, della radio, cinema, televisione, dischi, eccetera. Perché sono cattedre erette contro il magistero di Gesù, il magistero della Chiesa.
Secondo: sono peccati numerosissimi: chi può numerare con una certa esattezza le copie di giornali, riviste, libri che vengono messi in giro e le pellicole a cui viene assistito il pubblico per la trasmissione, eccetera? Innumerevoli peccati!
E poi sono peccati di conseguenze estremamente dannose e per la gioventù e per la vita, la vita morale, l'ordine sociale. Poiché l'uomo poi fa quello che ha imparato, quello che vien pubblicato. La stampa finisce col diventare non solo il quarto potere, come si diceva una volta; ma se noi guardiamo unitamente alla stampa, guardiamo il cinema, la radio, la televisione e il disco e tutto quello che viene sotto il nome di tecniche audiovisive, bisogna dire che è il primo potere questo delle tecniche, che servono a trasmettere il pensiero, trasmettere la vita, il modo di vivere. Maestri di errore, di immoralità e di scandalo continuato; che non si riferisce però solamente ai cattivi costumi, perché dalle idee dipendono le opere.
E allora ecco quello che abbiamo da offrire al Signore in riparazione. Dare un senso alla vita: la riparazione. Questa riparazione si può fare specialmente in tre modi: primo: con la preghiera; secondo: con la vita; e terzo: con l'apostolato.

Primo: con la preghiera per consolare il maestro Gesù. Se egli parla a un piccolo gruppo di persone che lo avvicinano, la massa dove sta? Vanno ad ascoltare i ciarlatani e non sentono la parola di vita, di salvezza. Povere anime, che son condotte su, condotte per la via della perdizione. Che spettacolo, allora! Ecco parrocchie di trentamila abitanti, dove a ascoltar la parola del parroco c'è un gruppetto di donne, alcuni bambini, di vecchierelle; e la massa, il mondo dove sta? Il gran mondo è nei divertimenti e ai cinemi e ai raduni sociali e, purtroppo, anche a cose peggiori. Dove sta? Il diavolo quante vittime fa! Allora riparare, consolare il maestro, il quale sarebbe ed è la Via, la Verità, la Vita in sé e lo diventerebbe Via, Verità e Vita se lo seguissero.
La riparazione. Riparazione in primo luogo è quella che diamo al Signore per mezzo della messa, dove noi offriamo il sacrificio del Figliuolo di Dio incarnato, il sacrificio di Gesù e lo offriamo al Padre celeste. La comunione che è di consolazione a Gesù maestro. Gesù, rifiutato da tanti, si rifugia in quelle anime innocenti, in voi, “saltem vos amici mei”, “almeno voi, che siete i miei amici, consolatemi!”. “Non avete potuto vegliare un'ora con me?” diceva Gesù agli apostoli. Ma chi invece sa vegliare e sa amare e sa pregare con Gesù. Ecco il nemico sta per avvicinarsi: Giuda conduce il nemico, guida il nemico. E gli apostoli se ne stavano addormentati ed erano anche dispiacenti che venissero svegliati, che venisse loro interrotto il sonno: “erant enim oculi eorum gravati”.
Gesù si rifugia nei vostri cuori. Le belle comunioni! Lì la riparazione principale: la messa, la comunione come preghiera, poi tutte le altre orazioni. Da principio dell'Istituto si è sempre detto: “Dio sia benedetto, benedetto il suo santo nome” in riparazione dei disordini della stampa e degli altri mezzi audiovisivi, che son canali del male.
Poi vi è il fervore di un'anima religiosa che ama Gesù e che intende di consolare Gesù dalle tante sconoscenze, contraddizioni, da tante lotte da parte dei nemici: “nolumus hunc regnare super nos”, gridavano dalla piazza, “non vogliamo che costui regni sopra di noi”. E allora elevare il nostro grido, ecco: “Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat”.
La preghiera di riparazione. La riparazione come preghiera è proprio in quei due atti: ascoltar la messa e far bene la comunione. Ma per noi, per sentir<la> meglio la messa e sentire meglio la comunione, [c'è] la visita: la visita dove proprio l'anima si raccoglie, entra nell'intimità di Gesù, sente i desideri di Gesù; e ci si vuole unire al suo cuore, lo si vuole consolare. La visita è proprio il tempo in cui l'anima entra nelle intimità e capisce i desideri di Gesù e capisce i bisogni delle anime: [capisce che ha] una missione. Che cos'è una famigliola, che cos'è la famiglia umana? Una famigliola di alcuni membri, che saranno magari una decina, sì; ma la famiglia umana: sentire la famiglia umana, quasi tre miliardi di uomini!

Secondo la riparazione con la vita religiosa ben vissuta. Se tu ripari con la povertà, l'amore, i disordini che vengono nel mondo per l'avarizia, per l'amore ai beni della terra, le rovine, le ingiustizie, i furti e quella sete di possedere, di guadagnare, come se proprio si dovessero gli uomini formare una casa da abitar sempre quaggiù e non pensano ai beni celesti. Che cosa pensare noi?
Tre sono le concupiscenze. E c'è proprio quello: concupiscentia oculorum, il desiderio di avere. E ci sono anche da riparare i peccati che commettono i religiosi qualche volta, perché non osservano la povertà e qualche volta possono arrivare a qualche cosa d'altro che può essere contro il comandamento “Non rubare”. Riparare tutti i disordini che vengono da questa concupiscenza e l'avarizia, secondo peccato capitale.
La castità del religioso ripara e consola Gesù per tutti i disordini che vengono dalla concupiscentia carnis, dai disordini della lussuria: e ciò che si pensa e ciò che si vede e ciò che si fa e tutto. Il vergine consola Gesù per coloro i quali si abbandonano al piacere, al divertimento, che porta con sé tante volte conseguenze peccaminose, se non lo è in se stesso quel piacere. E gli occhi e l'udito e il cuore e il tatto e la fantasia e la memoria e il pensiero e il sentimento del cuore: il religioso consola Gesù, ripara con la sua osservanza religiosa i peccati, i disgusti che vengono al Signore dai disordini della carne.
E l'obbedienza come voto, l'obbedienza religiosa osservata consola Gesù, ripara i disordini della volontà: peccato, disordini. Ogni peccato è contro la legge di Dio: i comandamenti sono la volontà di Dio esprimono la volontà di Dio e ogni peccato contiene una disobbedienza. Osservando l'obbedienza, il voto di obbedienza si ripara a Gesù. Poi la vita comune ripara a Gesù, perché la vita comune importa sempre un po' di mortificazione; e il viver la vita ordinata, regolata, è un bene grandissimo, una fonte di meriti, ma costa sempre piccoli sacrifici, una catena di piccoli sacrifici: adattarsi agli orari, eccetera. E col voto di obbedienza e coll'osservanza del voto di obbedienza si ripara. Quindi si vengono a riparare i disordini che procedono dalla concupiscentia oculorum, dalla concupiscenza della carne, dalla superbia. La superbia è proprio peccato contro la volontà di Dio; l'orgoglio, la superbia che porta a dire “Non serviam”, “Signore non ti obbedisco, faccio la mia volontà”.

Terzo: riparazione è in modo particolare l'apostolato, l'apostolato, ecco. E come? L'apostolato, in quanto noi lo facciamo, è compiere quello che vuole il Signore e cioè che insegniamo al mondo ciò che è buono in contraddizione a quel che insegnano tante pellicole e tante trasmissioni di radio, di cinema, eccetera. Che cosa fa il paolino? che cosa fa il discepolo? Vuol mettere sulla sua cattedra il maestro Gesù e vuol raccogliere attorno al Maestro tutti gli uomini, quanto più è possibile. L'apostolato fa sì che arrivi agli individui, arrivi alle famiglie, arrivi alla società una parola che è la eco del magistero di Gesù Cristo, la eco viva della parola della Chiesa, Chiesa maestra, mater et magistra.
Allora tutta la giornata vostra è riparazione. Dal momento in cui uno si sveglia fino al momento in cui uno va al riposo, e anche offrendo il riposo, tutto è in riparazione. Perché se fermi le macchine, è per prendere nuovo vigore; se chiudi un momento la libreria, la chiudi per le ore di riposo, la notte, ecco. Che cosa abbiamo? L'abbiamo per riprendere forze, per continuare, perché l'uomo non è inesauribile nelle sue forze e siamo sempre in necessità di riposo e di alimento. E questo per mantenersi nel servizio di Dio e nell'apostolato; e “nell'apostolato” per mia parte aggiungo sempre tacitamente. Onde che continui a parlare per mezzo di noi Gesù Cristo al mondo. Averla questa intenzione: che per mezzo nostro, per mezzo di quelle macchine che son sempre più perfette, parlare sempre più fortemente e più ampiamente, più altamente la parola del Maestro, la voce del Maestro.
Come vi ha scelti il Signore! Purtroppo molti discepoli non capiscono il loro altissimo ufficio, la loro altissima vocazione. E mentre che dovrebbero infervorarsi sempre di più, qualche volta vanno illanguidendosi e quasi scoraggiandosi. Oh, questo dipende dal non far bene la visita, perché la luce di Dio non penetra più. Far bene la visita! E chi invece – e sono la totalità quasi – capiscono bene.
E quanto ti stancherai? Si stancherebbe mai. Ci rincresce quasi che un giorno taccia la nostra voce potente coi mezzi tecnici, che taccia perché le forze sono esaurite. Ma noi abbiamo anche la consolazione di lasciare dopo di noi chi farà meglio e con mezzi tecnici sempre migliori consolerà il Maestro divino e farà arrivare la voce di questo Maestro agli uomini. “Io muoio, ma lascio [dopo] di me tre, almeno tre che continuino, moltiplichino il numero di quelli che consolano Gesù, di quelli che ripetono il magistero, cioè tutto l'insegnamento di Gesù Cristo al mondo”. Che consolazione allora! E qualcheduno non solo tre, ma di più, ma sei, ma nove lascia dietro di sé. Come un granello che si spegne, che ha finito il suo compito: “nisi granum frumenti cadens in terram... ispum solum manet”, lui, questo granello cade, è messo sotto terra; ma sarebbe sempre uno, ma col suo zelo, con la sua preghiera, ecco, quel granello ha già prodotto trenta, sessanta, cento granelli, vocazioni.

Ecco in riassunto i tre mezzi di conforto, consolazione, riparazione verso Gesù Dio. Gesù vi sarà riconoscente e come ci accoglierà quando ci presenteremo a lui! Riconoscente: cioè come obbligato verso di voi, verso di noi. Che bell'incontro! La morte allora non è uno spavento, è un incontro felice, come quello dei settantadue discepoli quando erano andati a preparar la via a Gesù perché fosse ben ricevuto nelle città, nelle borgate, e venivano lieti a dar<ne> conto al Maestro del lavoro fatto. Così sarà per voi nel presentarvi al Signore.
E ci son delle debolezze: povera gente che siamo! Sì, delle debolezze ne abbiamo tante; ma quando c'è il cuore retto, ma quando si ripara in primo luogo per i nostri peccati, sì, ma si ripara quello che va contro a Gesù Cristo stesso, al suo magistero, ecco questo è carità; e “charitas operit multitudinem peccatorum”, “la carità copre una moltitudine di peccati”. Si sente qualche volta: “Ma io pecco, ma io sono così imperfetto!”. Ama, ama tanto! Come si ama? Ripetendo il magistero di Gesù Cristo e guardando alle anime per cui Gesù Cristo ha dato la vita, è morto sulla croce. Questo è amore a Dio e al prossimo: è l'osservanza dei due precetti fondamentali: amore a Dio e al prossimo. E allora non temete! non scrupoli! generosità! Il Signore vede i vostri cuori. Amore al Maestro, amore alle anime, serenità!
E allora il nostro amore sarà quello che serve a ottenere il perdono e la misericordia di Dio per noi e sarà quello che servirà a che cosa? Al “centuplum accipietis, vitam aeternam possidebitis”. L'attestato della professione è il biglietto di entrata in paradiso. È vero che lo si può stracciare questo biglietto, lo si può buttar via, lo si può sciupare, malamente; ma si può anche riparare; lo si può buttar via, ma chi è fedele “centuplum accipietis, vitam aeternam possidebitis”. Il biglietto è conservato e la firma che si mette sul registro nella professione [è] la tessera, il biglietto di ingresso in paradiso. Se qualche macchia è caduta sopra quella firma, tanto è ancor leggibile; e poi il sangue di Gesù ha scancellato ciò che era nero e vi ha messo il suo sangue rosso rosso: paradiso, paradiso.
Per me è un grande gioia quando vedo che si capisce la vita del discepolo; e gran pena quando si viene a conoscere che qualcheduno non la capisce. E non la capisce nel senso che, avendo ottenuto il biglietto di ingresso in paradiso con la professione, non l'apprezza abbastanza. Aiutatevi vicendevolmente! Compagni del viaggio, si sale sopra l'alta montagna della perfezione: cordate, unirsi <a vice> insieme. Non mai che uno tiri giù gli altri, ma che tutti, tutti assieme e chi è più anziano cammina il primo, perché è più vicino alla meta. Ma non è sempre l'anziano che cammini in primo luogo, cioè sia più vicino al paradiso: può essere che uno sia giovane e sia chiamato più presto al paradiso. In ogni modo [ci sia] l'aiuto vicendevole, comunque sia; mai abbassare il livello; tutti sostenerlo; non cadere nell'inganno del diavolo anche noi; ma sostenersi nella parola di Gesù, nell'aiuto della sua grazia quotidiana, nell'aiuto delle comunioni, delle messe, delle visite specialmente.
Avanti! Si ripara dunque con la preghiera, con la vita religiosa osservata e con l'apostolato bellissimo, santissimo che state facendo.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-02-03a.mp3
durata 25' 36''

Don Giacomo Alberione - 3 febbraio 1962 - [ai sacerdoti ssp?]

Lotta contro la Chiesa - Sanare la società -
Necessità delle vocazioni: opera pontificia e unione di preghiere per le vocazioni


Chiediamo questa mattina alla nostra Madre celeste, alla Regina degli Apostoli, che interceda presso il suo Figliuolo Gesù con il suo potere, perché noi possediamo un cuore sempre più simile al cuore del suo Figlio Gesù, un grande amore alle anime: “Venite ad me omnes”. Ci avviciniamo a tre miliardi di persone nel mondo. “Venite ad me omnes” vale per tutti i tempi.
Il Santo Padre nell'indire il Concilio ecumenico, giorni fa verso Natale, ha fatto notare che i tempi presenti in riguardo alla Chiesa <non sono più tormentati, cioè> non sono stati più tormentati nei secoli passati di quanto sono al presente. Quale lotta contro Dio e contro il Cristo e contro la Chiesa, da una parte all'altra del globo! E poi continuando a mostrare anche i motivi, i motivi di fiducia che abbiamo – e il primo motivo è la misericordia di Dio – che il messaggio della salvezza e l'azione della Chiesa siano assecondati.
Oh, ora fra i mezzi che abbiamo, ricordiamo che – come nell'apostolato delle edizioni – in primo luogo sta la divulgazione diretta, chiara esplicita della Parola di Dio; e poi accanto perché bisogna sanare, bisogna sanare e la politica e il costume e l'arte e la letteratura e in sostanza la vita, la famiglia come l'individuo, le associazioni, le associazioni, che sono tante, particolarmente quelle che hanno la parte intellettuale, per esempio i maestri, gli insegnanti di università e di scuole medie e anche <le scuole> quelli delle scuole materne dove si inizia il bambino ad una vita migliore, tanto più che i bambini oggi raggiungono l'uso di ragione un po' più presto, sì, – e questo si sa – e anche il papa Pio X ha voluto ammetterli presto alla comunione, appunto perché il Signore prendesse possesso delle loro tenere anime.
Oh, adesso, fra queste iniziative – perché la congregazione deve tutto abbracciare nel suo modo, nel suo modo, cioè secondo il proprio apostolato, la propria finalità, – allora [vi sono] alcuni mezzi.
Tra i primi mezzi, le prime opere di zelo, meglio, fondamentale oggi nella Chiesa sempre è stato e Gesù l'ha mostrato: le vocazioni. Gesù <che> si è interessato in primo luogo delle vocazioni e le cercò “ut essent cum illo” e quindi imparassero e poi riflettessero, vedessero e ripetessero quello che egli faceva, come viveva e quello che insegnava e quale compito ebbe egli nell'incarnazione, la sua missione, la redenzione.
Le vocazioni. La necessità di vocazioni si fa sentire dappertutto e non fa bisogno di dimostrare quanto oggi vi sia un bisogno grande nella Chiesa. D'altra parte si nota in generale [un po'] di diminuzione per la parte maschile, va crescendo sempre più il numero delle vocazioni femminili. Ma noi intendiamo di pregare per tutte le vocazioni, tutte ci stanno a cuore, perché ognuna può portare il suo contributo di preghiera o di azione, o tutte e due, di sofferenza, di zelo per Dio e per le anime, per Gesù Cristo, per la Chiesa. Oh, tutte le vocazioni.
Vi sono due opere che si conoscono: l'Opera Pontificia per le Vocazioni Ecclesiastiche e secondo l'Opera Pontificia per le Vocazioni Religiose. Per nostra parte non facciamo questa distinzione e diciamo: per tutte le vocazioni, e non solamente maschili, ma anche femminili, non solamente quelle vocazioni che appartengono a istituti di vita strettamente comune, abito comune, eccetera, ma anche per le vocazioni che di quelle persone che aderiscono agli istituti secolari e che quindi si trovano in stato di perfezione e che sono sparse queste persone nel mondo e portano nel mondo l'esempio della vita cristiana, della vita buona, onesta e portano insieme le attività in vari campi.
Perciò si è costituita l'associazione "Preghiera e Sofferenza e Carità per tutte le Vocazioni". Perché preghiera e sofferenza e carità? Non soltanto lavorare per le vocazioni, ma in primo luogo occorre che otteniamo dal Signore, otteniamo dal Signore vocazioni scelte, numerose, ben formate; scelte, numerose, ben formate. Oh, unire le forze presso il Signore, le nostre suppliche, per queste vocazioni scelte numerose e ben formate e poi si capisce corrispondenti alle missioni rispettive, secondo [il carisma di ciascuna].
Oh, questa idea, questo pensiero sopra le due istituzioni – e cioè abbracciar tutto – tende anche a togliere quella specie di sfiducia o qualche volta specie di concorrenza fra i due cleri: il clero diocesano e il clero religioso. Occorre che si formi un clima di unione, di carità e di collaborazione perché su questo punto vi sono ancora passi da fare. Si riflette poi un po' dappertutto questo spirito un po' di... non so come definirlo in una meditazione, ma ognuno lo capisce.
Oh, allora la pia associazione “Preghiera, Sofferenze e Carità per le Vocazioni, tutte le Vocazioni” ha come fine quello di assicurare alla Chiesa un contributo permanente di preghiera, di sofferenza e carità a questo fine. A tale scopo si prefigge di realizzare una triplice specie di opere, che son sempre però di preghiera: opere di pietà e di penitenza, cioè sarebbe di sacrificio, opere di carità.
Le opere di pietà sono tante: le preghiere; è facile comprenderlo.
Oh, secondo: le opere di penitenza o mortificazione. E qui organizzare la sofferenza a vantaggio delle vocazioni. Quante anime soffrono! Come son pieni gli ospedali! Ma il dolore non è limitato e non si rifugia solamente negli ospedali: è un po' dovunque. E chi non soffre o pene esterne o pene interne? Chi le può comprendere tutte queste pene? Tutto può essere utilizzato come è utilizzata la passione di nostro Signore Gesù Cristo a vantaggio delle anime. Nell'opere di carità si intendono le opere che vanno a beneficio delle anime e per più facilmente intendersi le quattordici opere: sette spirituali e sette corporali, opere di misericordia. Fra cui vi è l'istruzione religiosa. E tutto l'apostolato redazionale tecnico e divulgativo entra anche qui: tutto può essere offerto per questo.
Oh, allora bisogna che noi cerchiamo di divulgare queste idee fra i nostri. E per questo tutti son già convinti e non fa bisogno di prolungarsi. Ma vi sono altre cose che stanno a cuore all'istituto e cioè: l'apostolato del cinema e radio e televisione.
Vi è ancor sempre un concetto – così, diciamo – che è entrato un po' in tutto il mondo e nella società e anche un poco negli istituti religiosi e nei cattolici: che [il cinema, la radio, la televisione] serva solamente così come sollievo. Ora invece bisogna che questo apostolato faccia come la stampa: la stampa la quale deve dare ciò che ha dato Gesù Cristo e poi “quidiquid bomum”, perché tutto il bene che c'è nel mondo <può essere> può aver il fermento dalla dottrina cristiana, il lievito della dottrina cristiana, tutto. E che grande missione è questa! Perché [...] ancor distinzione la vita in chiesa – sentir una messa eccetera – e poi la vita, poi, diversa. E nelle professioni e nell'azione pubblica non manifestano la fede che hanno professato recitando il credo in chiesa, che han mostrato nell'ascoltar la messa, ad esempio, e nel fare qualche opera buona e nel ricevere il battesimo e nel fare il matrimonio cristiano e nel ricevere magari forse il viatico in punto di morte. Oh, come è difficile far penetrare nelle anime lo spirito!
Allora la Unione, che deve diventar primaria, di apostolato in maniera che sia innestata sulla congregazione del Concilio <come parte di> come missione di divulgazione con questo mezzo della dottrina cristiana e di quanto è ispirato alla dottrina cristiana o rappresentato secondo che vuole san Paolo in Cristo: “Tutto quel che è buono, quel che è vero, quel che è amabile”, eccetera.
E poi terzo: già si conosce di più l'Associazione per le Morti Improvvise. L'elenco ultimo delle morti, per esempio, sulla strada: va crescendo questo elenco di numero. Nonostante tutte le legislazioni e tutte le raccomandazioni che sono state fatte; ma ognuno crede che non tocchi a lui morire; e <che> ancorché supponiamo che corra troppo, [pensa:] “Non toccherà a me!”. E allora i risultati sono quel che sono.
Oh, ma non son mica solamente queste le morti improvvise. Noi abbiamo gli ultimi quattro morti sacerdoti che non sono mica morti sulla strada, [ma] in altro modo. Questo per indicare che ci sono tante altre morti improvvise, che non sono avvenute sulla strada.
Oh, perché adesso questo? Perché bisogna che facciamo un passo avanti e cioè: nei corsi di esercizi spirituali che parliamo di questo nell'anno 1962. Cominciando adesso col primo corso di esercizi spirituali ad Ariccia, quelli che sono incaricati di queste “unioni” facciano una conferenza e invitino i presenti a iscriversi. E cioè [espongano il] registro con lo statuto in prima pagina e poi sotto [si scrivano le] adesioni. E ciascheduno può mettere la sua firma, se intende; cominciando da oggi: quest'oggi, penultimo giorno del primo corso degli esercizi ad Ariccia quest'anno: è utile che non lasciamo sfuggire l'occasione.
Oh, sono conformi queste “unioni” allo spirito paolino, spirito largo, sì. Certamente che [quelle] “unioni” che sono sempre state o almeno sono state notevolmente diffuse, predicate, seguite nei tempi passati, vanno bene; alcune sono superate, ma attualmente sono da diffondersi più queste secondo i bisogni dei tempi.
Noi abbiamo da aiutare le anime di oggi e abbiam da salvare le anime di oggi, non quelle che son già passate all'eternità e sono arrivate a destinazione, secondo che hanno operato sulla terra. Dobbiamo guardare le anime che sono ancora <sulla ter> qui e che hanno davanti due strade: o la strada della salvezza o la strada della non salvezza; la strada alle volte della malizia e la strada della bontà; e per lo più la strada dell'ignoranza; perché la ignoranza è così diffusa e se ci fosse l'istruzione cristiana profonda e larga, allora quante persone farebbero meglio! Oppure istruzione: vi è la strada dell'ignoranza e vi è la strada della luce.
Quanto poi alla parte dell'ignoranza, noi sappiamo quanti sono in buona fede; e non entriamo nei misteri, quello che non possiamo conoscere. Noi facciamo la nostra parte e con la preghiera: il Signore [provvederà:] a lui non mancano le vie, a lui non mancano le vie per salvare le anime, per salvar le anime. E noi intendiamo di pregare per tutte, anche per i bambini che muoiono senza battesimo; intendiamo di pregare per tutti. Non entriamo adesso nelle discussioni che stanno sulla carta. Seguiamo un po' il pensiero della Chiesa, anche i pensieri dei maggiori dottori della Chiesa.
E sono stato a Torino penultima volta e sono andato a trovare il solito padre Domenico, il quale è stato un benefattore insigne della Società san Paolo. Era alzato, si alzava ancora un'ora, due al giorno e davanti aveva la “Somma” di san Tommaso. “E studia ancora, padre?”. “La ‘Somma’ di san Tommaso mi fa amare il Signore”.
Diamo un'istruzione piena di vita, di vita soprannaturale! Tutte le nostre iniziative [siano] piene di vita soprannaturale! Perché il fine di tutto è che queste anime si salvino, vadano in paradiso.
Acquistare il cuore di san Paolo, quindi un cuore paolino, largo. Perché ostium magnum, una grande porta è aperta e noi possiamo entrare in questa porta, in questo spirito. E ciò che non possiamo fare con l'azione che è tanto poco, speriamo di ottenerlo un po' di più con la preghiera, con l'offerta di ciò che è preghiera, di ciò che è opera di carità e ciò che è sofferenza. E noi abbiam tutti le nostre sofferenze: chi ha delle sofferenze in un senso, chi in un altro, chi vede nell'intimo dei cuori; ma non c'è alcuna persona che sia esente dal dolore.
E d'altra parte ci salviamo e noi aumentiamo i meriti proprio col santificare il dolore, le pene, le fatiche. Dobbiamo sopportare il lavoro, l'apostolato, tutto insieme; utilizzarlo al massimo e per il massimo numero di anime e per la maggior gloria di Dio e per il bene della Chiesa. Avere un cuore largo!
Cosa diciamo allora a Gesù quando abbiamo l'ostia in mano? “Ne respicies peccata mea sed fidem ecclesiae tuae” e che sia adunata la Chiesa e che sia santamente guidata la Chiesa, tanto più in questo anno del Concilio ecumenico, che comincerà all'11, ricordando il Concilio di Efeso, la festa della maternità di Maria.
Cuore, cuore unito bene alla Chiesa! Gli interessi della Chiesa son gli interessi di ogni paolino.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-23_progredire.mp3
durata 27' 31''

Don Giacomo Alberione - Roma, Casa generalizia, 23-03-1962 - ai discepoli ssp

Progredire un tantino ogni giorno


Si è celebrato il venticinquesimo dalla professione di sei Discepoli fedeli, generosi.
Al primo di aprile dovranno essere ad Ariccia i Provinciali e i Superiori delle Regioni, cioè quelle Regioni che non sono ancora arrivate alle condizioni di Provincia.
Il tema principale è questo, il tema che si deve trattare, meditare, per cui pregare in quegli otto giorni nella casa del Divin Maestro: “I Discepoli”. [È il] tema principale.
Oh, tutto è compreso in quello che abbiam meditato assieme: “progredire un tantino ogni giorno”. “Progredire un tantino ogni giorno” che cosa significa? Cominciando dalla cosa più semplice: aumentare il numero dei Discepoli, progredire; e quindi l'impegno vostro per le vocazioni. Oh, sì, bisognerà ben che anche voi andiate in cerca delle vocazioni!
E il vostro apparire, il vostro arrivo certamente ha un'efficacia. Perché, se tu sei contento del tuo stato, ispiri negli altri fiducia, incoraggiamento, e tu sai meglio parlare del tuo stato di perfezione, di apostolato, la tua efficacia andrà crescendo man mano che si perfezionano le relazioni coi probabili aspiranti. Oh, questo impegno.
Abbiamo provato ed è risultato buono e i discepoli son stati contenti di fare gli esercizi annuali con i sacerdoti; ma altre volte avevamo fatto gli esercizi separatamente: sacerdoti separati dai discepoli. Oh, adesso sarebbe bene qualche corso [in cui] i discepoli [siano] separati dai sacerdoti.
Perché questo dobbiamo cercare: progredire un tantino ogni giorno. Ma proprio chi? e proprio solo nella virtù? Certo nella virtù, perché se uno non aumenta la pietà e non diviene più affezionato al suo apostolato, non avrebbe la grazia di perseverare, non solo, ma di santificarsi; non avrebbe la grazia. Aumentare il numero.
Per voi è più facile farsi santi. Ho visto nell’“Osservatore” che ora hanno terminato la causa per la canonizzazione di due sante persone e son tutti e due religiosi laici. Perché per voi è più facile farsi santi. Ma che cosa ci vuole? Ci vuole sempre più fede, ci sia una fede sempre più viva; e poi un amore sempre più ardente verso Gesù, così da riparargli anche le offese che <si> fanno contro di lui, maestro, i falsi maestri; i quali tanto lo disgustano e sono proprio quelli che seminano tutto il male che poi procede; dalle idee false procede il male, perché, secondo che uno pensa, poi il cuore e l'attività viene conformata e viene di conseguenza alle false ideologie.
Oh, volete fare un'adunanza e parlarvi come aiutarvi per le vocazioni e la ricerca? e chi si muove? e chi opera davvero? oppure lascia sempre dire? Perché si lascia dire e non si fa? Perché questo “lasciar dire e non si fa” porta tiepidezza tra di voi. Perché uno vien fervoroso man mano che è zelante per le vocazioni e man mano che prega sempre più intensamente e cioè con maggiore intimità con Gesù. Fatela qualche adunanza!
E perché non si diviene così capi presto in tutto? Si ferma lì a un lavoro, a un apostolato. E perché non si allarga così che si può diventare capi, in maniera di liberare, liberare – cosa vuol dir liberare? non intendiamolo in senso meno buono! – dalla tipografia i sacerdoti che devono andare all'apostolato redazionale, alle conferenze per il movimento biblico, movimento catechistico, per le scuole, e per un apostolato di ministero sempre più intenso. Perché camminiam così adagio? Eh, perché si va piano, perché non c'è fervore! Oh, voi direte: “Ma abbiamo anche del fervore!”. E io vi vorrei veder tutti fervorosi però. Perché chi non è fervoroso esercita il peso, cioè tira piuttosto in giù che non spingere in su verso Dio, verso la santità.
Tutti fervorosi! Nessuna parola che porti scoraggiamento, ma solo vedere quello che in Dio è santo, perché <in Dio> porta a vivere propriamente di Dio. E sentire che c'è lo sposo dell'anima! Il quale sposo è ben più alto e degno e sposo eterno dell'anima. Non sarà uno sposo che lasci l'anima sposa: l'anima sposa gli appartiene e sarà sua in eterno e la beatificherà. E che cosa sarebbe invece di quello che è <tutto> soltanto umano?
O voi che avete scelto la parte migliore, godervela! E si gode quando c'è questa volontà di progredire nell'apostolato, progredire nello spirito, specialmente progredire nell'unione con Gesù, sentire il Maestro dentro, il maestro Gesù che sta nel cuore. Poiché quando l'anima è in grazia – abbiam meditato domenica nel ritiro ai librai –, quando l'anima è in grazia diviene il tabernacolo di Gesù e noi diamo alloggio, ospitalità a Gesù. E allora, se lo lasciamo operare, egli illumina la mente, fortifica la volontà, orienta il cuore. Gesù allora lasciandolo operare, quando conserviamo e sentiamo questa intimità, diviene l'autista nostro spirituale, amante, intimo, onnipotente. E cioè è lui che ci fa agire, ci fa camminare, ci fa fermare, ci fa parlare, ci fa desiderare, ci fa muovere: e allora le nostre azioni son più sue che nostre. E il nostro contributo di azione è quello che poi, essendo la nostra opera anche umana, fatta con la nostra volontà col consenso a Gesù, [fa sì che] il merito si magnifica, cioè si ingrandisce enormemente. Il progresso!
E quindi, se uno lavora per le vocazioni, progredirà lui; secondo: se uno si istruisce in tutto l'apostolato. Gente che resta senza ideale, <non ve> si fa operaio. Ma come? Gesù vi ha chiamati ad essere religiosi, apostoli, mica operai! Allora si finisce col quasi invidiare l'operaio il quale al sabato prende la paga e la domenica è libera e poi si troverà al fin della vita con quel che avrà. Ma voi avrete: “Abbiam lavorato per te, Gesù, adesso veniamo alla paga”. Questo. Perché se Dio tarda a pagarci, la sua paga è sicura e sarà abbondante, scossa e sorpasserà la nostra capacità, secondo si esprime <il nostro> il vangelo di Gesù.
E come? L'impegno di un libraio! l'impegno di un propagandista! Perché ancora in ufficio di redazione abbiamo pochi? e perché devono ancora stare proprio nell'ufficio di propaganda i sacerdoti? E da una parte quelli che attendono per la rateale e dall'altra parte quelli che attendono per il lavoro, per la propaganda invece da casa nostra interna, e come librai. Ma vi è tanta differenza tra l'uno e l'altro.
Ma non si arriverà mai a esser pienamente formati. “Ah, vengono a domandarmi un libro, guardo se c'è, lo do. Non basta?”. E no che non basta! Bisogna che sia al timone, che sia tu al volante. Proporre, inventare modi di diffusione, organizzare, perché non si sono ancor fatte quelle biblioteche che si potevano fare; quando viene un sacerdote o un buon laico, non si può proporre?
Eh! il ministero in questi giorni ha deciso: “Facciamo un esperimento: incominciamo a far settemila biblioteche come esperimento in tutti i comuni” e poi [c'è] l'intenzione di allargare a tutta Italia. E noi, che abbiam questo ufficio? E l'avete veduto ben pubblicato e spiegato sui giornali l'altro ieri e il giorno ancora antecedente. D'altra parte i comunisti e i socialisti hanno fatto i loro programmi. Eh, la loro astuzia, il loro zelo degno di miglior causa! Si infiltrano e anche in quello che vien fatto dal governo si infiltrano così da far entrare più i loro libri che non i libri che sono ispirati ai principi cattolici. Eh, delle tipografie e delle editrici ne hanno parecchie sotto diversi nomi e ne hanno parecchie, ne hanno molte, e di quelle importantissime.
Oh, e allora come si battaglia noi? che spirito abbiamo noi interiormente? progrediamo? ci proporzioniamo ai tempi? Se oggi c'è il lavoro di biblioteche, da tre quattro anni che c'è questo movimento e si va sempre più intensificando, stiamo fermi? come si fa a opporre stampa a stampa se stiamo fermi? Ma se progredirete anche di numero e di zelo, queste attività non solo si comprendono, ma troverete anche il personale, avrete anche il personale per progredire, cioè per aumentare, allargare l'apostolato stesso.
Oh, la congiura del progresso dovete fare tra di voi! Ma tra di voi consultarvi: “Come facciamo?”. E a un certo punto dovete anche insegnare poi voi [facendo] la scuola di apostolato e anche quello che riguarda la stessa morale, la stessa teologia che è più semplice, e quanto è utile, necessario e sufficiente per voi: la teologia del laico, oppure la teologia del religioso; c'è anche la teologia della suora, ma è vero che in certi punti tocca problemi femminili, ma in generale tocca i problemi di tutti, in generale.
Oh, questo movimento, questo! Perché? Perché ci sia la santificazione, ci sia nello stesso tempo il progresso deciso.
Perché rimaniamo fermi lì e non moviamo e non si riesce a smuovere la parte del cinematografo? Anche in questi giorni sentivo: “Ma non progrediamo, non progrediamo né di persone né di iniziative!”. È vero che son progrediti certi punti. Per esempio ieri mattina, finito di ricevere tutti i resoconti, ho veduto confrontare il progresso del ’58, ’59, ’60 e ’61 per la diffusione, per il lavoro nelle agenzie di distribuzione. Sì, si è progredito in parte; ma ad esempio la produzione, eh, siamo ancora fermi, ancora fermi, rispetto a quanto abbiam fatto “Abuna Messias”.
E in questi giorni sono andato anche a dare il via per sei cortometraggi di storia sacra. Ma là fuori che un sacerdote, cioè don Cordero, [non c'è] quasi nessuno di noi: altri. È vero che si mette sempre al corrente ogni sabato tutta la casa per quel che si è fatto, perché si abbiano i suggerimenti. Ma se non vi è già lo spirito lì e lo zelo, se non riesce a capire che non solo è un apostolato comune, ma un apostolato importantissimo, necessario!
In certe forme è più necessario che quel della stampa oggi. Basta leggere i resoconti che son stati pubblicati dalla rivista diocesana del vicariato. Che cosa avviene? che cosa avviene? I film che hanno fatto maggior cassetta, cioè hanno guadagnato di più, son tutti film vietati, vietati.
Oh, occorre proprio un impegno di progresso! Se no si lascian passar le giornate così, con una certa indifferenza: arrivan le otto e si va all'apostolato e non si capisce neppur e non si ha neppure il gusto di farlo con entusiasmo apostolico. Allora [c'è] tiepidezza. Uno [è] fermo sulle sue posizioni? No, va indietro! Perché dopo, se non spendi generosamente queste forze a 26 anni, a 30, a 35, le forze che non si spendono per Gesù e per le anime vanno a forzare il senso: queste forze vanno a rinforzare delle forze che sempre ci accompagnano, perché la carne ci accompagna fin che viviamo. Non vive mica solamente l'anima: noi viviamo sempre con la nostra carne, la quale ha un'altra legge, cioè altre tendenze contrarie allo spirito. Si tratta o di vincere o morire. Anche se uno stesse lì con l'abito, ma si potrebbe attaccare a un attaccapanni, un abito, e benedirlo.
E i meriti? E la tua vita cosa rende? E senti sempre più di essere nell'intimità con Dio e quindi godere in questo: di essere intimi con lui? Godere la sua compagnia, la compagnia di Gesù, e godere che si porta qualche cosa per quelle anime e godere perché il premio si avvicina!
”E come: ho rinunziato al mondo, ecco, tutto: famiglia, pensieri e guadagni e tutto quel che importano i voti, cioè, di rinuncia e di conquista. Allora la mia vita rende – dice il discepolo, – rende giorno per giorno. Io non faccio i conti e non mando le fatture, io, discepolo, per il lavoro fatto”. Ma c'è chi li fa i conti: è Dio e il tuo angelo custode. Vi è un occhio che tutto vede: l'occhio di Dio. E vi è un orecchio che tutto sente: l'udito di Dio. E vi è una mano che tutto scrive, scrive i tuoi meriti, registra i tuoi sospiri, i tuoi desideri, la tua attività.
Ma perché si mette la intelligenza a irrugginire e non a progredire, inventare, sapere le altre parti di apostolato e poi, oltre parte tecnica, la parte di divulgazione? Si mettono i talenti sottoterra? Ne avete tanti! chi un pochettino di più, chi un po' di meno, chi più inclinato in una cosa, chi più inclinato in un'altra. Ma quando c'è questa volontà, interviene il Signore e aumenta l'intelligenza, fa capire le cose e contribuisce ad aumentare lo spirito interiore. E allora? E allora come è lieta la vita e allora come si arricchisce l'anima di meriti!
Oh, tra di voi [ci siano] dei santi! veri santi autentici, eh? Due cose che si riassumono in una: “progredire ogni giorno un tantino”.
Vedo, dalle lettere che ricevo, che questa frase ormai diviene la frase che più si ripete nelle nostre case anche lontane: “progredire un tantino”.
“Ma io progredisco?” ognuno ha da pensare. “Sono più intimo con Gesù? Sento che lui è in me e che egli mi ispira i pensieri e mi ispira i desideri e mi fortifica nella volontà, mi rende generoso, mi fa capire l'apostolato, eccetera: lo sento questo Gesù?”.
Certamente che nella casa di Roma si è notato un certo progresso appunto per la presenza di don Lamera, il quale tanto si prodiga per tutti, ma specialmente un cuore tanto aperto per i Discepoli. Ma vi è il cuore di Gesù che è aperto per voi.
Andiamo avanti e cioè progrediamo? Vi fate santi? Vi fate apostoli sempre più in moto, inventivi? Sì.
Quest'anno poi l'impegno dei Provinciali e dei Superiori regionali e poi dei Superiori locali [sarà] questo: il progresso dei Discepoli: progresso di numero, progresso di opere, progresso di santità, progresso di apostolato.
Come sarete felici! Ma unirvi, sentirvi! Uno non vuol che sia maestro l'altro, vuole un sacerdote. Un po' maestri dovete farvi voi. E chi ha già fatto la prima elementare e passa in seconda, ebben potrebbe già insegnare al ragazzo a scrivere l'alfabeto, perché l'ha già imparato E uno che ha qualche anno di più, può insegnare all'altro. “Eh, insegnare all'altro che cosa? Eh, ma quello vuole atteggiarsi a maestro: eh! guardi se stesso!”. Abbiam tutti i difetti, ma tutti siamo nell'impegno di correggerli; e tuttavia, mentre che diciamo agli altri, ci impegnano di più a correggere i nostri e a progredire un po' meglio, con maggior costanza, con più fede, più umiltà.
Propositi.
Si è arrivati anche a questo punto: che uno impara a fare un certo apostolato, lo fa bene, discretamente almeno, e ha invidia che un altro impari di più, perché incomincia e quasi non lo lascia imparare; invece di essere proprio impegnato a insegnargli e far presto perché lui deve, perché tu devi passar ad altro dopo, più alto, sempre progredire. E quindi l'impegno a formarli, l'impegno.
Ho passato il tempo, ma ho detto la messa specialmente in riguardo ai Discepoli e ho pregato anche per i genitori che son defunti di tutti i Discepoli.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-03-30_borello.mp3
durata 25' 30''

Don Giacomo Alberione - Roma, casa generalizia, 30-03-1962 - ai discepoli ssp

Riesumazione della salma di fratel Borello. Simboli del Discepolo


I Discepoli di Casa Madre mi hanno consegnato questo quadro, piccolo in sé ma molto significativo, perché lo portassi ai Discepoli di casa di Roma. Contiene il crocifisso che fu trovato ancora all'esumazione dei resti di fratel Andrea Borello, conservato abbastanza bene. La cinghia e la corona l'han tenuta loro.
Nato a Mango l'8/3/1916, poi l'esumazione, cioè la morte e quindi l'esumazione a Sanfré: la morte il 4/9/1948.
E hanno scritto in fondo: «Con l'esumazione della salma dei fratel Borello è stata ritrovata intatta la cinghia con la corona e questo crocifisso che tanto amava portare con delicata fedeltà. Detta esumazione è avvenuta il 4 novembre 1959, presenti un gruppo di Discepoli di Casa Madre e di Torino, il superiore di Sanfré ed il medico condotto del comune».
Questo quadro allora ritenetelo nel luogo più adatto voi, perché serva costantemente di ricordo, ma non un ricordo <come uno si ri> come uno può aver ricevuto in dono l'orologio, la penna; è un ricordo vivo e parlante, ricordo della virtù di questo caro fratello, ricordo della sua pietà, di questo caro fratello, ricordo come egli ha offerto la sua vita, l'ha consumata fino all'esagerazione in certo senso, in quanto che forse avrebbe potuto curarsi più presto. Ma il Signore ha sempre i suoi disegni sopra ognuno di noi. La sua vita offerta per la congregazione, in particolare per i Discepoli.

Oh, i ricordi: ritrovata intatta la cinghia. La cinghia è bene – ed è necessario – che quando si compone la salma nella cassa, la cinghia ci sia. E indica, la cinghia, che cosa? Indica che si è consacrato al Signore il corpo col voto di castità. E la fedeltà a portarla indica anche l'amore alla virtù, la delicatezza su questo punto.
Un corpo consacrato a Dio è un corpo più sacro che il calice; perché il calice è di metallo ed è sacro in quanto che è messo in uso per la messa. Il calice è sacro rispettabile perché dentro viene a posarsi il sangue di Gesù Cristo. Un corpo è santificato, sì, quando lo si è consacrato a Dio con il voto di castità. E Gesù entra volentieri in questo corpo: la comunione, quando ecco Gesù con l'anima del discepolo si incontrano. L'ostia posata sulla lingua, l'ostia che viene a posarsi accanto al cuore, serve a purificare il cuore e rendere il cuore forte e sempre più di Dio, cuore innamorato di Dio e di Dio solo.
E allora la cinghia messa sopra la salma non è un significato vuoto, come un ornamento, come uno potrebbe portare una cosa come ornamento; ma è un oggetto sacro, che ha altissimo significato, cioè la fedeltà al voto.
Non sembra privo di mistero questo: come era ridotto la salma, quali resti ancora vi erano e mancavano perché già consumati, ma la cinghia sì. Questo può essere un indizio di provvidenza, un indizio di sapienza e di amore di Dio, che ha voluto che fosse conservato intatto e così indicare a tutti quanto sia gradita l'offerta del corpo, la consacrazione del corpo; questo corpo che ha servito ad amare il Signore, questo corpo che ha servito a compiere le opere, il lavoro, la preghiera, sì. Tutte le forze, cioè, del corpo offerte al Signore; solo sempre in tutto il corpo soggetto all'anima; il corpo tenuto come sacro e guai a chi lo tocca e cioè a chi lo volesse profanare oppure a chi è tentato di profanarlo. Il calice non possiamo romperlo, disprezzarlo: è consacrato a Dio.

E la corona. La corona con cui si mantiene sacro il corpo, e lo si mantiene santo; perché vi sono tutte le tentazioni: è naturale. Se il Signore non ci desse delle prove, per che cosa ti guadagni il paradiso, con che cosa? Il paradiso è il nostro premio; ma il Signore ci assoggetta a tre prove sulla terra. Poi, se noi superiamo le prove, [ci darà] il paradiso eterno. Come uno che deve fare un lavoro di prova o un esame, che si chiama prova: se supera avrà il premio.
Il triplice esperimento, cioè la triplice prova è la fede, ed è la speranza ed è la carità. Fede e speranza son preparazione alla carità, sì. Ma la prova che più da vicino ci tocca e che per un'anima che ha la vocazione conta, è la prova della carne, la vittoria sulla carne e cioè sull'ozio, pigrizia, e sulla golosità e sopra la lussuria, ecco. Ma particolarmente si dice prova della carne per indicare lussuria.
Perché la consacrazione a Dio sta proprio qui. Non che evitiamo le tentazioni dopo, non che le sentiamo. San Paolo dice che le ha provate queste tentazioni fino allora che era già vecchio vecchio, almeno se non vecchissimo di anni, vecchio e stanco per il grande lavoro compiuto. Qui c'è la prova che si sente di più. Ma si vince anche la prova riguardo alla castità, <per superare> e [si riesce] a superare il vizio della lussuria e le tentazioni che dopo continuano. Tuttavia vince più facilmente chi adopera i due mezzi: vincere la pigrizia e vincere la golosità. E allora anche l'altra parte – diciamo – della tentazione carnale è più facile a vincere.
Però e l'una e l'altra e la terza tentazione della carne si avrà forza a superarle se c'è la corona. Maria è madre purissima. Chi va dalla Madonna, supererà la prova; ma con la devozione – s'intende – vera alla Madonna; non che sia solamente delle parole e dei rosari detti comunque, tanto per accontentarci che abbiam detto il rosario intero, ma quando si sente che cosa significa ogni mistero, quando si dicon di cuore le parole: “Prega per me, prega per noi adesso, adesso che sono qui sano, e in punto di morte”. Perché se superiamo adesso le difficoltà, in punto di morte l'assistenza di Maria sarà molto molto consolante per noi, un'assistenza materna e sarà più facile trionfare e ci sarà una grande gioia. Il corpo allora sarà sfinito di forze, assalito dal male; supponendo che avvenga la morte <nel> così, un po' normale, perché quando ci sono incidenti allora la cosa è diversa.
Ma allora l'anima è felice di aver tenuto in freno il corpo, le sue tendenze, le sue esigenze, sì. E come? Con i sacramenti, i sacramenti ben ricevuti; e – ciò che assicura un grande aiuto, un aiuto certissimo, infallibile – la corona, la corona, la corona, recitata soprattutto bene. E poi, per quanto si può, adoperarla più volte, anche nella giornata.
E allora se dalla cinghia pende la corona, ecco, non è di nuovo un simbolo vano, un ornamento, no: è il significato e la prova e l'attestazione che la si è adoperata tanto tanto. E quando poi la corona è già un po' consumata, consumata con le forze del corpo: sono un'attestazione davanti agli uomini, ma specialmente davanti a Dio, e sono garanzia che si è vinto la tentazione. Ma si è superato non solamente evitando il male, ma ordinato le forze del corpo al servizio di Dio, al servizio dell'apostolato; tutto consumato per Dio, olocausto continuato di ogni giorno a Dio. E quindi allora si offre ancora quel tanto di vita, quel poco di vita, e la morte stessa, ultimo sacrificio. Di lì in là [ci sarà] il premio eterno, sì. La corona.

E il crocifisso. E chi sono quelli che amano il Signore? “Coloro che han crocifisso la carne” dice san Paolo, e cioè che tengono a freno la carne. Fatto il voto, non cessano le tentazioni, anzi il diavolo tenta sempre contro i propositi. Se non avessi fatto il voto, forse avresti meno tentazioni, è chiaro. Perché noi dobbiamo dar la prova al Signore che lo amiamo con tutto il cuore allora, sì. E il demonio punta sempre le sue armi contro il proposito: basta fare un proposito negli esercizi perché dopo il Signore permette le prove, perché noi gli dimostriamo che la nostra volontà è ferma. E quanto ai voti: sono i propositi più solenni della vita, i propositi che hanno un carattere speciale, tanto che il peccare contro di essi aggiunge al peccato contro la virtù anche il peccato contro la religione, perché è contrario ai voti emessi.
Perciò crocifiggere la carne, cioè e la fantasia e la memoria e i sentimenti interni, le tendenze, simpatie, antipatie e gli occhi e l'udito e il tatto e la lingua: tutto il corpo, sì, crocifisso. “Appartengono a Dio”, dice san Paolo, “coloro che han crocifisso la loro carne”.

Ecco dunque questo ricordo del fratel Andrea Borello, serva a eccitare in noi la memoria di lui, e serva anche a farci di nuovo rileggere la sua biografia, che è stata scritta da un discepolo, che ha raccolto le memorie che gli fu possibile raccogliere, radunare.
Oh, allora che cosa si deve fare? Imitare in primo luogo, imitare. Quando c'è uno che dà a Dio tutto quello che ha, tutto quel che ha, – il Signore non ci chiede quello che non ci ha dato, ma ci chiede che gli facciamo omaggio di quello che ci ha dato, – non facciamo altro che restituire a Dio quel che Dio ci ha dato e non facciamo altro che adoperare quel che Dio ci ha dato al suo servizio e in suo amore. Allora “de tuis donis ac datis”, “noi ti offriamo e glorifichiamo con i doni che tu ci hai dato”. Allora l'offerta di noi stessi e il rinnegamento di quello che fosse contrario al voto o nei sensi interni o nei sensi esterni, sì: tenere a freno. Perciò in primo luogo imitare: imitare quella obbedienza continuata, quella diligenza nelle cose che faceva, sì, quel rispetto e quella bontà verso tutti. Chi poteva rilevare o ricordare qualche cosa in cui egli avesse mancato rispetto alla carità, rispetto alla socievolezza, nella convivenza quotidiana, convivenza quotidiana? Quindi in primo luogo imitare.
In secondo luogo: credo che si faccia bene a invocarlo – si capisce – privatamente, in quanto è permesso; non possiamo mica dare un culto pubblico finché non è dichiarata nella Chiesa la sua santità. Ma invocarlo privatamente e particolarmente nei momenti difficili: questo lo si può fare. Se egli dal cielo ama qualcheduno, particolarmente ama certamente i Discepoli. Affinché tutti ci santifichiamo, ci santifichiamo, oh, quindi si fa bene a invocarlo.
Ma, in terzo luogo, è molto utile che si faccia qualche cosa per lui. [In] primo luogo: si diffonda la vita; si veda che la vita arrivi in tutte le case e che tutti i Discepoli ne abbiano copia e non solo i Discepoli, ma tutti: che possano leggerla e meditarla e ricavarne il frutto.
Poi oltre a diffondere la vita, questo: parlarne e pregare il Signore che, se sia la sua volontà, voglia esaltarlo anche sulla terra, così che abbiate uno di voi da imitare e che ognuno così capisca in che cosa sta la santità vera. Non è una distinzione. Quando quella donna di cui parla il vangelo, sentita la predica di Gesù, tutta piena di entusiasmo gridò: “Beata colei che ti fu madre!”, cosa rispose Gesù? “Piuttosto beato colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica”. Non è la dignità in se stessa, – la dignità è un ornamento che dà il Signore, una dignità; – ma quello che importa è proprio l'ascoltar la parola di Dio e praticarla: è quello che arricchisce veramente l'anima ed è quello che decide della santità e della gloria eterna in paradiso: è lì! Non guardar le cose esterne! Può fare più merito colui che si confessa che il confessore stesso, dipende dall'amore interno che si ha per Dio, come si fan le cose per Dio e per arricchire la nostra anima di meriti e per l'amore che vi è veramente in noi verso Dio. È quello che fa ricchi, mica altro! Oh, è più facile far bene la comunione da uno che sta ascoltar la messa, che non il celebrante stesso che dice la messa, perché deve preoccuparsi lui delle cerimonie esterne anche, delle parole che la liturgia propone e che si devono recitare.
Suggerisco in ultimo luogo che facciate stampare immagini e che poi le orniate con una piccola reliquia e poi le diffondiate: tocca a voi questo lavoro. E se si è voluto esumare i resti dal cimitero di Sanfrè portarli al cimitero di Alba, è proprio in vista che un giorno facessimo questo nostro lavoro, e cioè farlo conoscere, imitarlo e per quanto appartiene a noi promuovere la sua glorificazione. Dio poi compirà la sua volontà. Egli ha disegni altissimi che noi non conosciamo; ma per quanto dipende da noi, vediamo così. E quindi la preghiera per la sua esaltazione, se piace al Signore.
Oh, allora il quadro lo portate nel luogo dove è più facile fermarvi; e così un nuovo sentimento di amore e di ammirazione per questo vostro e nostro carissimo fratello che crediamo sia già al premio eterno. Il quadro è piccolo, ma il significato di esso è grande. Tenerlo prezioso!
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-03_discepolo.mp3
durata 25' 07''

Don Giacomo Alberione - Roma ? 03-04-1962 - ai Discepoli
(registrazione disturbata)

Il Discepolo


L’argomento di questa sera: i Discepoli.
Recitando la coroncina abbiamo rilevato sempre un po’ meglio la posizione di san Giuseppe in riguardo a Gesù e come egli preparò, servì a preparare all’umanità il Sacerdote, il Maestro, l’Ostia divina. Ecco, egli è il santo della docilità, della silenziosità, di cui si serve il Signore, per i suoi fini altissimi. Ecco che egli serve a coprire la verginità di Maria; serve, nelle mani di Dio, a che si adempia la profezia: “Il bambino deve nascere <a Naza.., a Be…> a Betlemme”. E quindi egli parte a questo adempimento, perché da Nazaret si portano a Betlemme, a dare il nome, secondo il censimento. A Betlemme non trovano posto: “non erat eis locum [locus] in diversorio”; ed ecco Giuseppe provvede, trova una grotta e lì nasce il divino Salvatore. E tuttavia, appena nato, vi è subito chi lo cerca a morte e, nelle mani di Dio, Giuseppe serve per mettere in salvo la vita del bambino. Di notte partono, si recano in Egitto e rimangono fino a che di nuovo Giuseppe viene avvertito di tornare <in E…> in Palestina, in terra d’Israele, perché è morto colui che insidiava alla vita del bambino. E, quando di nuovo è in dubbio dove mettersi, dove stabilire la dimora, per la Sacra Famiglia, di nuovo, Iddio fa avvertire Giuseppe. E Giuseppe prende dimora in Nazaret, paesello molto appartato, piccolo. “A Nazaret può venire qualcosa di buono?”, dicevano. E assistette il bambino, lavorando e procurando il necessario a Maria ed al bambino.
E poi fu lui che accompagnò a Gerusalemme il bambino, ormai diventato fanciullo, con Maria. E, dopo lo smarrimento, ecco, a cercarlo. E sta alquanto indietro, quando vien trovato, ed è Maria che si fa avanti. Ci sono 18-20 versetti nella Scrittura in cui si parla di Giuseppe; si parla di Giuseppe, ma non dice mai una parola pronunziata da Giuseppe: il santo della silenziosità. Si parla di lui, ma lui è il docile strumento nelle mani di Dio.
Ecco, questa sarebbe la vita del Discepolo. Ho fatto il mese di san Giuseppe quest’anno particolarmente con questa intenzione: di riesaminare bene, tutti assieme, quello che riguarda il Discepolo, la condizione stessa del Discepolo. Il Discepolo è concepito come Giuseppe d’accanto al sacerdote, sì, e deve avere uno spirito suo, pure innestato nella Famiglia Paolina. Lo spirito che deve avere il Discepolo e che si è dato da principio e che poi gradatamente si è un poco affievolito e quasi dimenticato, è la riparazione – come spirito – dei peccati che si commettono con le tecniche audiovisive e con la stampa e con tutti gli altri mezzi che hanno pressappoco la stessa natura e possono servire a comunicare il pensiero a comunicare il vangelo: riparare i peccati.
Secondo: vivere in una silenziosità maggiore, <quasi in una> quasi un po’ appartati; non preoccupandosi troppo di quello che succede nella casa; vivere nel raccoglimento, attendere alle loro cose, in semplicità, pure in docilità, e sempre pronti a quello che dispone il Signore, e che il Signore dispone anche a mezzo di chi guida la singola casa, la rispettiva casa. Sì, son concepiti così che: vi sono stati lungo i secoli istituzioni, in cui <i frat> gli uomini – e molti – si allontanavano e si rifugiavano nei conventi, nelle trappe, ecc.; però, nel silenzio, riparavano i peccati del tempo in cui sono vissuti, e pregavano per la Chiesa, per il sacerdozio, e vivevano, quindi, in un lavoro spirituale intenso, di pietà e di santificazione.
E poi, quanto alla loro occupazione, ecco quello che adesso è diverso, da quel che era la loro occupazione, e che magari perdura ancora per parecchi istituti: invece <di fare> di lavorare i campi, – perché i trappisti han regola che devono ricavare il sostentamento dalla terra: quella è una delle regole fondamentali; – invece di lavorare i campi, di fare il cioccolato, di fare i liquori o anche medicinali, eccetera, devono fare adesso quello che c’è bisogno adesso; e quindi elevarsi di più, partecipando all’apostolato che compie il sacerdote scrittore.
Quindi, lo spirito dev’essere quello di una vita di riparazione, di pietà, di raccoglimento. E quanto poi alla loro attività è consacrata all’apostolato; anziché essere consacrata al lavoro dei campi o fare il cioccolato e altre cose; sì. Perciò, ecco, il Discepolo deve avere proprio questo spirito particolare. Così che coloro che affluiscono alle trappe e affluiscono ai vari conventi di vita contemplativa, ecco, possono affluire qui; e quindi scegliere la vita paolina, ma <in quella> in quella forma di pietà, di raccoglimento, di attività. E questo raccoglimento vuol dire non preoccuparsi delle altre cose, dell’andamento della casa, eccetera; loro devono occuparsi e della parte tecnica e della parte divulgativa e eseguire.
Quindi, la pretesa... questo adesso non era il caso di ricordarlo, voglio dire la partecipazione un po’ avanzata al governo.
Oh, allora, ecco, la devozione che dovrebbero avere è la devozione che avevano da principio e che, se si legge la vita del fratel Borello, si ricorda subito. Perché in quella cappella avevano proprio messo la devozione del Crocifisso, con le reliquie; e lui, se qualche volta non lo trovavano, si sapeva che si rifugiava là per pregare in silenzio e attendere; e sempre docile, come san Giuseppe.
Quindi la divozione al Crocifisso. La meditazione abbondante su questo. I peccati delle tecniche audiovisive, la stampa e simili, sono numerosissimi: farglielo sentire bene e descrivere come si commettono: tu vai a riposare, ma nella notte ci sono sei, sette milioni di copie in questa tipografia, in quell’altra, di giornali che escono. E cosa pubblicano? cosa presentano al mondo? E non solamente i quotidiani, ma le riviste, i giornali di moda, i giornali di avven[ture], tutto quello che insomma viene ad essere come una cattedra contro Gesù Cristo, ogni editrice allora, questo genere di editrice, ecco.
E allora l’impegno a riparare a Gesù e, guardandolo, è proprio cattedra contro cattedra, cattedra contro cattedra di Gesù Cristo e della Chiesa, cattedra di Pietro. E se Gesù Cristo ci ha dato la dottrina, ci ha dato la morale, ci ha dato i mezzi di santificazione e di grazia, che cosa viene invece insegnato al mondo? Quindi l’oltraggio a Gesù Cristo, la rovina della anime, il disordine nella società, con tutte le conseguenze, che cominciano a sentire i fanciulletti e poi avanti tutti gli altri in tante forme. Quanti giornali escono nella notte? Quante riviste, quanti giornali che fanno figure eccetera? Quante proiezioni di pellicole e quanti spettatori? Nell'<ultima> ultimo numero della rivista diocesana di Roma vi era l’elenco delle pellicole che hanno incassato di più, nel ’61, e son tutte quelle che sono vietate, che hanno incassato di più; o forse ce n’è una sola, la quale è riservata per adulti. Oh, poi, dunque, la rovina delle anime è la rovina della società. E quante anime strappano alla Chiesa, quanta gioventù! Ecco.
Se il giovane sente bene questo, capisce, allora, in sé medesimo, prova o meglio sente una missione, di avere una via anche lui, che sta d’accanto a quella del sacerdote e che allora opera col sacerdote e sta d’accanto alla missione del sacerdote; quindi si trova contento. Don Testi, un mese fa, mi faceva notare, proprio nel mese di san Giuseppe: “Io ho provato, adesso, come lei mi dice: li ho veduti partire in quarta! La loro pietà si è risvegliata tutta; sono più lieti tutti”. E questo è un fatto che anche constatiamo; li vedete quelli molto più raccolti, più semplici; non si occupano tanto; passano svelti; fanno le loro ricreazioni liete, senza occuparsi, preoccuparsi di quel che non li riguarda; e non si sentono inferiori, si sentono tranquilli, contenti della loro vocazione. Sì.
Oh, la riparazione poi come deve avvenire? La riparazione deve avvenire in tre maniere: preghiera e poi vita e poi apostolato. Preghiera: abbondano poi nella preghiera, e ci stan volentieri in chiesa, perché sanno che fanno una missione. E quelle adorazioni son più sentite, sì. E qui per riparazione vi è la via crucis, che devono fare più frequentemente; vi è la comunione riparatrice, non solamente al primo venerdì, ma al mattino quando vanno a messa: “Questa notte quanti peccati sono stati [commessi]? Quali dispiaceri han dato a Gesù? Adesso proprio mentre che io vado in chiesa, sta diffondendosi tutta quella carta, un fiume di carta che si che si divide in tanti rigagnoli ed arriva in ogni ambiente” E sentono che vanno a fare qualche cosa, e lo sentono perché proprio hanno la grazia allora del loro stato, della loro condizione. La riparazione, che può poi essere offerta in tante altre forme, ma specialmente: comunione, messe e via crucis, e le altre forme affini, altre preghiere affini. Poi possono anche formarsene ognuno per sé delle individuali, secondo la vita.
Tre sono le concupiscenze dell’uomo e cioè vi è: concupiscentia carnis, concupiscentia oculorum, superbia vitae.
Ecco, concupiscentia carnis: loro sentono la verginità, ed è il loro modo di riparare; tutto quel che dipende e consegue alla concupiscentia carnis.
Vi è la concupiscentia oculorum, l’avarizia: sentono di offrire al Signore la loro povertà e lo fan volentieri allora.
Vi è la superbia vitae: contenti di far l’obbedienza, di star sottomessi [...] al sacerdote. Si capisce che il sacerdote [...], anzi, appunto perché sono buoni, si deve far ancor con più rispetto con loro, nel trattare, nel disporre, nell’esigere, nel dare certi incarichi, in sostanza.
La vita diviene riparazione: la castità alla disonestà, concupiscentia carnis; la povertà alla concupiscenza dell’avarizia, il [...], tutti gli inganni dei contratti e tutti quegli attaccamenti, quella sete di oro, per cui non c’è più nessuna coscienza in certi ambienti, non ci si può più fidare di niente, quando si dà una parola, eccetera. Riparazione <contro… riparazione> per questi peccati che seguono la concupiscentia oculorum.
E poi quello stato di umiltà. San Giuseppe: poche parole: <ne ha de> lì non ne ha registrate nessuna, nel Vangelo. Fare, serenamente, lietamente quel che piace al Signore, ecco. E sono contenti. E quindi la loro umiltà.
Oh, se noi presentiamo veramente la vita del Discepolo come va presentata, avremo un complesso di anime, le quali cercheranno questa vita. Se ben presentata questa vita in forme ed attività aggiornate, forma ed attività aggiornate, sarà cercata da molte anime assetate di Dio o anime penitenti o formate da buoni maestri di vita spirituale o aspiranti, che cercano in sostanza il totale compimento dei due comandamenti dell’amore. Una solitudine <di specia> di particolare genere, ecco.
Oh, e si troveranno non solo dei piccoli, ma degli adulti, se abbiamo l’occhio – diciamo – capace di distinguere. Eh, vi sono ben istituti secolari numerosi, quanto numerosi, se pensiamo per esempio all’Opus Dei, in Spagna! Ma questi avrebbero una vocazione simile, ma più raccolta, più tranquilla, più unita con Dio.
Oh, questo dobbiamo d'ora avanti tenerlo presente e avviarli così. Quanto poi a ciò che vi dovremmo dire, vedo che don Testi e don Lamera hanno un ascendente lì sopra che li forma, che sono, diciamo, capaci di infondere questo spirito, e in condizione di infondere questo spirito, dato l’ascendente cha hanno acquistato in quattro o cinque anni, eccetera.
Ora però, quanto alla pratica, ve lo ricordo solo: più discepoli! e piuttosto tanti che, sì, aspirino al sacerdozio, ma non sempre con la intenzione rettissima, forse alcuni dovrebbero passare invece ai discepoli [...]. La ricerca! perché dovremmo arrivare ai due terzi.
L’aspirantato tenuto in maniera un po’ diversa; e non proprio tanto accanto così da poter condividere la stessa posizione che hanno gli studenti. Ma ognuno ha la sua vita, e ognuno deve prepararsi alla sua vita. Il noviziato fatto in due anni servirà molto per infondere loro dello spirito. E poi vi sarà una vita più silenziosa e più tranquilla. E non si sentiranno certe cose che alle volte si sentono. Eh! vorrebbero vivere in una posizione diversa, o il giudicare quello a chi spetta e che è proprio del sacerdote, eccetera. Si potrà poi magari adesso in qualche incontro, nelle adunanze, discendere a qualche particolare.
Adesso il tempo è passato.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-07_preghiera.mp3
Durata 29'57''

Don Giacomo Alberione - Roma, 07-04-1962, alla Ssp

La confessione, la preghiera, le pratiche di pietà


...in cui conviene anticipare di qualche giorno perché forse il giorno fissato per le confessioni sarà impedito oppure anche qualche volta può avvenire che si ritardi di qualche giorno, un giorno o due, ma nel complesso che nel corso dell'anno vi siano 52 confessioni.
Un propagandista diceva: “Io ho finito col fare solamente 33 confessioni nel corso dell'anno, essendo così spesso in giro”. Troppo poco! Come fa a tenersi poi lontano dal male? La confessione ha un volto verso il passato, perché ci serve a ottenere il perdono; ma ha anche il suo volto verso il futuro, per non ricadere, anzi emendarsi e migliorare, sì.
Vedere, secondo il numero dei membri, ci siano sufficienti confessori, dice l'articolo 143. Occorre vedere, sì, che non soltanto ci sia il numero sufficiente dei membri: scegliamo sempre per i nostri il meglio dei sacerdoti, quelli cioè che sono da una parte più istruiti e specialmente poi dall'altra parte che siano veramente modello di vita buona, di vita religiosa.
Oh, si sa che nelle case dove il numero dei sacerdoti è scarso, non sempre i giovani o i chierici trovano quella libertà: quello fa scuola, l'altro è a capo dell'apostolato e con questo vi sono frequenti incontri. E allora? Vediamo di far evitare, per quanto sta da noi, evitare il sacrilegio, sì.
Oh, allora vigilare per questo, sì. E tuttavia è sempre utile che i nostri sacerdoti confessino i nostri aspiranti, per quanto è possibile e secondo le circostanze di tempo e di luogo.
«I sacerdoti vivano in modo da poter celebrare degnamente ogni giorno il santo sacrificio della messa. Tra gli altri membri i superiori promuovano la comunione frequente, anzi quotidiana», eccetera. Ora non è il caso di spingere troppo la comunione frequente, perché almeno nella maggior parte delle case si può dire ogni giorno comunione generale. Piuttosto insistere perché si faccia bene la comunione e cioè vi sia una preparazione conveniente, un ringraziamento conveniente.
«I sacerdoti non tralascino di prepararsi alla celebrazione del sacrificio eucaristico con la recita di devote preghiere; e, terminato di celebrare, facciano il ringraziamento a Dio per un così grande beneficio».
Si dice poi come dev'essere l'applicazione della messa, cioè l'intenzione del superiore. E tuttavia vi è quella libertà di <possono> applicare il sacrificio della messa per se stessi o per i propri congiunti una volta al mese: almeno possono chiederlo e poi lo faranno con quella libertà giusta.
A questo riguardo ho ricevuto una comunicazione dal discepolo: nel capitolo si era detto che il discepolo può anche chiedere al superiore che gli sia dia l'applicazione di una messa al mese. Se lo chiedono, è buona cosa. Si può anche – se non lo chiedono – stabilir<ne> un certo numero di messe proprio per i discepoli e dirlo: potrebbero essere tre o quattro messe all'anno; poi se ne chiederanno di più, cioè una volta al mese, si concederà. Ma per la loro santificazione, per il progresso nella vita del discepolo che ha tanto bisogno di grazie, il discepolo, perché in un mondo in cui oggi si vive, le attrattive del mondo, sì, sono tante e allora cerchiamo di procurargli i maggiori aiuti della grazia del Signore. E non temiamo: ci sarà un'elemosina in meno in casa e ne entreranno tante altre, – elemosine – se noi facciamo le cose bene, se siamo abbastanza larghi.
Oh, poi si tratta qui degli altri esercizi di pietà. Sì. Qui è questione di fede e cioè di comprendere il valore della preghiera. E allora gli esercizi di pietà si faranno con convinzione: se si crede proprio al valore della preghiera e si aspetta il momento opportuno. È stato ben rilevato lì, nel resoconto della casa di Roma riguardo alla pietà, che sono quei discepoli, quei chierici anche, inclinati piuttosto a prendersi più tempo che non a ridurre il tempo della preghiera. E quanti si alzano prima, specialmente quelli che non son più tanto giovani, per aver tempo al mattino [di] anticipare la loro pietà e meglio ancora darvi maggior spazio: cominciano prima, per finire con gli altri. E così pregano in maggior comunicazione con Dio e quindi ricevono aumento di grazia.
Quanto alle opere di pietà, tutti lo sappiamo e tuttavia siccome è il fondamento, si pensi che se [in] una casa, una casa che è ben stabilita sopra la pietra, <ma se> si toglie una pietra, poi se ne toglie un'altra, poi se ne toglie un'altra, allora che cosa succederà? Che quella casa comincerà avere delle screpature e i muri potranno anche aprirsi, eccetera. E quindi le defezioni per lo più si spiegano con questo: l'abbandono, la riduzione della pietà; e anche se in qualche maniera si fa ancora, se non si sente il bisogno di Dio, e allora si sta in chiesa, sì, magari si fa una lettura, ma non si parla con Dio, non c'è il colloquio dell'anima col Signore e finché non si incomincia il colloquio, non siamo veramente ancora nel cuore della preghiera: quando il colloquio è incominciato fra l'anima e Dio.
Allora le pratiche sono: celebrare o ascoltar la messa, ogni giorno meditazione in comune per mezz'ora, sì. Sempre c'è da esortare. Perché? Perché è un sacrificio questo; ma è un sacrificio con cui si incomincia bene la giornata e allora si assicura subito la benedizione del Signore sopra la giornata stessa.
Poi l'altra pratica di tanta importanza e che è un dono di Dio, un dono di Gesù fatto all'istituto: l'ora di visita eucaristica; che se si prevede che sarà la giornata un po' impedita, al mattino si precede. E questo alle volte è più facile per il superiore, alle volte invece è meno facile, perché al mattino vi sono anche le premure, le occupazioni che riguardano la comunità.
Oh, quest'esigenza che è tanto necessaria, cioè che prima di ammettere alla professione, già i candidati sappiano far la meditazione e l'esame di coscienza e la visita. Sappiano la teoria e sappiano praticare, praticare questi tre esercizi di pietà; altrimenti aspettino! E finché non si arriva a fare queste pratiche di pietà con un certo gusto, sì, sebbene si senta anche la fatica, non conviene che facciano la professione, perché poi non dureranno, non dureranno. Ed è proprio nella meditazione e nella visita e nell'esame di coscienza in cui l'animo si stabilisce meglio davanti a Dio, e quindi riceve di più e la volontà si fortifica.
«I discepoli attendano almeno per due ore allo studio della religione», questo già detto.
Poi le pratiche di pietà sono mensilmente il ritiro spirituale e i giorni della prima settimana.
Oh, poi ogni anno i religiosi attendono agli esercizi e ugualmente ogni anno si celebrano le feste della Regina degli apostoli, di san Paolo apostolo e del Maestro divino. E come feste di second'ordine: conversione di san Paolo, san Bernardo.
Lo spirito con cui fare le opere di pietà. Lo spirito è determinato dall'articolo 159: «La pietà venga specialmente e di continuo nutrita con lo studio di Gesù Cristo divino Maestro che è via verità e vita, in modo che tutti sul suo divino esempio crescano in sapienza, grazia e virtù, venerando Dio con profondo spirito di religione e amandolo sinceramente con la mente, con la volontà, col cuore e con le opere», sì, con le opere.
Poi se si vuole attendere bene alla preghiera: penetrare quanto è possibile la sacra liturgia, la liturgia, sì, non soltanto nella parte tecnica, ma lo spirito che vi è dentro, vi è sotto la crosta – diciamo così – e cioè: il breviario, quanto possiamo sempre meglio penetrarlo; la messa poi in modo specialissimo.
E quando noi andiamo all'altare, pensiamo: “Ubi paremus tibi Pascha?”, ecco; e Gesù indicò come preparargli il posto per la celebrazione della Pasqua. E accompagniamo Gesù alla Pasqua ultima, quella è la vera Pasqua, dopo la Pasqua mosaica, sì. Accompagniamo il Signore all'ultima cena, perché poi “qui pridie quam pateretur”, ecco: la storia che contiene la consacrazione. E se vogliamo, accompagniamo il Salvatore al Calvario, quando porta la croce, quando viene inchiodato: sì, penetrare bene la messa.
Ormai in tutte le case mi pare che si segue quello che è stata l'istruzione che è provenuta dalla Congregazione dei riti, l'istruzione che riguarda la musica sacra e che riguarda in generale la liturgia. Questo va bene.
Se si può, poi, ogni festa e domenica secondo la possibilità vi è una seconda messa: questo. Ma poi se non si può aver la seconda messa, la meditazione del santo vangelo, il canto dei vespri e l'istruzione catechistica, o la predica e la benedizione eucaristica. Questo: se non si facesse la predica la sera, si faccia un po' di catechismo però nella domenica, oltre la spiegazione del vangelo.
E adesso vi è tanta larghezza nel concedere la facoltà di binare e di trinare; in qualche posto hanno dato anche il permesso di quattro messe: tre al mattino, una nel pomeriggio. Oh, vedere, con questa facilità, che per quanto è possibile diamo anche la seconda messa.
Le cerimonie e il canto, perché le funzioni siano ben compiute. Una grande solennità in generale si dà alla settimana santa, tanto più con la riforma della liturgia, quale abbiamo avuto in ultimamente. È più facile allora ricordare i misteri che son stati celebrati, i grandi avvenimenti che si son verificati in quella settimana.
Quindi «in Gesù Cristo Via Verità e Vita» e cioè: la preghiera cosa vuol dire “in Verità”? Illuminata. Che cosa vuol dire “Via”? Vuol dire: servirsi della preghiera per camminare nella Via di Gesù Cristo, – che la Via è poi lui stesso – e ottenere l'unione con Gesù sempre più stretta, in maniera di arrivare al “vivit vero in me Christus”: Vita.
Non è una espressione bella. Quei tre “V” non è per metterli lì in fila, ma è proprio perché devono portar tutto l'essere a pregare, tutte le facoltà dell'uomo, che è in comunicazione con Dio, come la vita eterna, come la vita eterna sarà il godimento di tutto l'essere in Dio e con Gesù Cristo in gaudio eterno. E perché? Questo tempo della preghiera è la preparazione più diretta al paradiso: Allora non c'è più purgatorio quando la preghiera arriva a questi gradi, quello che chiamano il nono grado, quindi la preghiera trasformante.
Oh, si è detto che tutta la preghiera sia ordinata alla vita, alla vita in ascensione, secondo il primo articolo delle costituzioni e secondo che ognuno di noi vuole santificarsi e vuole arrivare a un grado elevato di santità. Quindi è la vita nostra sempre umana. Ma anche l'umano è ordinato alla vita eterna. Ma tuttavia insistendo sulla vita religiosa e apostolica e sacerdotale, sì, possiamo vivere veramente la vita religiosa nell'osservanza e la vita apostolica tutti o partecipare all'apostolato – nella maniera che è possibile a ognuno – sacerdotale, sacerdotale. Oh. In continua, quindi, ascensione verso le vette.
È utile adesso che ricordiamo questo. Abbiamo in corso il processo canonico per la beatificazione del canonico Chiesa. Il processo va avanti, anche un po' lentamente, a causa del tempo, della strettezza del tempo, perché quelli che costituiscono il tribunale, a capo il canonico Priero, sono tutte persone cariche di mansioni: perché basta che ci sia uno che abbia buona volontà e abbia delle capacità, non mancano gli impegni, gli incarichi. Allora preghiamo: vorremmo arrivare a conchiudere entro l'anno <sarà una> almeno per Alba il processo diocesano, per trasferirlo poi a Roma. E quello sarà un processo più lungo. Perché Giaccardo aveva pochi scritti, ma il canonico Chiesa ne ha 102 scritti, tra libri ed opuscoli; e quindi l'esame sarà piuttosto lungo. Tuttavia procede con soddisfazione e [ci] si accorge subito quando il tribunale si mostri interessato e trova che c'è materia vera, c'è materia vera, per trattare una causa e per avere una vera fiducia che la causa si conchiuderà bene.
Così cammina più sveltamente quella di don Giaccardo. Penso che, da almeno le promesse che ci han fatto, entro l'anno <ci sarà,> sarà conchiuso per parte degli incaricati, sarà conchiuso l'esame delle virtù. E tuttavia l'approvazione potrà ritardare ancora. Ma tutte le confidenze che ci han fatto sono tutte incoraggianti.
Poi Vigolungo Maggiorino: il quale non ha bisogno di un processo così lungo. E d'altra parte anche lì l'impressione è buona, proprio buona presso di coloro che hanno sentito già le deposizioni. Naturalmente tutto è coperto dal segreto e i particolari... ma si può subito sentire anche dall'esterno. Voglio dir così: non si può dire ciò che uno ha deposto, c'è il segreto. Ma prima di andare a testimoniare, si può consultare: “Io deporrò questo, potrò deporre quello”, eccetera: fino lì non c'è ancora il vincolo del segreto. E perciò sappiam più o meno le cose che vengono testimoniate.
Dovremo occuparci anche di altri. La settimana scorsa mi hanno insistito per Borello. Tuttavia bisogna che camminiamo con prudenza e tuttavia bisogna sempre ci sia questo: che non lasciamo morire tutti i testi. Perché, ad esempio, se fosse stato più sollecito il processo per don Giaccardo, avremmo avuto anche la testimonianza del cardinal Schuster e questa non abbiamo avuta, perché già era passato all'eterno riposo e sarebbe stato una testimonianza di valore. Tuttavia, distribuita la vita, abbiamo avuto da vari cardinali italiani delle testimonianze così chiare, lettere mandate alla Congregazione dei riti, passate per le nostre mani, sì. Un poco era la eco della sua santa vita, e un poco veniva dalla lettura del libro, della vita.
Quindi dobbiamo ringraziare il Signore che ha dato alla congregazione delle anime così belle, e ringraziare il Signore perché il canonico Chiesa è stato il padrino della congregazione.
Allora anche questo ci assicura di più che siamo sulla via retta, ci assicura sempre di più che tutto è venuto con le approvazioni esterne di persone così sante.
Approvazioni: vuol dire che la Famiglia paolina, le costituzioni paoline possono far dei santi e che lo spirito quindi è conformato alla Chiesa e al vangelo.
Coraggio perciò insistiamo sempre sull'osservanza, osservanza religiosa.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-06_paradiso.mp3
durata 30'20''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 06-04-1962, alla ssp

Il paradiso


Oggi e domani di cuore devo recitare: “Vi adoro mio Dio, vi amo con tutto il cuore, vi ringrazio di avermi creato e di avermi fatto cristiano, e di avermi conservato e dei avermi condotto in questa congregazione”. Perché la riconoscenza per la nascita corporale, la creazione dell'anima; ma ancora di più ringrazio per la rinascita, e cioè domani il giorno anniversario del battesimo: “fatto cristiano”, ecco.
E quindi fate bene a accompagnarmi in queste intenzioni; secondo: aiutarmi a soddisfare pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis; e poi in terzo luogo: compiere la volontà del Signore fino all'ultimo: in manus tuas Domine commendo spiritum meum; e particolarmente la grazia di vivere nella vita comune, vivere nella vita comune, in mezzo ai nostri. Perché è facile farsi una vita propria; ma la nostra penitenza è vita comune, poenitentia mea maxima vita communis: lo stare coi nostri per vivere assieme, ut essent cum illo, perché i nostri siano col Maestro. Così il Maestro ci ha insegnato e così noi intendiamo di condurre la nostra vita. Il Maestro è sempre maestro, fino all'ultimo: fino all'inizio della passione [rimase] con loro, finché egli, Gesù, pregò: “Ecco, se volete prender me, lasciate liberi costoro”; e relicto eum fugerunt.

Dopo il giudizio una delle tre sorti tocca alle anime: o paradiso o purgatorio o inferno. S'intende: il purgatorio è già salvezza, ma richiede ancora per certe anime la purificazione, per prepararsi al cielo, quando manca quella preparazione che doveva farsi sulla terra. E il Signore, nella sua misericordia, concede un certo tempo perché l'anima si disponga, si prepari all'entrata a contemplare il Signore.
Perciò: paradiso, intanto per oggi, poi domani purgatorio, poi l'inferno.
Paradiso. Gesù durante la sua missione pubblica parlò diverse volte della sua morte e poi della sua risurrezione. L'evangelista san Luca a un certo punto, quando cioè Gesù intraprese il suo viaggio per l'ultima Pasqua, – la Pasqua che era poi lui: l'agnello che doveva essere immolato, una Pasqua nuova, Pasqua la quale è offerta al Signore per la massima gloria, perché allora il Padre ebbe la massima gloria: il Figlio che si sacrifica in olocausto, in adorazione, in ringraziamento, in soddisfazione, in supplica al Padre celeste e nello stesso tempo ad redimenda peccata. Oh, è tanto bella l'antifona che diciamo nel breviario in questo tempo quaresimale e, siccome sono i giorni di esercizi questi, facciamo questa penitenza del silenzio, come è stato scritto lì nell'orario: advenerunt nobis dies poenitentiae ad redimenda peccata, ad salvandas animas – dunque l'evangelista nota che Gesù, intraprendendo quell'ultimo viaggio, dice: “Essendo vicino l'ascensione sua” e non parla più lì, non nomina più cosa sarebbe stato degli ultimi giorni della vita del Signore sulla terra: quasi quello è un transito, è un passaggio: veramente ciò che è eterno [è l']ascensione eterna, sedet ad dexteram Patris.
Così noi passiamo, siamo in viaggio e presto passiamo al di là. E la vita è soltanto perché noi accumuliamo i tesori e i meriti. E così quanto più si salirà, si salirà, e cioè quanto più sarà gloriosa l'ascensione di chi ha compito bene il viaggio verso [l'eternità].
E se la nostra vita è una via di ascesa, essendo di ascesa è più faticosa. È più facile andare in pianura e anche più facile andare in discesa, verso giù, cioè verso la perdizione. Ma appunto perché noi abbiam scelto la via perfetta, bisogna spingere molto: la macchina deve essere alimentata più abbondantemente. Sì, e ogni giorno essere alimentati più abbondantemente. E l'alimento è Gesù Cristo stesso. Non ha voluto il Signore che mangiassimo solamente il pane materiale, cioè il cibo materiale, ma “caro mea vere est cibus, sanguis meus vere est potus”, e “qui manducat meam carnem et bibit meum sanguinem habet vitam aeternam et ego resuscitabo eum in novissimo die”. Quel “novissimo”, sì è l'ultimo, ma è eterno, eterno. Ci aspetta quindi il Paradiso. E più noi resistiamo, più siam generosi nell'ascesa... E quindi non soltanto contentarsi di una virtù ordinaria, ma abbiam seguito l'invito: “Si vis perfectus esse”. E allora chi vuole di più, ecco, deve anche essere alimentato e nello stesso tempo, in coraggio, seguire il Salvatore. Il quale, proprio avvicinandosi l'ascensione, prese sulle spalle la croce, e coraggiosamente, e vi morì inchiodato. L'ascensione: ci aspetta la corona, ci aspetta il premio, ci aspetta merces, la mercede, sì.
Oh, in paradiso: questo è veramente il nostro posto. Noi andiamo di casa in casa, facciamo qualche piccola cosa, quello che vuole il Signore; ma tanto importa che noi siamo in un ufficio come in un altro, in un posto come in un altro, purché facciamo quel che piace al Signore e lo facciamo con amore. Sempre in duplice amore: lui bene infinito, eterna felicità, è bene infinito ed è l'eterna felicità, eterna felicità: quella felicità, quella beatitudine di cui gode Dio stesso, la santissima Trinità, le santissime divinissime persone, Dio uno e trino. E noi, siccome partecipiamo sulla terra per la misericordia di Dio e per il battesimo che abbiam ricevuto, partecipiamo della vita divina, la grazia, la vita divina, allargata, estesa a noi in forza dei meriti di Gesù Cristo, in forza dei meriti di Gesù Cristo.
E allora se [siamo] partecipi della sua vita in terra, [saremo] partecipi della sua gloria in cielo: ecco il risultato. Vita già divina sulla terra, in quanto c'è la grazia. Ma sulla terra non ci rende ancora così felici come è la vita del cielo. Allora si arriva, si arriva, perché sulla terra abbiamo ancora da dimostrare la nostra fede per arrivare alla visione e stare con Dio, strettamente, per possedere Dio in eterno. Poiché questo è il paradiso: è godere Iddio, godere Iddio, perché iam hiems transit imber abiit, è passato l'inverno, eccetera, poi il cielo eterno.
Oh, allora ecco partecipi della vita divina sulla terra, questo è la garanzia della partecipazione alla gloria eterna di Dio mediante il nostro mediatore, sì, mediante Gesù Cristo, il quale fece sovrabbondar la grazia dove aveva abbondato il peccato.
Lassù il nostro nuovo stato, il nuovo genere di vita. Purché noi sempre non contiamo mai due vite, ma solamente una: una vita che è iniziata sulla terra e si perfeziona sulla terra e poi dura in eterno senza cambiamenti. Perché con la morte finisce il tempo e il pericolo di peccare e finisce anche il tempo di meritare. E lo stato con cui usciremo dalla vita presente, ecco è lo stato stabile: e se l'albero cade a destra, dove è caduto rimane, con tutti quei meriti e con la gloria.
E chi è stato prudente uomo? Non chi sa aggiustarsi su questa terra e far bella figura o altro, ma chi sa essere bello, buono, santo davanti a Dio.
Anime belle ci sono e ne abbiamo tante, anime belle. Tutte le mattine nella messa sempre domando al Signore che la Famiglia paolina sia composta tutta di anime belle e chi non vuol essere così non può appartenervi. Anime sante, una fioritura di santi, un giardino di viole e di rose e di gigli: tutta la Famiglia presentarla al Signore come ostia pura, illibata e poi dopo attorno una moltitudine di anime che noi intendiamo di illuminare e di avviare per quanto sta da noi sulla via dell'eterna felicità, sì.
Paradiso, visione di Dio, faccia a faccia. Come son conosciuto, così io conoscerò Dio: videbunt, videbunt, visione, visione di Dio. E noi possederemo Iddio, poiché l'abbiam conquistato sulla terra e godremo Iddio perché abbiam portato con Gesù Cristo la croce e “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la croce e mi segua”.
E mi segua fino dove? Sul calvario, certo: la nostra morte: accettiamo e cerchiamo di renderla meritoria coll'accettare fin d'ora la volontà di Dio, sì; ma poi in eterno.
Gesù dove sta? l'ultima stazione qual è? Sedet ad dexteram Patris. E per noi, davanti e con Gesù Cristo e in Gesù Cristo, lux eterna luceat nobis; e luceat eis per tutti i nostri cari defunti, specialmente i sacerdoti, poiché noi abbiam sempre da pregare più per i sacerdoti, cioè per le anime che han maggiori responsabilità, e fra questi la mia, la mia povera vita.
Oh, allora paradiso eterno. E quali sono le qualità di questa felicità eterna? Sono quattro: tutto l'essere sarà soddisfatto, cioè tutte le nostre facoltà, tutti i desideri giusti e santi saranno pienamente soddisfatti, non rimarranno desideri. Poiché Iddio infinito è sempre infinito. E noi parteciperemo alla sua gloria quanto è possibile, secondo la misura dei meriti, secondo la misura dei meriti, – ma tutto l'uomo sarà pienamente soddisfatto – e secondo la giustizia, in modo tale che in paradiso non ci sono invidie: corpo e anima, sì, anche il corpo, sì, se è compagno nel meritare, sarà anche compagno nel godere.
Secondo: il paradiso ha delle ineguaglianze che non importano invidie; ma ineguaglianza appunto perché stella a stella differt. E cioè ogni persona va al di là coi meriti che ha fatto. E allora la luce risplenderà, illuminerà più profondamente l'anima, quando noi occupiamo... E voi, che fate la redazione e che insegnate? Vi è un'aureola particolare pei dottori, ecco. E se noi abbiamo illuminato, saremo illuminati: quindi nella predicazione, nel confessionale, nella redazione in modo particolare, l'intenzione sia sempre molto elevata: sempre entriamo in Gesù Cristo, in Cristo, in tutte le nostre intenzioni: “Signore metti”... quello che diciamo prima dell'evangelo: “Munda cor meum ac labia mea, omnipotens Deus”, perché mondi possiamo illuminare, sì, possiamo illuminare, cioè conoscere e penetrare il vangelo e darlo nella misura che ci sarà possibile.
E poi da dire che al di là non c'è più la peccabilità, ma c'è l'impeccabilità. E poi che è eterna la felicità: non ci sarà tramonto là: giorno splendido, sempre la lucerna è Cristo stesso e come Cristo non muore, così l'anima non muore.
E poi dopo vi è l'incomprensibilità – diciamo – del paradiso. Ci piacciono tanto le parole: “Nec oculus vidit, nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit quae preparavit Deus” ai suoi eletti. Ci piace che non possiamo comprenderlo, perché se potessimo comprenderlo, sarebbe una gioia, una felicità così, minore; mentre che se proprio noi non arriviamo a comprenderlo, questo ci allieta, perché vuol dire che il Signore ha preparato altre cose: “nec in cor hominis ascendit quae preparavit Deus sequentibus se”: dunque c'è di più.
Oh, e allora che cosa abbiamo da pensare? Volerlo il paradiso! e tutte le altre cose volerle in ordine al Paradiso, ma volerle seriamente! Eh, costa! Certamente! E giorno per giorno noi paghiamo un po' di persona, perché c'è: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso e prenda la croce”. Si paga di persona l'entrata in paradiso. E allora non aspettiamoci qualche ricompensa di qua, anzi tendiamo sempre a nascondere un po' ciò che abbiamo fatto di bene <per quel che>, eccetto quando la gloria di Dio lo richiede, e allora bisogna manifestarlo, sì.
Oh, e se a noi è già stata fatta la grazia di aver firmato la tessera del paradiso, santifichiamola questa tessera, sì. Poiché la conclusione è proprio quella: “Chi ha lasciato tutto e mi ha seguito, riceverà il centuplo, possederà la vita eterna”: c'è già: esser per quella strada è già sicurezza che quella via ci mette veramente all'eterna Gerusalemme, all'eterna felicità.
E giova tanto ad un certo punto, dopo aver letto il Cantico dei cantici, leggere l'Apocalissi. L'Apocalissi la quale non è solamente la storia della Chiesa e la storia della vita che la Chiesa vive sopra la terra, ma ancora – diciamo così: storia, ma non è più la storia al modo degli avvenimenti che son sulla terra – la storia della Chiesa quando sarà purificata e non ci sarà più Chiesa purgante e Chiesa militante, ma la Chiesa pura, santa, lassù, tutti attorno all'Agnello e operanti. Perché in paradiso non si intende un riposo – “requiescant laboribus suis”, ma [si riferisce al]le fatiche sulla terra, – ma avremo delle occupazioni beatificanti in paradiso, un'attività la più profonda; e se Dio è atto puro, noi saremo proprio in attività sempre più pura, tuttavia sempre limitata, perché non abbiamo meriti infiniti.
Allora pensare e ordinarsi tutto al paradiso.
Oh, per questo sarebbe molto bene leggere proprio – e stampiamo di nuovo – alcuni libri del Canonico Chiesa: “La chiave della vita: cos'è”. Noi abbiam da andare in paradiso che è visione: sulla terra esercitar la fede: usando bene della ragione umana e poi credendo, piegando la nostra testa alle verità rivelate e ordinando tutti i nostri pensieri in quella funzione di ragionevolezza e di fede: santificar la mente, perché possa essere illuminata e penetri, penetri: non mai comprensione, ma profondità di conoscenza di Dio faccia a faccia.
Oh, secondo: noi sappiamo che il paradiso è possesso di Dio. E bisogna che noi ci lasciam possedere da Dio, che sia il padrone che ci comanda, far la sua volontà: fede e piegar la nostra testa: “Quae placita sunt ei facio semper”. Allora? Allora l'ultima volontà del Padre poi è: “Euge serve bone et fidelis”, e sarà l'ultima volontà, e volontà che abbracceremo gioiosamente, sì. Ci vuol proprio la preparazione della volontà: che Dio adesso possieda tutto il nostro essere, lasciarci guidare, dominare in tutto: “Fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra”. Ma se noi già ci abituiamo sulla terra al “fiat voluntas tua” sulla terra, così in cielo continuerà: “sicut in coelo et in terra”, e allora in quell'occupazione eterna che ci darà Dio.
E poi bisogna che il nostro sentimento, sia tutto il nostro cuore preso, tutta la parte di sentimentalità: e quindi la grazia; e quindi la terza parte della religione che è il culto; e nel culto il centro la messa; e quel che deriva dalla messa, cioè il complesso dei sacramenti; e quindi il battesimo; e poi la confessione; la comunione, eccetera; la santificazione dell'intimo nostro.
Questo cuore ordinato proprio a Dio, vuole solo Dio? oppure c'è ancora un poco di fumo in mezzo alla fiamma? Sì è vero che umanamente flamma sine fumo non ascendit, sì, cioè siamo sempre difettosi. Ma che almeno noi condanniamo i difetti e per quanto è possibile ci impegniamo a correggerli e d'altra parte cerchiamo di accendere sempre di più la fiamma, che splenda, che riscaldi, che è poi l'osservanza dei comandamenti dell'amore: amare Iddio con tutto il cuore sopra ogni cosa.
E il corpo? Il corpo ha da prendere parte alla beatitudine dell'anima. Santificare il corpo. Il corpo trattarlo così come è necessario trattarlo: come il compagno dell'anima, però soggetto all'anima, ecco: soggetti gli occhi e soggetto l'udito, soggetta la lingua e soggetto il tatto, soggetta la fantasia e soggetta la memoria, le facoltà interne, sì. Ecco allora il corpo parteciperà alla gloria e alla felicità dell'anima stessa. E quindi santificare il corpo, prepararlo.
Noi accettiamo anche l'umiliazione del sepolcro, appunto per santificare quell'umiliazione: la santifichiamo in anticipo, accettando quell'umiliazione: il disfacimento del nostro essere e poi il disfacimento del corpo stesso. Quindi anche il corpo preparato.
Oh, basta adesso.
Paradiso, ecco tutto. Quando si ha in mente questo, tutto il resto sembra piccolo sacrificio, piccolo sacrificio. E tutte le altre cose, storielle di questa vita, ci sembrano miseriole, ma tutto apprezziamo, anche la salute, in quanto tutto possiamo utilizzar per Dio. E l'abstine e il sustine completano la preparazione al paradiso.
Quest'oggi, mercoledì, specialmente recitiamo i misteri gloriosi: elevarsi con Gesù Cristo: “Sapendo che era vicino la sua ascensione, si incamminò verso Gerusalemme”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-07_umilta.mp3
durata 37'30''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 07-04-1962, alla ssp

Umiltà e prudenza, l'inferno


Gli esercizi spirituali sono una grande grazia, anzi sono un complesso di grazie. Tra queste grazie vi è questa: che noi superiori siamo abituati a distribuire le responsabilità sugli altri, quando qualche cosa va male; ma negli esercizi, avendo più luce, possiamo anche batterci il petto e cioè: “Confiteor Deo omnipotenti” e poi “mea culpa mea culpa mea maxima culpa”. Questa è una grande grazia.
I superiori due volte all'anno, – questo non è un comando, ma un consiglio – una volta sarà in primavera, l'altra volta l'autunno, [abbiano] alcuni giorni di segregazione dalle opere delle attività ordinarie: “attende tibi”, riservarti alcuni giorni, “attende tibi et lectioni”. Allora la conclusione di san Paolo al suo discepolo era: così “teipsum salvum facies et alios” e gli altri salverai.
Perciò massima grazia in questi giorni e per conseguenza anche molta luce; ed è in proporzione di cui noi ci raccogliamo però. Perché se noi continuiamo a fare i superiori anche in questi giorni, noi non pensiamo abbastanza a noi stessi. Quindi siamo anche un po' egoisti, e cioè: “Devo un po' pensare a me, tanto sono io che devo aggiustarmela col Signore al suo giudizio: lui ed io”.
Oh, allora, in questo punto vi è anche qualche cosetta da considerare e cioè: come ci comportiamo coi discepoli? “Io ti comando?”, “ti ho comandato quello e non l'hai fatto”: queste parole non so quante volte le adoperate: “Io” e il “comando”.
Noi dobbiam dare le disposizioni in semplicità, ma le parole siano sempre un poco moderate, in quanto che l'“io” ci entra poco. Noi ci sentiamo i devoti dell'autorità divina, prendiamo la luce da lui. E poi quelle ispirazioni che ci vengono nella meditazione o durante la messa o durante la visita, le consideriamo? e poi consideriamo tutti i consigli che son venuti da sopra e da sotto e da fianco? poi ne parliamo col Signore? Si prega a lungo e dopo umilmente: “Io son tuo servo, Signore, e in questo servo a te, comunicando il tuo volere nella pace”.
Quante volte Gesù ha usato la parola “comando” nel vangelo? Allora cerchiamo di rassomigliare molto al Maestro, sì, somigliare molto al Maestro. Perché questi figliuoli, sì, servano alla congregazione, ma nello stesso tempo essi si trovino uniti intimamente come membri del tutto. E allora il cuore fa la sua parte, il piede fa la sua parte, il braccio fa la sua parte, il polmone fa la sua parte, tutti siamo membra del corpo, di un corpo: e loro faranno la loro parte e noi faremo umilmente la nostra parte.
“Ma io ne so di più”. E se sappiamo di più, sappiamo comprendere anche le anime: fra <la scienza del comando c'è questo:> la scienza del governo c'è questo.
Perciò alle Pie Discepole ho dato quella invocazione: “Date, o Maestro divino, la sapienza di governo alla Madre maestra”. E poi c'è l'altra parola che vuol dire: in carità. La sapienza.

Oh, questa mattina dobbiamo passare all'eterna verità, cioè verità eterna.
L'esito del giudizio: o paradiso immediato; o preparazione al paradiso nel purgatorio; o la sentenza infelicissima: inferno.
E tuttavia noi dobbiamo considerare che il Signore è grande. Il Signore ha fatto degli esseri che sono superiori a noi, degli angeli. E quanti ne siano, noi non lo sappiamo, ma [sono] una moltitudine certamente. E di questi angeli ora una parte è in cielo e anche alcuni di essi sono destinati dalla misericordia del Padre celeste accanto a noi: ogni anima è così preziosa che il Signore dà a ogni anima che crea un angelo tutelare, custode, compagno del cammino della vita. Ringraziarlo sempre, il Padre celeste, che ci ha dato un angelo custode. – E bisogna che riformiamo quella preghiera dell'angelo custode in quei due punti: adesso si sta stampando ed è quasi finita l'altra edizione e le preghiere non sono arrivate in tempo: era già tutto composto. – Allora, tuttavia quanti angeli sono in cielo! quanti angeli son diventati dei demoni! i quali compiono la loro perversa attività. E quanti diavoli ha dovuto cacciare Gesù! In certo punto un tale veniva a domandarmi: “Come mai il Signore sembra sempre nel vangelo che sia occupato a cacciar diavoli?”. E quel diavolo che si diceva legione: ecco vuol dire che era accompagnato da molti; e domandarono di andar nel corpo dei porci; e allora tutta quella mandria di porci è andata a buttarsi nel mare.
Dunque per quanto siamo nobili e noi siamo cari a Dio, creature sue e abbiamo anche una vocazione e una posizione altissima, come sacerdoti noi abbiamo sempre da pensare che dobbiamo riflettere. E cioè: vi sono gli angeli santi e vi sono gli angeli diavoli.
Quindi non è che perché uno ha il battesimo quindi ha il carattere di cristiano, ha la cresima quindi ha il carattere di soldato di Gesù Cristo, ha l'ordine quindi è ministro di Dio e è professo perciò è consecrato tutto al Signore: queste grazie, sì, servono se ben utilizzate e posson diventar responsabilità davanti a Dio. Né il carattere del battesimo, né il carattere della cresima, né il carattere dell'ordine, né la professione ci assicurano la salvezza. Quindi camminar sempre nell'umiltà. Perché Lucifero era l'angelo così bello in paradiso e è precipitato più profondamente nelle pene eterne.
Perciò dunque camminar sempre nella nostra umiltà, cioè nella verità. Non prendiamo la parola umiltà come una finzione, che dobbiamo cercare dei motivi per star al nostro posto, piuttosto siamo alle volte illusi dall'amor proprio di sapere qualche cosa, di fare questo, di esser più sicuri delle nostre opinioni e di tutto quello che crediamo di disporre, eccetera. Sempre nella verità, cioè: Dio solo è grande, noi siamo piccoli servitori e si cerca che sia buon amministratore, poiché siamo ministri di Dio, ma che siamo buoni amministratori, come dice san Paolo, nella nostra tranquillità, nella serenità vera: nostro posto.
Oh, e allora abbiamo anche sempre la preoccupazione di non disporre sempre tutto quel che piace al Signore. E se mai diamo delle disposizioni che sono discutibili oppure non erano, queste disposizioni, date dopo una lunga preghiera, quando son disposizioni importanti, si capisce, eccetera, allora c'e l'inferno: “Servo inutile, perché sapevi che io sono un padrone duro e voglio raccogliere dove non ho seminato e allora cos'hai fatto del talento?”. “Sapevo che eri un servo [sic] duro e sono andato a nasconderlo; ecco adesso te lo riporto: è qui”. Gli altri due chiamati – quel che aveva ricevuto cinque e quel che aveva ricevuto due – avevano trafficato i talenti, ma questi ha trafficato niente e ha nascosto, sepolto il talento. E il non far niente per noi è un gran debito: “Servo inutile! E perché non hai messo il denaro almeno ad interesse? Io tornando <ricaverei> avrei ricavato e il capitale e l'interesse. Servo inutile! Prendetelo, legatelo e mettetelo nelle tenebre esteriori, dove vi è tenebre e dove vi è fuoco e vi è un verme che non muore”.
Allora il seppellire i nostri talenti è un gran male: adoperiamoli!: l'intelligenza, la salute. Persone che, perché han cinquant'anni, si voglion già mettere a riposo o in pensione: eh, finché c'è respiro, serviamo il Signore secondo che possiamo! E quando non potremo più, offriremo la vita al Signore a salvezza delle anime e a onore e gloria, in obbedienza al Signore. E l'obbedienza in quel caso è proprio come l'obbedienza di Gesù: “In manus tuas Domine commendo spiritum meum”. “Et inclinato capite”: non volle morire con la testa alta, “inclinato capite”: l'obbedienza, “oboediens usque ad mortem”.
Siamo servi inutili e sottomessi a lui docilmente: quello che piace al Signore, né più né meno. E ci verranno anche delle calunnie e delle ingratitudini e tenteremo delle cose che son buone e ce le mandano in aria e cioè: l'opposizione. Oppure noi crediamo di dover sempre colpire gli altri e invece non avevamo studiato bene noi le cose, pregato abbastanza.
Nelle case l'aiuto principale delle Pie Discepole non è il sevizio, son le due ore di adorazione: utilizzarle e chi è superiore le utilizzi proprio: mette lui anche le intenzioni, perché abbiamo qualche cosa che dobbiamo risolvere, qualche vocazione che dobbiam sostenere e che va incontro a delle difficoltà e particolarmente il progresso spirituale dei fratelli, eccetera. Allora utilizzare i talenti che ci ha dato: intelligenza, salute, anni di vita, e poi quella posizione in cui il Signore ci ha messo.
Oh, allora l'inferno. “Ignis non estinguitur, vermis eorum non moritur”: sono le parole di Gesù Cristo. Eh, si fan tante discussioni, ma le parole sono quelle, né più né meno. Ignis può indicare il complesso delle pene e vermis eorum non moritur i rimorsi, il dover constatare che, se uno si è perduto, è per colpa sua. Rimorsi: “Potevo, avevo le grazie, ne avevo in abbondanza e non le ho utilizzate. Altri avevano meno grazie, erano in posizioni minori rispetto a me, posizioni inferiori, e si son salvati, si son fatti santi”. E vediamo salire agli altari dei fratelli laici, religiosi laici, che il Signore esalta. Allora, ecco: “Potevo, avevo più grazie e altri mi han sorpassato”. E chissà nell'eternità se proprio, come speriamo, non saremo condannati? Tuttavia può esser che vediamo poi i fratelli nostri laici a sorpassarci, a star più in su di noi, star più in su di noi.
E allora qualche cosa di simile all'“ergo erravimus”: “Credevamo, pensavamo che la loro vita fosse stoltezza”; e invece ecce quomodo computati sunt inter filios Dei. E loro sono stati accolti perché han compito bene il loro ufficio, la volontà di Dio sopra di loro. Ora “noi credevamo che la loro vita fosse...”: sì con la nostra dignità di sacerdoti, di superiori, può essere che alle volte ci inganniamo. Temiamo sempre di ingannarci! Signore, dateci la luce, emitte lucem tuam et veritatem tuam! che siamo illuminati da Dio! illuminati da Dio. Su dodici apostoli Giuda come ha finito? come ha finito? Sì, purtroppo dobbiamo pensarlo, dobbiamo pensarlo.
In questi giorni mi hanno domandato che mettessimo tutte le intenzioni per un sacerdote gravemente ammalato, il quale aveva buttato l'abito ai fichi e ha avuto posizioni eccetera; ora è nella miseria estrema, malato che non ha più speranze di rimettersi. E allora? Gli han portato la vita del maestro Giaccardo: si è messo a piangere. oh.
E perciò quelle suore che hanno avuto la grazia di poterlo avvicinare un momento, si raccomandan tanto alle preghiere, eppure era andato per la maggiore, si era arricchito, si era arricchito tanto; adesso è in una nazione dove non c'è nessuno dei nostri che sia qui, per non individuare la persona.
Oh, cosa bisogna fare? Sempre dobbiamo pensare che anche del collegio dei Dodici non si è sicuri. Ora quindi tutti siamo un po' in pericolo. Tuttavia è bene che annunciamo questo: che altro è peccare casualmente un giorno di maggiori pericoli, tentazioni più violente, qualche caso, qualche disgrazia così casuale, possiamo dire, dove uno poi risorge subito, piange, detesta, si mette con buona volontà, altro è sbagliare cinque minuti o una giornata, ma il mettersi fuori della strada, cioè tutta la vita fuori della volontà di Dio, contro la volontà di Dio: come ci fa piangere questo! Allora uno opera tutta la vita fuori del volere di Dio. Altro son cinque minuti di errore, di debolezza, e altro è una vita pensata e in cui si continua e si incaponisce e vuol difendere <la propria> le proprie debolezze, incolpando a destra e a sinistra... e possiamo incolpare anche Dio che ci ha dato troppe grazie e che non siamo stati buoni a rispondere! Eh, noi siamo abituati a trovare scuse! Ma la Chiesa ci dice: piega le spalle davanti all'altare e di' bene il confiteor e poi ideo precor perché possiamo far meglio. Dunque distinguere bene: altro è la mancanza casuale di un momento e altro è la vita fuori di Dio, sempre fuori del volere di Dio.
Il ricco epulone faceva proprio una vita fuori del volere di Dio, perché mangiava, beveva, vestiva splendidamente ed era duro con tutti, servito, sì, pretendeva servizi fino a un'esagerazione strana e irragionevole. E invece Lazzaro la vita umile, infermo, vecchio, umiliato, a chiedere le briciole che cadevan dalla mensa del ricco. Oh, la vita. E morì Lazzaro e fu portato nel seno di Abramo e morì anche il ricco e fu sepolto nell'inferno. Sant'Agostino dice: “Eccolo là a chiedere una goccia colui che aveva negato le briciole a Lazzaro, le briciole di pane”.
Dio ci difenda sempre dalle tenebre, perché in certi tempi è inutile: se non c'è la luce divina, non c'è nessuno che ci persuade, nessun avviso che valga. Perché? Perché si cammina nelle tenebre e si è persuasi di essere più saggi degli altri. E allora non c'è altro che Dio. E Gemelli diceva: per questa gente o l'estrema povertà che si riduce a fame o una malattia così grave che non lascia più alcuna speranza o il carcere: lì c'è ancora qualche speranza, altrimenti non c'è più grazia e più ragionamento che valga a rimetterli a posto.
E che cosa [per] Giuda, che cosa non ha fatto Gesù? Anche all'ultima cena son cinque avvisi, cinque inviti, finché adesso come diciamo qualche volta: “Quod vis facere fac cito”, perché almeno ti togli da dar cattivo esempio.
Oh, evitarlo quindi l'inferno! Per evitarlo bisogna sempre ricordarsi dei due avvisi del Salvatore e cioè: vigilate et orate. Vigilare su di noi, vigilare sulle occasioni. Non siamo invulnerabili, no, specialmente diventiamo deboli, e quindi vulnerabili, quando siamo orgogliosi e ci fidiamo di noi e dei nostri giudizi: “E quel lì è toccato all'altro, ma a me no”. Sono come quelli che corrono sulla strada con la macchia e [dicono] questo: “Ieri c'è stato un incidente, ce ne son stati altri; quest'anno ci sono stati otto, nove mila morti sulla strada, ma non toccherà a me” e avanti e quindi imprudenze... e un bel giorno può toccare a noi.
Quindi vigiliamo. Le occasioni sono occasioni. Perciò anche con le suore che fanno i servizi nel le nostre case, vedere un po'. Sì, certe cose non si possono subito provvedere, ma tuttavia in generale, quando si costruisce, vedere di disporre i locali in maniera che ci siano i contatti meno frequenti e siano solamente i contatti necessari. E poi che le relazioni siano fra la superiora e il superiore generale e non fra le suore che sono sotto la superiora e gli altri che son sotto il superiore. Evitare quindi le occasioni.
Leggere? Evitare certe letture o giornali o libri! Il cardinale dei superiori religiosi, superiore dei religiosi, nell'adunanza mondiale per le vocazioni a cui abbiamo assistito quest'autunno passato, in dicembre: “Io non vado alla radio, alla televisione, perché mi fa male”, ha dichiarato in pubblico. Contentatevi, riducetevi al notiziario, che è già molto. Perché già anche a me non piace il notiziario, perché non mi piace che la testa, le idee sian formate dagli altri. Saprò le notizie e le giudicherò o secondo l'Osservatore romano o secondo il ragionamento che viene dalla fede e dai princìpi. Quindi essere superiori.
E così anche il cineforum mi porterebbe a saper giudicare la pellicola dal lato artistico e dal lato morale e dal lato anche spettacolare, sotto ogni aspetto: allora si diventa giudici, non succubi alla pellicola.
E pensiamo che questo è importante, specialmente quando i nostri aspiranti son già giunti a una certa età. E ha fatto meravigliare quello, un po', la dichiarazione del cardinale. Ma la si capisce, la si capisce, perché il fervore cessa un po', il raccoglimento poi del mattino diminuisce un po'.
Oh, evitare quindi i pericoli e pregare perché il diavolo ne sa più di noi ed è più potente di noi. Ci vuol Dio, perché diventiam più potenti del diavolo, ci vuol la parola di Dio e il suo aiuto. Gesù Cristo ha avuto tre tentazioni: ha sempre risposto con le parole della scrittura, cioè con Dio, ecco. E questo significa che noi vinceremo con Dio, ricordando ciò che dice il Signore e con la grazia che viene dal Signore. Quindi preghiera.
Poi abbiamo zelo per salvare le anime, diamo ciò che veramente è utile per salvare le anime. Nelle nostre edizioni già si cerca di fare sempre meglio, tuttavia possiamo migliorare sempre ancora e nessuno crede già di essere arrivato all'apogeo o all'infallibilità, nessuno, e abbiam sempre bisogno che la Chiesa ci guidi e la luce di Dio risplenda davanti a noi, sì.
Oh, poi allora, evitare anche le persone, le uscite facili, non necessarie, e vigilare sopra i nostri chierici, sopra i nostri discepoli, vedere per quanto è possibile. Oh, il diavolo ci gioca dei brutti tiri tante volte! E ci illudiamo e nessuno di noi è andato esente da delusioni.
Quindi ci sono gli esercizi: ci fan pensare a noi. E cioè, se negli altri tempi potevamo distribuire le responsabilità sugli altri, negli esercizi possiamo invece trovare anche che qualche cosa dipendeva da noi.
Quindi specialmente salviamo i nostri: amare i nostri. Una volta che entrano nell'istituto, amarli tanto: “Io ho un impegno per queste anime, io dovrò parlarne con Dio, quando mi chiederà conto”, sì: sentire la responsabilità, sì.
Alla fine volevo ancora dir questo, che forse non è tanto legato con ciò che è detto prima: aver fiducia fra di noi, fra di noi, e cioè nei fratelli e nei superiori, in quello che viene fatto e in quello che viene disposto e raccomandare a tutti, nelle case, che abbiano fiducia. Perché, se manca la fiducia vicendevole, allora si può sempre mettersi in una posizione di giudicare e non di accettare. Vedere di essere tutti in una posizione di umiltà e di disposizione. E poi, se mai ci sono delle cose che non si san capire, pregare che il Signore illumini il confessore ed io il penitente, il superiore ed io che son suddito, eccetera, il predicatore ed io che devo sentire. Così in tutte le cose nostre: fiducia e umiltà sempre, ma specialmente questa umiltà per noi superiori.
Sappiamo alle volte pesare che riflesso ha sopra un'anima la parola detta, la disposizione data, eccetera, e la necessità qualche volta di intervenire per dare una mano a salvare la persona che sembra naufragare o che non arriva a quella santità a cui dovrebbe arrivare, eccetera.
Be', il Signore ci illumini.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-00_risurrezione.mp3
durata 22'46''

Don Giacomo Alberione - Roma, 00-04-1962 o 1964, voce altalenante

La fede, disciplinare il corpo, la risurrezione


[La settimana] santa ci ha fatto ricordare tutto quello che è stata la sofferenza di Gesù per la salvezza nostra: la sua morte di croce. Ora in questa settimana specialmente dobbiamo rallegrarci con Gesù risuscitato e quindi così la liturgia ci fa sentire l'allegrezza, la gioia, le congratulazioni di Gesù risorto dal sepolcro.
E in questo tempo particolarmente ricordare i misteri gloriosi. Quando è libera la scelta dei misteri o gaudiosi o dolorosi o gloriosi, in questo tempo di preferenza, quando siamo liberi, [ricordare] i misteri gloriosi: la risurrezione di Gesù Cristo; l'ascensione al cielo; Gesù Cristo che siede alla destra del Padre mandò lo Spirito santo alla Chiesa, agli apostoli; e poi le primizie: Maria che fu assunta in cielo in corpo ed anima e questa madre precede tutti noi, ha preceduto tutti noi: anche noi risorgeremo e anche noi entreremo nella gloria eterna: “Venite, o benedetti, nel regno del Padre mio”. Ma il Signore come primizia volle in cielo Maria, che fu una creatura, ma santissima creatura.
E se vogliamo bene al nostro corpo, vogliamo procurargli i gaudi eterni. <Quando,> dopo che il nostro corpo sarà consumato nel camposanto, ecco allora saremo richiamati a vita: la riunione dell'anima col corpo.
Chi vuole veramente bene al proprio corpo, regola il proprio corpo e cioè disciplina il proprio corpo: disciplinare la lingua, l'udito, gli occhi, il tatto, l'orario, l'apostolato, tutto disciplinare, anche il riposo e anche il cibo, la lingua. Disciplinare il corpo, se si vuol bene al corpo. Altrimenti si crede di soddisfare il corpo e invece gli si procura o dei tormenti, se fosse peccato grave, o diminuzione di gaudi eterni. Perché in proporzione in cui dominiamo il corpo, così sarà la gloria del corpo e la felicità stessa del corpo: in proporzione.
Imparare a disciplinare il nostro corpo.
Un punto molto importante, questo: al mattino tutti alla meditazione: si comincia così la disciplina del corpo. E si dirà che c'è bisogno di riposo, certo. E l'orario è abbastanza adatto, ma bisogna andar a letto presto.
Quando non si fa la meditazione, la giornata comincia poco bene, anzi: così alla sera pensieri che non sono quelli che noi dovremmo avere nel prendere riposo, pensieri santi; e poi è al mattino che abbiamo da rimeditare i pensieri santi, che ci giovano alla salvezza eterna, che ci giovano a passare bene la giornata, passar bene la giornata.
Quando abitualmente o troppo spesso si lascia la meditazione, poi continuano i malcontenti; perché non c'è lo spirito. I malcontenti: perché quando noi <non> ci ordiniamo alla vita eterna, quando noi <non> pensiamo alle verità eterne, il paradiso eterno, la risurrezione gloriosa, l'ingresso in cielo, l'eternità felice, allora tutto è ordinato bene, tutto. Diversamente si soffre sempre malinconie e lagnanze. E perché? Perché noi stiamo bene con Dio. Quando non stiamo bene con Dio, non stiamo bene con gli uomini, non stiamo bene anche con gli uomini. E quindi viene di conseguenza quello: vivere le continue lagnanze, i continui malcontenti. Ognuno deve trovarla in se stesso la causa, la causa, sì. E allora che cosa viene?
Quindi presto a letto e presto fuor di letto: cioè seguire l'orario. Ma c'è chi dice: “Sono stanco, ho mal di testa”; ora bisogna domandare subito ma per tempo: “Vai a letto”.
Allora è bene che i pensieri santi siano quelli con cui concludiamo la giornata, i pensieri santi con cui riapriamo la giornata. Allora la giornata è piena di meriti e di gioia; perché chi non si gode l'unione con Dio... Dio è la felicità e quando non siam ben uniti con Dio, viene in noi l'amarezza, lo scontento e tutto quello che dopo segue.
E quando uno fa notare certi inconvenienti, eccetera, deve subito, anzi riesce subito a consegnare se stesso, a far riflettere se stesso. Perché? Perché non stai abbastanza con Dio. Si accusa colui, accusa se stesso.
Quindi grande fiducia in Dio, considerare cosa ci aspetta all'eternità, cosa ci aspetta nell'eternità. E dopo che si è fatto la consecrazione noi a Dio, allora ecco abbiamo il diritto di un gaudio e di una felicità maggiore in eterno, una felicità maggiore sopra quelli che seguono solamente la vita cristiana: ma chi soffre e chi vive la vita religiosa, ha un gaudio e gaudio maggiore in cielo.
E quindi si capisce come tanti santi tra i religiosi oggi.
Oh allora in questo tempo accompagniamo Gesù che è rimasto ancora tra i discepoli, tra gli apostoli per quaranta giorni. E tutto il tempo pasquale è segnato dagli alleluia: la gioia nostra, la congratulazione con Gesù nella sua risurrezione, e ringraziamento di aver redento l'umanità.
Perché Gesù è rimasto coi discepoli, con gli apostoli?
Erano allora 120 là nel cenacolo, quando è disceso lo Spirito santo. Ma abbiamo da ricordare questo: Gesù in primo luogo volle ancora mostrarsi agli apostoli, discepoli, almeno dieci volte, apparizioni: prima l'apparizione a Pietro, l'apparizione alle pie donne, l'apparizione agli apostoli nel cenacolo, eccetera, specialmente quando erano gli undici, per confermarli che era veramente risorto, e fino a mostrarsi, e cioè <a far> che prendeva cibo, perché dubitavano che fosse uno spirito, fino a mangiare con loro e poi: “Metti il tuo dito nelle fessure dei chiodi, la tua mano nel costato”, eccetera. Oh, però ce n'è voluto per persuadere gli apostoli che veramente lui è risuscitato!
Oh, allora mostrandosi veramente il risorto: la risurrezione conferma tutto quel che Gesù Cristo aveva predicato, come il Figlio di Dio incarnato: quindi [è] confermato tutto il vangelo.
Secondo: Gesù si premurò subito, <dopo la prima apparizione,> nella prima apparizione agli undici raccolti. Entrò Gesù a porte chiuse. Temevano gli apostoli: [avevano] timore dei giudei.
Oh, e che cosa insegnò? e che cosa ebbe premura di fare? Alitò sopra gli apostoli dicendo: “Prendete, ricevete lo Spirito santo e a coloro a cui rimettere i peccati saranno rimessi e a coloro cui non rimetterete i peccati non saranno rimessi”.
Ma un certo ragazzo diceva: “Ma perché non li rimette sempre il sacerdote?” Il sacerdote rimette, ma però l'assoluzione vale, la remissione vale quando c'è il dolore e il pentimento. Perché questa è la disposizione essenziale: e cioè il pentimento e il proposito, che formano poi una cosa sola. Perché il pentimento riguarda ciò che è mal fatto e allora correggere e voler fare il bene <fatto> da farsi; perché allora non vien rimesso e anche ci fosse dieci assoluzioni, non rimettono la colpa, che non ci sarebbero le disposizioni.
Allora non tanto scrupoli, ma, nella confessione, ricordiamo quel che conosciamo, ma soprattutto vediamo sempre di portare il dolore e il proposito alla confessione perché valga. Anche se uno confessasse ogni giorno, se non c'è questo pentimento e questo proposito? D'altra parte se il confessore si accorge che quel tale si mette nell'occasione per cui pecca, il confessore deve dire: “Evita le occasioni, adopera i mezzi di preghiera e di vigilanza”; perché se non c'è questo, il confessore non può dare l'assoluzione e se la desse, anche, non porta la remissione. Quindi grande stima della confessione, ma nello stesso tempo farla bene la confessione.
Oh, in terzo luogo Gesù apparve agli undici, apparve e diede la missione: quello che stamattina si legge nel vangelo. «Gesù avendo raccolto attorno a sé e ... attorno a sé: “Andate nel mondo intero, predicate il Vangelo a ogni creatura, omnes gentes: istruite tutte le genti, tutte le nazioni. E poi battezzate nel nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito santo”». Perché dopo la parola [c'è] il sacramento per cui si riceve la grazia. E la grazia si riceve per mezzo del battesimo, la prima grazia, la vita eterna dell'anima. E poi in terzo luogo: “Andate”, sì, ma dopo aver battezzato “insegnate a fare quello che vi ho detto”, cioè vivere la vita cristiana, vivere la vita cristiana: non solamente essere istruiti, non solamente battezzati, ma che si faccia la vita cristiana, “insegnate a fare ciò che io vi ho detto”.
Quarto: il Signore Gesù aveva già stabilito Pietro fondamento della Chiesa, sì: “Sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa”. E poi: “Se qualcheduno erra, devi richiamarlo”, eccetera. E allora più esplicitamente Gesù: “Pietro, mi ami tu?” e Pietro rispose pronto: “Ti amo”. “Ma Pietro, mi ami tu?”. “Sì”, pronto a rispondere Pietro. E poi interrogato di nuovo: “Ma mi ami davvero?” e Pietro rimase confuso, come se Gesù dubitasse di lui. Ma queste tre proteste di amore a Gesù è stato [=sono state] un modo di riparare le tre negazioni: quindi ora tre atti di fede e tre atti di amore in riparazione alle cadute, quando ha negato Gesù, ha negato cioè di essere seguace. E Gesù che cosa disse: “Pasci i miei agnelli”, che sono i fedeli, “pasci le pecorelle”, che sono i vescovi, ecco.
C'è nella Chiesa l'episcopato e ha la sua missione. Ma c'è il Papa che ha una missione anche propria, la quale sta nel guidare la Chiesa: e quindi la parola di Dio e quindi la santificazione delle anime, e quindi la morale e quindi la liturgia, ecco.
Allora Gesù compì questi quattro uffici, specialmente, quattro insegnamenti agli apostoli. Ma poi dopo [fece] la promessa e cioè: “Fermatevi in Gerusalemme e aspettate che discenda sopra di voi lo Spirito santo”, “State quindi in Gerusalemme, fermatevi”. E così mandò lo Spirito santo nel giorno della Pentecoste, ecco: il Padre celeste, il Figliolo di Dio incarnato, lo Spirito santo: la Trinità. E il Figlio manda lo Spirito santo.
Gesù aveva detto: “Lo Spirito santo riceverà da me e darà a voi”: lo Spirito santo ci comunica la grazia e la grazia l'ha acquistata Gesù Cristo.

Ecco, adesso pensiamo alla giornata, pensiamo alla giornata: che sia santa, che sia santa la giornata e cioè niente di male, niente venialità, niente trascuranze, ma tutto in ordine a Dio: amare veramente noi stessi, cioè la santificazione, che non siamo della gente che vive in tiepidezza con molte negligenze e quindi malcontenti in se stessi eccetera.
Allora la giornata che sia santa.
Facciamo i propositi. Che cosa abbiamo da fare oggi per santificare la giornata? Quali sono stati i propositi negli esercizi o i propositi nella confessione o i propositi adesso nella meditazione?
Oh, allora veramente discepoli di Gesù Cristo Maestro e che tutti dobbiamo esserlo.
Allora i propositi per la giornata. E la messa si sente in ordine a santificare la giornata: non soltanto seguire la parte tecnica liturgica, ma specialmente lo spirito della liturgia, cioè meditare la parola di Dio, cioè far bene la meditazione e poi nella celebrazione della messa nella prima parte la liturgia della parola, poi viene la parte eucaristica.
E quindi conclusione.
Il tempo pasquale sia molto lieto, porti molta letizia. E anche già qualcheduno pensa che si avvicina maggio e da fare nel mese di maggio che incomincerà la prossima settima. E allora intercessione di Maria, perché possiamo vivere la nostra consecrazione al Signore.
Oh quanti meriti nella giornata, quanti meriti nella giornata! in tante piccole cose! Si aggiunge qualche cosa alla corona, qualche gemma alla corona, qualche gemma alla corona di gloria: “In reliquo reposita est mihi corona justitiae”: la corona! E la corona di san Paolo era stata splendente, perché [è] la sua santità. E la corona anche a noi. E non ci vogliono cose straordinarie, ma tutte le cose fatte bene, in ordine a Dio.
La corona celeste che ci attende. Coraggio sempre! Gesù ci ha preceduti in Paradiso e ci aspetta. Maria ci ha preceduti in Paradiso e ci aspetta.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-05_direz_spirit.mp3
durata 30'26''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 05-04-1962, alla ssp

La direzione spirituale nell'aspirantato e nel noviziato, l'anno di pastorale


“Donec formetur Christus in vobis”: questo è il gran lavoro di ciascheduno di noi. E è il gran lavoro che devono fare quelli che sono nel periodo della formazione: “formetur Christus in vobis”, fino al punto in cui Gesù Cristo realmente viva in noi e guidi tutta la nostra attività interna ed esterna, la guidi secondo la natura dell'uomo, il quale ha intelligenza, ha volontà, ha sentimentalità, ha un'attività interiore, ha tutta un'attività esteriore; <finché sia> finché pensiamo come lui, desideriamo quel che desidera lui e facciamo quel che vuole che facciamo, quel che lui vuole che facciamo, in modo tale che sia il nostro autista, profondamente sentito, sì, in noi.
Qualche pensiero stasera, allora. Naturalmente la nostra formazione è in Christo et in Ecclesia. Alcuni pensieri.
Prima: l'aspirantato. Una cosa sola da ricordare nella brevità del tempo che abbiamo: utilizzare sapientemente e al massimo la direzione spirituale. Che subito il fanciullo, il giovane, colui che entra in sostanza, possa aprire il suo animo e consegni un po' l'anima sua e se stesso a colui che è il suo padre spirituale, il padre della sua anima: il padre della sua anima che possa conoscerlo bene, così da scoprire gli intimi sentimenti, conoscere le attitudini e ciò che ha e ciò che non ha, per giudicare di una vocazione e poi per guidare il giovane, quando ci sono veramente gli indizi di una vera vocazione.
Non gregatim vengano accettati: lì una grande massa accolta e poi dopo senza quella cura singolare. Perché dobbiamo proprio coltivare pianticella per pianticella, fiore per fiore, sì. Quindi vi è sempre un certo limite: <certo limite: prima di> coloro che vengono accettati siano già abbastanza conosciuti e che già ci sia una qualche persuasione che vi sono degli indizi di vocazione.
Quindi la direzione spirituale sì: questo deve farlo il maestro, non un altro. Perché ogni istituto deve formare i suoi. Ed è ben diversa la educazione del seminarista dall'educazione dell'aspirante alla vita religiosa: perché il seminarista entra per uscirne, il religioso invece deve continuare la sua vita nella religione. E quindi, se è un vero aspirante, entra per continuare e per appartenere alla famiglia.
Perciò l'istituto ha particolare interesse, il giovane ha pure particolare interesse: l'istituto perché si formi dei membri validi, il giovane perché trovi lì una vita che è conforme alle sue tendenze, alle sue aspirazioni, al suo carattere.
Quindi sul punto dell'aspirantato particolarmente la direzione spirituale: si veda un po' se è possibile sempre e <se> quando si fa. Non sono necessarie generalmente sedute lunghe: quelle sono cose che possono verificarsi nel tempo degli esercizi o in altro tempo che vi sia tanto di tempo da poter sentire l'intimo del giovane e vedere quali siano le sue necessità, i suoi difetti, e quali siano le risorse interiori sue, quale pietà, quale amore allo studio, come comprende l'apostolato o non lo comprende. Perché è chiaro: se uno deve amare l'apostolato delle edizioni, non ama i libri cattivi, se no è subito controsegno quello; se deve far l'apostolato del cinema non può pensare a un cinema soltanto divertente, deve pensare a un cinema il quale ha una funzione spirituale.
Secondo: il noviziato. Sul noviziato è quasi sicuro che il novizio sia apre al maestro e che il maestro dedica a ciascheduno il tempo necessario: non solamente quindi la predicazione e la scuola, l'istruzione a tutto il gruppo, ma interessarsi di ognuno, sentire ognuno, aiutare ognuno e risolvere le difficoltà, suggerire i mezzi, fare i richiami, elevarlo sempre più verso la vita religiosa paolina.
Oh, tuttavia vi sono due cose che interessano più gli altri che il maestro stesso dei novizi. E questo vuol dire: che al noviziato non si mandino quelli propriamente dubbi. Al noviziato non si mandino quelli cioè o che dan nessun segno o che dan scarsi segni di vocazione: non mandarli. Perché al noviziato non si va per studiar la vocazione, ma per provarla, e cioè per provar la vita religiosa. Il novizio è già un religioso, non canonicamente, ma un religioso per virtù, non per voto. E questo è conforme anche a coloro che ci stan sopra; perché quando si dice, si scrive quanti sono i religiosi, è uso che si contino fra i religiosi anche i novizi, il loro numero. Suppone quindi che questi facciano già realmente la vita religiosa, per virtù, e così si provano se potranno fare tale vita quando saran legati dai voti.
E dopo il noviziato? Dopo deve continuare a trovare un ambiente sereno, un ambiente favorevole, dopo la prima professione. Perché, se l'ambiente è dissipato, va perdendo quel che ha accumulato. Mentre che, se prima si è trovato in grado di poter dire: “Vado avanti”, dopo deve ancora sentire daccanto a sé l'aiuto: eh, non è ancora capace a correre, è stato capace a far dei passi e ha bisogno di trovare un clima conveniente attorno a sé.
Un altro punto. Quando vi sono o professi o non ancora professi nei corsi di liceo, dove prevale lo studio diciamo civile, scientifico, letterario, eccetera, occorre che vi sia il controbilancio. E cioè: il giovane si trova a una certa età in cui ha bisogno di sentirsi delle soluzioni, ha bisogno che qualcheduno gli risponda a certe domande intime che sono nel suo animo: “Perché questo? perché quello?”. E se non ci fosse un'abbondanza di istruzione religiosa, quei corsi non riescono così formativi come dovrebbero riuscire. Occorre che quindi si continui l'istruzione religiosa, naturalmente di qualche grado superiore, che non sarà più il semplice catechismo, ma si comincerà già a dare al giovane spiegazione di molte cose, sì. Quando si dice propedeutica al cristianesimo, si intende che si devono fare 5 passi: primo: che c'è Dio; secondo: che Dio ha mandato il Figliuol suo a redimere l'uomo Gesù Cristo; e che l'opera sua è continuata nella Chiesa e che bisogna vivere nella Chiesa quindi; e che nella Chiesa c'è il Papa il quale ha la somma autorità, è munito di infallibilità e la Chiesa è indefettibile; e poi che legati con il Papa sono i Vescovi e sono i sacerdoti. E allora ecco deve credere e deve accettar questa dottrina: questo è il curriculum di una propedeutica al cristianesimo.
Il giovane si fa già tante domande e vengon spontanee molte obiezioni, specialmente quando si legge un po' più abbondantemente, quando la storia della letteratura è un po' più sviluppata e poi quando si hanno certe relazioni che son di necessità. Oh, quindi istruzione più larga.
Per venire, poi, entrare nei corsi di teologia, vedere un po'. Nei corsi di teologia non si dovrebbe dimettere che per caso straordinario alcuno. Quindi è proprio il momento di fermare quelli che mostrano e ci danno qualche dubbio, ci lasciano qualche dubbio serio, sì. Perché il noviziato trasforma il cristiano in religioso, ma i corsi di teologia trasformano il religioso in sacerdote, affinché abbia una mentalità sacerdotale, abbia un cuore sacerdotale, una volontà, un'attitudine e una disposizione alla vita sacerdotale. Quindi è un'altra trasformazione che si mette sopra la trasformazione avvenuta prima: e cioè da buon cristiano in buon religioso. Perciò si veda proprio nelle adunanze di consiglio quando si tratta di far fare il passo dai corsi filosofici, dai corsi <che riguardano> scientifici, letterari, quando si deve passare veramente allo studio propriamente sacerdotale. Sì.
Oh, in questo tempo quando si tratta anche dei discepoli che sono temporanei, sì, allargare parecchio le loro cognizioni. Ma tra le loro cognizioni non manchino mai le cognizioni che riguardano il loro lavoro futuro, il loro apostolato.
Perciò non si ammettono generalmente ai corsi di teologia coloro che son veramente dubbi. E per precauzione i voti perpetui si tramandano. Da noi si opera così: si tramandano i voti perpetui al secondo anno di teologia, per rendersi anche conto, il collegio teologico, se vi è l'animo sacerdotale, quale amore alla scienza sacra – quale amore, perché se invece è uno che è inclinato alla meccanica oppure è inclinato alla letteratura, deve amare la scienza sacra, <perché> convincersene, sentirla, per poterla comunicare –; e se c'è una preoccupazione delle anime: quindi che abbia un cuore sacerdotale; e poi così un amore tale a quello che è l'ufficio del sacerdote riguardo al ministero: predicazione, confessione, funzioni solenni, le messe, le cerimonie, il canto, eccetera: in sostanza che dimostri non solamente l'osservanza dei voti, ma l'animus, la mens sacerdotale.
Oh, poi una parola sopra l'anno di pastorale. L'anno di pastorale ha tre fini. E i tre fini quali sono? Primo: dalle virtù religiose <e diciamo quasi... sì, virtù religiose,> passare anche alle virtù sacerdotali. Quindi aggiungere altre virtù alle virtù che prima possedeva e all'osservanza religiosa che già prima mostrava. Quindi acquistare le virtù sacerdotali. Secondo: istruzione sopra i problemi e tutta la scienza pastorale. E terzo: cominciare ad esercitarsi e far delle prove di ministero e di predicazione e di confessione e delle altre incombenze sacerdotali. Quindi in qualche cosa lo si può occupare, ma ciò che è necessario si è di passare dalle virtù individuali alle virtù sacerdotali, virtù sociali e passare quindi anche riguardo alla sua vita, nella vita privata, all'esercizio di alcuni ministeri pastorali e poi allargar la sua cognizione, la sua cognizione, e apprendere la scienza pastorale. Oh, questo.
Quando poi i discepoli si trovano negli anni tre più due – quindi prima fan tre anni di professione temporanea e poi fanno il biennio di professione – occorre che sia continuata l'istruzione: si devono applicare all'apostolato, ma deve continuare l'azione, il lavoro del maestro dei temporanei, affinché fatti i voti non si smarriscano e non si disorientino, sì. Può essere che si abbia la tentazione di far troppi straordinari: questo alle volte viene a sentirsi un po', perché vi è questo lavoro da finire, vi è quell'altra cosa da provvedere, eccetera, sì. Dare un tempo, quel tanto di tempo che è necessario perché continuino la loro formazione sotto la guida di un buon maestro, possibilmente separati dai perpetui. Oh, fatta poi la professione perpetua e superato l'anno di pastorale, ecco l'osservanza religiosa e la vita paolina. Quindi l'osservanza [della] povertà, castità, obbedienza. E il sacerdote non deve tralasciare mai del tutto lo studio, mai; diversamente poco a poco si svuota e non si sente più contento, sì.
Dopo, specialmente nei primi tempi, si ha da seguire paternamente, perché faccia tutte le pratiche di pietà e tra queste la visita al santissimo Sacramento.
Oh, in questo punto poi una cosa ancora da ricordare: sentirsi società, non costruirsi una vita individuale, una vita a sé, “purché guardi me stesso” e formarsi quasi una vita di privilegio e dalla congregazione ricevere tutto quel che può ricevere e magari esigerlo un po' fortemente. E dare? È legge naturale che in una società tutti devono contribuire in quanto è possibile e devono portare i pesi in quanto è possibile e devono nello stesso tempo avere i diritti che si hanno come membri di una società: questa è legge naturale, legge che governa ogni società.
Gli egoismi non possono stare. E quindi accettare, sì, volentieri gli uffici, gli impegni che occorre che ognuno assuma e poi compia i suoi uffici nel miglior modo. Che cosa vuol dire andar tardi a scuola? Il maestro arriva tardi: non incoraggia l'alunno, certo. E se il sacerdote non si interessa di apostolato, quale esempio avranno gli alunni, i giovani, gli aspiranti, tutti quelli che sono in formazione in sostanza? Alle volte si trova una discreta difficoltà a disporre e per le scuole e per le predicazioni e per le confessioni e poi per tutti gli altri uffici che riguardano l'apostolato.
Sì. Sappiano tutti e si predichi a tutti che i superiori non devono fare <che> il loro ufficio gemendo e trovando come scriveva il maestro Giaccardo: “Ma se io non vi trovo e non vi sento altro che a rispondere dei no, che cosa faccio in questa casa?”. Ecco, che cosa fa un superiore? Il superiore deve riassumere le forze e coordinarle, ma nessuna forza deve sottrarsi. Perché diversamente che cosa coordina?
Ma poi non solamente qui c'è la legge naturale, ma c'è anche la legge – diciamo – soprannaturale: la carità, il volersi bene, il contribuire all'istituto: questo riguarda lo spirito, sì. Si dovrà alle volte parlare un po' chiaramente anche in questo senso.
E poi che nelle case possibilmente non ci siano dei privilegi: “Questo ha la macchina per sé”. La macchina è dell'istituto e tu l'hai in uso, quando ne hai bisogno, come tutti gli altri. Così altre cose: non possiamo avere dei privilegi.
Ma quando c'è bisogno, quando diviene un strumento di lavoro, ci vuole, ci vuole lo strumento di lavoro. Così come adesso, ho detto in un anno, 1961, non so se almeno 50 volte alle Figlie che si provvedano di maggior numero di macchine; ché con questa propaganda che stanca tanto, a portare queste borse così piene, arrivano sul posto che son già stanche e non han neppur più il coraggio alle volte di parlare. Eh no, bisogna che quando diviene strumento di lavoro, bisogna che si provveda. E poi è necessario che non si esauriscano così presto le forze e che invecchino ante tempo, avanti tempo le persone, sì. E quando diviene uno strumento di lavoro è necessario provvedere.
Oh, perciò sempre abbiamo da tener presente che siamo in società, in società a due fini: per aiutarci a perfezionarci e per fare l'apostolato.
E quest'anno poi abbiam sempre detto l'anno di carità. Se si legge san Paolo lì nel capitolo dove parla della carità, vi sono otto segni positivi della carità e otto segni negativi riguardo alla carità. E poi questo può diventare oggetto di meditazione. E ultimamente, so che un sacerdote ha fatto interamente gli esercizi, ha predicato tutto il corso di esercizi sopra i segni postivi e i segni negativi riguardanti questa virtù. Predichiamoli anche noi o almeno, in un corso di esercizi, insistere; e forse un ritiro mensile gioverebbe molto.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-08_risurrezione.mp3
durata 28'13''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 08-04-1962, alla ssp

La risurrezione della carne


Il padre confessore ha detto che arriva alle 9 stamattina.

“Instaurare omnia in Christo”: questo è il disegno di amore del Padre che il Figlio ha eseguito e applica per mezzo dello Spirito santo. L'applicazione della redenzione avviene gradatamente e il compimento si ha nella risurrezione finale, quando si compisce anche la redenzione del corpo.
Allora stamattina ci fermiamo sopra questo articolo di fede: “credo la risurrezione della carne”, sì.
La risurrezione della carne: “Omnes quidem resurgemus, sed non omnes immutabimur”, “in resurrectione neque nubent neque nubentur”, “procedent qui bona fecerunt in resurrectionem vitae, qui vero male egerunt in resurrectionem iudicii”.
San Paolo più volte fa il passaggio dalla risurrezione di Gesù Cristo alla risurrezione nostra: “Mortui qui in Christo sunt resurgent primi”, poi “oportet immortale hoc induere incorruptionem”. I testi del Nuovo Testamento sono tanti: noi [li] abbiamo studiato nei nostri corsi di teologia. I testi dicono particolarmente due cose: che tutte, tutti risorgeranno, “omnes quidem resurgemus”: Maria è già assunta in cielo, oh; e si risorgerà col corpo identico che si aveva: ma va inteso nel senso teologico, nel senso che è spiegato nella teologia: sostanzialmente.
Oh, la nostra risurrezione sarà simile alla risurrezione di Gesù Cristo, alla risurrezione di Maria. Sarà Gesù Cristo causa esemplare della nostra risurrezione, mentre che la causa finale, il motivo finale è la gloria a Dio, la gloria a Dio in Gesù Cristo, il quale ha meritato, per mezzo della sua passione e morte, ha meritato la glorificazione totale dell'uomo giusto, dell'uomo il quale approfitta intieramente della risurrezione, della redenzione.
D'altra parte la morte che separa l'anima dal corpo importa uno stato violento, perché per sé l'uomo deve essere uno, un composto di anima e corpo; e la morte separa violentemente i due elementi. Ma l'una è ordinata all'altro: il corpo all'anima, l'anima al corpo. E allora ecco che viene ricomposto, ricomposto, perché la risurrezione è la riunione dell'anima al corpo che prima aveva.
San Paolo ci dice come sarà il corpo risorto: “Seminatur in corruptione”: la corruzione è il disfacimento e la riduzione in polvere [che] poco a poco avviene nel sepolcro; “seminatur in corruptione resurget in incorruptione”: non si corromperà più; “seminatur in ignobilitate, resurget in gloria”: sì, ci chiuderanno fra quattro assi, quattro tavole e si libereranno presto della nostra salma e così sarà portata al camposanto, perché non potremmo restare in quella casa e non potrebbero sopportarci; “in ignobilitate” e “resurget in gloria, seminatur in infirmitate resurget in virtute”: sì, “infirmitate”: che cosa varrà ancora, che forza avrà ancora? per muoverci bisogna che siam trasportati; “in virtute” in forza, oh; “seminatur corpus animale” e “resurget corpus spiritale”, <al corpo, al modo> in modo simile allo spirito.
Così vi sono le quattro doti del corpo glorioso: impassibile, non soffrirà più, non avrà più malattie e quindi non avrà più morte, non si morirà più. Risorgerà glorioso, glorioso nel suo splendore: possiam pensare a quello che è l'esemplare della risurrezione, Gesù Cristo, che esce dal sepolcro senza bisogno di rompere i sigilli con cui volevano fermare, fissare il coperchio del sepolcro; glorioso avanti a Dio, avanti agli angeli; agile: non avrà bisogno di muoversi al modo con cui noi ci muoviamo adesso, ci trasportiamo adesso: il corpo [sarà] obbediente all'anima: l'anima dove deve trasferirsi, il corpo segue, perché fatto in tutto dipendente dall'anima; e poi sottigliezza: sottile è Gesù “statuit in medio eorum”, ”se statuit in medio eorum”: erano pieni di paura gli apostoli quel giorno ed erano raccolti nel cenacolo [con le] porte barricate, finestre chiuse: all'improvviso Gesù compare in mezzo di loro. E poi deve dimostrare che è proprio lui: “Vedete le mie mani, guardate i miei piedi”. E volle anche chiedere da mangiare, per tranquillizzare che non si trattava di una fantasia, ma si trattava proprio di lui.
E questo corpo nostro, dopo aver subita l'umiliazione del corpo stesso, cioè l'umiliazione del sepolcro, ecco per la virtù di Gesù Cristo, per la sua misericordia: “Instaurare omnia in Cristo sive quae in coelis sive quae in terra sunt”, totalmente.
Allora che cosa dobbiam pensare? Dobbiam pensare due cose: primo: come utilizzare il corpo e farlo servire all'anima e alla salvezza e alla santità; e poi amarlo il corpo perché se gli neghiamo qualche cosa e se lo facciamo lavorare temporaneamente, eternamente invece sarà felice e parteciperà quindi alla gloria, alla gioia dell'anima stessa, sì.
Allora santificare il corpo. La prima santificazione è stata quando ci han versato l'acqua battesimale sulla fronte; poi quando il vescovo ci ha unto la fronte nel sacramento della cresima; poi quante volte il nostro corpo è stato consecrato dall'ostia posta sopra la nostra lingua e che adesso noi stessi prendiamo come sacerdoti: e Gesù nostro cibo, “caro mea vere est” – la mia carne è veramente cibo – “vere est cibus, sanguis meus vere est potus”. Contatto, ma il contatto esterno è un segno di quel che avviene interiormente, perché i sacramenti sono segni di quel che operano interiormente.
Allora l'unzione sacerdotale: quando sono state consecrate le nostre mani e quando abbiamo avuto il potere sacerdotale di consecrare il pane ed il vino.
E poi noi stessi più volte nella vita ci siam consecrati a Dio: ogni rinnovazione della professione è di nuovo un sigillo, è di nuovo un'offerta: “tutto mi dono offro consacro”: tutto: i sensi esterni, i sensi interni, offriamo al Signore quegli occhi che ci ha dato, quell'udito che ci ha dato, quella lingua che ci ha dato, quel gusto che ci ha dato, quella salute, quel corpo, in sostanza: “de tuis donis ac datis”: e onoriamo così Gesù. Perché noi come onoriamo Iddio? Noi che abbiamo niente; dobbiamo prendere ciò che Iddio ci ha dato e offrirglielo, come la mamma qualche volta si prende piacere: ha delle caramelle, le dà al bambino poi ne domanda una: “Danne una a tua madre!”, e aspetta che il bambino faccia quell'atto di affetto, di amore, di riconoscenza. Così noi. E cosa dovrem dare a Dio? di nostro che cosa c'è? Dove Dio non è intervenuto è nel peccato, ma tutto il resto..., oh.
Poi tutto il nostro essere consecrato e l'ultima consecrazione: l'olio santo. L'olio santo per cui si consacrano e si purificano i sensi e gli occhi e l'udito e la bocca, quindi gustum et locutionem e poi i piedi e le mani, già consecrati nella palma, consecrati anche nella parte superiore.
Sì, allora santificare il nostro corpo, usando bene i sensi esterni e gli occhi e l'udito e la lingua e il gusto e il tatto, l'odorato e i sensi interni: specialmente la fantasia, la memoria, l'immaginativa, eccetera, il cuore, tutta la nostra sentimentalità, sì: offerta al Signore.
Negare al corpo ciò che sarebbe proprio di sua rovina! Perché Eva ha voluto mangiare il frutto, – parliamo così, – ma è stato la sua rovina: gustato il cibo entrò in lei la morte, la morte spirituale e si seminò nel corpo la radice e diciamo il germe della morte, che sarebbe avvenuto a suo tempo. Ed Eva capì bene che cosa vuol dir morire, quando si vide il figlio suo migliore, Abele, morto. Quindi bisogna che noi neghiamo al corpo ciò che gli sarebbe di nocumento, che impedirebbe quindi la risurrezione gloriosa, sempre ricordando “omnes quidem resurgemus sed non omnes immutabimur”.
E d'altra parte santificarlo, il corpo, facendolo servire all'anima. Si è venuti in chiesa poco fa: non viene solamente l'anima, viene anche il corpo; e siamo stati inginocchiati: ed è il corpo; se ci siamo levati dal riposo, ecco abbiamo fatto servire il corpo all'anima. Si è dato al corpo ciò che al corpo si deve dare; anche secondo ciò che abbiam letto in refettorio: come i santi trattavano il loro corpo: in maniera giusta, equilibrata, ragionevole. Ma intanto, dopo, farlo servire – dopo che è nutrito, dopo che è curato, eh sì – in tutto quel che dobbiam far di bene per gli altri e per noi stessi. Noi non operiamo solamente con l'anima: l'anima dopo che è sola, non merita più: merita invece il composto cioè dell'anima e del corpo.
Allora ecco come santifichiamo questo corpo? Con la pazienza! Perché tante volte non si sta mica bene; d'altra parte a un certo punto la fatica si fa sentire.
Oh allora il corpo serve all'anima e tutte due godranno il frutto di quanto meritato.
Sì, ragionevoli col corpo! Ma essere ragionevoli vuol dire che l'anima, essendo l'elemento superiore, comandi il corpo e che il corpo obbedisca, che il corpo obbedisca. Quante volte è proprio il corpo ribelle! per cui è necessario resistere alle sue voglie, alle sue voglie, perché “la carne ha desideri contro lo spirito, contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne”. E allora l'uomo che è ragionevole, l'uomo che è spirituale domina gli istinti, istinti irragionevoli.
Oh, vi sono anime che si elevano nella contemplazione, nell'unione con Dio, nella loro trasformazione, sì, così che sentono meno la carne e vivono meglio lo spirito soprannaturale vivono meglio. Vi sono anime elette. Nel corso, nel cammino della vita certamente abbiam già incontrato o incontreremo ancora anime che hanno doni da Dio abbondanti e qualche volta anche un po' speciali. Noi dobbiamo anche sapere qualche cosa di mistica, oltre che di ascetica, per accompagnare queste anime: almeno capirle o almeno sospettare che forse c'è qualche cosa che noi non abbiamo ancor compreso e forse ci sono doni di Dio che, con prudenza e con sapienza, possiamo sviluppare in un'anima sì.
Perché molte anime non raggiungono la perfezione? è chiesto là. Perché molte volte manca chi le diriga bene. E noi abbiamo anche lì da rivedere un poco le nostre relazioni spirituali con le anime: dalle più esterne, come la predicazione e il buon esempio, alle più interne che sono <la intimità,> le intimità fra l'anima e il Signore.
Vi sono persone che sanno sempre guidar le anime bene, non illuderle, ma confortarle nell'umiltà e nello spirito di fede: nell'umiltà pensando che sono niente e hanno tanti debiti con Dio; e nella fede, nella fede, per la comunicazione sempre più abbondante della grazia “ut vitam habeant et abundantius habeant”.
In secondo luogo ricordare l'eternità.
Tutto è transitorio. Se voltiamo gli occhi indietro, dal momento che abbiamo raggiunto l'uso di ragione, abbiam fatto lavorare questo corpo: e “va' in chiesa, va' a scuola, obbedisci, fa' quel che la mamma comanda”, eccetera. E poi quando le passioni e la golosità e la lussuria e le altre passioni han cominciato a farsi sentire, lotte interiori si sono svolte nel segreto intimo dell'anima nostra. Sono già vittorie riportate, vittorie riportate: “illi ut corruptibilem coronam accipiant, nos vere incorruptam”: eppure quelli che vogliono raggiungere il premio, la vittoria nei giochi, se abstinent da certe cose e certe altre le fanno per prepararsi e provarsi alle corse e alle altre fatiche, eccetera. “Nos vere incorruptam”: eternità. Perché la vittoria che si può riportare: “Quello è arrivato primo”: oh, ma questa vittoria è <temporanea,> temporale e passa; ma la vittoria su di noi è una vittoria la quale ha una corona eterna, una corona eterna.
Allora, sì, diciamo pure al corpo: “Ti nego qualche cosa, perché ti voglio bene, per non rovinar me e rovinar te. Obbedisci! anche se devi sopportare, se devi faticare”. Sì. E chi è che non deve sopportare, che non deve faticare? Tutti sappiamo che siamo fatti di carne ed ossa, tutti insieme.
Voler proprio bene al corpo, un bene ragionevole, un bene soprannaturale, un bene eterno: procurarsi un bene eterno, sì.
L'anima ci è data per ragionare. La fede il Signore ce l'ha data. E allora dobbiamo usare della ragione e dobbiamo uniformarci ai principi di fede.
E “quid hoc ad aeternitatem?” abbiam cominciato così le nostre meditazioni e ritorniamoci sul pensiero: “quid hoc ad aeternitatem?”.
Vi sono sacerdoti che trovan tanta difficoltà a confessare: è pesante per loro lo stare in confessionale, sacerdoti che alle volte hanno altre fatiche, sì: e la scuola e la redazione e la tecnica e tutto il ministero e tutto l'apostolato: niente si fa senza fatica. Ma c'è il premio eterno, c'è il premio eterno. Noi non lavoriamo per il denaro e invece lavoriamo per la mercede, mercede eterna, sì.
Offriremo anche i dolori dell'ultima malattia e accetteremo la morte, il disfacimento del nostro essere, sì, in olocausto al Signore, insieme al sacrificio che offriamo nella Messa e che tante volte abbiamo offerto.
Allora “cum infirmor tunc potens sum”, perché allora, facendo questa offerta, otteniamo maggior merito e un aumento quindi importante di gloria e insieme grazie a quelli per cui anche sappiamo offrire il sacrificio della nostra vita.
Vediamo persone che prima di morire soffrono tanto, sì.
Oh, allora tutto offrire per il Signore, tutto offrire in unione con Gesù che si immola fra le nostre mani durante la messa. E salire il nostro piccolo calvario, tanto tutto è così, per tutti è così: il nostro piccolo calvario salire, in rassegnazione, in unione con Gesù e in unione con Maria che accompagnava Gesù e che assistette alle sue agonie; e raccolse l'ultimo suo spirito: emisit spiritum.
Oh, allora il pensiero dominante della giornata: risorgeremo, risorgeremo.
Dire bene i misteri gloriosi, specialmente il primo: la risurrezione nostra.
E crescere, aumentar la nostra fede in questo dogma: la risurrezione della carne.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-09_apostolato.mp3
durata 24' 35''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 09-04-1962, alla SSP. - ai sacerdoti, superiori

L'apostolato


“Ego sum lux mundi, qui ambulat [...] sed habebit lumen vitae”.
L'apostolato è lumen vitae, perché non è istruzione soltanto, non è una discussione che si faccia e non è un procurarsi soltanto una cultura, ma lumen vitae. Non possiamo dare qualsiasi cosa in generale, dobbiamo dare il lumen vitae. E quindi non è la pura scienza: è quella luce che guida le anime alla vita eterna. “Ego sum lux mundi”, <vos estis lumen mundi,> “vos estis lux mundi”.
Oh, questo mediante l'osservanza del secondo articolo delle costituzioni, che appunto riguarda l'apostolato.
Però se noi guardiamo e ci contiamo l'un l'altro quanti siamo, quali sono i mezzi di cui disponiamo, i mezzi materiali e i mezzi meccanici e quali organizzazioni, di fronte alle enormi organizzazioni, di fronte alle enormi disponibilità di denaro e poi delle gigantesche tipografie, macchinari, e la quantità che viene continuamente messa fuori e una enorme quantità come un fiume e più <che> fiumi, una quantità di fiumi che buttano fuori giorno per giorno, notte per notte, settimane per settimane: vi sarebbe certamente da scoraggiarsi.
Però Golia era armato di tutto punto e aveva anche davanti a sé l'armerigero che gli portava le armi e [era] alto, rosso, tutto coperto di ferro. E Davide era un pastorello, ecco. E Davide accettò di misurarsi con Golia. Non aveva armi e quando Saul volle rivestirlo: “Ah, non posso camminare”, rispose. E allora prese con sé il bastone che sempre portava, si armò della fionda, scelse cinque sassi limpidi dal torrente, ecco, e allora si avanzò verso Golia. E Golia lo disprezzò: “Sono mica un cane che vieni a me col bastone. E io darò le tue carni a mangiare agli uccelli dell'aria”, eccetera. E rispose: “Tu vieni a me con la tua forza, io vengo a te con Dio, con l'aiuto di Dio, con la sua grazia”. E senza esitare camminò incontro a Golia e mise un sasso nella fionda e la lanciò con tutta la sua forza contro Golia e lo colpì in fronte e lo abbatté. Poi gli fu sopra, gli tolse la spada dal fianco e gli troncò la testa. Ecco.
Allora se noi abbiamo la fiducia in Dio, alle volte ci facciamo un apparato e un castello di difficoltà, sì.
Oh, andiamo con fede e meditiamo e preghiamo e poi ecco: ci sarà con noi Dio e “si Deus pro nobis quis contra nos?”.

«L'ufficio dell'apostolato della parola divina appartiene soprattutto ai sacerdoti, a cui si associano i discepoli come valenti e necessari coadiutori nell'arte più tecnica e nella propaganda. Sono infatti chiamati da Dio affinché con la preghiera e l'opera, secondo la loro condizione e ingegno, siano partecipi delle fatiche e del premio del sacro apostolato. Perciò i discepoli siano convenientemente istruiti nelle diverse parti dell'apostolato. Secondo che lo richiede la necessità o l'utilità nelle varie circostanze, la Società potrà anche servirsi dell'opera dei laici onesti e fidati, che diano la loro cooperazione gratuitamente o dietro equa ricompensa, non però nelle proprie case, se non in modo del tutto eccezionale e per un periodo breve, se ciò lo richiedono circostanze particolari o la natura stessa del lavoro», perché se si tratta di riparare certe macchine, non siamo in grado: allora la natura dello stesso lavoro richiede.
L'apostolato qui viene considerato come stampa, come cinema, come radio, come televisione e tuttavia, dalle norme generali che ci sono, bisogna dire che si possono utilizzare tutti i mezzi che servono a comunicare il pensiero, la dottrina cattolica con quello che ci prepara la tecnica, il progresso.
L'apostolato o sia della stampa o sia delle altre tecniche audiovisive, ha sempre tre parti: cioè redazione, tecnica e diffusione.
La redazione. La redazione è il punto di partenza e non vale che noi prepariamo tecnica e propagandisti, se non prima precede la redazione.
«Ricordino i membri che nell'esercizio dell'apostolato di Gesù Cristo siamo debitori a tutti, specialmente ai piccoli, agli infedeli, agli umili, ai poveri, affinché per mezzo della Chiesa sia fatta conoscere la multiforme sapienza di Gesù Cristo». Le moltitudini: oggi vi è stato un progresso di cultura, di istruzione e perciò noi dobbiamo seguire perché non abbiamo da parlare agli uomini <della vita>del tempo passato, ma agli uomini di oggi.
«La dottrina da comunicarsi riguarda fede, costumi e culto. La gerarchia prima, la dottrina della Chiesa, secondo la Scrittura, terzo la tradizione, i Padri e gli scrittori ecclesiastici, i dottori». Poi vi sono tutti i documenti della autorità ecclesiastica, eccetera. «Si devono escludere le questioni vane, le dispute che servono poco all'edificazione delle anime».
«L'apostolato presenti carattere pastorale»: e questo è un carattere nostro. Qualche fratello mi ha scritto: “La ringraziamo perché ci ha messo da parte, non ci ha lasciato entrare in questioni politiche o inutili, ci ha tenuto nel vero spirito del vangelo, nel vero spirito dell'apostolato e nel carattere stesso dell'apostolato”.
Ora lasciando da parte gli altri articoli, che riguardano la redazione e la previa censura, andiamo un momentino alla tecnica, perché anche il tempo è piuttosto breve.
«L'apostolato secondo il fine speciale della Pia Società San Paolo richiede mezzi tecnici adatti, che diventano come sacri nella divulgazione del vangelo e della dottrina della Chiesa. Dal loro uso e perfezione si ricaveranno frutti più copiosi».
Poi dice che siano proprietà dell'Istituto, in generale, i mezzi da adoperarsi. E poi che possibilmente si abbiano i mezzi più celeri e più efficaci: quindi i macchinari e tutto l'apparato tecnico.
In terzo luogo: la propaganda. La propaganda che è essenziale, perché – anche è stato stampato sopra il “San Paolo” – “Nessuno accende la lucerna e la mette sotto il moggio” o “sotto il letto”, come c'è in altra traduzione. E che cosa varrebbero i libri messi in magazzino? In magazzino diventano il peso che ferma l'apostolato, se non si cura la diffusione.
Ci vuole sempre l'equilibrio tra redazione, tecnica e diffusione, sì. Perché può darsi che uno si entusiasmi tanto di una parte. Tutto l'insieme! sempre equilibrati!
Poi si parla della propaganda. Quanto alla propaganda vedere di pensarci sopra quello che dovrebbe essere domani mattina l'argomento: la diffusione può essere capillare, può essere collettiva, può essere razionale può essere rateale o simili altre organizzazioni. Se possiamo andare al punto di organizzare i Cooperatori o Annunziatine o Gabrielini, allora noi abbiamo anime le quali fanno tutto con vero spirito di apostolato, pur dovendo provvedere anche loro ai mezzi di sostentamento, come l'operaio deve vivere della sua mercede e l'apostolo deve vivere del vangelo, dell'altare il sacerdote.
Però oltre quello che è chiamato stampa, l'apostolato dell'edizioni per mezzo del cinematografo. Poi l'apostolato dell'edizioni per mezzo della radio e della televisione e poi degli altri mezzi tecnici ai quali si applicano le stesse norme che sono in questi articoli.
«Quanto è stato detto per l'apostolato delle edizioni da esercitarsi per mezzo della stampa, bisogna applicarlo, fatti i dovuti riferimenti, agli altri mezzi dei quali la Società secondo il fine speciale deve servirsi per propagare la dottrina cattolica». Quindi <è da esercitarsi,> bisogna applicarlo, quanto è detto sopra, fatti i debiti riferimenti, agli altri mezzi. Se per la stampa c'è la redazione, e poi c'è la tecnica, e poi c'è la diffusione: queste tre parti servono ugualmente riguardo alla cinematografia, alla radio, alla televisione e a magari i dischi, eccetera.
«In modo particolare i superiori devono rivolgere la loro cura all'arte cinematografica, che esercita tanta efficacia sulle moltitudini e può essere di stimolo sia alla virtù che al male, perché sia opportunamente usata come mezzo di efficacissimo apostolato per la salute delle anime e la prospettiva della stessa società civile».
E poi dice che va bene che si incominci così: acquistare pellicole di altri; ma che poi bisogna arrivare alla produzione come si può. Da principio, perché si va in una nazione e non c'è altra via, bisognerà pure diffondere libri che vi si trovano, libri buoni che si trovano in quella nazione; e poi gradatamente si arriva alla produzione nostra. E quanto al cinematografo si è rimasto un po' indietro e per varie ragioni, sì.
Perché poi lì vi entra una difficoltà particolare: noi i tecnici li abbiamo in casa e invece in molti casi si devono prendere di fuori: e in quali circostanze, in quale difficoltà ci si viene a trovare!
«Poiché l'apostolato della Società si estende a tutte le genti, a tutti gli uomini di qualsiasi ordine o condizione, non solo bisogna produrre pellicole cinematografiche adatte per sale parrocchiali o associazioni cattoliche, ma anche specialmente quelle che possono servire a pubblici spettacoli». E qui bisogna ricordare l'esempio di Davide contro Golia. Quali enormi organizzazioni! quali enormi capitali hanno a disposizione! eccetera.
E poi dà gli avvisi, al numero 258, che pur servendosi dell'opera di estranei, bisogna vigilare assai.
«Assecondino innanzitutto le intenzioni della Società quelle persone che si assumono. Essi devono quindi essere talmente periti in quest'arte e del tutto confermati ai <princ> precetti della dottrina cristiana da far sperare che i films saranno eseguiti in conformità alle leggi della morale e della vera arte».
In questo di guida abbiamo gli atti della santa Sede, specialmente Pio XI, Pio XII. E se poi come contributo e come parte delle materie, che sono preparate per il Concilio ecumenico, vi è la parte dello spettacolo, vuol dire che la Chiesa se ne occupa, vuol dire che riconosce di qua quanto bene si può ottenere, quanto male si può temere.
Simile è l'apostolato per mezzo della radio e della televisione. Quindi l'articolo 260: «La Pia Società San Paolo, secondo il suo fine speciale, deve anche arrivare a far sì che la radio e la televisione siano usate come importanti mezzi di apostolato, ossia per la diffusione della Parola di Dio. Dove è possibile, la Società deve possedere anche proprie stazioni». E vengono a proporne e chiedono qua e là. Ma le opere non si fanno senza le persone e quindi dobbiamo partire dal formare il personale. E Gesù non ha fatto così? Ha cominciato a raccogliere gli apostoli, li ha preparati e poi li ha mandati: “Andate e predicate” eccetera.
«Perché si possa conseguire sempre più perfettamente il fine della Società, i superiori ricordino che, secondo il precetto del nostro padre san Paolo, la Parola di Dio non è prigioniera e che il progresso umano fornisce mezzi sempre più perfetti ed efficaci, i quali non si devono inconsideratamente respingere né accettare con leggerezza. Del resto l'esame, il giudizio sull'utilità e convenienza dei mezzi spetta al superiore generale col suo consiglio, salvo sempre il giudizio della sede apostolica». E quindi trattandosi per esempio dei dischi e delle filmine, abbiamo nel consiglio generalizio, – mi pare due anni fa o quasi tre, – trattato questo argomento: come doveva comportarsi la Società san Paolo: se si poteva nelle librerie diffondere questi mezzi che il progresso ci presenta e che servono o al male se si usano male o al bene se si usano in bene.

Chiediamo la grazia di osservare il secondo articolo delle costituzioni e cioè l'apostolato, l'apostolato nelle nostre forme. E ci vuole più grazia! Perché molto facilmente si trova possibilità, attitudine al ministero pastorale parrocchiale. Qui ci vuole di più: più intelligenza, più fatica, e nello stesso tempo, più prudenza; prudenza in tutte le parti, o sia redazione o sia tecnica o sia diffusione; e prudenza in coloro che vi lavorano, affinché non guastino, non deteriorino, non perdano le loro anime: “Quid prodest homini si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?”, ecco, sì. Così: prima la nostra salvezza, prima le anime dei nostri, anime verso le quali abbiamo dei doveri e delle responsabilità molto gravi.
E invochiamo la benedizione adesso di Dio sopra il nostro apostolato.
Gesù che ci ha detto: “Vos estis lux mundi”, che possiamo esserlo, lumen vitae.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-09_famigliapaolina.mp3
durata: 33' 06''

Don Giacomo Alberione - Roma? oppure Albano Laziale?, 09-04-1962, alla ssp


La Famiglia Paolina, comportamento tra congregazioni


Per chiarire quello che si è già accennato poco fa nella adunanza, penso sia bene leggere i peculiari doveri del Superiore generale verso le suore. Questo doveva già da molto tempo venire concretato e 5-6 mesi che stavo insistendo presso don Federico, ma egli trovava sempre la stessa difficoltà presso la Congregazione, giacché vi sono delle disposizioni del Diritto canonico; ma poi la Congregazione ha preso anche qualche altro ripiego e per rispetto a noi, ecco gli articoli che sono stati concretati e quindi pubblicati sopra le Costituzioni nostre e sopra le Costituzioni delle Figlie di San Paolo.
«Salvo il canone 500 § III, il Superiore generale della Pia Società San Paolo abbia una cura paterna, del tutto personale, delle suore Pia Società Figlie di San Paolo, Pie Discepole del Divin Maestro e Suore di Gesù Buon Pastore, le quali per origine, spirito e fini costituiscono una sola famiglia con essa, allo scopo di aiutarle paternamente nella preparazione morale e dottrinale all’apostolato, nel conservare il loro spirito religioso e nel conseguire il loro fine speciale, allo scopo di difendere fermamente la solida compagine e l’unità di spirito e di disciplina di ciascheduna congregazione e così poter promuovere efficacemente l’incremento di ognuna di esse».
E per l’applicazione vi è l’articolo 352: «Affinché possa adempiere un tale dovere, il Superiore generale può prudentemente usare questi ed altri simili mezzi: 1. Vigila paternamente affinché alle suore sia impartita una retta, solida e completa formazione, e cioè umana, religiosa, intellettuale ed apostolica, a norma delle Costituzioni di ciascheduna Congregazione. 2. Restando salde tutte quelle cose che riguardano le visite canoniche interne ed esterne, a norma del codice delle Costituzioni, può visitare paternamente le case delle suore affinché, se vi trova qualcosa non conforme al proprio spirito religioso e alle Costituzioni, lo comunichi alla Superiora generale. Questa cercherà di provvedere a norma delle Costituzioni. 3. Restando salvi i diritti dell’Ordinario del luogo e della Superiora generale a norma dei sacri canoni e delle Costituzioni, può assistere al Capitolo generale specialmente quando, finite le elezioni, si tratta degli altri affari. 4. Assiste in modo speciale, per motivi peculiari, le Figlie di San Paolo nell’adempimento dell’ufficio della redazione e nella preparazione di esse a tale compito. 5. Nomina i sacerdoti della Pia Società San Paolo per la previa censura circa la dottrina dei libri editi dalle Figlie di San Paolo secondo le loro Costituzioni, restando sempre fermo il diritto dell’Ordinario del luogo, a norma del Codice, prima che le edizioni divengano di diritto pubblico. Poi, ultimo, siccome dall’azione concorde della Pia Società San Paolo e delle Figlie di San Paolo viene certamente fomentato l’ottimo e stabile regolamento dell’apostolato delle edizioni e ne viene grandemente aumentata l’efficacia per il bene delle anime, il Superiore generale vigila e si adopera affinché l’apostolato delle edizioni nella redazione, nella tecnica e nella divulgazione venga promosso e coordinato di comune accordo, a norma delle Costituzioni di tutte e due le Congregazioni”.
Questo viene praticato secondo le necessità e anche secondo le possibilità, perché ora sono 360 le case e se devo andare a fare una visita devo stare un anno in giro, almeno. Tuttavia, attualmente, le Superiore sono molto rette e capaci e ascoltate dalle loro suore.
L’argomento di stasera sarebbe la Famiglia Paolina. Conviene quando si ricorda questo nome, questa denominazione, recitare l’omnes sancti et sanctae Dei, intercedite pro nobis. Si compone quindi di membri maschili e di membri femminili. Parlando della donna essa ha qualità sue proprie secondo le disposizioni di Dio, il volere di Dio, e l’uomo ha le sue qualità proprie, pur essendo l’una, la donna, e l’altro, l’uomo, sempre persone umane, tuttavia vi sono caratteri e uffici diversi. Ciò che c’è nella natura poi, viene perfezionato dalla grazia particolarmente della vocazione, sì, perché la grazia perfeziona la natura. Ora Gesù Cristo e gli Apostoli durante il ministero pubblico venivano assistiti da pie donne, come chiaramente si legge in san Luca e poi si sa anche dagli altri evangelisti. D’altra parte la storia della Chiesa ci ricorda la pietà con cui assistevano le pie donne gli apostoli e li servivano, la pietà con cui le diaconesse operavano e poi successivamente nella Chiesa questo si è verificato, e cioè accanto agli istituti religiosi maschili gli istituti corrispondenti religiosi femminili.
Sessanta anni fa, sessantacinque, ricordo che si insisteva sempre che i Vescovi, i seminari, non avessero suore; ma poi questa mentalità è andata cambiando e ora in tante diocesi i Vescovi hanno le suore, i Cardinali hanno le suore e le parrocchie hanno le suore. Nella Curia vi sono alle volte le suore; in Italia sono 11 gli uffici catechistici diocesani nelle curie in cui ci stanno le Figlie di San Paolo, sebbene quello non sia propriamente il loro ufficio, perché quello passerà poi nella cura delle suore Pastorelle, le quali hanno più il catechismo pratico, mentre le Figlie hanno il catechismo in quanto redazione, tecnica e diffusione.
Ora considerando la Famiglia Paolina sappiamo come è composta: la Pia Società San Paolo, le Figlie di San Paolo, le Pie Discepole, le Suore Pastorelle a cui si sono aggiunte le Suore Regina Apostolorum le quali sono ancora in un periodo non possiamo neppur dire di adolescenza, veramente in preparazione meglio… piccoli passi ma passi abbastanza sicuri e già cominciano a lavorare secondo la loro vocazione. Poi vi sono i sacerdoti di Gesù Sacerdote e i Gabrielini e le Annunziatine. Tutte insieme costituiscono la Famiglia Paolina. Gli uffici sono distinti e quindi separazione, e propriamente l’uno non dovrebbe entrare nell’altro; tuttavia qualche volta vi sono degli uffici in cui è sempre un po’ difficile <tagliare una> mettere una linea retta. Dove non può stare la legge deve supplire la carità, come dove non può arrivare la giustizia a provvedere a tutte le necessità della società, deve intervenire la carità che completa la giustizia. Così la carità completa le disposizioni, le leggi, gli articoli, sì, come dice il libro delle Costituzioni, sentendosi unite per origine, per spirito e fini; i fini sono convergenti, non che siano uguali, in maniera tale che ognuna può operare secondo la sua particolare missione.
Ora come ci troviamo noi davanti a queste varie istituzioni? Certo la Pia Società San Paolo deve stare a capo, ma un’assistenza quale è concessa, è permessa dal Diritto canonico. Oh! Quindi in primo luogo la cura spirituale e il contributo per la loro formazione spirituale. Il contributo si dà particolarmente con la predicazione, con il ministero del confessionale e poi anche con istruzioni, predicazione, assistenza varia e per qualche tempo vi fu anche a loro la scuola da parte della Società San Paolo. Quindi un aiuto, un aiuto il quale non deve andare troppo in là; perché noi sacerdoti abbiamo anche dei limiti nel tempo e non possiamo occupare troppe ore al confessionale; quindi si può fare un po’ di distinzione: ad esempio per le professe, specialmente se anziane, e le novizie si può dare assistenza maggiore, invece quanto alle aspiranti ecc. questo meno, perché a Roma non so quante ore vengo date, non ho mai fatto il conto, ma sono abbondanti. E allora bisogna che pensiamo che abbiamo dei doveri, degli altri doveri anche noi a cui non possiamo mancare. Quindi un po’ di limitazione specialmente per le aspiranti, sì.
E poi può essere un po’ di più per le novizie e questo anche secondo le circostanze, i luoghi, il numero delle persone. Una certa moderazione. Esse insisterebbero, e si capisce la ragione: spesso non trovano altri sacerdoti, spesso dicono che hanno bisogno del ministero dei nostri sacerdoti per formare bene lo spirito, e uno spirito conforme alle istituzioni. Certamente sono cose preziose. Tuttavia vi è una certa moderazione e poi anche loro sono già state formate e quindi comunichino anch’esse quello spirito che vorrebbero sempre comunicato dal sacerdote paolino.
Ecco così dare un po’ di indirizzo in questo senso. Tuttavia quando è possibile e non sottrae troppe ore ai nostri per compiere i loro uffici, si sarà larghi in carità, larghi in carità. Tuttavia occorre un complesso di avvertenze, di attenzioni, di attenzioni. Sono diverse le condizioni rispetto alle istituzioni; si capisce che le relazioni che si hanno verso le Figlie sono diverse da quelle verso le Discepole, le relazioni nostre. E le relazioni nostre sono ancora diverse verso le Pastorelle, sì. Riguardo alle Discepole sappiamo che cosa si è stabilito nel Capitolo, sia per la retribuzione e sia per le attenzioni e il rispetto da conservarsi. I locali disposti in maniera che sia abbastanza assicurata la clausura e che si tolgano, per quanto è possibile, i pericoli, sì. Poi esse devono compiere il loro ufficio di servizio domestico, qualche volta di infermiere, ma tutto questo sempre fatto in quella maniera, così che ci si assicura il rispetto vicendevole.
Adesso si è acquistato il terreno per costruire e ci andranno degli anni per far casa corrispondente alla casa di cura “Regina Apostolorum” qui di Albano: ma quella per i religiosi sacerdoti. Oh, comincerà qualche cosa penso verso la fin dell’anno, ma un minimo, perché anzitutto bisogna finire di pagare il terreno e poi bisogna preparare le cose.
Riguardo alle Figlie è già spiegato più abbondantemente in quello che si è detto, sì. Anche lì è necessario che si usi la carità che viene dalle relazioni particolari che abbiamo con loro, ma nello stesso tempo che non ci prendano troppo spazio, troppo tempo in sostanza.
[Con] le Pastorelle poi, essendo di un carattere un po’ più lontano dalle altre, non si hanno tante occasioni. Tuttavia esse si sentono ancora un po’ deboli e quindi cercano sempre di avere aiuto e veramente dell’aiuto se ne dà ed è la casa degli scrittori che opera a questo riguardo.
Esse però devono dare anche il contributo di lavoro alla Società San Paolo, specialmente cercando le vocazioni nelle parrocchie dove esercitano il loro ufficio.
Un’attenzione particolare va usata per i Gabrielini, sì. Qui vi è un impegno speciale, perché è un’istituzione di grande importanza e che può portare tanto vantaggio alla società, alla Chiesa e in primo luogo alla Società San Paolo, sì. Però è sempre da usarsi attenzione di formarli <con spirito> in spirito soprannaturale: loro lo desiderano, e d’altra parte, se hanno da emettere la professione e da rimanere fedeli, occorre che il loro spirito sia ben consolidato: pietà, sì, pietà abbondante e anche lo studio e poi avviarli all’apostolato che si crede di assegnare, oppure incoraggiarli nell’apostolato che già hanno abbracciato.
Pressappoco si deve dire delle Annunziatine: le Annunziatine hanno regole pressappoco come le altre istituzioni femminili nostre, pressappoco le stesse preghiere, lo stesso spirito, soltanto non hanno abito comune e non hanno la vita comune, come così non hanno abito comune né vita comune i Gabrielini; tuttavia possono stare alcuni e alcune in vita di comunità.
Che cosa abbiamo da pensare riguardo a tutto questo? La Provvidenza ha voluto così e allora noi seguiamo quello che la Provvidenza, che il Signore manifesta coi fatti, con i fatti. L’approvazione di un istituto e in primissimo luogo, in antecedenza, viene da Dio. Quando Dio manda vocazioni ad un istituto, allora, siccome è lui che manda, è chiaro che lì queste figliuole, questi figliuoli, possono attendere a quello cercano, cioè la perfezione, attendere a quello cercano, cioè un apostolato. Poi verranno le approvazioni della Chiesa, sì, ma prima le dà il Signore queste approvazioni, coi fatti, con il mandare persone, mandare vocazioni. Quanto a questo, allora, il segno che le istituzioni sono conformi al volere di Dio, quanto a questo non abbiamo dubbio.
D’altra parte queste tre istituzioni Gesù Sacerdote, Annunziatine e Gabrielini sono già innestati con la Società San Paolo e hanno già la loro approvazione definitiva dalla Santa Sede. Quindi ora non c’è più nessun dubbio né alcuna ragione di discutere: c’è solamente da operare in quanto possibile.
E se dobbiamo usare carità e impiegare del tempo, per ora dovrebbe essere un po’ più abbondante, – senza che usiamo una parola più forte – un po' più abbondante per quelle persone, per quegli istituti che sono più piccoli. Aiutare sempre i più piccoli per consolidarli, formarne lo spirito e poi dopo, quando saranno ben consolidati e avviati bene all’apostolato, potranno anche operare un po’ più da sé, un po' più da sé.
Naturalmente, sebbene non abbiano questa vita strettamente comune, tuttavia prima di abbracciare un apostolato devono chiedere, domandare consiglio e avere anche il permesso per certi apostolati, sì. Poi vi sono le persone che già hanno il loro apostolato e, quando entrano, già lo esercitano e allora possono continuare; tuttavia è sempre necessario tenere relazioni e formare come una specie di direzione morale, se non spirituale. Raccoglierle, fare certe funzioni e poi sentirle, istruirle secondo i casi e secondo le possibilità che ci sono. Più allarghiamo il nostro ministero, il nostro apostolato e più raccoglieremo di meriti per il Paradiso.
Ringraziamo il Signore il quale ha disposto così, ha voluto questo; lo ringraziamo e, in quanto è possibile, lo serviamo anche in queste varie istituzioni in quanto sempre, – ripeto, – sia possibile. Le case piccole non avranno in gran parte molta possibilità di tempo e quando non c’è il tempo non c’è il tempo; ma le case in cui vi è già un certo numero di sacerdoti, allora, sì, se è concesso, vi sia chi se ne occupi di queste istituzioni, in quanto...
Naturalmente noi possiamo anche immetterle nei nostri apostolati, ma in quella misura e in quel modo che già abbiamo ricordato e cioè, dobbiamo sempre pensare che loro devono provvedere per i casi di malattia, per il caso di vecchiaia e, di conseguenza, devono prima di tutto sempre tendere a migliorare la loro posizione anche sociale per operare maggior bene e poi devono avere già assicurato il mezzo di vita, sì. Eh, non formiamo un complesso <di gente> di poveri, no, [ma] gente che si presenta bene in società, tiene il suo posto e ha una vita assicurata e quindi più liberamente potrà attendere all’apostolato. Perciò anche se sono in comunità, come sono nel nostro caso a Torino, hanno i loro stipendi, hanno i loro libretti di lavoro e poi mentre che pagano la pensione possono conservare a parte quel tanto che è di più e tuttavia, essendo assicurata poi anche la pensione, guardano all’avvenire con tranquillità. E noi dobbiamo mettere persone e gente di tranquillità, assicurare loro una vita serena materialmente, affinché anche, non solo non siano buoni e facciano le cose di pietà, ma possano anche dedicarsi con serenità all’apostolato, senza le preoccupazioni del giorno. Così il Signore ci premierà anche di questo.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-08_studio.mp3
durata 34'46''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 08-04-1962, alla ssp

Lo studio


L'argomento di questa sera: lo studio.
Già è stata fatta la relazione per gli studi in Italia e già è stato rilevato quello che riguarda la filiazione della scuola di teologia al Lateranense.
Le costituzioni al numero 180 dicono: «Per rendere certa la nostra vocazione nell'esercizio dell'apostolato è necessario che promuoviamo tra di noi con diligenza studi letterari, scientifici, filosofici e teologici, con l'aggiunta di un conveniente esercizio pratico dell'arte tecnica nelle opere di apostolato».
La necessità dello studio tutti la riconoscono: non soltanto come deve attendere il chierico, che è ordinato a essere un giorno tra i sacerdoti diocesani e quindi per il ministero; si aggiunge l'altra necessità per noi e cioè per l'apostolato di redazione.
E l'apostolato di redazione in un certo senso allarga il campo o almeno richiede molte applicazioni di più di quanto sia necessario nel ministero sacerdotale semplicemente.
«Nell'applicazione agli studi i membri procurino di sentire sempre più intimamente con la Chiesa. Aderiscano di continuo alle sue disposizioni e direttive nella scelta delle materie, nella durata e nel metodo degli studi ed anche circa le fonti da cui possono attingere una santa e vera dottrina ed una erudizione di mente più sicura e più fruttuosa». L'applicazione poi di quanto qui è detto è stata fatta per mezzo della Ratio studiorum che ebbe pure la sua approvazione.
Un punto di particolare importanza per noi è lo spirito con cui fare lo studio. Essendo la divozione nostra centrale la divozione a Gesù Maestro, tutta l'attività del paolino si orienta verso questa divozione ed è la vita paolina alimentata da questa divozione; e tutto l'apostolato si ispira a questa divozione. Ne viene di conseguenza che lo studio anch'esso va innestato e si uniforma allo spirito di questa divozione.
Ora si stanno facendo le fondazioni della chiesa a Gesù Maestro: la chiesa è destinata poi all'adorazione perpetua, continuata giorno e notte a Gesù, al Maestro divino eucaristico. Tra le altre intenzioni che si hanno, c'è proprio anche questa: del miglioramento degli studi e del seguire attentamente sempre con devozione la dottrina della Chiesa e poi dopo averla appresa, darla alle anime. E che intanto tutto il complesso degli studi si conformi a quanto è detto nell'articolo 182: «Nell'apprendere e nell'insegnare le scienze bisogna far sì che gli studi siano sempre ordinati e coltivati in modo che Gesù Cristo nostro divino Maestro che è Via Verità e Vita sia da noi sempre più intimamente conosciuto e Cristo si formi pienamente in noi, nella mente, nella volontà, nel cuore. E così diventeremo esperti maestri delle anime, se prima saremo stati umili e diligenti discepoli di Gesù Cristo».
Oh, lo studio. Quindi impegno nell'insegnare per parte dei maestri e l'impegno di imparare per parte degli alunni. Questo è assolutamente necessario. E quanto meglio sono fatte le scuole e quanto più corrispondono gli alunni, tanto migliore sarà il risultato. Tuttavia su questi punti si insiste: non è necessario che adesso ci fermiamo.
Però dobbiamo pensare che i dottori della Chiesa, prima di cominciare lo studio, aprire i loro libri, prima di insegnare, prima di scrivere, pregavano. E specialmente di san Tommaso sappiamo com'era la sua abitudine. Vuol dire che non si impara soltanto studiando, ma noi dobbiamo domandare al Signore la grazia di imparare, perché è necessario: <appartiene, alle> questa comunicazione di scienza appartiene alla vocazione. È vero: il Signore ci dà il mezzo della scuola, e dello studio, sì; ma una parte ci deve venire dalla nostra fiducia nel Signore, invocando Gesù Maestro, invocando la Sedes sapientiae, invocando la Regina apostolorum.
Noi non possiamo pretendere ora che un bel giorno discenda lo Spirito santo nella stessa forma con cui è disceso là nel cenacolo! E quindi [per] gli apostoli, che avevano capito poco dall'insegnamento di Gesù, con la comunicazione dello Spirito santo la loro mente si aperse a tante cose, si aperse e così ebbero un'illustrazione larghissima: capirono bene che cos'era la redenzione, capirono il messaggio della salvezza, capirono anche meglio qual era la loro missione e cosa avrebbero dovuto fare e che cosa significa il mandato di Gesù Cristo stesso: “Andate e insegnate e fate discepole le nazioni”, eccetera.
Ora certo però che se la Chiesa ha tanta cura perché gli studi siano fatti con determinate regole e i regolamenti che ci vengono dati son sempre più perfezionati, abbiamo da adoperare questo mezzo. Ma nello stesso tempo non dobbiamo mettere da parte l'aiuto della grazia, i doni dello Spirito santo: la sapienza, la scienza, il consiglio e tutto quello che viene a completare, a completare ciò che alle volte noi non arriviamo.
Non pregavano così coloro che sono riusciti a diventare maestri nel mondo, maestri nella Chiesa? Sì, preghiera.
Il segreto di riuscita è sempre valido, non perde la sua forza. Noi lo recitiamo. Facciamolo anche recitare e spieghiamolo in qualche meditazione, in qualche istruzione ai fanciulli e ai chierici e a tutti in sostanza, compresi anche i discepoli per la parte che anch'essi hanno nello studio, per la parte che essi devono compiere.
Contare su Dio, contare su Dio. E nelle difficoltà, contare su Dio. E quando non si comprende, chieder luce a Dio. E quando stentiamo a ricordare, chiedere, pregare, chiedere al Signore, pregare Maria e poi sempre ogni volta che dobbiamo scrivere, ogni volta che dobbiam rivedere un qualche libro, ogni volta che dobbiamo anche entrare in scuola, insegnare, o che dobbiam far l'istruzione, la spiegazione del vangelo, eccetera: invocare la grazia di Dio: più luce, più chiarezza nel dire, più tenacia nella volontà e nella memoria, affinché non soltanto apprendiamo, ma che dopo sappiamo usare, usare di quel che abbiamo appreso per le anime. Perché si studia, appunto, perché dobbiamo istruire le anime.
Escludere allora ogni pensiero di vanità o soltanto di soddisfazione umana per il piacere di sapere : è anche una cosa onesta, ma oltre a questo <dis>gusto di essere istruiti, aver una certa cultura, noi pensiamo di ordinarla alle anime, la scienza che abbiamo appreso.
Oh, quindi rettificare le nostre intenzioni. E subito condannare ogni vanità che venisse perché si sa, perché si riscuote l'approvazione e magari le lodi, sì. Che possiamo apprenderla e usarla santamente la scienza.
In terzo luogo come mezzo per allargare le nostre idee, i nostri pensieri, c'è quello che non hanno altri, e cioè: continuamente i nostri giovani da quando entrano fino a che sono saliti al sacerdozio, sono in tipografia tre ore al giorno. Passano davanti ai loro occhi tanti articoli, tanti libri, periodici e riviste. E allora maneggiando sempre questi lavori, cioè attendendo sempre a questo apostolato, è anche ben difficile che uno non dia uno sguardo e non sappia proprio niente di quel che ha tra le mani. Quanto poi si ha anche la grazia di dover correggere, rivedere un libro, un articolo, quando si ha l'impegno di correggere le bozze, quante cognizione che in un seminario non si possono avere!
Utilizzare tutto, utilizzare tutto! E quanti libri passano tra le mani nel corso di 10-12 anni durante la formazione! E vi sono anche quelli che sono diligenti: danno qualche guardo almeno a quei libri che passano tra le loro mani. Si allargano molto allora le cognizioni e si vede il mondo <sopra un orizzonte> in un orizzonte molto più vasto.
Quindi abbiamo <tre modi di cui> tre mezzi di cui dobbiamo fare conto per imparare: in primo luogo fiducia in Dio; secondo la scuola e lo studio; e terzo l'apostolato fatto convenientemente, sì.
Oh, riguardo poi agli studi: «La congregazione si prepara i futuri suoi membri fin dalla loro tenera età nelle sue case di studio in cui gli aspiranti sono debitamente istruiti con ogni cura in ordine alla loro vocazione. Perciò la Società deve avere case proprie per gli studi e del tutto adatte non solo per gli studi ecclesiastici ma anche per gli studi classici o medi». Naturalmente qui si parla più delle nazioni <dove> nelle quali gli aspiranti son presi in tenera età, cioè sui 12 anni.
«Si usi grande cura perché gli alunni sia per la formazione intellettuale siano formati alla vera pietà e possano diventare degli operai nella vigna del Signore».
Oh, poi vi sono le materie che si devono studiare, ma prima: «Durante tutto il periodo degli studi, i religiosi siano affidati a speciale cura di un prefetto o maestro di spirito, che formi il loro animo alla vita religiosa con opportuni avvertimenti, istruzioni ed esortazioni. Il prefetto o maestro di spirito deve possedere quelle qualità che sono richieste per il maestro dei novizi a norma dell'articolo 43 e 46. Un prefetto o maestro sia preposto anche ai giovani aspiranti, perché abbia cura speciale della loro formazione».
Poi quello che già si è notato nella conferenza: «Nelle case degli studi vi sia anche un consiglio formato di sacerdoti, che esercitano l'ufficio di maestro a norma dell'articolo 187 o l'ufficio di insegnanti. Da questo consiglio il superiore prenda luce ed aiuto per la formazione dei giovani e dei chierici, e specialmente quando si tratta di promuovere gli alunni agli ordini oppure di ammetterli al noviziato o alla professione».
E poi raccomanda: «Si usi la massima cura nel scegliere i maestri, che devono eccellere non solo per scienza vera e per facilità nel comunicarla agli scolari, ma anche per un'insigne osservanza religiosa e pietà. Sappiano inoltre compiere l'ufficio loro assegnato con grande zelo e diligenza in tutte le sue parti».
Generalmente quando si tratta di studenti, la scuola viene fatta con diligenza. Se invece si tratta di discepolini, qualche volta, almeno in qualche casa, può essere che non vi si dia tanta importanza.
Gli studi sappiamo come sono divisi: vi sono gli studi letterari e scientifici, poi vi sono gli studi propri filosofici, teologici, pastorali; inoltre gli studi accademici e quelli complementari. Da notarsi che, tra le materie di studio, quello che riguarda la religione si deve sempre considerare come la materia principale, sì.
E tuttavia bisogna tener presente che altro è lo studio del discepolo e altro è lo studio dell'aspirante al sacerdozio.
Parlando degli studi letterari, un'attenzione. <che se> Noi dobbiamo formare dei chierici e dobbiamo formare dei sacerdoti. Ora nello studio della letteratura occorre anche tener presente e far subito distinzione fra quello che è buono, saggio e quello che invece qualche volta non è del tutto buono e saggio, perché vi sono altri libri che si devono conoscere, ma non hanno tutti le idee giuste e non sono tutti informati allo spirito cristiano. Occorre far rilevare ciò che è letteratura da ciò che è il contenuto, sì: quindi l'arte dal contenuto far rilevare.
Quanto agli studi filosofici noi abbiamo solo da seguire i nostri trattati. E i trattati che sono nelle mani dei nostri sono trattati approvati, dei quali possiamo fidarci. Naturalmente occorre che, poco a poco, il giovane si abitui anche a ragionare in una maniera sempre più retta e non solamente reciti la lezione in scuola o all'esame, ma sappia sempre meglio ragionare in tutte le cose, in tutte le cose: e sia nelle cose che riguardan la vita pratica e sia in quello che riguarda la sociologia, la pedagogia, la psicologia e tutto ciò che occorre e ciò che è compreso <nella nostra> nel curriculum della nostra vita.
«I chierici siano ammaestrati in tutte le scienze umane e divine secondo le necessità del proprio stato». Quindi dopo aver nominato le scienze naturali, la storia, insiste: filosofia scolastica, teologia dogmatica, ascetica e pastorale, scrittura, storia ecclesiastica, diritto canonico, sacra liturgia, archeologia e poi accenna all'eloquenza e discipline ausiliari che poi si prendono nell'anno di pastorale.
Oh. «Abbiano cura i professori di trattar la filosofia razionale e la teologia secondo il metodo, la dottrina e i principi del dottore angelico e ad essi religiosamente si attengano».
Poi: «Poiché all'inizio della vita sacerdotale sorgono maggiori difficoltà, ai superiori incombe l'obbligo particolare di aver speciale cura per qualche tempo dei giovani sacerdoti dopo la sacra ordinazione ed il compimento del corso degli studi, onde completarne la formazione pastorale ed apostolica». Quello che allora si diceva ora è diventato obbligo per disposizione della santa Sede.
E poi insiste l'articolo 199 e così anche l'articolo 200: che i giovani sacerdoti non abbandonino subito lo studio, ma che continuino. E bisognerà dare loro qualche tempo, qualche tempo della giornata, perché possano ancora rivedere e poi allargare ed anche approfondire ciò che già hanno studiato.
Poi: «Quanto agli studi accademici, tra gli alunni che si distinguono per lo studio e per la pietà, i superiori procurino di prepararne alcuni e mandarli agli studi accademici specialmente per conseguire i gradi di filosofia teologia e diritto canonico e anche di Sacra Scrittura. Questo non soltanto per avere bravi maestri per le scuole, ma anche perché si possa esercitare più efficacemente e intelligentemente l'apostolato».
«Non è lecito mandare i religiosi all'università civile, se non hanno lodevolmente compiuto il corso intero di filosofia e teologia e se non si distinguono per la pratica di una vita veramente religiosa e ciò non si faccia oltre quanto la necessità e l'utilità della Società richiedano».
«Spetta al superiore generale, dopo aver udito il suo consiglio, e prese tutte le dovute cautele, mandare all'università civile prescelti religiosi istruiti in filosofia e teologia, che specialmente abbiano dato prova di solida virtù, sempre però a condizione che, se non vi fosse alcuna residenza della Società, dimorino in qualche casa religiosa e vivano religiosamente».

Oh, lo studio. L'insegnante è lui che dà l'impronta alla classe e vi sono insegnanti che fan davvero imparare e se ne rendono conto e vi sono insegnanti meno...
Oh, allora gli alunni, specialmente quando si tratta di chierici già un po' avanzati nei corsi, si accorgono se il maestro vi dà la necessaria importanza. E allora anch'essi si impegnano assai di più.
Conseguenze poi per la vita: se si sa, il ministero di predicazione, l'apostolato nostro sarà amato. D'altra parte quando si approfondisce un po' di più, si sarà sicuri nelle sentenze che si danno, si dicono e in tutto quello che forma poi il nostro ministero, sì.
E poi la nostra testa dimentica e allora bisogna che la rinfreschiamo alquanto di tanto in tanto. Non perdiamo il tempo in letture inutili, giornali, riviste, quando non è necessario per tenersi al corrente di cose che interessano il nostro apostolato. Non perdiamo il tempo che è così prezioso, sì. Il notiziario sufficiente e le letture necessarie: tutto questo è buono. Ma il perdere un'ora a leggere tutte le notiziuole del giornale oppure libri che non portano alcun giovamento vero o cose simili: escludiamole!
Il tempo del sacerdote è in modo speciale prezioso, in modo speciale sacro e non abbiamo noi diritto di sprecarlo, certamente. Perciò l'impegno e esigere. E di tanto in tanto nelle predicazioni, nelle meditazioni ritornarvi sopra. Perché se vedono che il superiore segue, naturalmente anche loro sono più animati, incoraggiati ed avranno maggior frutto.
Quanto è prezioso il compito del maestro, dell'insegnante! quanto è meritorio il compito dell'insegnante che fa il suo lavoro proprio come una missione, una vera missione! e quanto è prezioso il tempo che si impiega a preparar la lezione.
Nella vita del canonico Chiesa c'era questo: lui era un vero studioso. Dopo 45 anni che faceva scuola, – e una parte di questi 45 anni erano per la scuola in teologia, – il vicecurato gli fece osservare: “Ma, canonico, son tanti anni che spiega quei trattati: ha ancora bisogno di prepararsi?”. Perché al mattino, dopo le orazioni, prima che si cominciasse il lavoro della parrocchia, si metteva a tavolino e si preparava la lezione che doveva poi dare in seminario. “Ma dopo tanti anni!”. “Oh, bisogna che io penetri bene le cose e faccia io la fatica per lo scolaro, per trovare anche i paragoni, le espressioni, perché capiscano più facilmente. E così la fatica per me serve a tutti gli scolari, a quanti sono in classe”.
Così certamente è questo un impegno di grande carità. E la carità non è certamente tutta di pane: ma qui si tratta anche di una carità doverosa quando uno ha l'ufficio di insegnante.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-09_lavoro_spirit.mp3
durata 29' 20''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 09-04-1962, alla ssp

Il lavoro spirituale, il vangelo della misericordia


Oggi il programma del lavoro spirituale, che è il lavoro più prezioso ed è quello che serve propriamente per noi in preparazione all'entrata in cielo.
Il lavoro spirituale ha sempre due parti: e cioè prima l'emendazione, togliere ciò che non piace al Signore, ciò che non è santo: la lotta è sempre necessaria perché i nemici non si quietano, non disarmano; e poi, in secondo luogo, l'acquisto delle virtù, specialmente l'aumento di fede e l'aumento della speranza.
Oh, ma in ultimo il completamento deve essere la carità, la quale poi riassume tutte le virtù e la quale è la virtù che dura in eterno, e quindi resta la immediata preparazione al cielo: charitas manet in aeternum.
Sì, virtù teologale, vita teologale. Però la fede e la speranza sono ordinate alla carità.
Allora chiediamo di accendere in noi questa fiamma di amore: amare l'amato e cioè amare chi ci ha amato, sì.
Il vangelo di san Luca è il vangelo dell'universalità ed il vangelo della misericordia. Scorrerlo un po' ci eccita all'amore: in noi stabilisce una fiducia sempre più grande nella bontà di Dio, una fiducia sempre più grande in Gesù, nel crocifisso, il Salvatore; e per la sua universalità e ci fa pensare all'ampiezza del nostro apostolato.
Si comprende anche come san Luca abbia impresso questo carattere nel suo vangelo: egli era greco, era greco; quindi la missione di Gesù non doveva restringersi alla terra d'Israele, al popolo ebreo, ma era diretta a tutta l'umanità.
Poi il vangelo della misericordia. Considerando allora egli e vedendo coi suoi occhi la corruzione del mondo pagano e considerando la bassezza a cui era giunta l'umanità, l'abisso di male, di errori, allora chi ci salva se non il Salvatore, cioè Gesù?
Quindi vangelo della misericordia. Sic Deus dilexit mundum ut filium suum unigenitum daret, ut omnis qui credit in illum non pereat, sed habeat vitam aeternam. Ecco ringraziare il Padre celeste che ci ha mandato il suo Figlio a sollevare l'umanità dall'abisso in cui era caduta.
Ringraziare il Padre celeste! E il “Padre nostro” è una preghiera che ci serve tanto e ci eleva a considerare tutto quel che riguarda Dio, quel che riguarda Dio: e quindi le tre prime domande e poi <ci fa> ci invita ad abbassare lo sguardo nostro sopra la nostra miseria; quindi il bisogno e d'altra parte la fiducia, bisogno nostro, fiducia per la misericordia di Dio: “Da' a noi il nostro pane quotidiano, rimetti..., non c'indurre...” eccetera.
Il vangelo della misericordia: “Veni vocare peccatores ad poenitentiam”: questo è la sua missione, la sua missione, “perché non hanno bisogno del medico i sani, ma hanno bisogno del medico gli ammalati”. E così egli tracciava la sua missione di misericordia. “E affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha potere di rimettere i peccati”, ecco: Gesù confutò coloro che mormoravano: “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”, [dicendo:] “Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha potere di rimettere i peccati, dico al paralitico: Alzati, cammina, torna a casa tua, prendi il tuo letticciuolo sulle spalle!”. Egli difese la sua misericordia e difese il potere di usar la misericordia, cioè di perdonare.
Se scorriamo il seguito: la dramma perduta, che la donna vuole ritrovare e la ricerca con grande diligenza e smuove i mobili e accende la lampada, finché la ritrova, e poi fa festa con le vicine, perché le vuole compagne della sua soddisfazione, della sua gioia.
La pecorella smarrita: tutti eravamo smarriti e l'umanità era smarrita. E allora che cosa fece il buon Pastore? Andò a cercarla, finché la trovò. E, per risparmiargli anche la fatica, – perché sembrava ferita, – la fatica del ritorno, se la mise sulle spalle e la riportò all'ovile. Gesù si mise sulle spalle la croce, cioè tutti i nostri peccati, tutti i peccati dell'umanità e soddisfece per noi tutti.
La parabola poi del figliuol prodigo sotto un certo senso è ancor più espressiva: descrive la discesa verso l'abisso del figliuol prodigo e descrive il suo pentimento, il suo ritorno al Padre e la festa che fa il Padre nel rivedere il figlio, perché “era perduto e fu ritrovato, era come morto, è resuscitato”. D'altra parte san Giovanni predicando in preparazione alla manifestazione di Gesù, del Messia, come lo indicò? Quando lo vide là: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”, l'agnello di Dio. E perché il Signore non castigò l'umanità? e perché volle sollevarla? “Misericordiam volo et non sacrificium”, la misericordia, ci usa sempre misericordia, “sed ut convertatur et vivat”, sì, perché siam salvi.
Possiamo ricordare la samaritana: la samaritana che arriva al pozzo, la samaritana la quale si mostra da principio un po' ribelle [nel] discorrere con Gesù. “Non coutuntur iudei et samaritani”; ma il Signore la invita a pensare: “Se sapessi chi è che ti chiede da bere, saresti forse tu a chiederne a lui”. Ma l'altra pareva che non volesse arrendersi: “E come, non hai di che attingere e il pozzo è profondo”. Ma egli, Gesù, si fece strada in quell'anima, in quell'anima che aveva seguito la via del peccato. “Eh, lo so che non hai marito! ma quanti ne hai avuti? e colui che hai adesso è forse tuo marito?”. E allora ecco Gesù entra in quell'anima e la invita a riflettere, la converte e poi essa va in città a parlare e invitare i suoi concittadini a venire e da peccatrice si fa come apostola della sua città.
La misericordia di Gesù si vede tanto nell'adultera. E sì: “E tu che dici? costoro quando son sorpresi in peccato devono esser lapidati, e tu che dici?”. Ma Gesù si chinò e scriveva sulla polvere, nella povere, per terra. Oh: “Chi è innocente, scagli la prima pietra”. Ci invita a riflettere su di noi e a diventare misericordiosi. E allora uno per uno quelli se ne andarono e rimase solo Gesù con la donna: “Nessuno ti ha condannata? No. Neppure io ti condannerò”. Una cosa sola voleva: “Va' non peccar più”. Ce l'ha detto tante volte il Signore questo.
E che cos'è che muove il cuore di Dio a usarci misericordia?
La Maddalena, la quale sa di essere indegna, va al convito, si inginocchia ai piedi di Gesù, piange i suoi peccati, bacia i piedi del Salvatore e li asciuga con i suoi capelli, li unge di unguento e: “Le son rimessi i molti peccati, perché molto ha amato e molto ama”. La misericordia, che il Signore ha usato a noi, deve portarci ad amarlo: la misericordia in generale, ma poi in particolare per ognuno di noi, singolarmente.
Vi è tanto da imparare dal fatto di Pietro: nega il Salvatore tre volte e ricorda le parole: “Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte”. E Gesù passa e gli dà uno sguardo, che non è di rimprovero, è di amore. E Pietro capisce e flevit amare. Gesù non gli rinfacciò il suo peccato. L'aveva avvertito, prima, di stare attento. Solo domandò che lui facesse una triplice protesta di amore e quindi: “Mi ami tu?”. E non lo rigettò e gli confermò il gran potere che già gli aveva promesso: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. Quant'è buono il Signore, nonostante le nostre ingratitudini e le nostre male corrispondenze! Il Signore non ci ha rigettati, ma ci ha confermati.
Anche gli altri apostoli avevano avuto un comportamento assai infelice, quando Gesù veniva legato, là nell'orto del Getsemani: omnes fugerunt; con tante proteste, omnes fugerunt. E Gesù non li rimproverò. Ma quando la prima volta si mostrò a loro, conferì un potere straordinario, che fa meraviglia: e cioè di rimettere i peccati. Quale potere! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? E perché? Perché non era venuto per far morire, ma “salvum facere quod perierat”.
Lo accusavano, Gesù: “Magister vester manducat cum peccatoribus!”. E che cosa disse Gesù? E come si regolò con Paolo, Saulo? [Era] persecutore feroce, ma egli lo conquista con la misericordia. “Perché mi perseguiti?”. “Ma cosa devo fare allora?”. “Va' e ti sarà detto cosa devi fare”. E ricevette il battesimo e si convertì in quel grande apostolo che conosciamo.
Quando Zaccheo desiderava di vederlo, salendo sulla pianta, Gesù gli concesse di più: “Discendi, devo venire a casa tua!”. E andò e lo convertì, comunicandogli una luce interiore. E allora l'altro, Zaccheo: “Ecco, se ho rubato qualche cosa, restituisco il quadruplo; do metà i miei beni ai poveri”.
Il cuore di Gesù. Gesù che piange su Gerusalemme. E fino a che punto ci amò? Fino a lasciarsi crocifiggere e poi chieder perdono per tutti: “Perdona loro”. E promette al ladrone convertito: “Oggi sarai con me in paradiso”. Non lo sottomette neppure al purgatorio. E perché noi capissimo il suo amore e ci dessimo un po' di spiegazione noi stessi, perché volle nascer bambino, perché si assoggettò a quella vita condusse a Nazaret, a quella vita di fatiche del ministero e alla stessa passione e morte: tutto si spiega guardando la ferita del costato: tutto fu per amore: “Dilexit me et tradidit semetipsum pro me”.

Oh, allora, che cosa dobbiamo noi pensare?
Primo luogo: chiedere la grazia di amare, amare sinceramente Gesù. “Non ho predicato altro che Gesù Cristo fra di voi e Gesù Cristo crocifisso”. È lì il gran segno di amore: “Nessuno ama di più di colui che dà la vita per l'amato”. Tutte le volte che alziamo lo sguardo al crocifisso, lì c'è la predica. Nessuno ama di più. E chi ci ha amato di più? Né genitori, né amici; nessuno è ancor morto per noi. Nessuno ama di più di colui che dà la sua vita per l'amato. E allora quante volte dobbiam baciare il crocifisso! E specialmente alla sera, voltando lo sguardo al crocifisso sul capezzale, dare quegli sguardi che daremo e un bacio come daremo quando saremo nell'estrema agonia. L'unica salvezza, l'unica consolazione poi, non è il passato, le opere fatte, l'esser riusciti in una cosa, in un'altra: non ci consolerà quello, [ma] il crocifisso, la sua misericordia, spes nostra, l'unica speranza nostra, ecco.
E noi avremmo mica un cuore così insensibile da non capire un pochettino almeno superficialmente l'amore del cuore di Gesù verso di noi? Quindi amarlo!
Amarlo in che modo? Ecco in primo luogo la retta intenzione: tutto per il Signore. Vediamo di vigilare molto sulle intenzioni, le intenzioni, le quali poi sono – quando son rette – sono amore. E perciò le opere che si fanno, ecco, – e si fanno con rettitudine di intenzione, – aumentano in noi la carità, aumentano in noi i meriti: la retta intenzione. E poi che le opere siano buone e cioè quel lavoro di perfezionamento per togliere tutto quel che può dispiacere e all'amato Gesù: perfezionamento.
E poi ornare l'anima nostra delle virtù e specialmente, infine, arrivare a un proposito che riassume tutti i propositi. Quando noi dirigiamo anime e le vediamo già ormai orientate verso l'amore e sentiamo che progrediscono in questo amore, allora capiamo che la loro salita verso la perfezione è già arrivata a un certo punto e forse anche a un buon punto, sì. Non abbiam più bisogno di dir tante cose, ma di invitarle e incitarle ad un amore sempre più intenso, affinché tutto facciano in amore. E così la preparazione diretta, perché c'è già stata la purificazione: e la fede e la speranza han portato all'amore, alla carità, han portato alla carità. Allora tutto si fa per il Signore.
Predicare poi quindi la carità.
Oh, ma noi stessi pensare che tutta la religione si fonda su due precetti; il cristianesimo ha due comandamenti, che sono come le rotaie su cui si cammina. E quali sono? “Hoc est primum et maximum mandatum: diliges Dominum Deum tuum ex tota mente tua, ex omnibus viribus tuis, ex toto corde tuo, ex tota anima tua”. La forza sta sempre in quel “totum”: ex tota mente, ex omnibus viribus tuis, toto corde, tota anima tua. Che non ci resti più il fumo in mezzo alla fiamma e se c'è, c'è ancora qualche po' di fumo, noi la detestiamo e cerchiamo di purificare sempre meglio il nostro cuore.
“Secundum autem similes est huic: diliges proximun tuum sicut teipsum”, perché nel prossimo amiamo Gesù. E allora abbiamo fiducia. “Charitas operit moltitudinem peccatorum”.
Chiedere l'amore, chiederlo a Gesù, al suo cuore e chiederlo a Maria, Mater pulchrae dilectionis e particolarmente fare il nostro centro sopra il sacramento d'amore, la messa, la comunione, la visita. E poco per volta “quis nos separabit a charitate Christi?”. Seguire il nostro padre! Che espressioni: “Quis nos separabit a charitate Christi? tribulatio, angustia” eccetera: né la vita, né la morte, niente. Quando saremo arrivati a questa altezza, a questa intensità di amore del nostro padre san Paolo? Chiediamo sempre meglio, sempre, di amare sempre di più.
[...] giaculatoria: “Dolce cuor del mio Gesù, fa' ch'io t'ami sempre più” è tanto adatta e si può ripetere così facilmente. E poi di tanto in tanto, mentre si è soli, si salgono le scale, eccetera, nei momentini liberi, l'atto di carità: “Vi amo con tutto il cuore, siete proprio il sommo bene e siete voi la felicità”. E allora che cosa possiam desiderare e volere, se non Dio solo, sommo bene? Questa è sapienza: volere il solo bene e il bene infinito e il voler la felicità nostra, la nostra felicità eterna, felicità eterna.
Allora ecco quello può essere alla fine l'ultimo proposito e può essere il proposito anche di questa giornata, proposito poi che noi cercheremo di praticar sempre di più. E man mano che cresce in noi l'amore, vi è una preparazione sempre più diretta, più sicura al cielo, in modo tale non dovremo toccare le fiamme del purgatorio, le pene del purgatorio. Ma con questo ci occorre che l'amore sia tanto intenso, e non solo bruci tutto ciò che è imperfetto, ma ordini tutto il nostro essere, la mente, il cuore, la volontà, le forze, l'anima, tutto teso verso Dio, Dio, Paradiso.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-10_novene.mp3
durata 30' 26''

Don Giacomo Alberione - Roma, 10-04-1962, alla ssp

Novene a Gesù Maestro, Regina degli Apostoli, San Paolo


L'ultima sera. E allora tratteniamoci sulle nostre tre prime principali divozioni: Gesù Maestro, Regina degli Apostoli, san Paolo.
Ecco, il vocazionario di Roma ha preparato tre novene, che vengono celebrate solennemente, cantate.
Prima: al divino Maestro. Oh, è ancor meglio se avete il libro in mano a pagina 344.
Le varie frasi che sono prese dal vangelo, dalla Scrittura in generale, ci presentano il Maestro. E lo si invoca come Via Verità e Vita. Quindi vi è il gruppo dei cantori e vi è il coro, cioè la comunità.
Il coro: Magistrum nostrum unicum, Jesum Christum, venite adoremus.
Cosa che ripete il coro.
E i cantori: prima: Ego sum Via et Veritas et Vita. Qui sequitur me, non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae.
E il coro risponde di nuovo: Magistrum nostrum unicum, Jesum Christum, venite adoremus.
I cantori: Vos vocatis me Magister et Domine: et bene dicitis: sum etenim. Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis.
Si ripete sempre la stessa frase dal coro: Magistrum nostrum unicum, Jesum Christum, venite adoremus.
Ne vocemini magistri: quia Magister vester unus est, Chrisus. Omnes autem vos fratres estis.
Poi i cantori: Non est discipulus super magistrum: qui si fa conoscere Gesù come Via. Non est discipulus super magistrum: perfectus autem omnes erit, si sit sicut magister eius.
Continuando: Ego sum vitis: qui Gesù Vita. Ego sum vitis, vos palmites: qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum.
Ego sum panis vitae. Si quis manucaverit ex hoc pane vivet in aeternum: et panis, quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita.
E allora quello che Gesù ha fatto, lo comunica agli Apostoli: come egli ha insegnato, così egli manda a insegnare gli Apostoli. Euntes in mundum universum praedicate Evangelium omni creaturae. Qui crediderit, et baptizatus fuerit salvus erit.
Viene il capitolo che tante volte già abbiamo ripetuto: Multifariam multisque modis olim Deus loquens patribus in profetis, novissime diebus istis locutus est nobis in Filio. E d'accanto alla destra di chi legge sta la traduzione.
Vi è l'inno. L'inno si varia: prima l'inno Ego sum Via, poi secondo inno: Ego sum Veritas, terzo Ego sum Vita. Qui non sono riprodotti, ma è distribuito l'opuscolo a tutti nella comunità perché così posson seguire.
Quindi il versetto sempre da noi ripetuto: Jesu Magister, Via et Veritas et Vita, doce nos viam veritatis et sanctitatis.
L'antifona del Magnificat: Magister scimus quia verax es et viam Dei in veritate doces.
Quindi il canto: “L'anima mia magnifica, loda il Signore”.
Ripetuta l'antifona, vi è l'oremus: Fac nos, Domine Jesu Christe, qui es Via, Veritas et Vita supereminentem scientiam tuam spiritu Pauli apostoli ediscere, ut in viam mandatorum tuorum currentes, vitam consequamur aeternam. Questo è stato il primo oremus che ci ha approvato la Congregazione dei riti. Nella messa poi <ne è stata,> ne è stato dato un altro oremus. Il senso però è quello, presso a poco lo stesso.
Questo per la novena a Gesù Maestro.

Secondo: la novena alla Regina degli Apostoli.
L'invitatorio è preso dall'enciclica del papa Leone XIII: Ave, Mater Ecclesiae, dice Leone XIII, Madre della Chiesa, Magistra et Apostolorum Regina, Maestra e Regina. Quindi i tre titoli uniti insieme dalla frase di Leone XIII: Mater Ecclesiae cioè Madre nostra, Maestra e Regina degli Apostoli.
Quello è l'invitatorio che si ripete.
I cantori: ricordano appunto i titoli e le ragioni per cui Maria si intitola Madre, Maestra e Regina: Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius; ipsa conteret caput tuum. L'annunzio di Dio <al> del Redentore e della Corredentrice, colei che sarebbe stata vittoriosa sopra il demonio.
Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi obumbrabit tibi. Ideoque quod nascetur ex te sanctum vocabitur Filius Dei. Lo Spirito Santo verrà sopra di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà della sua ombra, per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio.
Et peperit filium suum primogenitum et pannis eum involvit et reclinavit eum in praesepio. E diede alla luce il suo figlio primogenito e lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia.
Quarto: Ecce positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israël et in signum cui contradicetur; et tuam ipsius animam pertransibit gladius. Ecco egli è posto per la caduta e la resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, anzi a te pure una spada trapasserà l'anima.
Continuando 5: Cum vidisset ergo Jesus matrem et discipulum stantem quem diligebat, dicit matri suae: Mulier, ecce filius tuus; deinde dicit discipulo: Ecce mater tua.
Sesto: Maria al cenacolo, dove discenderà lo Spirito santo. Erant perseverantes unanimiter in oratione cum mulieribus et Maria matre Jesu et fratribus eius. Perseveravano concordi nella preghiera con le donne e con Maria, madre di Gesù e i fratelli di lui.
E qui il numero 7 è preso dalla enciclica di Pio XII quando ha definito il dogma dell'Assunzione di Maria: Immaculata Deipara semper Virgo Maria expleto terrestris vitae cursus, fuit corpore et anima ad coelestem gloriam assumpta. Maria, immacolata sempre vergine Madre di Dio, terminato il corso della vita terrena, fu assunta in corpo ed anima alla gloria celeste.
Oh, poi il capitolo ricorda il ritorno dal monte dell'Ascensione: Allora gli Apostoli se ne ritornarono a Gerusalemme dal monte detto dell'uliveto che dista da Gerusalemme circa un chilometro. In diebus illis Apostoli reversi sunt Jerosolimam a monte qui vocatur oliveti, quae est iuxta Jerusalem sabati habens iter.
E allora segue l'inno, l'inno ricorda quello che avvenne nel cenacolo:
L'assemblea degli apostoli, fedele al comando di Cristo, attende in preghiera i sette doni dello Spirito santo. Apostolorum contio, ut Christus imperaverat, expectat orans munera septena Sancti Spiritus.
Li sospira più ardentemente Maria, che nominata per ultima, diviene tra tutti la prima, la più ricolma di doni. Suspirat heac ardentius Maria, quae novissima dum nominatur, omnium fit prima, donis auctior. Donis supernis Flaminis tanta repletur copia, ut detur illi coeteros ditare plenitudine. Dei superni doni dell'amore le viene concessa tale ricchezza da poterne effondere abbondantemente sugli altri.
E perciò l'invocazione: Avvicinati, o sacerdote, a Maria, piena di grazia e insistentemente chiedi i rivi di grazia di così vasto fiume.
Adi, sacerdos, jugiter, plenam Mariam gratia, et gratiarum rivulos deposce vasti fluminis. Ut ipse vivas sanctius, dabit Maria largiter; manus amicas porriget, ut des iuvamen fratribus. Maria ti concederà largamente di vivere più santamente tu stesso, ti porgerà mani amiche perché possa aiutare i fratelli.
E quindi la strofa finale: Gesù, sia gloria a te, che sei nato dalla Vergine, col Padre e l'almo Spirito nei secoli eterni. Così sia.
Oh. Regina degli Apostoli, prega per noi il Signore, alleluia.
Vi è l'antifona del Magnificat, che la cantiamo frequentemente: Suscipe nos, Mater, Magistra, Regina nostra; roga Filium tuum Dominum messis, ut mittat operarios in messem suam, alleluia.
L'oremus: Deus, qui Apostolis tuis, cum Maria Matre Jesu unanimiter orantibus, Sanctum dedisti Spiritum, da nobis ut eadem Matre nostra et Apostolorum Regina protegente, maiestati tuae fideliter servire et nominis tui gloriam, verbo ed exemplo diffundere valeamus. Per eumdem Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum.
Questa la seconda novena.

Po la terza novena a san Paolo apostolo.
L'invitatorio. Qui, nei vari testi e frasi che son presi dalla Scrittura, ci ricordano che Paolo per noi è padre, maestro, protettore, esempio.
Sancte Paule apostole, praedicator veritatis et doctor gentium, intercede pro nobis.
Il coro ripete la stessa invocazione.
I cantori: Saulus autem devastabat Ecclesiam: per domos intrans et trahens viros ac mulieres, tradebat in custodiam. Dagli “Atti”: Saulo, frattanto portava la devastazione nella Chiesa, penetrava nelle case, trascinava via uomini e donne e li gettava in prigione.
Secondo: Saule, Saule, quid me persequeris? Qui dixit: quis es Domine? Et ille: Ego sum Jesus quem tu persequeris. Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ed egli rispose: chi sei, o Signore? Io sono, disse, Gesù che tu perseguiti.
E poi si ricorda il frutto dell'apostolato: Qui operatus est Petro in apostolatu circumcisionis operatus est et mihi inter gentes; et cognoverunt gratiam Dei quae data est mihi. Colui che ha fatto di Pietro l'apostolo dei circoncisi, ha fatto di me l'apostolo dei gentili; e riconobbero la grazia a me concessa.
E poi si descrive un po' del lavoro e delle sofferenze: In laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter. Più di loro nelle fatiche, più di loro nelle prigionie, immensamente di più sotto le battiture e spesso nei pericoli di morte.
Cinque: Libenter gloriabor in infirmitatibus meis, ut inhabitet in me virtus Christi. Ben volentieri io preferisco gloriarmi delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo.
Sesto: Gratia Dei in me vacua non fuit sed gratia eius semper in me manet. Dalla messa: La grazia di Dio non è stata vana in me, ma sempre vi rimane.
Settimo: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. In reliquo reposita est mihi corona iustititae, quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex. Ho combattuto la buona battaglia, ho compiuto la mia corsa, sono stato fedele; ormai non mi resta che ricevere la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi darà in quel giorno.
E il capitolo: San Paolo esprime la sua fede: Scio cui credidi. So in chi ho posto la mia fede, et certus sum quia potens est depositum meum servare in illum diem e son persuaso che egli ha il potere di custodire il deposito che mi ha affidato fino a quel giorno.
Abbiamo cantato varie volte l'inno, leggiamo l'introduzione: O Paolo, dottore egregio, sii la nostra guida e attira con te in cielo i nostri cuori, fino a che la nostra fede, ora velata, scorga il meriggio e, splendente come il sole, regni solo la carità. Alla Trinità sia gloria sempiterna, onore potestà e giubilo nell'unità che tutto governa nei secoli eterni. Così sia.
Tu es vas electionis, sancte Paule apostole, praedicator veritatis in universo mundo. E l'antifona è un'invocazione: O san Paolo apostolo, predicatore della verità e dottore dei gentili, intercedi per noi presso il Signore che ti ha eletto.
E quindi l'oremus finale dopo il Magnificat: Deus qui universum mundum beati Pauli apostoli praedicatione docuisti, – grande elogio: universum mundum praedicatione docuisti, – da nobis quaesumus ut cuius natalitia colimus eius apud te patrocinia sentiamus, sì esperimentiamo la sua protezione, egli nostro protettore.

Allora ecco come serve bene questo che abbiamo letto e cioè conoscere sempre meglio Gesù Maestro Via Verità e Vita e pregarlo sempre meglio, come egli è, Via Verità e Vita e che noi a nostra volta diventiamo via alle anime e verità coll'insegnamento e vita comunicando la grazia alle anime.
E questo certamente ci è di guida in tutto il nostro studio, in tutta la nostra pietà, e in tutto il nostro apostolato e in tutta la nostra vita conformata al Maestro Via Verità e Vita.
Ci onora poi Maria come Madre Maestra e Regina: Madre ce l'ha data Gesù ai piedi della croce. Sì, ella stava allora cum vidisset ergo Jesus matrem et discipulum stantem quem diligebat dicit matri suae: Mulier ecce filius tuus; deinde dicit discipulo: Ecce mater tua. E si mostra Regina: Erant perserverantes unanimiter in oratione cum mulieribus et Maria matre Jesu et fratribus eius e Regina in cielo: Immaculata Deipara Virgo Maria expleto terrestris vitae cursu, fuit corpore et anima ad coelestem gloriam assumpta. E Maria nostra Maestra, Madre e Regina.
L'inno ricorda tutto questo, sebbene non è un inno proprio perfetto, tuttavia i pensieri e le invocazioni che ci sono sono buone: Avvicinati, o sacerdote, a Maria, piena di grazia ed insistentemente chiedi i rivi di grazia di così vasto fiume e Maria ti concederà largamente di vivere più santamente tu stesso, ti porgerà mani amiche perché possa aiutare i fratelli.
L'oremus lo abbiamo ripetuto tante volte e ripetiamolo poi sempre con fede, fede.
La novena all'apostolo Paolo ci ricorda: primo: la sua conversione da persecutore ad apostolo e poi dopo ci ricorda il suo lavoro: Qui operatus est Petro in apostolatum circumcisionis operatus est mihi per gentium; et cognoverunt gratiam Dei quae data est mihi; e quanto egli abbia mostrato l'amore a Gesù in laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter. Così è vissuto il nostro padre e tuttavia si conserva sempre nell'umiltà: Libenter gloriabor in infirmitatibus meis ut inhabitet in me virtus Christi. E la grazia in lui non cadde nel vuoto: Gratia Dei in me vacua non fuit sed gratia eius semper in me.
E poi finalmente la conclusione: Bonum certamen certavi, cursum cosummavi, fidem servavi. E questa è la conclusione della sua vita: corona iustitiae, corona iustitiae quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex. E nella sua vita egli aveva creduto a Gesù, si era fidato di Gesù, l'aveva seguito: Scio cui credidi, so in chi ho posto la mia fede e son persuaso che egli ha il potere di custodire il deposito che mi ha affidato fino a quel giorno.
A conclusione quindi l'oremus: O Paolo, dottore egregio, sii la nostra guida e attira con te in cielo i nostri cuori, fino a che la nostra fede, ora velata, scorga il meriggio e splendente come il sole regni sola la carità.

È utile che queste tre novene vengano ripetute anche nelle altre case, non solo nel vocazionario di Roma. E si possono prendere, prima di partire, gli opuscoli che contengono anche le note.
Oh, le nostre tre principali divozioni: primo praticarle, secondo insegnarle e quindi farle praticare, farle vivere.
Vi è bisogno di molta spiegazione, specialmente ai piccoli. Gesù Via Verità e Vita in quanto tale è Maestro perfetto. Così spiegare i tre titoli Mater Ecclesiae, la Madre della Chiesa, e nello stesso tempo Regina nostra, Regina Apostolorum, Regina, sì, e Maestra come è chiamata: Magistra Apostolorum ac Regina da Leone XIII.
Poi far conoscere come san Paolo è per noi maestro che insegna, esempio che ci ha preceduti e nella santità e nell'apostolato e nello stesso tempo protettore, colui che intercede presso il Signore per noi.
Le tre divozioni e questo serve tanto bene a chiudere questi giorni santi, dopo avere molto meditato e molto pensato ecco: affidiamo tutto il frutto di questi giorni al divino Maestro, alla Regina, a san Paolo.
Oh, con la loro misericordia e per la loro misericordia e per i loro meriti, che possiamo vivere come adesso è l'impegno nostro, come adesso è la nostra volontà, onde chiudere santamente la vita da buoni paolini, paolini fervorosi. E allora san Paolo ci accoglierà: saremo tutti noi discepoli attorno al gran Maestro e padre protettore nostro in cielo.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-13_riparazione.mp3
durata 24' 06''

Don Giacomo Alberione - Roma, Casa Generalizia, 13-04-1962 - ai discepoli ssp

I dolori di Maria e Gesù, riparazione, raccoglimento, crescere nell'amore


...in cui si commemorano i dolori della Vergine, i dolori di Maria durante la passione del Figlio, particolarmente quando Maria assistette alle agonie di Gesù: “et tuam ipsius animam pertransibit gladius”, e cioè: Gesù sarà condannato, crocifisso e “anche il tuo spirito sarà trapassato da una spada di dolore”.
Il vangelo nota che, avvicinandosi la festa di Pasqua, che era celebrata solennemente dagli Ebrei, fecero un consiglio, un'adunanza Farisei e in generale tutti quei che avevano resistito alla parola di Gesù, alla predicazione di Gesù. E lo scopo non era di studiare come salvarsi loro per la vita eterna, come seguire il Signore, accogliere il messia Gesù; ma il loro scopo, il loro fine era di trovare la maniera di ucciderlo. Oh, e allora nella discussione Caifa disse: “È meglio che muoia un solo uomo piuttosto che venir sacrificato tutto il popolo; perché diversamente, con quello che Gesù predica e il popolo lo segue, avverrà un altro fatto e cioè che i Romani interverranno e ci soggiogheranno”. Il vangelo nota che essendo pontefice quell'anno, – pontefice ebreo, – profetò non soltanto perché si salvassero gli Ebrei da una maggiore servitù rispetto ai Romani, ma che invece egli moriva, Gesù sarebbe morto per fare i figli di Dio; e cioè perché con la sua redenzione noi, ricevendo la grazia, potessimo diventare figli di Dio. Così come avvenne: Gesù morì sulla croce, ci acquistò la grazia e per la grazia noi abbiamo la vita soprannaturale, la vita divina in noi, figli di Dio.
Oh, allora abbiam da considerare i dolori del Figlio e i dolori della Madre. E si avvicina anche adesso la festa di Pasqua. Ma prima della risurrezione vi è tutta la passione. E l'invito che abbiamo è questo: che partecipiamo bene alla settimana santa, che comprendiamo bene lo spirito della settimana santa, particolarmente del triduo ultimo della settimana, cioè giovedì, venerdì e sabato, in cui si commemora l'amore immenso che Gesù ebbe per noi, l'amore con cui Maria accettò tutte le sue pene per noi. Si commemorano quindi i due cuori, i due amori di Maria e di Gesù e le loro pene, e perciò quello che era veramente la ragione per cui Gesù andava a morire, per cui Maria soffriva: i peccati degli uomini.
Si commemorano quindi i dolori di Gesù e di Maria e l'amore di Gesù e di Maria per noi. L'amore di Gesù: che mentre gli uomini volevano cacciarlo via dal mondo, gli uomini volevano ucciderlo – e così avvenne, – Gesù invece istituì l'eucarestia per rimanere in perpetuo con gli uomini, per portar loro la salute e perché noi assistendo la messa, partecipiamo ai meriti del sacrificio della croce. Quindi son commemorati i due amori e sono commemorati i dolori di Maria e di Gesù.
E con questo pensiero passar la settimana santa, per arrivare poi al giorno della risurrezione, per congratularsi con Gesù, cantando gli “alleluia” ripetutamente e rallegrandoci con Maria. E quando reciteremo l’“Angelus”, ricorderemo: “laetare”, sì, la gioia di Maria per la risurrezione del Figlio.

Oh, quali pensieri allora per la settimana santa?
Primo pensiero. Se tanti sono i peccati che procedono e si consumano in rispetto e coi mezzi audiovisivi, che cosa domanderemo? La conversione: che tante anime si convertano e usino la penna e le macchine e tutta la loro propaganda per il vangelo, per Gesù Cristo, perché la redenzione degli uomini venga accettata dagli uomini. Domandare al Signore che si convertano e quindi adoperino il loro sapere, il loro modo di comportarsi, la loro penna e tutto quello che hanno a disposizione per Gesù Cristo, per il vangelo. I più degli Ebrei rigettarono il messaggio della salvezza; e quanti uomini lo rigettano anche adesso! Ma quanta pena ci fanno! Perché, se si mettono dalla parte sinistra, cioè contro Gesù Cristo, si troveranno alla parte sinistra al giudizio universale. Perché noi prendiamo posto con la nostra vita, prendiamo posto: o ci mettiamo a sinistra o ci mettiamo a destra. Non si può restare indifferenti; e se si resta indifferenti, c'è già la condanna, perché siamo obbligati a seguire Gesù, sì, e allora siamo obbligati ad accettare il messaggio della salvezza e quindi la redenzione operata da Gesù Cristo.
Oh, che questi peccati siano in qualche maniera riparati! e che il Signore abbia tanta misericordia di scrittori, di tecnici di propagandisti e quelli che lavorano per la stampa e quelli che lavorano per il cinema o per la radio, per la televisione, per dischi o per altri mezzi, ecco, che abbiano la luce e si convertano! Perché il Signore non vuole la morte del peccatore, ma vuole che si converta il peccatore: “ut convertatur et vivat”. Domandar questa grazia e pregare che molti e i più, tutti, facciano la Pasqua, detestando quello che è detestabile e accettando quello che è accettabile, cioè la salvezza.

In secondo luogo passiamo la settimana in riflessione, in raccoglimento; in raccoglimento come avvenne di tanti santi, i quali nella settimana santa <si> conservavano l'unione più stretta con Dio. San Francesco d'Assisi, sì, e così tanti santi nei giorni della settimana santa facevano il ritiro e meditavano più lungamente la passione di Gesù, meditavano più lungamente i dolori di Maria e passavano la settimana in riparazione, in una delicatezza di coscienza, evitando anche le piccole imperfezioni.

In terzo luogo: riparare. Con la nostra silenziosità noi ripariamo le parole che vengono scritte, che vengono dette, comunicate, le parole cattive. E domandiamo al Signore la grazia che non vadano ad ascoltarle, che non assistano a proiezioni cattive, no. Domandiamo questa grazia. E ripariamo in quella maniera che ci è possibile, con un maggior amore a Gesù.
Gli apostoli abbandonarono Gesù quando venne preso là nel Getsemani, nella terribile notte dal giovedì al venerdì santo: “omnes fugerunt”, scapparono, ecco, fugerunt. Ma non fuggiamo noi! ma stiamo vicini a Gesù, comprendiamo il suo cuore, la sua sofferenza, comprendiamo il cuore di Maria, le sue pene! sì.
Perciò una settimana di amore, settimana di amore che ci porti poi a vivere in continuità nell'amore. È una settimana perciò di maggiore santificazione. La virtù principale e quella che rimane in eterno e che dura sempre è l'amore: “charitas manet in aeternum”. Si entra in questo amore verso Gesù, verso di Maria? si sente nel nostro cuore un desiderio di amore sempre più intimo? Partecipare alle pene del Salvatore e alle pene di Maria? Comprendere i desideri del cuor di Gesù, i desideri del cuore di Maria, cioè la salvezza degli uomini?
Mentre che noi passeremo la settimana santa in maggiore amore, otterremo le grazie per tante anime, tanta luce per tante anime, sì.
L'amore a Gesù, ecco: il Padre celeste ci ha amato così da darci il Figlio, “sic Deus dilexit mundum ut filium suum unigenitum daret”. E Gesù “dilexit me et tradidit semetipsum pro me”, “mi amò e andò a morire per me”. Domandare l'amore al Signore, per i suoi meriti, i meriti cioè di Gesù. Gesù volle che anche dopo la sua morte venisse aperto il costato e quella ferita rimase aperta perché noi possiamo rifugiarci in quel cuore santissimo.
Ora l'amore. Il nostro cuore non può rimaner senza amore: o si ama molto il Signore, o si finisce con l'amare il mondo e con l'amare altro. Oh, ma chi ama Gesù è sicuro del voto di castità, della sua purezza, perché il cuore allora si rivolge a Gesù e al suo paradiso: “Vi amo con tutto il cuore, voi bene infinito, eterna felicità”.
Il cuore non può rimanere senza amore. Qui [sta] la sapienza: dirigerlo verso ciò che merita: Gesù; verso ciò che merita: il paradiso. Dirigere il cuore e amare Gesù e desiderare il paradiso, sì.
Allora si sentirà una specie di consolazione, di dolcezza, di soddisfazione, di soddisfazione in quell'amore intenso, vivo continuato, anche sensibile verso Gesù.
Oh, amare Gesù e amare il crocifisso, anche come uomo, amarlo, amarlo come uomo. Egli fu il più bello fra gli uomini; e il suo volto come è stato ridotto? [Fu] coperto di sudore, di sputi, di sangue, quando Gesù camminava verso il calvario. E venne la Veronica [ad] asciugargli il volto; e Maria accompagnò il Figlio, accompagnando il Figlio lungo la via del Calvario che rimaneva ancora a fare e assistendo alla crocifissione, all'agonia di Gesù.
Ecco, amare il Signore Gesù, amarlo tanto! Buoni baci al crocifisso! Eccitare il cuore a sentimenti di amore! Recitare più spesso l'atto di carità! E poi: «Ecco, o mio amato buon Gesù, che, alla santissima vostra presenza prostrato, vi prego di infondere nel mio cuore sentimenti di fede, speranza, carità, dolore dei peccati, proposito di mai più offendervi; mentre io con tutto l'amore e con tutta la compassione vado considerando le vostre cinque paghe, cominciando da ciò che disse il profeta Davide: “Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi, hanno numerato le mie ossa”».
L'amore al Crocifisso! Guardare il Crocifisso! Alla sera, prendendo il Crocifisso o volgendosi almeno al Crocifisso, [dare] uno sguardo di amore, come Gesù ci guarda con amore. E dare un bacio a Gesù, un bacio come vorremmo che sarà l'ultimo bacio che daremo al Crocifisso prima di spirare sul letto di morte, un bacio di amore. E la carità, cioè l'amore “operit moltitudinem peccatorum”, scancellerà tutti i nostri peccati. Allora moriremo nell'innocenza, nella santità. Ma dobbiamo farlo questo ogni sera, perché possiamo aver la grazia di farlo in fine di vita, questo.

Conclusione. Domandare che molti di quelli che operano contro Gesù Cristo o per la stampa o per la radio o per la televisione o per il cinema o per altri mezzi tecnici, che si convertano, che si ravvedano, che facciano la loro Pasqua.
Secondo: passare la settimana in raccoglimento, meditando più frequentemente i dolori del nostro Gesù, i dolori della nostra madre Maria. E poi eccitarci all'amore. Come è la settimana dei dolori di Maria e di Gesù, così la settimana del nostro amore verso Gesù e verso di Maria.
Riparazione ed amore; partecipazione intima ai dolori del Salvatore e della madre nostra Maria; soprattutto coltivare l'amore, la carità: “Nessuno ama di più di colui che dà la vita per l'amato”; e Gesù ha dato la vita per noi, perché ci amava, sì, perché ci amava. Chi altri ha già fatto questo? chi altri è morto già per noi? Nessuno, nessuno! Non pensiamo all'amore degli uomini e neppure possiamo pensare che i nostri genitori abbian dato la loro vita, siano morti per noi. Oh, ma Gesù è morto per noi, è andato a morire volontariamente, non solo accettando la morte, ma andando incontro alla morte e arrivando proprio a Gerusalemme, perché là doveva avvenire il sacrificio, là c'era il centro della religione mosaica, c'era il tempio, là, e là si facevano tanti sacrifici, si offrivano; ma finalmente tutto doveva ridursi a un sacrificio unico, il sacrificio di Gesù; là doveva immolarsi il suo amore.
Conclusione. Perciò riparazione, raccoglimento e crescere nell'amore; amare, amare anche sensibilmente e desiderare anche di trovarvi un po' soli, raccolti, uniti assieme, per offrire al Signore preghiere di riparazione e per domandare che questo cuore nostro si muova e cioè che un nuovo amore entri in questo cuore e che finiamo col sentirci così bene con Gesù come san Gabriele dell'Addolorata, come san Francesco d'Assisi, come tante anime; anche ieri abbiam ricordato santa Gemma Galgani, anima tutta mistica.
Che cosa chiederemo? Io chiederò per voi questo amore intenso e in questo amore una gioia crescente, perché finalmente ci avviciniamo al paradiso, all'oggetto del nostro amore. E che cos'è il paradiso? “Videbimus et amabimus”: vedremo, contempleremo e ameremo, ameremo come annegati nell'amore di Dio per noi, e noi annegati nell'amore verso di lui, cioè beatificati. La visione: quello ci aspetta, quello abbiam scelto, quello abbiam scelto. E, scelto questo, che cosa potremmo ancor desiderare? Questo abbiam scelto e questo avremo.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-10_propositi.mp3


Don Giacomo Alberione - Roma?, 10-04-1962 - alla ssp [ai sacerdoti]
[manca finale]

Conclusione esercizi spirituali, propositi


Siamo qui anzitutto per ringraziare Gesù Maestro eucaristico per tutto il bene ricevuto da lui questi giorni. E nello stesso tempo per offrirgli i nostri propositi e chieder la benedizione su di essi.
L'ora di adorazione adesso è anche ordinata a questo: chiedere al Signore la grazia dell'intelligenza del discepolo, dell'intelligenza del discepolo e, rispetto ai discepoli, la sapienza di governo. Sì. Essendo noi sacerdoti abbiamo più facilità a educare aspiranti al sacerdozio e anche a guidarli, sebbene anche su questo abbiam sempre bisogno ancora dei lumi e della misericordia di Dio. Ma il discepolo è più difficile a comprendersi da noi, da noi: comprendere cioè le sue aspirazioni, le sue necessità, la psicologia sua, i suoi pensieri, le tentazioni particolari. E allora rinnoviamo un po' il ricordo di quello che è stato ieri detto a questo riguardo, specialmente quando è arrivato il discepolo alla professione perpetua. E lì il diavolo comincia la sua lotta più forte, più ostinata, per riprendere a Gesù Cristo ciò che a Gesù Cristo fu dato, ciò che fu dato al divin Maestro, strappargli qualche discepolo; come [dice il vangelo]: “Satanas introivit in eum Judam”, così. Dunque questa grazia: ringraziare e chieder la grazia.
E poi l'adorazione [ha] tre punti: il primo punto è ordinato a rinnovare i voti battesimali; secondo punto: a rinnovare la professione nostra religiosa: terzo punto: rinnovare i buoni desideri e progetti che avevamo nell'ordinazione, quando ci han detto: “Fate il passo avanti, se siete decisi”. E nello stesso tempo, avendo già veduto a che punto siamo della vita sacerdotale, esporre a Gesù, presentare a Gesù i propositi di questi giorni; quindi congiunti i propositi della vita sacerdotale e applicati alle necessità di oggi, di oggi, in quanto guardiamo al futuro e in quanto come sacerdoti abbiamo determinati uffici, non in generale soltanto, ma ciascuno in particolare.
Primo: i voti battesimali. Quando siamo stati portati alla chiesa, il sacerdote ci è venuto incontro alla porta e ci ha domandato: “Quid petis ab ecclesia?”. Abbiamo risposto per mezzo dei padrini: “Fidem”. “Fides quid tibi praestat?”. Abbiam detto: “Vitam aeternam”. E il sacerdote: “Si vis ad vitam ingredi, serva mandata”. Ecco. E allora siamo stati introdotti vicino al battistero e [c'è stato] il conferimento del sacramento. Quindi siamo stati elevati ad una vita superiore. Oh.
E allora come cristiani? Primo: la fede più viva: “Haec est vita aeterna ut cognoscant te et quem misisti Iesun Christum”. “Per te sciamus da Patrem noscamus atque Filium” per la tua luce o Spirito santo che conosciamo il Padre e il Figlio, “teque utriusque Spiritum credamus omni tempore”, Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito santo. Fede viva, fede con le opere! E Gesù ci ha dato l'insegnamento e l'esempio della vita che dobbiamo fare come cristiani e cioè ordinare tutto all'eternità.
E ci sono tanti insegnamenti, ma quello che riassume è sempre il precetto della carità; poi la sentenza; “Qui vult venire post me abneget semetipsum, tollat crucem suam, sequatur me”; beatitudini, sì; e poi oltre questo, la vita: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, avrà la vita”. È tanto bello questo: la linfa, la linfa del sacramento, la linfa che va a alimentare le nostre potenze, come la linfa della pianta va a alimentare i rami, i fiori, le foglie, i frutti, ecco.
Allora consideriamo se abbiamo fatto bene questa vita cristiana, <se abbiamo> se siam proprio discepoli di Gesù, seguaci.

Poi la rinnovazione. L'aspirante al sacerdozio, alla vita religiosa deve prima già aver mostrato di viver la vita cristiana, e non si può avviarlo, l'aspirante alla vita sacerdotale e religiosa, se già non ha dato prova di praticare i comandamenti. E quindi il giovane aveva risposto: “Questo l'ho fatto fin dalla mia giovinezza”, cioè l'osservanza dei comandamenti. Poi allora: “Si vis perfectus esse”. E lì [ci fu] la libertà di scelta: quel giovane non aveva accettato l'offerta; e noi abbiamo – per grazia di Dio, aiutati dalla sua grazia, dalla luce e da chi ci guidava – abbiam detto sì. Ecco.
Allora siam passati prima dalla vita umana alla vita cristiana, poi dalla vita cristiana alla vita religiosa. I due articoli riassumono tutto il libro delle Costituzioni: tendere alla perfezione, compiere l'apostolato; cioè amare Dio più perfettamente, amare il prossimo e servirlo e aiutarlo meglio con le missioni a salvarsi, sì, questo.
Allora [ci sarà la] santificazione, se l'amore di Dio è più intenso. E perciò [dobbiamo] rinunziare anche a cose che per i cristiani son lecite: quindi il voto di povertà, il voto di castità, il voto di obbedienza, l'uniformità alle costituzioni, ecco.
E allora ringraziamo il Signore della luce che ci ha dato allora nel seguirlo, seguirlo con dedizione, con tutto il nostro essere. E ringraziarlo se siamo stati fedeli. E adesso invocare da Gesù la grazia di esserlo sempre di più. Perché religioso è per la perfezione: questo è il suo lavoro fondamentale; ma – dice – “mediante l'osservanza dei voti e la conformità alle costituzioni”. Questo è il perfezionamento. E perciò gli esercizi sono per dar sempre un passo avanti in questo cammino, questa via, finché arriviamo al termine, alla conclusione.
Dunque adesso domandiamo al Signore Gesù, il quale è lui l'istitutore dello stato religioso, <e allora> che sian tante le vocazioni e che ogni vocazione corrisponda e sia fedele, perseverante. Ah, questa perseveranza! richiede sacrifici e “chi mette mano all'aratro e rivolta poi l'occhio indietro, non è degno del regno dei cieli”. Allora la perseveranza domandiamo per tutti. E chiediamo a lui di esser sempre più delicati in questa osservanza [della] povertà, castità, obbedienza e conformità alle costituzioni.
Poi concludiamo questo punto, dopo aver pregato, con la rinnovazione della professione.

Il terzo punto è ordinato a rinnovare i propositi, i desideri, gli ideali.
Quando ci siamo avvicinati all'altare per l'ordinazione, [ci è stato chiesto]: “huc accedite” e abbiamo fatto il passo. Allora ringraziare il Signore. E quindi il “Te Deum” va ordinato: primo: a ringraziare il Signore che ci ha fatto cristiani, non solo creati, ma fatti cristiani; secondo: ci ha condotti in questa congregazione; terzo: ci ha elevato al sacerdozio.
Ci ha voluto tanto bene il Signore e ci ha voluto un bene particolare, un amore particolare. Gesù aveva anche i tre discepoli che amava con particolare affetto: Pietro, Giacomo e Giovanni. Ringraziarlo perché vuole che abbiamo, quando ci presenteremo a lui per il judicium retributionis, i meriti della vita cristiana, i meriti della vita religiosa, i meriti della vita sacerdotale.
Particolari esigenze ha l'amore di Dio verso di noi sulla terra, esigenze: vuole che lo amiamo davvero! E lo possiamo amare. Ma ci ha preparato una gloria così grande e, diciamo, triplice gloria: triplice ordine di meriti e triplice ordine di gloria. E là ci aspetta la corona più grande: possiamo anche dire una triplice corona, una corona sola, ma fatta di un triplice ordine di ornamenti.
Allora adesso [ricordiamo] quando ci siamo avvicinati all'ordinazione con il cuore tutto soffuso di luce e di conforto, di coraggio, tutto lo Spirito santo: “Accipite Spiritum sanctum”; e allora [rinnoviamo] i nostri ideali sacerdotali.
Poi oltre a questo, ci sono i propositi di oggi e cioè quelli che noi abbiamo raccolti, concretizzati in quello che abbiamo meditato, in quello di cui il Signore ci ha fatto sentire e di cui ci ha dato luce e per cui ha comunicato a noi una volontà più ferma, un desiderio più santo, una vita migliorata, vita sacerdotale migliorata.
Ognuno qui adesso deve pregare per sé. Quindi questo terzo punto tutto in silenzio.

Trascrizione del file: 1962-04-09_giudizio.mp3
durata 34'32''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 09-04-1962, alla ssp

Il giudizio universale


Il giudizio universale è dies amara valde, è il giorno della verità e il giorno della gloria di Dio e di Gesù Cristo e dei santi. [Sarà] amara valde per chi è stato ostinato; il giorno della verità perché tutto si vedrà nelle sue cause e nello sviluppo e nei risultati. E si vedrà la gloria di Dio, perché la tesi di Dio nel mondo è questa: ego bonus. Si vedrà la bontà di Dio che, per conseguenza e per natura sua, deve cercar la sua gloria; e la gloria di Gesù Cristo, che sarà trionfante; e la gloria, la giustificazione dei santi: come si troveranno i santi davanti a quelli che li hanno condannati, li hanno crocifissi, li han bruciati vivi: la gloria dei santi.
Il giudizio universale è verità di fede. D'altra parte Gesù ne ha parlato e abbondantemente, secondo che risulta dal santo Vangelo: “Cum venerit Filius hominis in maiestate”, “angeli cum eo” e col “signum Filii hominis” che si interpreta generalmente col segno della salvezza che è la croce.
Oh, allora “come l'avete veduto salire al cielo, – dissero gli angeli agli apostoli, – così lo vedrete ritornare”, ritornerà: [questo è] il secondo avvento. Il primo che finisce nella crocifissione per la salvezza; il secondo a dare il giudizio di chi si è messo alla sua sequela e di chi invece si è opposto al messaggio e ai beni della redenzione, ai beni cioè che Gesù Cristo ha offerto al mondo, le verità soprannaturali, la via del cielo, la santità della vita e la via della vita soprannaturale, <poiché> e cioè la grazia.
Il giudizio finale. E <lì dipendono le ragioni,> di lì dipendono le ragioni perché l'uomo è individuo, una persona. E allora il giudizio privato, singolare, quando l'anima sarà uscita dal corpo, immediatamente e avrà subito una destinazione.
Oh, e poi l'uomo è membro di una società, è membro della famiglia umana; nel fiume della storia rappresenta una goccia. E la goccia che è trascinata dalla corrente del fiume da tutte le altre gocce, ha pure la sua parte, e aderisce e ha <accanto di sé,> accanto a sé altre gocce.
Oh, gli uomini non capiscono Dio, le ragioni del suo operare. Quel giorno sarà gloria a Dio, perché si vedrà come Dio ci ha creati per suo amore e tutto ha disposto nel suo amore, e che noi siamo il risultato della sua carità: “Sic Deus dilexit mundum ut filium suum unigenitum daret”; e la gloria di Gesù Cristo e cioè: “Dilexit me et tradidit semetipsum pro me”.
Capiremo allora il mistero di amore che è la redenzione: il Figlio di Dio che viene al mondo a rimediare e non solo a rimediare, ma ad aggiungere beni a beni: e cioè ai beni che già aveva dato ne aggiunge altri, per cui l'uomo può salire anche più in alto. Oh, Gesù Cristo, l'eucarestia, non l'aveva Adamo: un bene immenso, Dio che si fa nostro cibo, il Figlio di Dio che si fa agnello e si immola. Misteri di amore!
E si vedrà, si vedrà quanto sono stati saggi coloro che han seguito Gesù: la gloria dei santi. La giustizia qua non c'è. È vero che il Signore dà qualche volta dei saggi della sua clemenza e della sua giustizia; ma non è qui, non è qui. La giustizia piena è là, è in quel gran giorno, quando i cattivi dovranno dire: “Ergo erravimus”, sì.
E tutti i santi che hanno operato senza considerare i giudizi degli uomini, – in quanto sono tali, non in quanto sono coloro che devono fare e disporre ciò che è giusto, – oh, allora, anche la servetta, la contadinella, il carbonaio forse staranno più in su che non il presidente della repubblica o colui che sulla terra portava la corona di re, eccetera.
Il Signore darà a ciascheduno il suo posto. Noi dobbiamo star sempre umili: “Ne capisco ben poco!”. Colui che giudica il vero giudizio è soltanto il Signore.

Chi viene a giudicare? Il Signore ha dato al suo Figlio il giudizio. Si capisce che dipende da Dio. Ma [è] quel Gesù che è stato giudicato e condannato, come il maggior malfattore, quindi al supplizio più ignominioso; e poi la malizia degli uomini ha inventato anche un supplizio nuovo: la corona di spine. E che cosa potranno allora pensare, che parte avranno i giudici, coloro che han gridato il crucifigatur? E proprio essi, che avevano bisogno del sangue di Gesù Cristo per la loro salvezza, sì. “Come è partito, come l'avete veduto salire al cielo, così discenderà, tornerà”.

E quali saranno i giudicandi? Tutti gli uomini, tutti gli uomini, ad cuius adventum, tutti ecco saranno giudicati, noi tutti, noi tutti, ciascheduno nella sua realtà: niente sarà occulto, tutto sarà rivelato. [Staranno] a destra e a sinistra: due grandi schiere di persone, di uomini. Ora gli uomini si mettono già a destra oppure si mettono a sinistra: allora avranno preso posto e il posto resta secondo che han fatto il biglietto. Chi si mette contro Gesù Cristo, si mette alla sinistra e il giudice dirà a quei che sono a sinistra. E quelli che invece che seguono Gesù Cristo, si mettono alla destra dove vi sono gli angeli, i santi. E quindi il biglietto, il posto, ce lo prenotiamo noi. Il Signore quasi è passivo, e cioè in quanto che noi avremo scelta la nostra parte, il nostro posto, con la vita, con la vita. Ecco.
Allora pensiamo: quale posto prendiamo giorno per giorno, quando guardiamo il tabernacolo: Gesù è lì. Ci mettiamo alla sua destra, non è vero?, tutti insieme.

E di che cosa ci giudicherà Gesù Cristo? Giudicherà tutto quello che è stato operato. Tutto sarà manifestato e manifestato innanzi al mondo intiero: cioè la quantità di grazie che il Signore ha dato e la corrispondenza relativa alle grazie ricevute. Tutto sarà manifestato.
E tutto sarà secondo la verità. Quaggiù, quand'è mai che la verità è intiera? e quante volte fan bella figura quelli che hanno fatto meno e magari brutta figura quei che han fatto di più? Sì, noi facilmente dimentichiamo i benefici ricevuti, le cose, le opere di quelli che ci han preceduto, e ci gloriamo di quello che poi viene costruito sopra i fondamenti che hanno messo altri. I quali hanno lavorato nell'umiltà e non solamente hanno messo le fondamenta sulla terra, lì, sul piano di campagna, diciamo così, ma hanno dovuto scavare e andare giù e poi hanno riempito il fosso fatto. Dopo si costruisce sopra.
Siamo molto giusti e non facciamo risultare solamente il lato buono! Perché ci sono quattro lati e se noi presentiamo soltanto il lato che ci giustifica, non è completo. Bisogna che “iustum iudicium iudicate”, affinché noi possiamo togliere ciò che non è buono e così risplenderanno tutti i quattro lati della piramide.
Allora devotissimi della sincerità e della rettitudine e della riflessione, sempre, maturi, man mano specialmente che procedono gli anni, perché poi alla fine vediamo quello che noi abbiamo fatto, vediamo quello che non abbiamo fatto.
Tra le ultimissime parole, dopo aver ricevuto l'olio santo, il cardinal Schuster giunse le mani, guardò attorno a quei che l'assistevano, domandò perdono alla diocesi “di quello che ho fatto e di quello che non ho fatto e mi raccomando alle preghiere perché io ottenga misericordia presso il Signore”.

Oh, viene la sentenza. La sentenza indica anche le ragioni fondamentali del giudizio universale, cioè le relazioni che abbiam cogli altri, in quanto siamo parte di una società e parte della famiglia umana.
“Avevo fame, mi avete dato da mangiare; – voltandosi ai giusti; – avevo sete mi avete dato da bere; ero ignudo, mi avete coperto; ero in carcere, mi avete visitato”, eccetera. “Ma quando ti abbiam veduto affamato, assetato, ignudo, in carcere?”, eccetera. “Ogni volta che lo avete fatto a me, lo avete fatto anche al minimo”, in nome mio, vuol dire, per amor mio. E perciò ecco il premio. Come [se] tutto [fosse stato] fatto a Gesù Cristo, perché Gesù è rappresentato dalla persona del prossimo, del fratello. Allora ecco: quel che facciamo al fratello è fatto verso Gesù Cristo, rispetto a Gesù Cristo, se c'è la retta intenzione.
“Avevo fame, – dirà a quei che saranno alla sinistra, – non mi avete dato da mangiare; avevo sete, non mi avete dato da bere; ero ignudo, non mi avete coperto; ero infermo, non mi avete visitato; in carcere, non mi avete consolato, soccorso”. “Ma quando ti abbiam veduto così affamato, assetato, ignudo, infermo, in carcere, quando mai? Quando l'avete negato al fratello anche minimo, lo avete negato a me. E allora, allontanatevi da me” e cioè “discedite a me maledicti in ignem aeternum”, e a quei che saranno invece alla destra: “venite benedicti in regno Patris mei”.
E allora il posto che abbiamo scelto, ecco, lo avremo. Perché l'uomo è libero nell'accettare il messaggio della salvezza, la dottrina di Gesù Cristo, la sua morale, i suoi insegnamenti, i suoi esempi, la grazia, la vita soprannaturale che ci offre, la santità: è libero.
Oh, entriamo proprio nella verità! Se io voglio farmi santo, io posso; se non voglio, giorno per giorno, perdo i meriti e posso anche cadere nel male e quindi giustifico e mi faccio le ragioni. Eh, facciamoci poche ragioni! Il Signore solo ha ragione in tutto e profondamente! Quindi noi camminiamo nella verità, nella sincerità! non inganniamo noi stessi, non inganniamo noi stessi! Alle volte siam più esigenti con quei che dipendono da noi, che non siamo esigenti verso noi stessi, ecco.
E se vogliamo che gli altri facciano bene, facciamo intanto bene noi. E così nelle preghiere, così nella vita quotidiana e un po' in tutto, un po' in tutto. Avrai molta efficacia sulle anime se tu stesso ti fai santo. E uno poi ha l'influenza sulle anime, quando ognuno è stato sotto il Signore, e cioè è stato umile, ha ricevuto la grazia, ha risposto agli inviti di Dio. Allora risponderanno anche agli inviti nostri. Quante volte noi invece giudichiamo proprio superficialmente e vediamo solamente un lato.
Allora, se il giudizio universale viene fatto col criterio della carità “avevo fame, mi avete dato da mangiare”, vuol dire che la carità è proprio fondamento. E difatti il giudizio universale si fa in ordine a questo: che siamo membri di una società, membri della famiglia umana.
Allora la carità: “Ciò che avete fatto al minimo...”, “Amate il prossimo e <fate> non fate agli altri ciò che non vorreste fatto a voi e fate invece agli altri ciò che vorreste fatto a voi”.
Vediamo un poco come stiamo sulla carità: nelle parole? nei giudizi anche interni? nessun sospetto temerario, giudizio temerario? e le invidie [...] quelli che non intendono difendersi.
Allora la carità particolarmente nelle opere. I maestri che fan bene la scuola: non han risposto, non volevan studiare; ma lui ha fatto bene. Ha fatto bene il confessore; ha scritto bene per gli altri, ma non hanno ascoltato, non hanno accettato. Ma che c'è da stupirsi, se Gesù Cristo fu così poco assecondato? eppure era un buon maestro, ha ben predicato e non solo ha ben parlato, ma ha fatto bene, “coepit facere et docere” e poi si è immolato proprio per quei che lo contraddicevano anche: “Padre, perdona loro che non sanno quel che si facciano”.
Oh, allora siamo buoni, buoni, buoni con tutti, buoni buoni con tutti. “Ma ho ragione!”. Eh già, Gesù ne aveva tante ragioni da farsi, là innanzi al tribunale di Caifa, al tribunale di Pilato, ne aveva tante ragioni, ma tacque e come agnello senza lamentarsi andò a morire.
Allora carità: farete del bene, avrete aiutato quel fanciullo: aveva vocazione e vi abbandona. E che cosa volete fare? se non offrire al Signore la pena che abbiamo e offrirla proprio perché egli si salvi ancora e abbia altre grazie in un'altra via.
E così in tutto. Perché il prete non può esser altro che l'uomo della carità: non può fare una vita e non può condurre una vita che non sia quella di Gesù Cristo, che non sia conformata a quella di Gesù Cristo. Studiar sempre la vita di Gesù Cristo: come ha fatto nei vari punti, nelle varie circostanze e durante la vita privata e durante la vita pubblica. Come non poteva fermare Erode che cercava la morte del bambino? Eppure fugge davanti [a lui]. Come non avrebbe potuto fermare tutti quei che gridavano “crucifigatur” e Pilato che si lava le mani a suo riguardo?
Noi dobbiamo considerarci vittime, noi ci offriamo e dobbiamo viver da vittime. E questo sarà ciò che otterrà più frutto di quanto abbiamo ottenuto con la predicazione, con le edizioni, con tutto il lavoro che si fa per la salvezza dei bambini, per la salvezza degli adulti, di una nazione, eccetera. Allora ecco. Pio X vera vittima è stata. Voi non avete potuto assistere a tutte le recriminazioni, agli insulti pubblici e anche privati e proprio alle volte nelle adunanze stesse. Ora si è offerto vittima.
Dunque pensiamoci noi se prendiamo la via del sacerdozio. Eh, sappiamo! Ma è la via della gloria poi: “Risplenderanno davanti agli uomini tutti”, perché allora tutto sarà svelato quel che adesso invece è occulto.
Secondo: facciamo il ministero in grande carità, il ministero e l'apostolato insieme, ma sull'apostolato abbiamo già ieri sera meditato qualche cosa e tuttavia dobbiamo ancora tornarci sopra. “Omnia in charitate fiant”, tutto sia fatto in carità: tutte le industrie e tutti i mezzi che si adoperano e tutti i sacrifici e le opere che noi andiamo compiendo, in carità. “Omnia in charitate”, sì.
Allora noi rassomiglieremo a Gesù Cristo, il quale è venuto non a farsi servire, ma a servire invece; e non a far piovere il fuoco dal cielo sopra quei che lo rinnegavano, lo rifiutavano, e invece “non sono venuto a uccidere gli uomini”, ha detto “bruciare gli uomini”, agli apostoli che erano indiscreti e che non sapevano ancora qual era lo spirito nuovo, lo spirito del nuovo testamento cioè la carità. Allora ecco: “Son venuto a salvare, non a distruggere gli uomini”, sì.
Quindi certe volte siamo stanchi e avrem bisogno anche di un po' di riposo e certe volte avremmo voglia di parlare e di alzare la voce, ma che cosa si deve fare? Come Gesù, come Gesù, come Gesù.
E tutto ciò che si ha da soffrire, sopportare, offrirlo! Oh, i due ladroni tutti e due, secondo il vangelo, da principio – mettendo i quattro vangeli assieme – insultavano. Ma uno è colpito della grazia e Gesù, ancorché lo avesse anche da principio insultato, [disse:] “Mecum eris” oggi in paradiso. Perché? Perché aveva confessato la regalità di Gesù Cristo: “Quando sarai nel tuo regno, ricordati di me”. Il primo confessore della regalità e in opposto alle turbe [che dicevano:] “Nolumus regnare hunc super nos”.
Allora vediamo: il giorno della verità, il giorno della glorificazione di Dio, dei santi, di Gesù Cristo, il giorno dies amara valde. E tuttavia preghiamo che siano meno numerosi quelli che subiranno quel giorno dies amara valde, si troveranno così.
E allora questi “in ignem aeternum, iusti autem in vitam aeternam”: perché si è scelto con la vita, con i fatti.
E allora noi consideriamo bene come stiamo. Per grazia di Dio se siamo sulla via che porta alla destra del gran giorno, continuiamo, stiamo fermi; ringraziando il Signore che non solamente ci ha dato la luce, ma ci ha dato la grazia di corrispondere a quel che Gesù ha detto, quel che Gesù ha insegnato, quando Gesù ci ha invitati: “si vis perfectus esse” e abbiam risposto “sì”, lasciando tutto: e allora “centuplum accipietis, vitam aeternam”, sì.
Che ci brilli sempre la luce di Dio, sì, che abbiam sempre il lumen vitae: “Qui ambulat coram me non ambulat in tenebris”: l'Imitazione è l'applicazione del vangelo alla vita quotidiana. E se invece di leggere l'Imitazione leggiamo direttamente Gesù Cristo, cioè il Vangelo, è ancora più facile far le applicazioni per noi, anche perché noi siamo religiosi e siamo sacerdoti. E allora la nostra vita viene e dev'esser più conformata direttamente alla vita di Gesù Cristo.
La nostra sorte è quella di Gesù Cristo sulla terra; e la nostra sorte è quella di Gesù Cristo che verrà in maiestate magna, circondato, e [con] l'aggiunta: “Giudicherete”, si, “giudicherete”, come ha detto agli apostoli, come ha detto agli apostoli, – cioè coloro che han seguito e coloro che non han seguito, sì, – cioè: parteciperemo al giudizio e alla sentenza che darà Gesù Cristo e cioè il castigo agli ostinati e il premio a giusti “iusti autem in vitam aeternam”.
Siamo in posizione singolare, non guardiamo solamente i semplici cristiani, siamo religiosi e siamo sacerdoti.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-27_fede.mp3
durata 23' 17''

Don Giacomo Alberione - Roma, Casa Generalizia, 27-04-1962 - ai discepoli perpetui

Chiedere con costanza a Dio la fede, santificare il corpo e impedirgli il peccato


Nella settimana santa all'uffizio delle tenebre si spengono le candele una per volta, resta l'ultima accesa che indica come <se> tutti gli apostoli, i discepoli durante la passione di Gesù Cristo sono fuggiti; la loro fede in Gesù Cristo era come smorzata, se non del tutto estinta. Maria invece non venne meno nella fede; aveva capito bene, secondo le profezie e secondo Gesù aveva predetto, [che] doveva il Figlio di Dio incarnato patire e cioè esser consegnato ai pagani e venir flagellato, sputacchiato, condannato a morte, crocifisso, ma poi il terzo giorno risusciterebbe. Ecco. Questa era la via segnata da Dio e questa era la via che aveva indicata con le sue profezie Gesù stesso.
Se gli apostoli e i discepoli son venuti meno nella loro fede, Maria no. Chiediamo dunque per intercessione di Maria la grazia di un aumento di fede e il “Regina coeli laetare” recitiamolo anche con questa intenzione: che non solo la nostra fede non si estingua, ma che cresca.
Il fare una vita o il farne un'altra, il scegliere una strada o sceglierne un'altra, dipende dall'aver la fede: fede viva, fede profonda. Chi ha una fede molto viva, cercherà una vita più perfetta; e chi ha una fede scarsa, penserà ancora più alla terra che non all'eternità. “Credo la risurrezione della carne”, “exspecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi. Amen”. Credere alla risurrezione di Gesù Cristo è un fatto storico, provato esaurientemente; non c'è altro fatto storico così provato secondo la ragione. Ma questo fatto, questo ragionamento potrebbe anche lasciarci un po' indifferenti. Ma poi, se abbiamo la luce di Dio, allora crediamo: et resurrexit, et ascendit in coelum, sedet ad dexteram Patris: risuscitò, salì al cielo, siede alla destra del Padre. Così è stata la via di Gesù, da Betlemme fino alla destra del Padre. Così è la vita nostra, dalla nascita fino lassù con Gesù: filii et heredes. Se siam figli di Dio, siam eredi suoi; l'eterna eredità che è lui stesso, il bene infinito; non ci può essere un'eredità superiore; a condividere la eredità con Gesù Cristo: “coheredes Christi”, “coeredi di Gesù Cristo”.
La risurrezione. Se fatichiamo, se facciam lavorare il corpo, se sopportiamo anche i malanni, noi santifichiamo il corpo: “et exspecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi” per il corpo e per l'anima. Ecco.
<Apostoli che> anche quando Gesù era risuscitato e più volte era già apparso ai discepoli, agli apostoli, anche al momento che Gesù stava per partire dalla terra e salire al cielo, “alii adoraverunt alii autem dubitaverunt” ancora, “altri adorarono il Cristo risorto, altri ancora dubitavano” della sua risurrezione, come se Gesù, che appariva e mostrava le sue cicatrici, come fosse un fantasma, un'illusione.
Ci vuole la grazia, altrimenti potremmo anche toccare con le mani e non credere. E quanti! Perché? Perché la fede è un dono soprannaturale, deve venir da Dio. Se non la si chiede a Dio, non la si avrà; e se non la si chiede con calore, con costanza, si avrà una fede debole.
Ma pensiamo un po' a quello che avviene, quello che è avvenuto di noi, appena nati, portati alla chiesa: il sacerdote ci è venuto incontro, incontro a noi bambinetti, incapaci di capire e incapaci di farci sentire. Il sacerdote interroga: “Quid petis ab ecclesia Dei?”, “che cosa domandi alla Chiesa? che sei venuto qui?”. E allora i padrini a nome del bambino, han risposto: “Fidem”, ”chiedo la fede”. E perché? “Fides quidi tibi praestat?”, “La fede a cosa ti giova?”. “Vitam aeternam”, “per la vita eterna” ha risposto di nuovo il padrino, ha risposto di nuovo la madrina: “La vita eterna”. E allora la risposta del sacerdote: “Se vuoi entrare nella vita eterna, osserverai i comandamenti”. Quella è la strada. Abbiamo chiesto la fede; nel battesimo ci è stata infusa la fede, che è dono soprannaturale, come la speranza e la carità; e se fossimo morti bambini prima dell'uso di ragione per la fede, speranza e carità saremmo andato diritto in paradiso. Ma il Signore ci ha conservato, perché ci arricchissimo di più di meriti, ecco. Passeremo per la morte, come Gesù: quella è la via. L'ha fatta Gesù Cristo, la dobbiam fare noi anche. Ma risorgeremo: “Credo la risurrezione della carne”.
E allora risusciteremo. Ma la risurrezione non è uguale per tutti, perché san Paolo dice che alcuni, cioè coloro che son fedeli, saran trasformati in gloria nei loro corpi e invece altri avranno un corpo mortale, cioè ancor soggetto alle pene e al fuoco eterno, passibile; mortale nel senso che ciò che soffriranno i dannati nell'inferno è indicibile, mentre che il corpo degli eletti sarà impassibile. Il ricco epulone gridava: “Sono arso in questo fuoco”.
Santificare il corpo: questo è amarlo. Come si santifica? Primo: coll'impedirgli, col proibirgli quello che è peccato; secondo: per condurre il corpo per la via della ricchezza eterna, cioè per la via della gloria. Impedirgli il peccato, negargli ciò che irragionevolmente chiede: e gli occhi che vogliono vedere, e l'udito che vuole sentire, e la lingua che vuol dire, e il tatto che vuole gustare, e il cuore che vuole provare, eccetera, e la fantasia e la memoria i sensi interni. Impedire, proibirgli il peccato. Perché ha delle altre inclinazioni il corpo per sé: “corpus animale”, come dice san Paolo. E allora ha tendenze animalesche. Però, siccome in noi c'è la ragione, l'animale anche se mangia fino a indigestione e ne muore, quello è irragionevole, l'animale; ma vi è un'altra legge per l'uomo: è la legge della ragione, la legge della fede. La ragione ci illumina, la fede illumina, mentre che il senso tende a quello che è vietato.
E allora nasce un contrasto tra l'anima e il corpo. Vedi lì che tu vorresti farti santo, vorresti esser tutto di Dio, eccetera, ma il corpo ha tendenze contrarie. Lo spirito tuo, la grazia di Dio, la luce del Signore ci spingono verso la santità; però vi è come contrasto l'inclinazione della carne: “Video aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis meae”. Proibirgli ciò che è vietato, ciò che il Signore non vuole. Non vuole il Signore e noi non lo vogliamo che ci trascini il corpo, ci trascini al male. Perché? Perché c'è la ragione, perché c'è la fede. Sappiamo che il permettere l'arrendersi ai desideri della carne vuol dire preparare alla carne, cioè al corpo “crucior in hac flamma”, il fuoco eterno. E quante rovine e quanti tradimenti alla vocazione! Perché assecondano, la danno vinta al senso.
In secondo luogo dobbiamo santificare il corpo positivamente, non solo non permettergli il peccato, il male, che è la rovina del corpo stesso, per cui il corpo resusciterà deforme, il corpo dei tristi, e tutto segnato dai peccati commessi e già acceso dal fuoco dell'inferno, risuscitando, questo fuoco acceso. Santificarlo con la preghiera, con l'apostolato, con la virtù. Se siete qui a pregare, a fare la preghiera di meditazione, che si chiama orazione mentale, fate un sacrificio. Il corpo ne avrà merito con l'anima, perché obbediente all'anima, e ne avrà il premio. Risuscitando, sarà segnato dagli atti di virtù, dai meriti compiuti e comincerà a partecipare con l'anima alla gloria eterna, premio: così la meditazione, così l'adorazione, così la santificazione del corpo col contatto di Gesù Cristo per mezzo della comunione, così tutto quello che è orazione e santificazione del corpo, quando noi sappiamo nutrirci ragionevolmente e sappiamo lavorare ragionevolmente e sappiamo praticare la povertà, la castità, ecco.
Allora il corpo non viene soltanto santificato come quello di un cristiano buono, padre di famiglia, ma con la povertà e con la castità e con la sottomissione, acquista anche – l'anima col corpo e il corpo con l'anima – un nuovo mezzo molto distinto. I religiosi avranno una gloria particolare.
Si visitava una chiesa. C'era la cupola grande tutta dipinta: in alto la santissima Trinità, Gesù Cristo con la croce; attorno Maria, [gli] apostoli e poi una quantità di religiosi, di religiose; più in basso cristiani vari, martiri, confessori, eccetera. “Ma perché?” domanda uno, poco istruito in religione, “perché là attorno tanti religiosi, tante religiose, così sopra, dopo gli apostoli?”. “Eh, sì”, risponde l'altro, “perché han fatto una vita più santa, hanno santificato il loro corpo con la verginità, la sottomissione, la povertà; perciò è indicato il posto preminente che hanno in paradiso”.
E con l'apostolato poi si aggiunge altra gloria, perché si partecipa proprio all'apostolato degli apostoli, degli undici: “Mi è stato dato ogni potere: andate e insegnate, fatemi discepole le nazioni”. Ecco, questo apostolato che contribuisce ad una gloria particolare. L'anima e il corpo lassù, quando [saranno] risuscitati e invitati da Gesù: “Venite benedicti in regno Patris mei”, allora ecco il gran trionfo, la felicità immensa che ci procura il corpo con la pietà con la virtù, con la pratica dei voti a cui si aggiunge l'apostolato.
Oh, queste cose se ci credono profondamente ci danno sempre la letizia, la gioia: “Eh, quest'anno già ho pregato, quest'anno già ho praticato le virtù, praticato i voti, fatto l'apostolato”: dunque è là pronto, tutto quel che è fatto è là sulla porta del cielo per accompagnarci al premio. E ogni anno accumuliamo là meriti e quindi diritti alla gloria eterna, secondo le promesse di Gesù Cristo, ecco.
Se c'è questa fede viva, si è sempre generosi, lieti, fervorosi. Perché si strascina quello? perché è annoiato un po' di tutto? Perché ha poca fede! Ma la fede è un dono di Dio. Non prega abbastanza, allora: quel dono di Dio non è allora così abbondante; la fede non finisce col dominare tutta la vita e coll'illuminare tutta la vita. Ma se c'è fede!
Ma c'è fede e fede. Avevano insistito presso il santo Cottolengo perché smettesse di raccogliere poveri e malati: “Chi vi penserà? come farà a mantenerli, a curarli?”. E lui continuava la sua opera. Allora sono andati a parlare con il confessore del Cottolengo: “Non è meglio che lei lo consigli a smettere, a fermare? Eh, bastano cento, duecento! Ma va su a cinquecento!” eccetera. E il confessore ha risposto: “Andate un po' in pace: c'è più fede nel Cottolengo che in tutta Torino insieme. Lasciatelo fare!”. E così è stato fatto. Ora quante case ha nel mondo! quanti ospedali ha nel mondo! Si dice che a Torino siano tredicimila i ricoverati, malati o infelici.
“Fede! Ci vuol fede, ma di quella!” diceva il Cottolengo stesso: “Fede, ma di quella!”. E lui indicava con questa parola quella fede viva, sentita, quella che domina, che illumina tutti i nostri ragionamenti, tutti i nostri passi. Fede!
Ma alle volte c'è più fede in un madre di famiglia, che non in religiosi. Sentivamo dai nostri genitori, dalle nostre mamme delle espressioni tutte ispirate alla fede. Qualche volta invece si sentono anche fra religiosi parole, espressioni, modi di giudicare, eccetera, che non sono illuminati dalla fede. Perché la tiepidezza, perché lo scoraggiamento, perché la noia, perché le tenebre? Appunto perché manca il lumen fidei, ti manca il lume della fede; o questo lume l'hai ricevuto, però è tutto coperto, questo lume, dai pensieri, dai ragionamenti, da quello che si sente, da quello che si vede. E allora se c'è la luce della fede, “totum corpus tuum lucidum erit”, ma se non c'è questo, tutto il tuo corpo è oppresso, circondato da tenebre, “totum corpus tuum tenebrosum erit”.
L'esame sulla fede. Credo la risurrezione della carne, credo la vita eterna, “et exspecto resurrectionem mortuorum et vita venturi saeculi”: cantarlo sì, ma sentirlo dentro molto di più che non esprimerlo esteriormente. Chiediamo dunque per intercessione di Maria un aumento di fede: “Fate che io creda sempre di più, che io viva di fede”: “Iustus ex fide vivit”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-05-04_gesu.mp3
durata 25' 41''

Don Giacomo Alberione - Roma, Casa Generalizia, 04-05-1962 - ai discepoli ssp

Intimità con Gesù attraverso Maria


Nella nostra coroncina a san Giuseppe vi è un punto in cui si domanda la grazia di entrare nell'intimità con Gesù; entrare nell'intimità, cioè considerare Gesù come la nostra vita per operare, pensare, parlare e sentire tutto in Gesù: “Hoc enim sentite in vobis, quod et in Christo Iesu”, “Abbiate i sentimenti che ebbe Gesù”.
Perché vi è una gran diversità tra far delle pratiche religiose, pietà anche: queste sono un mezzo; ma il fine delle pratiche di pietà è questo: stabilirsi in Cristo, entrare cioè in quella intimità che ebbe Maria riguardo a Gesù, che ebbe san Giuseppe in riguardo a Gesù. Vivevano per lui, operavano per lui e prendevano gli esempi e il modo di comportarsi da Gesù. Guardare se noi arriviamo alle pratiche, ed è un gran passo già. Ma il frutto delle pratiche è proprio stabilirsi in Cristo. Non c'è soltanto da nominare una spiritualità, ma Gesù Cristo è lo stesso Spirito.
Se la vita religiosa è considerata e vissuta in questa intimità, è allora che è felice; altrimenti sono tutte cose appiccicate come all'esterno: o dei bei canti o delle manifestazioni di processioni o altre pratiche esteriori; ma quelle sono il mezzo. Occorre arrivare all'intimità di Gesù, così innamorati di Gesù; aver trovato Gesù; la convivenza intima nostra con Gesù.
E questa è la via: Maria, [per] arrivare a questa intimità con Gesù. Qui ricorda l'enciclica di san Pio X: «Chi non sa che non vi è strada più sicura e più facile di Maria per arrivare a Gesù, perché gli uomini possano arrivare fino a Cristo ed ottenere mediante Cristo quella perfetta adozione filiale che rende santi e senza macchia al cospetto di Dio? Dal momento che il Figlio di Dio fatto uomo è l'autore ed il consumatore della nostra fede, è necessario che la Madre sia considerata come partecipe dei divini misteri ed in qualche modo la custode di essi e che su di lei, come sul più nobile fondamento dopo Gesù Cristo, riposi la fede di tutti i secoli».
E quindi insistenza perché si arrivi per mezzo di Maria, si arrivi a comprendere Gesù Cristo, il suo spirito, il suo vangelo e quindi a vivere la vita religiosa. Maria è stata la prima religiosa di Dio, la prima religiosa di Dio.
Che cosa si deve dunque fare? Ricordare ciò che è detto e cioè quello che è stato scritto, sì, e viene ad essere espresso con parole molto buone e molto chiare dal Marmion; il quale ha scritto il libro “Cristo ideale del monaco”, che vuol dire: “Cristo ideale del religioso”. Quel libro è veramente molto utile per tutti noi religiosi. Ora ecco alcune parole:
«Le anime, che non hanno compreso il mistero di Cristo, si perdono nella molteplicità dei particolari e si affaticano spesso in un lavoro senza gioia. Perché? Perché tutto ciò che la nostra ingegnosità umana può creare, per la nostra vita interiore non serve a nulla, se non fondiamo su Cristo il nostro edificio: “Nessuno infatti può gettare altro fondamento oltre quello già posto, Gesù Cristo” cioè. Si comprende così il cambiamento che si è opera talvolta in alcune anime: per anni intere esse hanno vissuto come soffocate, spesso depresse, quasi mai contente, trovando sempre nuove difficoltà nella vita spirituale e nella vita religiosa. Poi un giorno Dio ha fatto loro la grazia di comprendere che Cristo è tutto per noi, che all'infuori di lui non abbiamo nulla, che in lui abbiamo tutto, che egli riassume tutto in sé. E allora, a partire da quel momento, tutto si è per così dire cambiato per queste anime: le loro difficoltà sono svanite come le ombre della notte dinanzi al sole che sorge, dacché nostro Signore, il vero sole della nostra vita, sol iustitiae, illumina pienamente queste anime e le feconda. Esse si chiudono non più in sé, ma si schiudono, salgono e portano innumerevoli frutti di santità. Le ricchezze della grazia che Cristo ci scomunica sono tanto grandi che i sacramenti non le esauriscono. All'infuori dei sacramenti Cristo agisce e opera ancora in noi. Come? Per mezzo del contatto che abbiamo con lui nella fede».
E allora bisogna che noi abbiamo tanta fede in Gesù Cristo, cosi che la comunione è la ricchezza nostra, Gesù Cristo, Dio, il bene infinito, perché Dio è l'eterna felicità.
Quando si ama davvero Gesù Cristo, si è soddisfatti, non si cerca altro amore. Allora il cuore riposa nel Signore e non cerca più altro. E lì sta poi la santità. Alle volte l'impedimento a entrare in questa intimità con Gesù Cristo dipende da cosucce e cioè da piccole trasgressioni, da una certa superficialità un po' in tutto, dall'occuparsi di quel che non ci appartiene, quel che avviene fuori, quel che avviene attorno, senza che uno si preoccupi di se stesso. Ma la gioia sta nell'intimo: fuori non si può trovare la soddisfazione vera, perché non c'è altra gioia che Gesù Cristo.
Maria [è] l'intima di Gesù. Tanto che ogni parola di Gesù ella la ricordava, la meditava e imparava e portava quindi ad una santità sempre maggiore.
Non basta che sia letto il vangelo, ma penetrare sotto la scorza del vangelo. I caratteri sono una bella cosa e possono essere caratteri di vario genere; ma i caratteri per sé possono essere qualche cosa di artistico, di piacevole all'occhio, ma se non dicessero nulla i caratteri lì e non ci fosse qualche verità e insegnamento lì sopra, qualche notizia, qualche scienza, che cosa sarebbero i caratteri? Cose morte! Ma quei caratteri messi assieme possono esprimerci Dio, il cielo, Gesù Cristo, Maria, quando son messi bene a posto.
Ecco la vita di certi religiosi: caratteri messi uno vicino all'altro, ma messi a caso, senza che compongano una parola, quindi senza che compongano una verità, un insegnamento, un senso, una vita: religiosi che son caratteri messi lì daccanto, ma non si sono incontrati, non hanno un senso; perché è mancato ciò che è necessario e che è in tutti, cioè la vita in Cristo, quando c'è la vera religiosità. Allora non si è più della gente messa vicino, perché si leva alla stessa ora al mattino, va in chiesa, assiste alle varie funzioni, va all'apostolato, va a tavola, compie le cose della giornata; ma dentro non c'è un senso: “Perché fai questo?”. Come lo faceva Gesù il suo lavoro al banco, là a Nazaret? “Nonne hic est faber?”, “Costui non è il fabbro del paese?”. C'era un senso dentro: era la redenzione del mondo, era l'amore al Padre, perché faceva le cose subditus, in obbedienza al Padre pur attraverso a Maria ed a Giuseppe: “Quae placita sunt ei facio semper”.
Tutto per amore di Dio e fare quel che piace a Dio: allora la vita ha un senso. Bisogna che arriviamo a capire e sentire che la vita nostra ha un senso: di perfezionamento, di vita in Cristo, “Vivit vero in me Christus”. Allora quando si arriva lì, le disposizioni che vengono dalle costituzioni, dal diritto canonico, le disposizioni che vengono dai superiori, le relazioni coi fratelli, quello che si fa, allora si capisce a che cosa è ordinato: la volontà di Dio, apostolato, aumento di meriti. C'è qualche cosa dentro!
Perché uno può stampare un bel foglio e non sapere niente di cosa stampa: e un altro stampa un bel foglio magari non molto ricco, ma c'è il vangelo dentro, ci son delle verità, ci si insegna Dio lì dentro. Ah, è ben diverso: l'operaio mette dei caratteri e li mette bene, ma a lui non interessa niente il senso, eccetera; a lui interessa che arrivi alla paga, che soddisfi il capo e basta. Oh, non gli importa se sia un libro protestante o un libro cattolico, a lui non interessa. Interessa questo: render soddisfatto il capo, il proprietario, e avere poi lo stipendio.
Ma a noi interessa ciò che c'è dentro. Se non è perfetto artisticamente, per noi è perfetto perché c'è Gesù Cristo. Tuttavia, meglio lo diamo, perché è degno Dio che sia onorato anche in questa forma esterna, che il suo nome risplenda, sì. Ma quel che importa a noi è di onorare Dio, di [dare] “gloria in excelsis Deo” e di far del bene alle anime, “et in terra pax hominibus”. Si immedesima il religioso in Cristo. Questa è la finalità di Gesù Cristo. Perché il Figlio di Dio si è incarnato? e quale programma e quale missione aveva sulla terra? Glorificar Dio, portare la pace agli uomini, cioè togliere il peccato di mezzo. Perché il peccato cosa costituisce? Un'inimicizia fra Dio e l'uomo. Gesù Cristo si è messo in mezzo [per] prendere l'uomo e portarlo a Dio, dare Dio agli uomini. Tutti si uniscono in Cristo che è la pace di tutti, è la pace per tutti: con Dio, con gli uomini e con noi stessi.
Allora lo spirito trovare, non soltanto la scorza. Non andiamo soltanto a guardare una bella scatola che ci viene presentata; ma noi, dopo aver guardato una bella scatola, vogliam veder ciò che c'è dentro: ci possono esser dei confetti, ci può esser dell'oro e ci può esser solamente della stoffa, che sia uno scherzo.
Che non guardiamo tanto la scorza, quanto ciò che c'è dentro! Una pianta secca, che viene innaffiata dieci volte e non ha la vita, non cresce e non dà frutti. Ma anche una pianta che sia piccola piccola, se viene – perché ha la vita – innaffiata, cresce e a suo tempo porterà fiori e frutti.
Guardare lo spirito! Maria non aveva esteriorità; andava con la brocca a prender l'acqua, con quei mezzi che avevano allora; andava all'orto; macinava il grano; faceva la pulizia alla casa: e che c'è di strano e che c'è di diversità dalle altre donne del suo tempo? Niente! Ma dentro, dentro! Eh, è la regina dei santi, è la religiosa di Dio, è la madre del salvatore Gesù!
E quando andavano in Egitto, cavalcavano un asinello, e Maria si teneva stretta al petto il Bambino perché non cadesse, e Giuseppe guidava l'asinello: cosa c'è di più comune e anche di più povero, e in cui si manifesti maggiormente la debolezza? fuggire come se fosse un malfattore, come i ladri, che cercan di mettersi in salvo: l'umiliazione. E fu così grande? Ma c'era lo spirito dentro! [Agiva] per Dio, per la vita del salvatore Gesù Cristo, ecco. Vi era il compimento cioè della volontà del Signore: compiere l'ufficio e il dovere che ha un padre e che ha una madre, pur essendo Giuseppe soltanto padre putativo.
Oh, occorre che entriamo nell'intimità; che ci sia un raccoglimento che porta all'unione con Gesù; che, sotto quelle parole che diciamo, troviamo un senso; che diciamo qualche cosa a Dio, non dei suoni soltanto, ma cose che partono dal cuore e che esprimono la nostra fede, il nostro amore a Dio, la nostra volontà di seguire, di compiere la volontà di Dio, ciò che piace a lui, e la fede nella preghiera stessa, la speranza nella preghiera stessa: l'unione con Dio.
Questa era la vita di Maria. Se vi è questo, vi è la vera vita religiosa. E questo lo chiederemo per mezzo di Maria.
Maria ha un potere presso Dio. Quale potere esercita per noi, per te, per me? Che tu sia un santo religioso, che io sia un santo religioso, unito a Dio, che abbia il suo spirito, che viva nell'intimo di una vita di unione con Dio, con Gesù e che quindi arricchisca l'anima e che perciò per mezzo dell'apostolato porti la vita agli uomini, porti la verità agli uomini.
Sì, certamente, dice l'autore, bisogna dare grande importanza ai sacramenti; ma vi sono tante grazie che vengono anche fuori dei sacramenti, che vengono fuori dei sacramenti. E poi cita l'esempio dell'emorroissa, la quale volle toccare l'abito di Gesù: “Se toccherò appena appena il lembo di Gesù, sarò salva”. E toccò Gesù. Siamo arrivati al tocco con Gesù? o soltanto ci vestiamo come <anime cons> persone consacrate a Dio? C'è sol l'esterno? E allora una bella veste, non porta la gioia. Perché la veste sta fuori, la gioia è nel cuore, è nel cuore. Maria quant'era lieta, fiduciosa, felice in Dio! Perché era in Dio.
Oh, gli scontenti vengono dall'intimo, cioè il cuore vuoto di Dio; pur ricevendolo. Considerare questo: l'ostia è nella pisside, ma non influisce sulla pisside, non cambia il metallo; e la pisside dopo sarà sempre un metallo, pur contenendo Gesù Cristo stesso. Ma quando Gesù viene in noi, non va in una pisside, entra in un cuore, il quale lo capisce Gesù, lo ama Gesù, spera in lui, e vuole che Gesù sia la linfa. Cosa vuol dir linfa? La linfa e cioè quello che la pianta trae dalla terra e cambia in sostentamento della pianta. E quella linfa va su; la pianta cresce; poi spuntano i rami; e poi quella linfa produce i fiori e poi produce i frutti.
In noi c'è la linfa, Gesù Cristo, che è la vita stessa: “Io son la Vita”? E produce in noi una vita nuova. Allora sì che c'è la gioia interiore, sì che vale la vita religiosa, sì che rende contenti, contenti e coraggiosi e perseveranti, anche che tutto andasse male all'esterno, che non ci capissero, che non ci stimassero, che toccasse a noi aver dei torti; perché abbiam fatto un bene, siamo contraddetti, criticati, eccetera: tutto quello non tocca: c'è nell'interno la gioia, ecco. E Gesù sulla croce non cessava di aver la beatitudine, pur soffrendo nel suo corpo e nel suo spirito: la sua contemplazione di Dio, la sua visione eterna, ecco, [era] continuata.
Allora comprendiamo sempre di più che la nostra non sia una vita esteriore, soltanto di esteriorità di pratica o di lavoro, di parole o di relazioni, ma proceda tutto dall'intimo, cioè dall'intima unione con Gesù.
Questo ha fatto Maria, questo sarà la nostra fortuna e la nostra ricchezza, se sappiamo seguire la stessa via che ha seguito Maria.
Domandiamo a Maria questa grazia: di vivere veramente in Gesù Cristo: “Vivit vero in me Christus”, ”Cristo vive in me” e “io vivo, sì, ma non son più io, vive in me Gesù Cristo”, il quale mi fa fare una cosa o me ne fa fare un'altra, mi fa dire una parola o me ne fa dire un'altra: sempre lui: mi fa pensare così, mi fa desiderare così, tutto quello che è lui, che in noi pensa e che in noi desidera, Gesù Cristo stesso. “Alter Christus”: divieni un altro Cristo.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-05-11_vita_int.mp3
durata

Don Giacomo Alberione - Roma, cappella casa generalizia, 11-05-1962, ai discepoli,
(seconda parte voce disturbata e incomprensibile)

La vita interiore, i voti.


Questa mattina chiediamo la grazia alla nostra madre regina Maria, la grazia della vita interiore intima, la grazia di saper lavorare interiormente per la nostra vera santificazione, perché come il religioso non basta che porti l'abito, ma occorre che viva la vita del religioso, perché l'abito non fa il monaco, non fa il religioso, così la nostra spiritualità, la nostra preghiera. <non>
Per questo noi possiamo essere in pericolo di attendere più all'esterno che all'interno. Non vogliamo avere una macchia sulla faccia, eh, perché farebbe ridere gli altri; ma non dovremmo fuggire detestare avere gran timore delle piccole macchie sull'anima?
Avviene che si legge il Vangelo, si legge come una storia, come una storia esteriore, cioè fatti, di avvenimenti, di opere compiute, di sofferenze a cui egli si assoggettò. Ma sotto la storia, sotto la lettera, che si <legge> scorre, dobbiamo trovare l’anima di Gesù. Spesso le stesse meditazioni che vengono fatte sulla Passione sono tutte intese, queste meditazioni, a descrivere i dolori esterni di Gesù: sudore di sangue, flagellazione, incoronazione di spine, il viaggio al Calvario, ecc. Ma l’intimo di Gesù? Perché ha voluto assoggettarsi a tali pene? Perché? Perché dilexit me! Tutto questo è per me! “Dilexit me” e che cosa fece? S’immolò per me. Ecco.
Allora noi capiamo il cuore di Gesù; capiamo che egli soffre e dà gloria al Padre, soffre in onore del Padre e dà gloria al Padre, e che nello stesso tempo riscatta noi dal peccato e sta aprendoci il Paradiso. E ogni pena corrisponde alle nostre mancanze, mancanze in un senso, mancanze in un altro: e gli occhi e il tatto, e l'udito e il cuore, la fantasia e il pensiero, l’immaginazione e la mente.
Egli dilexit me e che cosa fece? E s’immolò per me! «Et tradidit semetipsum pro me».
Sapere entrare nell’intimo! E le stesse preghiere che non siano superficiali! Non basta che ci sia l’ora della visita, e si faccia. Occorre che, entrati in chiesa, arriviamo a stabilire il colloquio tra noi e Gesù, a parlargli di noi, a comprendere la sua anima: «Che cosa fa Gesù? Che cosa vuole da me? Perche stai lì? Che cosa vuoi dare a me? Perché mi aspettavi? Cosa mi hai preparato? Che cosa dici al Padre celeste per me?». Entrare in colloquio!
Vita di pietà esteriore e che ci porta soltanto fino a conoscere: non è sufficiente, perché noi dobbiamo santificare il cuore e la volontà. Altro è fare uno studio, capire; e altro è santificarsi. Uno può fare uno studio per ambizione, per sapere, per gusto di sapere: e quello è anche umanamente una già tendenza buona. Ma, propriamente, quello non è la meditazione.
La vita interiore: che veniamo all’amore a Gesù, a capire la sua anima, le sue disposizioni al presepio, le disposizioni di Gesù quando era al banco di falegname e piantava chiodi e segava. Che cosa faceva? Il suo compito era soltanto perché gli uomini avessero le sedie e i banchi ecc.? E perché c’era da guadagnarsi il pane? Sotto quello, come mezzo di quello, ben altro ci stava! Il suo lavoro era redentivo, era riparativo dei peccati dell’orgoglio degli uomini. La sua anima sempre elevata a Dio. E anche quando rimetteva in ordine il suo laboratorio e scopava ecc., che cosa faceva? Uno direbbe: scopava. Ma, se si entra nell’intimo: glorificava il Padre e redimeva le anime. Così è nell’Apostolato.
Vita interiore, la quale poi si riduce qui: conoscere sempre meglio il Signore e conoscere sempre meglio noi stessi, e lavorare per uniformarsi a Gesù Cristo; vivere, cioè, avere interiormente i sentimenti di Gesù: «Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu». Che l’anima nostra sia uniformata all’anima di Gesù Cristo.
I mezzi sono diversi, ma primo mezzo da indicarsi: divozione a Maria. La sua vita interiore si esprimerebbe anche così: «Beati qui esuriunt et sitiunt iustitia quoniam saturabuntur»: beati quelli che han fame e sete di Dio, cioè di santità, di giustizia, ché comprende – la parola “giustizia” – tutta la santificazione: essere giusti con Dio, con gli uomini e con noi stessi.
Sete e fame di Dio. Beati quei che han fame e sete di Dio. Beati quelli che han questa fame e sete – quando si svegliano – di mangiare, mangiare Gesù Cristo, il cibo celeste. Sete e fame. E hai fame alle otto e hai fame a mezzodì, e hai fame a merenda, e hai fame a cena. La nostra fame e sete di pane e di bevande. E sta bene: è la vita del corpo.
Ma e l’anima? ha pure una fame o una sete, quando è retta, quando l’anima vuol crescere, non solo mantenersi in vita, ma anche crescere, “crescebat” Gesù, sempre. “Il mio cibo è far la volontà del Padre mio”. Ecco ciò di cosa si nutriva: della volontà del Padre suo. Cioè quell’uniformità, quel formare una cosa sola nelle intenzioni del Padre celeste. Uniformità di intenzioni, uniformità anche quindi nelle opere, cioè uniformità alla volontà, alla piena volontà del Padre: l’interno e l’esterno.
Noi abbiamo una fame e una sete di santità: quale? e corrisponda alla fame e sete che sentiamo circa il cibo, circa la bevanda? Eh, alle volte, a tardare un poco, eh, non ci sentiamo più le forze: perché quest’oggi è ritardato in pranzo di due ore, e si risveglia sempre di più, ed a un certo punto uno non si sente più forte al lavoro. Giusto! Ma ci accorgiamo che l’anima nostra alle volte è debole? Che in certi momenti si stanca anche di fare il bene? Sentiamo che il nostro cuore, i nostri desideri, è volto invece al Signore, alla vita eterna, alla santità?
Questa beatitudine che fa il religioso veramente religioso, santo, pio, lieto! Ecco. Questa sete e fame produce questo, produce questo religioso!
Altrimenti sempre... che cosa avviene sempre? «undequaque patitur angustias» perché «religiosus negligens et tepidus» [Imitazione di Cristo I,25,7]. E dappertutto ha da dire, a criticare, a paragonarsi con gli altri, vita esteriore, che cosa c’è? che cosa non c’è? Che cosa è stato fatto? che cosa non è stato fatto? Che disposizioni son date? Per che motivo? Perché a me? E poi mormorazione e trovare sempre dei difetti in tutto e in ciò che vien detto e in ciò che vien fatto e in ogni fratello...
Oh! L’anima nostra ha bisogno di uniformarsi all’anima di Gesù Cristo. È presto detto: povertà, castità, obbedienza. Ma ci deve essere lo spirito della povertà, lo spirito della castità, lo spirito dell’obbedienza.
Lo spirito della povertà è il distacco. Per cui ognuno si serve dei beni in ordine a Dio, non per goderne un minimo. Non voglio neppur godere di essere in possesso di un libro, di una fotografia, di avere una camera migliore dell’altra e un ufficio migliore dell’altro ecc. Lo spirito di povertà. Perché è Gesù! Perché, povertà solamente negativa, no! È perché ci attacchiamo a Dio, ricchezza somma, sommo bene.
E la castità? La castità è per amare di più il Signore. Mica è solamente una negazione a ciò che la natura porterebbe. Non è solamente una negazione: è avere un cuore più libero, un cuore che va diretto all’amore al Signore.
Quell’abituale raccoglimento, quell’abituale sorveglianza su noi stessi, quell’abituale unione con Dio: ecco la vita interiore! Allora si viene sapienti, si capiscono le cose di religione; quella uniformità intima al volere di Dio, proprio per vivere in Cristo e con Cristo, con lui: «quae placita sunt ei facio semper».
Allora, sì, la vita interiore: c’è la fame e la sete della giustizia di Dio.
I mezzi si possono considerare anche un’altra volta un po’ meglio, ma son tre.
Primo: la divozione a Maria, maestra di vita interiore, la prima religiosa, la religiosa di Dio.
Secondo mezzo: considerare la passione di Gesù Cristo. Come ha redento? come avete da redimere? Redimere che cosa? Redimere la stampa, la radio, la televisione, cinema, dischi, tutto. Redimerli, cioè, toglierli dal male, al servizio del male; per metterli al servizio di Dio: questa è la redenzione di questi mezzi tecnici. Allora si tenta di fare qualche cosa nel mondo, nella vita.
Quindi il primo mezzo: una grande divozione a Maria, ma una divozione interiore, fatta proprio anche di amore alla madre celeste.
Secondo mezzo. La meditazione sopra la passione, ma nei particolari; e fermarsi sopra dei punti che più facilmente toccano il nostro spirito. E cominciare a dire qualche espressione con la nostra bocca, proprio: «Mi hai amato? fino a che punto mi hai amato? e io fino a che punto ti amo?». E «dammi il tuo amore!».
Basterebbe, alle volte, ripetere parecchie volte con san Paolo: «Mi hai amato e ti sei sacrificato per me, per me proprio. Hai patito per i miei occhi, che hanno avuto delle libertà». Così in tutto il senso, quando specialmente, consideriamo flagellazione, coronazione di spine. Ma entrare sempre nell’intimo dell’anima di Gesù Cristo: le sue disposizioni, i fini e le intenzioni che aveva. Eravam presenti, e non sofferse soltanto per gli altri, ha sofferto proprio per me: «Tradidit semetipsum pro me». Come l’Ostia è pro me, così la passione è stata per ognuno, per me, per te; come l’Ostia è per te e per me.
Poi un grande aiuto si ha dalla luce dello Spirito Santo. E vi sono anime però, le quali trovano un grande mezzo proprio nell’Eucaristia stessa. E quando fan la Comunione si sentono saziati, la loro sete si estingue, la loro fame è soddisfatta. Gesù ha alimentato la mente, ha alimentato il cuore, ha alimentato la volontà. Si sorge più forti, più lieti, più pieni di gioia e più illuminati.

La conclusione.
Esaminiamo un po’ quale fame e sete c’è di Dio, perché l’uomo non è solamente... l’uomo non vive di solo pane, ha risposto Gesù Cristo, al diavolo che lo tentava perché cambiasse le pietre in pane. Non di solo pane vivit homo, perché il pane sazia il corpo, ma c’è l’anima che ha da esser saziata. Non di solo pane: non basta che viva il corpo, bisogna che viva l’anima, e l’anima per vivere bisogna che sia nutrita e che abbia la bevanda ed il pane.
Che fame e sete c’è in noi? Si risveglia la fame e la sete almeno quattro volte al giorno, come si risveglia la fame e la sete per il corpo? Gesù: «sitio», «ho sete». E in noi c’è questa sete, questa fame di Dio?
Si è certamente saziati, dissetati, nutriti, se abbiamo questa fame e questa sete: «quoniam saturabuntur». Chi ha fame e sete è beato, sì. E si prova proprio la beatitudine e questa beatitudine è saziata, è piena al di là, quando finalmente saremo con Dio, visione di Dio e possesso di Dio e gaudium in Dio. Allora sarà tutto il nostro essere soddisfatto, perché avrà raggiunto il bene infinito, l’eterna felicità.
Abbiamo almeno quattro volte al giorno questa grazia, di sentire un poco e sentire sempre un po’ di più questa fame e questa sete: vita interiore, escludere tanti pensieri, concentrarsi.
Come ha fatto il Rodriguez a scrivere cinque volumi? E non sapeva neppure scrivere! Quando entra... E quei cinque volumi, la via della perfezione in sostanza sono. Vengono continuamente ancora ristampati, dopo secoli! Ecco un buon frate laico.
Ma quando c’è questa fame e sete di Dio, è Dio che illumina, Dio che rende sapienti, Dio! È tutto Dio! E noi siamo il niente, perché se Dio ci toglie quel che abbiamo, siam proprio niente; se Dio ci toglie cioè quel che ci ha dato lui, se lo ritira, non c’è più nulla di noi, neppure il fiato.

[la conclusione seguente si trova solo nel file: 1962-05-11_varie PM_ai Discepoli di Roma.mp3]

Allora, sì! Vita interiore! – bisogna che dica –, cari discepoli. Perché siamo proprio discepoli di Gesù, eh: «Dixit discipulis suis»: la frase che leggiamo più spesso nel Vangelo. Cosa vi ha detto Gesù? Cosa vi dice adesso Gesù?
Chiediamo a Maria questa vita interiore.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-04-05_purgatorio.mp3
durata 30'04''

Don Giacomo Alberione - Roma?, 05-04-1962, alla ssp - ai sacerdoti

Le ultime realtà, i novissimi, il purgatorio


Penso che sabato potrà esserci qui anche un padre per attendere alle confessioni, oltre che tutti i presenti hanno la facoltà di confessare come ricordato ieri sera.
È buona cosa leggere il libro “Le ultime realtà” per presentare meglio al mondo di oggi i novissimi e presentarli in una maniera buona che prevenga anche per la mente dei lettori alcune cognizioni per cui viene più facilmente accettata la dottrina della Chiesa. E tra gli altri punti questa verità: vi è il purgatorio, primo articolo di fede; e secondo articolo di fede: possiamo aiutare le anime che si trovano in purgatorio coi suffragi, particolarmente col grande suffragio, il suffragio essenziale, la messa.
D'altra parte la liturgia in riguardo ai suffragi è molto abbondante; e non solamente la liturgia oggi, ma la liturgia sin dai primissimi tempi della Chiesa e un po' anche, oltre la liturgia romana, un po' e abbondantemente anche le liturgie che sono in oriente in modo speciale.
Del resto la verità ha fondamento nella Scrittura e vi è anche un complesso di ragioni di convenienza: perché chi non può essere escluso subito dall'inferno e chi non può essere subito accettato in paradiso: allora la convenienza di un tempo in cui la misericordia di Dio continua ad applicarsi al di là e con la purificazione: luogo e stato di purificazione.
E quelle anime cosa soffrono? Il concilio di Trento avverte di non fare descrizioni troppo particolari che potrebbero dare un'impressione non buona e anche non corrispondere alla realtà. Tuttavia sappiamo quello che dice la tradizione: sia la pena del danno, sia la pena del senso, in quanto generalmente insegnata.
Quello che basterebbe a farci capire che cosa soffrono le anime che sono in purgatorio e a quali pene noi andremmo incontro, se non ci purifichiamo qua: dice san Tommaso: “La minima pena del purgatorio supera la massima pena della vita presente”. L'autorità di san Tommaso la conosciamo bene. “La minima pena del purgatorio” significa che là vi sono parecchie pene. E “supera la massima pena della terra”: sulla terra anche senza arrivare alla massima pena, quante volte si mettono delle lacrime per le pene che si incontrano in hac lacrimarum valle.
E allora che cosa sa delle sofferenze a cui vanno soggette quelle anime? Notando che con le loro pene non aumentano i meriti, mentre che sulla terra, quando preghiamo e facciamo qualche penitenza, oltre che scancellare la pena che abbiam meritato, si continua a guadagnare, perché ogni azione buona, ogni preghiera buona ha sempre il triplice valore finché noi siamo sulla terra.
E allora la saggezza, sì: pensare adesso a purificare intieramente la nostra anima e dai difetti volontari e da quelle conseguenze, quelle reliquie, quelle pene che noi abbiamo contratto peccando e dobbiamo sempre vivere nella realtà, cioè metterci sempre davanti a Dio.
Tante volte facciamo dei lunghi ragionamenti, sì, dentro di noi e spesso sono un po' ispirati all'amor proprio. E poi noi andiamo dietro a questo: siccome abbiam dovere di curare gli altri, seguirli e aiutarli – il che è nostro dovere – troviamo anche un certo pericolo in quanto che ci preoccupiamo più degli altri che non di noi; e qualche volta correggiamo anche i difetti in altri, gli stessi difetti che non abbiamo ancora noi tolti dalla nostra vita.
Tuttavia quelle anime hanno anche delle grandi consolazioni nel purgatorio: prima certamente c'è un segno e una chiarezza della giustizia di Dio e son contente di soddisfare alla giustizia di Dio e non andrebbero in paradiso, – diciamo così – non avrebbero questo desiderio del paradiso se non è ancor volontà di Dio e se hanno ancora dei debiti. Poi c'è la grande consolazione che non si può più peccare in purgatorio e poi che son certe della salvezza, e l'ammissione al paradiso è sicura: è soltanto questione di tempo.
Tuttavia a noi serve molto fare un esame sopra le ragioni per cui <si va,> si può andare in purgatorio, affinché noi veniamo a saldare i nostri conti, specialmente terminando il corso di esercizi: un saldo totale dei nostri conti con Dio. Questi giorni stiamo esaminando dei conti: contabilità; e troviamo dell'attivo e troviamo del passivo. Certamente molto attivo vi è nella vostra vita e la presenza anche qui indica l'attivo. L'attivo che per grazia di Dio si è andato aumentando, – l'attivo – dal giorno in cui ci cadde sulla fronte l'acqua battesimale e per cui siamo stati fatti cristiani.
Quali sono le cause che generalmente vengono notate dagli autori? Le cause per cui si può cadere nel purgatorio? Primo: le pene ancor da scontare, che o le scontiamo di qua o le scontiamo di là. La trascuranza delle indulgenze: secondo. Terzo: la tiepidezza abituale. Quarto: venialità volontarie. Quinto: attaccamenti. E sesto: abitudini non cattive, propriamente, che portino al peccato grave, ma abitudini che non piacciono a Dio e che impediscono il conseguimento di quello che noi ci siamo impegnati: “Si vis perfectus ess”: impediscono il conseguimento di quella perfezione.
Pene da scontare: tutti abbiam peccato, tutti abbiamo peccati, abbiamo questa condanna, la condanna che ci è venuta da Adamo: “et in peccatis concepit me mater mea”. Siam già entrati nel mondo col peccato, sebbene si tratti del peccato originale, non di un peccato volontario nostro, personale. E così la vita comincia e così un poco continua, sì. Sempre detestiamo, sempre proponiamo e tuttavia imperfezioni e difetti ci accompagnano.
Pene da scontare, da scontare: in quali maniere di scontare? Facendo il contrario di quel che abbiam fatto peccando: se abbiam peccato con la lingua, moderiamo la lingua: è una penitenza; se abbiam peccato con la gola, moderiamo la gola: penitenza; se abbiamo peccato con la volontà e mancanze nell'obbedienza in piccole cose anche, ma che realmente però obbligano, e allora fare il contrario: così se hanno peccato gli occhi, moderare lo sguardo e se han peccato l'udito, regolare l'udito e così tutto il tatto e così tutte le nostre facoltà. Castigare il senso che ci ha fatto peccare, castigare la facoltà per cui abbiam peccato. Sempre si sa che il peccato fondamentalmente deve avere conoscenza e consenso e non c'è conoscenza e manca il consenso non c'è il peccato. In ultima analisi quindi veniamo sempre ai princìpi. Tuttavia qualche volta è il gusto che attrae e allora è il senso che chiede e la volontà che cede.
La Chiesa ha aperto il tesoro delle indulgenze per tutti e quante preghiere e quante opere sono indulgenziate! Oh, e noi ne abbiamo cura? e cioè predichiamo le indulgenze e sappiamo fare le preghiere, compiere le opere che sono indulgenziate? Le anime delicate approfittano di questo tesoro che la Chiesa apre per tutti i suoi figli, propone ai figli. Predicarle e d'altra parte noi almeno aver l'intenzione che tutte le preghiere che diciamo e tutte le opere buone che facciamo a cui sono annesse indulgenze, mettiamo l'intenzione di acquistarle.
Altra causa per cui si può andare in purgatorio è la tiepidezza, specialmente quando diviene abituale. E cioè due segni della tiepidezza: trascuranza un po' nella preghiera o mancando alla pietà come [è prescritta] per noi; oppure tiepidezza, mancanza del lavoro spirituale interiore di emendazione, di conquista della virtù. Quando il breviario si dice così tanto superficialmente, quando ci si strascina con sempre avanti gli stessi difetti, allora che cosa avviene? Avviene che noi non compiamo il lavoro fondamentale per la vita religiosa: attendere alla santificazione. Sappiamo la sentenza di sant'Alfonso a quel riguardo.
Oh, poi venialità abituali e abbiamo già quasi come fissato lì in chiave: “In questo punto io non mi sento di correggere”. E non si dichiara guerra al difetto. E non si mettono davanti i mezzi per cui finalmente romperla con alcune cose, che poi sono come un filo che tiene l'uccello. Perché [succede come per] il filo con cui il bambino ha legato lo zampino dell'uccello – e tanto vale che avesse una catena anche di ferro –: l'uccello non può volare allora, non può sciogliere libero il suo volo verso le altezze.
Anime – e questo serve anche per noi, quando amministriamo il sacramento della penitenza – anime a cui non mancherebbe niente per la santità, ma qualche cosa che le tiene sempre legate: e passa un anno, fanno gli esercizi: dieci volte, dieci anni; eppure si lamentano sempre di non migliorare; e ma c'è quel piccolo impedimento, c'è un sasso che attraversa la strada e non è poi un gran sasso, forse con un po' di impegno si potrebbe rimuovere: esortiamo queste anime a troncare con coraggio. Perché alle volte vi è una cosa che è anche piccola o per il nostro carattere o per le circostanze, eccetera, la fantasia ce la rende grossa grossa e quasi sembra che costituisca un impedimento insormontabile. Venialità abituali.
Poi attaccamenti, sì, ancora, che può essere attaccamento alle nostre idee, può essere attaccamento con qualche cosa che viene dal cuore, sì, sentimentalità, desideri, sentimenti di invidia, o altri sentimenti che procedono dalla superbia, dall'avarizia: attaccamenti, come può esser di volontà al posto nostro che occupiamo, l'ufficio e finalmente andiamo un poco a scoprire che cosa ci sta in fondo al cuore. Vi sono i giorni di luce: questi.
Poi vengono certe abitudini, certe abitudini che riguardano il modo di trattare con gli altri, il modo di compiere l'ufficio, come si fa scuola, come si confessa, come prepariamo le prediche, come curiamo i singoli, quale atteggiamento di superiorità prendiamo nel governare le case, eccetera. Vedere un poco quello che possiamo imitare nel Maestro divino, onde non si faccia sentir tanto la superiorità, quanto la premura di carità per il miglioramento, la premura in quanto noi cerchiamo di rendere le anime più perfette e che onorino di più Dio.
Poi a questo riguardo anche la mentalità che si è andata formando un po' dappertutto: democrazia, l'autorità è in crisi. E sotto un certo rispetto dobbiamo anche un po' considerare questa debolezza: si dirà che è una debolezza, che dovrebbe esser così, ma che noi dobbiamo aiutar le anime di questo tempo, non quelle di un tempo futuro che potranno essere diverse o quelle di un tempo passato, che già han raggiunto la loro destinazione, per cui non si può far altro che pregare preghiere di suffragio, se ne avran bisogno. Consideriamo i tempi presenti: essere aggiornati anche in confessionale. E certamente è molto saggio ciò che si sta leggendo in refettorio: appunto perché dobbiamo tener presenti tante cose che riguardano lo stato dell'anima e penetrare meglio e conoscer meglio lo stato delle coscienze, delle anime, delle difficoltà e poi dei mezzi e dei punti su cui si può costruire, si può costruire qualche cosa. Alle volte è anche lo stesso amor proprio su cui si può costruire.
Oh, adesso, riguardo al purgatorio, vediamo che per quanto ci è possibile aiutiamo i morenti e desideriamo di essere aiutati noi, quando ci troveremo sul letto di morte. Aiutare i morenti perché facciano maggiori atti di amor di Dio, ma atti di amor perfetto, possibilmente, non solamente di pentimento imperfetto e l'acquisto delle indulgenze: moltiplicare anche le assoluzioni, se occorre, e poi suggerire quei pensieri che sono utili per abbandonarci nelle mani di Dio: “In manus tuas Domine commendo spiritum meum” e passare all'eternità con quei sentimenti che Gesù aveva là sul Calvario, sulla croce. Assistere i morenti, sì.
Poi cercare quant'è possibile di vuotare il purgatorio. Abbiamo le costituzioni che ci dicono quali sono i suffragi. E i suffragi di regola tutti si facciano. E vogliamo farli tutti e vogliamo farli con quel sentimento con cui noi desideriamo che dopo ci suffraghino quelli che saranno dopo di noi, pensino a suffragarci.
Parliamo poi molto bene dei defunti. Stendiamo un velo anche sopra i difetti e che avevano durante la vita. Parliamo in bene, compatiamo e dove non si può dir bene, non si dica niente, sì. E poi non giudicare tanto facilmente: chi può conoscere lo stato, l'intimo di un'anima, le sue condizioni psicologico-spirituali, le grazie che aveva o che non aveva, eccetera? Lasciamo che giudichi il Signore! ché già l'anima è andata là. Non veniamo a caricarci di debiti ancora noi, per voler quasi dare un giudizio dove proprio non ce n'è bisogno, anzi sarebbe un'audacia, temerità. Lasciamo che il Signore giudichi lui. E noi diciamo sempre: giudica in misericordia.
Evitare il purgatorio, allora, per noi stessi, per noi stessi. Ecco la prudenza cristiana, sì, prudenza: pensare a noi. Come vogliamo alle volte dire e come pensiamo alle volte: “Voglio andare al giudizio già giudicato”, così: “Voglio andare al giudizio già purificato”.
E nella preghiera pei defunti si dice tra il resto che intendiamo di offrire suffragi per le persone che sulla terra ebbero più responsabilità. Che responsabilità abbiamo noi sacerdoti e noi superiori! Le conseguenze che ha la nostra vita sugli altri: e il comportamento, l'osservanza, la predicazione, la redazione, la diffusione, e se possiamo portare la luce non a 500 mila lettori, ma a un milioni, due milioni, tre milioni di lettori e moltiplicare l'apostolato in sapienza, non solamente come redazione, ma anche come tecnica e diffusione. La casa di Roma ha 13 riviste; e il lavoro spinge e la stessa quantità di lavoro suscita applicazione, generosità. Quando il lavoro invece scarseggia, c'è sempre qualche cosa che si può chiamare tiepidezza nella tecnica. C'è molta diversità: quando dall'alto viene presentato e presentato con una certa urgenza di fare questo o quello, si fanno evitare tanti difetti, in quelli che compiono la parte tecnica e poi si porta maggior vantaggio alle anime.
Oh, tutti insieme facciamo il proposito di suffragare sempre i nostri fratelli, specialmente quei che son morti di morte improvvisa: i quattro ultimi sacerdoti che son morti di morte improvvisa. Trovare don Castoldi, quella mattina, morto nel suo letto, è stato uno schianto per tutti, sì. Tanto che sembrava che non fossimo più capaci a fare quei servizi di carità immediatamente che si potevano e che si devono fare riguardo a un defunto. Quindi pregare per tutti i nostri fratelli, che son già una lunga lista nelle pubblicazioni. Nella casa generalizia c'è una lunga fila di quadri che ci rappresentano i fratelli sacerdoti che son passati all'eternità. E non è solamente per fare un'esposizione di quadri di ornamento, è perché passando: “L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Così sia”.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-06-15_discepolo.mp3


Meditazione tenuta dal Signor Primo Maestro ai Discepoli perpetui
nella Cappella della Casa Generalizia
il 15 giugno 1962

Ai Discepoli


...Bisogna che si consideri bene tutto l’insieme dell’insegnamento che vi è stato dato, e non un punto.
Quando, per esempio, si parla della carità... Ecco, don Rolfo quest’anno continua a predicare a tutti gli Esercizi la carità, perché è stato detto: «Il ’62: anno di carità». E quindi nel corso di Esercizi spiega il dovere della carità verso Dio e verso gli uomini, verso i fratelli. Parla quasi niente, non accenna quasi ad altri punti; particolarmente non parla a spiegare la fede, che sarebbe anche un argomento per un corso di esercizi, o la speranza, un argomento per corso di esercizi. Non si può dire che parlando di una cosa si escluda l’altra. Ma una volta si parla di una virtù teologale: la fede; un’altra volta della speranza e un’altra volta della carità.
Ora, siccome era più necessario richiamare il punto dello spirito, quindi quel che ho detto e quel che ho scritto. Non perché si scancellasse ciò che era stato detto prima, ma perché venisse proprio realizzato quello che è stato detto prima.
Se vi è questo spirito di raccoglimento, spirito di riparazione, allora vi orientate precisamente. È per correggere, precisamente, il vostro cammino, la vostra via. Oh! Nello spirito di raccoglimento, di pietà, di riparazione, ecco, potete progredire di più nella vostra vocazione, vostra missione.
Uno sbaglio che bisogna che sempre si eviti e cioè: pretendere che una vocazione sia l’altra. No. Bisogna fare secondo la vocazione nostra. Quando si è arrivati alla professione perpetua, specialmente allora, ma anche già al noviziato, si ha la distinzione. Dal noviziato c’è la distinzione fra chi è avviato al sacerdozio e chi è avviato alla vita del Discepolo.
Come si fanno le scuole medie da tutti, ma poi si distinguono. Al liceo si distingue già. All’università: l’università del medico non è quella (dell’università) dell’avvocato. Quindi la distinzione.
L’errore è di voler prendere la vita sacerdotale. E cioè: imparar le stesse cose, saper parlare delle stesse cose? E no! Il sacerdote deve fare così; voi avete da fare, perfezionarvi nella vostra missione: nel raccoglimento, progredire nella conoscenza della tecnica e della propaganda, e avviare tutto l’insegnamento e tutto lo studio, affinché possiate un giorno compiere totalmente la vostra missione: quello che si è tante volte detto!
Perché non progredire nella scienza che riguarda i mezzi tecnici e le tecniche audiovisive? E quindi saperle insegnare, e fare la scuola agli altri?
Abbiamo detto nel Capitolo – ed è da confermarsi – che se qualcheduno poi ama propriamente la sua via, ricordi che è anche aperta la laurea all’università! La via è aperta. Perché, eh, abbiamo anche bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di dattilografi, abbiamo bisogno di insegnanti della vostra parte. E per questo, approfondire la vostra parte.
Eh, il chierico studia la sua teologia e voi dovete studiare bene il catechismo; illustrato un po’ di più, secondo la teologia, cioè imparando qualche cosa di più del catechismo, quello che si dà ai ragazzi, si capisce; ma quella è specializzazione vostra.
Bisogna ad un certo punto distinguersi. E neppure, ho detto, di fare attenzione su certi punti. E cioè di tenervi più abbondantemente tra di voi, per parlare delle vostre cose, e lasciare che i sacerdoti parlino più abbondantemente fra di loro, per parlare delle loro cose. E loro non parlano di vostre cose tecniche e di diffusione. E voi non avete a parlare delle loro cose. (Bisogna che) Occorre la distinzione. Vedete: gli universitari si distinguono anche per la divisa: chi attende alla medicina e chi attende, invece, all’avvocatura. Anche nel cappello distintivo, c’è la distinzione. Un alunno per l’università di medicina e l’altro alunno per l’università di legge.
Quindi, quando si dice una cosa, non vuol dire che si scancelli l’altra, come quando si parla di carità, non si esclude la fede. Anzi la fede è il fondamento della carità. E quando andate a scuola, e la scuola è di morale – supponiamo – eh, non si parla della dogmatica allora, dei dogmi, cioè di tutte le verità speculative.
Oh! Tenendovi raccolti, uniti fra di voi! Pur vivendo la stessa famiglia in modo spirituale e collaborando, perché uno fa la redazione, l’altro fa la tecnica e l’altro fa la diffusione: ma è un Apostolato unico.
Occorre che progrediate nella vostra via e che diventiate capi. Perché dobbiamo ancora impegnare il sacerdote in certe cose che sono vostre? Ma direte: e perché non ci vengono date? Perché vi manca la preparazione. La preparazione... uno può dire: «Ma io la tecnica la so abbastanza». Ma bisogna acquistare anche quello spirito di bontà, quella mente larga, supponiamo, che comprenda tutta l’attività tecnica e propagandistica vostra.
Stentate uno a accettare il consiglio di un altro Discepolo, in sostanza. Perché manca questo spirito di riparazione, di umiltà. E se viene un altro Discepolo, quello non viene ascoltato. No, bisogna che vi ascoltiate vicendevolmente, e ci sia proprio questa dipendenza. Perché se uno sa più una cosa, eh, gli altri devono sentire quello, quello, in quanto quello sa una cosa, oppure è messo a capo.
Come bisogna fare, supponiamo, nella brossura? Eh vi è un capo superiore e gli altri devono stare sotto. E staranno anche sotto, quanto alla parte tecnica, gli studenti, specialmente i discepolini aspiranti.
Quello che ho detto e scritto è proprio per rendervi più elevati. Ma se non c’è il fondamento di capire bene e volere amare la propria vocazione e progredire in quello, se non ci fosse questo, se non c’è questo fondamento di spirito di raccoglimento e di amore alla vostra vocazione, allora non si vive quella gioia della propria vocazione. Oh! E uno si sente umiliato davanti al sacerdote. Ma no! Il medico va a consigliarsi con l’avvocato, quando ha bisogno. E l’avvocato chiama il medico, quando sta male.
Oh! Bisogna proprio che noi ci fermiamo lì, e amiamo quello. E perché uno deve domandare a un sacerdote un certo consiglio, si umilia? Ma no! Ognuno deve considerarsi come una parte, non tutto, non tutto. Perché se uno sa specialmente di propaganda, gli altri imparano da lui, e viceversa. Colui che sa la tecnica può insegnare a chi sa la propaganda. E avanzare allora anche nelle materie di studio.
Si è persin dato un po’ troppo a considerare piuttosto la parte che devono imparare i chierici, e un po’ troppo poco quello che è l'istruzione tecnica e propagandistica. Difatti la parte propagandistica quasi – diciamo – è trascurata alle volte, non da tutti, ma da quelli che si contentano: «Oh, io ho la mia macchina e basta». E no! Progredire un tantino ogni giorno, in quello che... eh, sì.
Vi sono tra di voi dei Discepoli che sanno far bene la parte di assistenza ai ragazzi, ai piccoli, agli aspiranti. Ecco.
Continuare lì, studiare un po’ di pedagogia, lì, e studiare un po’ anche di psicologia in quanto si riferisce a quel lavoro, a quell'impegno, a quell’apostolato. Così che ci sia un progresso vero, ma nella vostra strada. Se no, uno che studia un po’ di medicina e un po’ di legge e poi non è né avvocato né medico.
Oh! Ciascheduno si perfezioni nella sua via! Ma perfezionarsi nella sua via, vuol dire concentrarsi, essere riflessivi, non badar tanto a quello che spetta agli altri, e a quello che invece spetta a voi, ché ciascheduno ha la sua parte.
Quindi progresso! E diventate veramente contenti, siete sempre più rispettati, più stimati.
E se devo fare una cosa, dovevo ben stampare quei quattro volumi che si riferiscono all’anno di Esercizi, quelli di un mese: e [ho] scritto, dettato e fatto scrivere in altra parte dai sacerdoti, che avevano predicato, e poi? E poi si porta in tipografia: «Fatelo!».
Come lo fate, che formato, con che carattere, come lo date, quanto è il costo, chi avete capace di una scelta buona di caratteri, di formati ecc.? Allora... sì.
E adesso che tre volumi sono usciti e l’altro sta per uscire, penso che uscirà entro questo mese, anzi deve uscire per questo mese. E allora il passo alla propaganda. Come fa questo libro adesso? E come lo diffondiamo?
Lo studio. C’è la propaganda capillare e si è stentato e c'era il pericolo spirituale perché non c'era abbastanza fondamento. E poi c'è la propaganda collettiva, eh, si è fatto, ma anche lì non c’è abbastanza fondamento spirituale, voglio dire sopranaturale: bisogna che sia di più, che si faccia proprio il lavoro di perfezionamento, per vivere lo spirito paolino.
Eh, sì, adesso vi sono le librerie; ma anche nelle librerie quanti pericoli trovano! Perché manca il fondamento su cui ho insistito in questi ultimi tempi, alle volte manca. E allora il disastro. Ma: «C’è questo, c’è quell’altro». Son tanti “ma” e ci son tante ragioni che hanno il loro valore; però la ragione fondamentale è: se c’è lo spirito e se non c’è.
Naturalmente il contatto quotidiano dei librai con il popolo, con tante sorte di persone, con tanta gente che manifestano idee… Se non c’è lo spirito forte, si resta trascinati, come una pianta che non è ancor abbastanza cresciuta, una ventata la piega e magari la rompe.
Oh! Allora la fondazione dello spirito, perché non c’è la ragione di dire: «Io lascio per questo, lascio per quell’altro». La ragione è: mancanza di spirito! Novantanove su cento! Può essere, può accadere anche di uno, il quale si è sbagliato, non aveva quella vocazione. Ma novantanove, vedete che son novantanove: può essercene uno su cento. Ma anche in quel caso lì, Sant’Agostino dice: «Se non eri chiamato, fa’ in modo di essere chiamato adesso», pregando e lavorando spiritualmente.
Dunque: equilibrati, equilibrati! Gloriarvi della vostra divisa come si deve gloriare il sacerdote della sua! Affezionarsi ciascheduno alla propria vocazione, al proprio stato e viverla! ecco la santità, ecco l’apostolato, ecco la gioia.
Quindi chiediamo la grazia di una luce sempre più abbondante, la grazia dello Spirito Santo. Sì, avanti dunque! e non lasciatevi impressionare da qualche espressione che vien detta: ne dite anche tante a rispetto dei sacerdoti alle volte. Non lasciatevi impressionare! Siamo sempre giudiziosi! stimiamo le cose nella loro realtà e nella loro santità! Passiamo sempre più celermente nella nostra via, non guardando troppo a destra e a sinistra! Guardiamo il cielo, il nostro fine! Compiere quello che Iddio ha segnato sopra ciascheduno di noi! Ecco la santità. Perché il Signore pagherà chi avrà fatto la sua volontà; e la volontà su di me, su di te, quella che è. E tanto l’una come l’altra, purché la facciamo volentieri per amore di Dio. Allora Paradiso e gloria eterna. E avete più facilità a farvi santi, voi.
Oh, adesso la Madonna ci illumini e ci illumini san Giuseppe: comprendiamo la sua vita, la sua missione.
E poi, sempre letizia! Sempre letizia! avanti! Specialmente quel che danneggia, per certuni che sono un po’ più facili a piegarsi, sono le chiacchiere. Siamo saggi! Le chiacchiere del cortile che cosa contano, tante volte? Avanti in serenità, in pace, guardando a Dio, sempre! e le responsabilità di uno e le responsabilità dell’altro, pace! Tutti alla santità! Tutti nello stesso spirito paolino! Tutti allo stesso apostolato! e chi fa una parte e chi fa l’altra. Avanti dunque, molto avanti! Perché? Eh perché abbiamo una grande vocazione da compiere.
Benedica il Signore tutte le vostre buone volontà. Siate lieti! e sempre avanti, guardando al Signore, guardando all’eternità!
Sia lodato Gesù Cristo!

Trascrizione del file: 1962-05-18_vocazioni.mp3

Meditazione del Signor Primo Maestro ai Discepoli perpetui
nella Cappella della Casa Generalizia
il 18 maggio 1962

Pregare per le vocazioni,
rispondere alla vocazione,
santificarsi nella vocazione

Sto preparando lo Statuto di un’Unione di preghiere e di sofferenze e di opere di carità, a questi fini con queste intenzioni:
Primo. Che il Signore mandi buoni operai alla messe. E cioè, siccome il Maestro Divino si lamenta: «operai autem pauci»: «vi sono pochi operai, mentre in verità la messe è molta», – questo contrasto tra la molta messe e la scarsezza degli operai – e allora Gesù conchiude: «Dunque pregate il padrone della messe perché mandi buoni operai alla mietitura». Perciò se pochi sono, chiediamo il numero sufficiente per mietere tutta quella messe che già è matura, come diceva Gesù in altra occasione: «Alzate gli occhi, guardate i campi che biondeggiano»: e «andate e mietete», voleva dire.
Primo quindi: chiedere le vocazioni in numero sufficiente, – se sono poche, ora – in numero sufficiente e per il clero diocesano e per la vita religiosa; la vita religiosa e quindi, tanto per la parte maschile come per la parte femminile; e per gli Istituti secolari e per tutti gli apostolati. Considerare il mondo come un gran campo: la messe biondeggia e aspetta i mietitori; se no casca per terra e poi si infracidisce e muore tutto. Che pena vedere la messe che è già matura e finisce in quella condizione di infelicità!

Secondo. Che i chiamati rispondano e si santifichino, si preparino bene! Quindi tutti gli aspiranti, tutti gli aspiranti non solo nostri, ma di ogni Istituto e maschile e femminile, tutti, che si formino santamente! Perché? Perché la formazione deve essere conformata a Gesù; e cioè: dopo che Gesù aveva raggiunto i dodici anni e che si era intrattenuto nel Tempio, casa del suo Padre, e allora tornò a Nazareth con Maria e Giuseppe «et erat subditus illis»: soggetto a due creature, egli il Creatore dell’Universo! E «proficiebat sapienza aetate et gratia»: ecco lì la formazione: sull’esempio del Maestro Divino, come è stata la sua formazione, come era la vita nascosta là in una borgata. E anche nello stesso tempo sconosciuto ai suoi, perché quando poi Gesù si manifestò, si stupirono, perché prima l’avevano considerato solo un buon concittadino per il suo mestiere ed era il falegname del paese. Ma che cosa c’era in quell’intimità della Famiglia Sacra! Il Figlio di Dio, il quale fatto uomo, segue tutte le vicende del fanciullo, del giovane, del giovinotto, dell’uomo, dell’uomo maturo, crescendo, crescendo.
L’impegno di crescere, non soltanto in statura e età, ma sapienza celeste, ma grazia; sempre maggiormente acquistava grazia. Come egli venne a portare la grazia e una grazia abbondante, così per sé.
«Proficiebat»: che tutti coloro che son chiamati siano ben formati, si lascino formare, siano docili: “subditus illis” era Gesù.
Lasciarsi guidare spiritualmente, non solamente quanto a orario, perché c’è da andare all’apostolato, c’è da andare in ricreazione, c’è da andare in chiesa, c’è da andare a scuola, c’è da andare a tavola, ma «subditus» in continuità, docilità.
Ma poi, quando la formazione sarà, come terminata... – e propriamente formati noi non lo siamo finché non siamo formati per entrare in Paradiso, eh; ma parliamo della formazione, come si compie sulla terra, nella età che si dedica in particolare a formarsi per la vita religiosa, sì – che sia questa formazione uniformata al Maestro Divino!

Terzo, terza grazia. Che si continui il lavoro di santificazione anche quando è oltrepassato il periodo della formazione. «Santifica eos in veritate», pregava Gesù, pregava il Padre: «Signore santificali, o Padre, in verità». Oh! E poi che perseverino e poi che rendano al massimo alla gloria di Dio, al bene delle anime, quando poi sono formati, quando sono ormai in una certa età adulta.

Quindi, si chiedono tre grazie.
La quantità sufficiente di vocazioni per la Chiesa, per l’umanità.
Secondo. La loro degna formazione, secondo dice san Paolo e cioè «che siate degni della vostra vocazione».
E poi che, arrivati sul campo del lavoro, continui la santificazione, vi sia la perseveranza e si renda al massimo alla Chiesa, alle anime, a Dio, a noi stessi; che messi in una vita di santificazione, che la seguiamo bene, la viviamo bene; e così, conchiuder la vita, preparati all’ingresso in Paradiso.
Tre grazie, quindi, che corrispondono alle cinque Messe che la Santa Sede ha approvato: per le professioni religiose maschili, professioni religiose femminili, per il progresso, la santificazione dei religiosi, per la perseveranza e santificazione e attività del clero. Oh! Tre intenzioni, quindi.
In modo particolare abbiamo da domandare poi, pensando a noi stessi, a voi stessi, discepoli: che tutti i chiamati rispondano, siano docili alla voce di Dio e trovino la via che li conduce al Paradiso, non solo, ma una maggior perfezione e santità; che corrispondano! E anche lì, quanta messe se ne cade per terra e marcisce nel terreno!
E quando poi uno ha molta grazia, la grazia per una vita più perfetta e non corrisponde, allora che cosa avverrà? Se non corrisponde alle massime grazie, come corrisponderà alle minori? Come si troverà poi nella vita? E come si troverà in punto di morte?
E secondo. Che la formazione si fa ben fatta.
E terzo. Che renda poi ognuno che è consecrato a Dio, renda per sé maggior santità e renda per le anime, per la Chiesa, frutti al massimo, secondo dice il Maestro «qui manet in me et ego in eo, hic fert fructum multum»: «Chi è unito a me», cioè vive in grazia, vive unito a me, «costui porta molto frutto».

Ora le conclusioni.
Riparare per le vocazioni cadute inutilmente e cioè sorde alla voce di Dio: o perché sono impedite da gente, come sono alle volte i parenti o cattivi compagni, [o perché sono] tradite, le vocazioni tradite.
E poi riparazione per coloro che non si formano sufficientemente, non sono docili.
Poi riparazione per i religiosi che non perseverano. Ecco l’invito: riparare quelli che hanno tradito la vocazione, per quelli. Domandare a tutti la grazia della perseveranza. Ma quando il tradimento è avvenuto, riparare e tenersi stretti a Dio, alla Vergine, per perseverare. Non solo perseverare: uno può vivere in un Istituto e non fruttare, anzi impedire che altri progrediscano, con la sua vita trascurata, negligente: eh, riparare! Domandare quindi la grazia di vivere sempre in un maggior fervore e produrre al massimo quel che riguarda la gloria di Dio, quel che riguarda la propria santificazione e quel che riguarda il servizio delle anime, in sostanza l’apostolato.
Dedizione piena perché se le nostre facoltà, la salute, le forze, l’intelligenza, il cuore non s’impegna per Dio, finisce per impegnarsi per l’io: soddisfazioni, piccole soddisfazioncelle, scontento nella vita. E questo dipende proprio dalla negligenza, dalla tiepidezza, dalla mancanza di fervore, da (concentrare) mancanza di concentramento delle forze in Dio, in Gesù Cristo.
Oh! «Ut digne ambuletis vocatione qua vocati estis», dice San Paolo. Riparare. Non guardare solamente attorno, come abbiam detto per la stampa, per il cinema e per la radio, televisione ecc., – per quanto pensiamo a questi mezzi, i quali sono travolti al male –, non solo quelli da riparare, ma ciò che è succeduto e ciò che qualche volta succede. E imparare a tenersi fermi, perché la rovina non si fa in un giorno: la rovina entra nella mente incominciando a dubitare, a ripensare sul problema che già aveva risolto. E poi il cuore che comincia a (osserva...) attendere e quasi invidiare che cosa avviene nel mondo; e aprir le porte quindi a sentimenti e tendenze, desideri, ecc., che prima non si notavano e neppure si rilevavano, ma si faceva strada il diavoletto nell’intimo.
Quando poi uno si risveglia, è già mezzo perduto. E allora si ricorre di qua, si ricorre di là, e poi si nasconde, si copre; e poi vi sono le libertà che divengono più che libertà, divengono quasi licenza.
Oh! Riparare e vigilare su noi stessi! Quando è che poi c’è la rovina? Qui: «Non progredi est regredi»: chi non progredisce, va indietro, sempre, non sta fermo nello spirito. Perché non sta fermo? Perché, siccome ci sono le grazie tutti i giorni e si sta fermi, cioè non si cammina, non si progredisce, si è già sempre più responsabili delle grazie ricevute e non seguite e non usate.
E allora? Le responsabilità crescono e le grazie diminuiscono. Perché diminuiscono? Perché: se noi vedessimo questo fatto: che diamo un po’ di soldi a qualche povero, che ritorna a domandare e di nuovo, ma diamo; ma poi ci accorgiamo che non li usa per vestirsi, per mangiare, per avere un’abitazione sufficiente, un riparo dal freddo ecc. Eh! non si danno più, perché li consuma a bere, li va a giocare. Eh! non si danno più! Perché allora si contribuisce ai suoi disordini. Allora si dia del pane. Ma avveniva anche questo: che radunavano il pane e poi lo vendevano. Poveri che facevano così, quando osservati, da fanciullo... che avveniva in casa mia.
Allora che cosa succede? Ci vuole fortezza. Ci vuole più grazia dal Signore. Io desidererei che aveste letto – credo che l'abbiate fatto – la prima pagina del “San Paolo” ultimo.
A che cosa si riduce allora, in certi casi, la vita religiosa? È già scancellata in quell’anima. E che [=se] ancora uno porta un abito? È una maschera! non indica un cuore consecrato a Dio. Allora: la vigilanza, la riparazione e noi stessi progredire!

L’esempio del santo che celebriamo oggi: san Venanzio.
Aveva quindici anni. Fu accusato di essere cristiano. È di Camerino, quindi non molto lontano da Roma. E coraggiosamente, predicava già, sebbene giovanetto, predicava Gesù Cristo. E allora venne preso, incarcerato e con molte lusinghe e promesse e con molte minacce, a lungo tentato. E, rimanendo fermo, cominciò ad essere flagellato e messo in carcere, legato in carcere. E il Signore lo liberò. Allora lo presero e questo martirio: accendere attorno al suo corpo dei piccoli fuochi, così da abbrustolire la sua carne. Poi, alzato, coi piedi in su, il capo in giù, e acceso sotto il fuoco perché venisse come soffocato dal fumo: “suspenditur”, sospeso. E non ne morì ancora. Condotto di nuovo dal preside del tribunale, gli furono rotti tutti i denti, “maxilleque confracta”, poi buttato in un cesso. Liberato dall’angelo, comparve di nuovo davanti al giudice. Che cosa avvenne? Che in quel momento il giudice cadde per terra dal suo tribunale e mandò un grido: «Il Dio di Venanzio è vero Dio. Distruggete i nostri dei, le nostre divinità», e spirò. Finalmente, dopo nuovi e acerbi tormenti, “una cum aliis decem”, insieme ad altri dieci martiri – e in che modo martiri! – furono decapitati “abscissis cervicibus”, fracassata la testa e tagliato la testa stessa. E poi furono sepolti in luogo onorifico e fu eretta la chiesa di san Venanzio, san Venanzio, il quale è tanto onorato nella diocesi di Camerino. Ed era questo nome molto volte preso nella Diocesi di Alba, preso perché il nome di Venanzio era frequentemente dato al Battesimo, perché il Signore, per la grazia di san Venanzio, usasse molta misericordia al bambino, e il bambino crescesse secondo gli esempi di fortezza di un giovane di quindici anni.

Allora, la conclusione è questa.
Riparare le vocazioni non seguite, quindi trascurate.
E riparare le vocazioni tradite, e riparare le vocazioni che non vengono tradite esteriormente, ma che non rispondono, non rendono alla Chiesa, alle anime e a se stesse, perché hanno abbracciato la vita di perfezione e non fanno quel lavoro che è il lavoro del religioso.
Anche se portassero dei pesi, anche se accendessero le caldaie, anche se fan girare le macchine e fanno dei buoni lavori tipografici, ma non ci fosse la propria santificazione, “ad quid venisti?”. E allora noi stessi che siamo più fervorosi e ogni giorno rispondiamo alla grazia di un giorno, cresciamo!
Leggere bene dunque quell’articolo della prima pagina e vedere quando è che non si fa il vero religioso, non si vive veramente la vita religiosa: dove la povertà, eh, subisce degli strappi; dove la castità non è tutelata, non vi è abbastanza mortificazione, vigilanza e preghiera; e dove poi l’obbedienza è fatta un po’ a modo dell’individuo e quindi non è altro – si può dire – che il fare un po’ la propria volontà, pure essendo come guidato e costretto a seguire quel che è disposto esteriormente.
Riparazione e preghiera! Oh! Che non si commetta mai più nessun peccato grave dai Discepoli nel mondo! Che tutti crescano in virtù, grazia, pace e letizia santa! Che tutti rendano alla maggior gloria di Dio, a se stessi, alla Chiesa! E tutti nella perseveranza, si trovino felici in punto di morte! Perché si può fare i birichini, i disprezzatori – magari – di tutto quel che vien detto di santo, però si vien sempre in punto di morte. Di lì non si sfugge e si vien sempre poi al giudizio di Dio, e quindi ci troveremo davanti alle due eternità.
Pregare tanto che non si commetta alcun peccato grave! Dovremo anche [pregare] che non si commettano peccati veniali deliberati, perché se non si commettono i peccati veniali deliberati, eh, non si andrà al mortale.
Rappresentarvi tutti i Discepoli delle varie case, nelle varie nazioni e per tutti.
Invocare la Madonna, che è la prima religiosa.
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-05-25_giuseppe_maria.mp3

Meditazione tenuta dal Signor Primo Maestro ai Discepoli perpetui
nella Cappella della Casa Generalizia
il 25 maggio 1962

Il silenzio di san Giuseppe
La perfetta divozione a Maria

Sempre abbiamo da chiedere lo spirito interiore, la vita interiore, l’abituale raccoglimento che ci porta a considerare noi medesimi in ordine al volere del Signore e in ordine alla vita eterna.
Perché vi sono tante cose che si incontrano nella vita; ma, se noi (le) santifichiamo tutte le cose, tutti gli avvenimenti, tutte le circostanze, tutto questo santifichiamo in ordine all’eternità, quello è gran guadagno.
Mirabile vita di San Giuseppe! Santo del raccoglimento, santo della docilità, santo non soltanto del silenzio ma di una attività interiore, perché il silenzio poterebbe essere anche una forma di pigrizia. Il silenzio è poi l’abitudine che si può prendere di restringere le relazioni. Questo è una disposizione, ma ciò che importa è il lavoro interno.
Quando si sottrae a quello che non interessa e che non dipende da noi, quando si sottrae lì, tanto si impegna e si impiega per noi. Ché molte cose esteriormente, e magari la politica... ché noi non siam chiamati per questo.
Sottrarsi a certe tendenze, giudizi e discussioni: non vuol dire questo essere indifferenti; vuol dire portare il nostro contributo alla soluzione dei problemi sociali, ad esempio, ai problemi e alle necessità della Chiesa; vuol dire portare il nostro contributo di preghiera, nell’unione con Dio, ottenere le grazie.
Si parla e si dicono e si vogliono [=si vuole] indovinare quello che sarà definito, stabilito in un punto o in un altro al Concilio. Tutto ci può interessare, ma noi infine dobbiamo portare il nostro contributo, supponiamo, stampando il numero unico sul Concilio ecumenico e poi il resto. Il resto è per noi: preghiera, insistenza presso il Signore, perché mandi la sua luce alla Chiesa e il Concilio abbia il massimo frutto.
La vita di San Giuseppe. Oh, la sua collaborazione al mistero della redenzione nella sua posizione giusta: mica diceva molte parole, faceva molti giudizi, ecc. Operava, unito a Dio, sempre avanti, secondo che disponeva il Signore. Quindi questa abitudine: “attende tibi”, “bada a te!”, “age quod agis”.
Perciò la vita di san Giuseppe è bene leggerla, rileggerla, ma non soltanto per considerare la vita esteriore, la storia di san Giuseppe, ma la vita interiore del Santo, vita interiore del Santo.

Oh! Siamo verso la fine di maggio ed è utile che ci tratteniamo stamattina sopra l’argomento: la perfetta divozione a Maria. Quella che fondamentalmente ha la spiegazione di San Luigi Grignon di Monfort. E quella che si è sempre insegnato: ogni tre-quattro anni la spiegavo e facevo il mese di maggio in seminario per tutto il tempo; e della materia ce n’è per trenta meditazioni, sicuro; così si è fatto a San Paolo e bisogna continuare, pur perfezionando col progresso il pensiero del Santo.
In che cosa consiste questa perfetta divozione a Maria? In cosa consiste questa vera divozione a Maria?
Vi sono santi che sono entrati nell’intimo di Maria e vi sono divoti che son soltanto esteriori o anche scrupolosi o anche critici o anche incostanti: la categoria dei falsi divoti.
Ma la divozione può essere invece buona: e questa la chiamano la perfetta divozione. In sostanza poi, si è stampato il libro che la spiega, senza troppe parole: la vita di unione con Maria, stampato più volte, ristampato anche ultimamente, tradotto in altre lingue, tradotto e preparato, adattato a noi da nostri sacerdoti, anzi erano ancor chierici allora quelli che hanno preparato, ora sono sacerdoti.
La cosiddetta perfetta divozione a Maria, ha due parti.
Primo. È la consecrazione di noi a Maria, e in secondo luogo è la vita di consecrazione a Maria, cioè dopo che ci siamo consecrati a Maria, vivere la consecrazione.
La consecrazione è un dono che noi facciamo di noi stessi a Gesù per mezzo di Maria: «Tutto quel che ho, Gesù, tutto a te lo offro per le mani di Maria, tua amabilissima, nostra amabilissima madre». È questo messo nel nostro libro di preghiere.
Allora in cosa consiste la consecrazione? È dare noi medesimi a Maria. Farsi figli adottivi di Maria: cioè che noi diventiamo figli adottivi di Maria e che Maria accetti noi come figli adottivi, ella che era la madre di Gesù. E questo è secondo il volere di Dio, secondo il volere di Gesù: “Donna ecco tuo figlio”. Dunque lì Maria riceve un ordine dal suo Figlio in quanto il Figlio era Redentore, nell’obbedienza che aveva prestata a Maria. Giusto! Ma qui, operando come Redentore, ecco: “Donna ecco tuo figlio”. E lì eravamo compresi tutti noi.
E Giovanni prese con sé Maria e la obbediva, come Gesù aveva obbedito a Maria. Mentre che Giovanni lavorava per il sostentamento di Maria. Anche quando leggiamo che andava a pescare: «...passato la notte sul lago»: per guadagnare il sostentamento per sé e anche per Maria. “Accepit eam discipulus in sua”.
Allora donarsi a Maria. Che cosa donare? I beni naturali: la mente, il cuore, la volontà, il tempo della nostra vita, le forze che abbiamo, gli studi che si son fatti o che si fanno, ciò che si è imparato per l’apostolato e si sta imparando e quello che stiamo facendo nell’apostolato. Donare tutto quello che si ha di beni naturali, la salute e poi le relazioni, le case che ci sono, gli strumenti che si adoperano, le macchine, e tutto quello che serve all’apostolato.
Poi i doni soprannaturali: lo stato di grazia e i meriti già fatti e la buona volontà e i propositi che abbiamo. Perché? Perché tutto sia di Maria. Quindi i meriti che non si pérdono, ma siano conservati da Maria per il giorno del premio. Perché uno può anche cadere in vanità e ammirarsi e lodarsi e contare il bene che ha fatto, e così perdere un po’ il merito, e magari alle volte si perde anche in punto di morte. Perché chi assiste, eh, vuole far ricordare all’Inferno il bene che hai fatto.
È il tempo di chiedere misericordia: «Se c’è qualcosa di bene, accettatelo Signore!». Basta! Così, offrire a Maria la nostra professione e tutto l’impegno che si ha di osservare la povertà, la castità e obbedienza.
Presentare a Maria tutti i mezzi che ci son dati nella congregazione per la santificazione; poi tutto il bene che si può fare mediante la parola, lo scritto, il buon esempio, il progresso spirituale, la sofferenza; tutto ciò che si ha e già anche le virtù che si possiedono, in quanto si è già acquistato. E offrire a Maria tutti i mezzi che adoperiamo per santificarsi, le mie confessioni, le mie comunioni, le mie messe, i miei esami di coscienza, le mie adorazioni: tutto a Gesù, per Maria; e «tutto quel che ho te lo offro, amabile Gesù, per mezzo di Maria».
Eh! In maniera che noi diventiamo possesso di Maria. Maria acquista la proprietà e allora: figli adottivi, intimamente suoi figli! E lei ci prende in particolare custodia come figli suoi adottivi.
Che cosa consegue poi? La vita di unione con Maria, cioè vivere la consecrazione. Ora sei di Maria! Sei di Maria. E hai offerto te stesso. Quando si va a acquistare un calice: è metallo e portato a casa può servire anche per bere, può servire anche per mettere dei fiori all’altare, può servire a vari usi. Ma una volta che è consecrato, può sol più servire a dir la Messa e metterci dentro prima il vino, che diviene poi il sangue di Gesù Cristo.
Così, una volta consecrati a Maria, noi siamo suoi. Non dobbiamo adoperare le nostre facoltà e ciò che abbiamo di bene, per altri fini che per Gesù, attraverso Maria.
Quindi tu hai dato gli occhi tuoi, la tua vista, l’hai offerto, consecrato a Maria. Ora gli occhi non devi adoperarli a fare dei peccati, guardare ciò che non bisogna guardare. Adoperare gli occhi che sono consecrati a Maria, vuol dire sottrarli di nuovo: sono consecrati! E invece adoperarli per guardare ciò che bisogna guardare! Per vedere che la stampa venga bene, per tenere le relazioni con gli altri che si devono tenere, per leggere i libri che bisogna leggere: libri di meditazione, libri di istruzione, necessaria. Così, se si è dato l’udito a Maria, è suo. Non adoperarlo contro: ascoltare mormorazioni, ascoltare discorsi, comunque siano, ma non buone. Ecco si sottrae di nuovo ciò che si è dato a Maria. Resta una colpa maggiore.
Perché si sa che quello è gradito a Maria, a Gesù, e intanto, con quello che Gesù ci ha già dato... Chi ci ha dato la salute e gli occhi e l’udito e la lingua, se non Dio? Adoperarla contro Dio? Adoperar tutti questi doni, contro Maria? Quale dispiacere al suo cuore? Perché? Eh perché offende il Figlio suo.
Allora tutto il tempo adoperarlo secondo Maria, e cioè adoperare tutto il tempo in cose buone anche quando sono sollievo, sollievi innocenti; e adoperare la salute e così, tutto quello che c’è in noi: l’immaginativa, fantasia, le forze del corpo, tutto per Maria. Non sottrarre, non ritirare la consecrazione, perché, se no, hai dato la tua mente a Maria e adesso leggi e pensi quel che vuoi. Si sottrae il dono, si ritira il dono, come chi non osserva la professione e ritira il dono – che ha messo sull’altare – di se stesso.
E allora, che cosa v’è da dirsi? È da dirsi che si è veduto il bene da fare, si è preso l’impegno di farlo, e poi – invece? – si ritira e si nega al Signore quello che prima si era promesso e impegnato di fare.
Quindi tutto quello che abbiamo, essendo di Maria, adoperarlo in ordine a Maria, affinché piaccia a Gesù.
Quando poi a operare secondo questa consecrazione, il Santo ha quattro espressioni. Naturalmente noi abbiam da aggiungere tre cose a quel che dice il Santo. Cioè: consecrargli anche l’apostolato, consecrarle la professione, e consecrare tutta la vita comune, la vita religiosa.
Dice dunque: «Far tutto da Maria, far tutto con Maria, far tutto per Maria, far tutto in Maria».
Che cosa significano queste espressioni?
Il comando come mi venisse da Maria. Il desiderio che Maria ha, che io faccia questo, quello. E naturalmente questo viene dal volere di Dio, dal volere di Gesù, perché Maria non ha altri desideri, sopra di noi, se non i desideri stessi, i voleri stessi di Gesù, di Dio. Da Maria.
Con Maria: cioè con la sua grazia, con il suo aiuto, anche se si tratta di cacciar una tentazione, con Maria, con la forza che ci viene dalla grazia di Maria, gratia plena, piena per la sua santificazione, piena per dare a noi, suoi figli. Sì. Sempre attingendo – si comprende – dal sacrificio della Croce, cioè dal figlio stesso, perché Maria tutte le grazie che (le) ha, le ha per i meriti della Croce. Anche se è stata concepita senza peccato originale, questo era già in vista dei meriti del Figlio suo: “ante previsa merita”. Tutto con Maria quindi, con la sua grazia, con il suo aiuto.
Poi, far questo per Maria, come lo farebbe Maria. Qui, come pregherebbe al mio posto? Qui, cosa farebbe Maria? come farebbe il lavoro che io faccio, e come possiamo immaginarlo? Eh, come faceva il suo lavoro, quando puliva la casa, quando andava nell’orto, quando andava alla fontana a prender acqua, quando faceva il bucato: tutte queste cose, come faceva? Con la perfezione, per Dio!
Oh! E poi in Maria, cioè le intenzioni in Maria, le intenzioni di Maria in cielo, e che sono poi tutte le intenzioni di Gesù.
Quindi, queste quattro espressioni, che generalmente le riducevamo a tre per facilitare, perché due si possono unire assieme. Ma comunque si può prendere una via o se ne può prendere un’altra. Ciò che importa è vivere la consecrazione. Dire al diavolo: “Allontànati, sono di Maria!” e “Schiaccia la testa al serpente, Maria!”.
Così in tutte le azioni della giornata, si domina la lingua, si guardino tutte le cose sotto un aspetto soprannaturale: se piace a Maria o se dispiace a Maria quel che stiam per fare. E se piace a Maria, come lo facciamo? Come lo farebbe Maria! “Hic nunc et quomodo Maria?”: che cosa farebbe e come lo farebbe Maria al mio posto? Ecco: vivere la consecrazione!
Perciò la consecrazione, se si vuol fare, bisogna prepararla. Il Santo dice: un mese di preparazione: almeno una novena! Chi non è ben preparato e non ha ancora penetrata questa divozione, aspetti a farla, la consecrazione a Maria. Perché è un impegno che si prende: e poi bisogna viverlo questo impegno preso, cioè osservarlo. Adagio, ma quando si fa una cosa, si faccia con piena coscienza di che cosa sia la consecrazione e con piena coscienza degli impegni che porta per il seguito.
E così, se noi l’osserviamo, accetteremo, per le mani di Maria, la volontà di Dio, la morte e accetteremo, sì, la morte, per amore di Dio; e invocheremo Maria, con Maria, gli ultimi momenti della vita; e nei perfetti sentimenti che aveva Maria, guardando il cielo; e poi con la sua grazia e con le sue intenzioni: le intenzioni, sempre, riguardavano la gloria di Dio e il bene delle anime.

Sì. Riflettere quindi. Noi abbiamo un difetto, un difetto, che si deve a poco a poco correggere, adesso. Per dare lo spirito dell’Istituto, io ho dovuto molto più parlare. E quindi le meditazioni sono specie di istruzione e non sono quindi perfette meditazioni. Ma per essere perfette, occorre che siano dette poche cose e sia letto poco nel libro, ma ciò che fa la meditazione è la riflessione, l’applicazione a noi.
Quindi in questo non pensate che dopo si deve fare come ho fatto io, in questo, perché voi e gli altri non hanno questo impegno. Perciò, tener presente, comunque sia la meditazione o letta o scritta, o letta o predicata ciò che importa è [che] la maggior parte del tempo deve esser di riflessione e di colloquio con Gesù, e di esame di coscienza, e di propositi, e poi preghiera per osservare i propositi. Tener presente ben questo, affinché le meditazioni non siano solamente un “sentir parlare” e poi uno se ne va. Oh! Bisogna che porti alla rinnovazione di se stesso, alla trasformazione, a prendere i pensieri nuovi, i sentimenti nuovi e i propositi nuovi che vengono dall’argomento, dal soggetto della meditazione.
Maria è il modello delle sante meditazioni. Chiediamo la grazia di meditar bene. Maria «conservabat omnia verba haec conferens in corde suo».
Sia lodato Gesù Cristo.

Trascrizione del file: 1962-09-21_varie PM_ai Discepoli di Roma.mp3

Meditazione tenuta dal Signor Primo Maestro
il 21 settembre
ai discepoli perpetui nella Casa Generalizia



Come fare la meditazione.
Santità e verginità.


Si sono fatti gli Esercizi spirituali in questi due ultimi mesi, e allora tutte le anime sono orientate sempre meglio verso Dio, il suo Paradiso e verso la santificazione. Penso che tutti siate tesi verso questo gran lavoro, questa grande impresa: la santificazione!
E che cosa rimane di altro sulla terra? E che cosa avremo sulla terra, quando noi partiremo da questa terra per spiccare il volo al cielo? E beati coloro che spiccheranno il loro volo verso il cielo, partendo da San Paolo, da questa vita di santificazione e di apostolato, dove sono radunati – se si è veri figli di San Paolo – sono radunati i due meriti, i meriti associati e del religioso e dell’apostolo. E di un apostolato il più largo.
E perciò sempre la nostra riconoscenza al Signore, che ci ha dato questa vocazione! Dei bei Magnificat! Maria era entrata allora nella sua vocazione, avendo accettato l’annuncio dell’Angelo. Ecco, aveva accettato la sua vocazione, quindi all’Apostolato, oltre che alla sua santificazione.
«Magnificat anima mea Dominum»: questa preghiera, o meglio questo inno, la Chiesa ce lo fa ripetere ogni giorno. E perché? Ce lo fa ripetere ogni giorno perché noi abbiam sempre da essere riconoscenti a Dio e perché siamo stati arricchiti di tante grazie. Quanti infelici sulla terra che non son orientati verso il cielo e tanto meno orientati verso la santificazione quotidiana! Beati voi, beati noi, se lo comprendiamo.
Guardare che ci sia sempre la luce nei nostri cuori; che comprendiamo le cose non solamente durante il noviziato, o in un corso di Esercizi, o al momento dopo la comunione; ma questa luce sia sempre chiara, limpida, sempre più chiara e sempre più limpida innanzi a noi.
La riconoscenza al Signore: «Che cosa potevi fare a me di più, Signore? E ti domando perdono se, per causa delle incorrispondenze, tu non hai potuto darmi le grazie che volevi, perché hai trovato che non ero disposto, non ero preparato». E si dice nel Vangelo che Gesù non ha potuto fare a Nazareth quei prodigi che ha fatto altrove, ché non erano preparati i cittadini di Nazareth. Bisogna che siam sempre preparati alla grazia. Ecco.

Qualche volta, viene in mente: «Eh, se avessimo la meditazione tutte le mattine predicata!». Eh, sarebbe uno sbaglio! Perché alle volte la meditazione predicata produce grandi frutti, fatta a suo tempo e debitamente; ma alle volte, invece, fa sviare l’anima. Sentire allora è facile; ma quello non è meditare, non è meditare! Che cosa ci vuole, allora, per meditare? Ci vuole il lavoro interiore di riflessione, di esame di coscienza, di preghiere, di propositi e tutto un lavorio dell’anima. Altrimenti si sentono delle belle cose, sante cose, e quello aiuta un po’ come il libro: leggendo, aiuta un po’. Ma lì non è la meditazione! Quello è ricordare qualche cosa: o un fatto, o una massima, o un tratto di Vangelo, o un episodio della vita di qualche santo, eccetera. Ma quello è solamente studio, è esercizio di memoria che viene aiutata dal libro: si ricorda questo o quello.
La meditazione è il lavoro sulla nostra anima. E come? Chi vuol lavorare davvero seriamente, fa i suoi propositi negli esercizi; si sceglie il libro per tutto l’anno di lettura e di meditazione. Queste letture, queste meditazioni, si dirigono particolarmente su quei punti – supponiamo la carità – e in tutto l’anno si deve lavorar lì: ma è nella meditazione, quando uno ha letto il tratto, qualsiasi tratto del Vangelo, supponiamo quello che troviamo: Gesù ebbe pietà di quella madre, il cui figlio era portato al cimitero, al sepolcro. Era l’unico figlio ed era vedova. E Gesù si commosse. Quanto è stato buono Gesù! Che carità verso questa sofferente, questa povera madre. E così noi aver compassione di quelli che sbagliano e, per quanto possiamo, pregare per loro, compatirli, incoraggiare, ecc. Tutto l’anno dev'esser lì sopra! Quante volte la meditazione produce niente, specialmente quando è ascoltata: si sente, se ne va, finito! Come uno se fosse entrato in refettorio, avesse veduto la tavola pronta e la minestra fumante e poi se ne va.
Ecco, da noi la predicazione è frequentissima, abbondantissima, possiam dire anche un po’ troppo in un certo senso – in un certo senso, perché la parola di Dio è sempre santa –. Ma era abbondantissima specialmente nei primi tempi, perché si trattava di dare lo Spirito nuovo, che non c'era nella Chiesa. E quindi dovevo più abbondantemente parlare. Ma ora che la strada è fatta e che chi vuole ormai corrispondere alla sua vocazione, alla grazia, vede il cammino che deve fare: si tratta di lavorare. E allora ecco che ogni mattina si ritorna lì sopra, si picchia, si insiste, si approfondisce, si allarga: ma lo fa l’anima!
Un libro scelto negli Esercizi! Può essere anche che ne prendiamo due libri: uno per la lettura – supponiam la Bibbia – e l’altro per la meditazione – supponiamo “La pratica di amare Gesù Cristo” di Sant’Alfonso –. I libri migliori son sempre quelli il cui autore è preceduto dalla parola “santo”: san Francesco di Sales, sant’Alfonso, eccetera; perché tutti gli altri ci danno qualche cosa, ma i santi ci danno di più. Sì.
Eh, adesso si fa quasi giudicare la santità da quel che uno sa, o di quel che ha letto dei libri, o che conosce un po' di psicologia, eccetera. Ma quella non è la santità! che sta nell’amore di Dio e rende felice il vergine. La stanchezza, lo scoraggiamento rende la vita piatta, perché non c’è lavoro interno. Ma essere vergine non vuol dire soltanto non sposarsi: è tutt’altra cosa, è migliore cosa, il senso della verginità: è un lasciare un amore per un altro Amore e cioè il massimo Amore, Dio, con tutto il cuore e sopra ogni cosa. Allora questo Sposo che è indefettibile! E che un giorno il marito non accompagna al sepolcro la donna, la quale sembrava a lui che dovesse renderlo felice? E invece [deve] portarla presto al sepolcro, perché non infetti la casa, e già comincia a puzzare. Ma allora quel Dio che si sposa?
E cioè, vergine vuol dire distaccarsi dalle cose della terra, quindi la povertà; vuol dire distaccarsi dal nostro amor proprio, dalla nostra volontà e voler solo il volere di Dio; distaccarsi dalle piccole soddisfazioni, dal lisciare un po’ il senso, un po’ gli occhi, un po’ la lingua, un po’ il tatto, e qualche mezza soddisfazione. Il vergine è tutto di Dio. Non ricorda neppure l’amore profano: è tutto di Dio. E trova lì la sua gioia perché è bene infinito ed è un bene eterno, che non ci abbandona mai: Dio non ci abbandona mai! Ma ci vuole questo proprio: verginità vuol dire non ammettere niente di amore terreno, vuol dire non avere nessun peccato veniale e concentrarsi sempre di più in quello che è il Dio dell’amore.
L’anima vergine stringe vincoli di assoluto, indissolubile amore direttamente con Dio, anzi col Dio incarnato Gesù Cristo. Quando l’anima si innamora proprio di Gesù Cristo come uomo anche, anche, come uomo anche, eh sì che rende felice! Altrimenti ci vengono amicizie particolari, si lisciano i bambini, si guardano le facce belle e i vestiti che sono un po’ più eleganti o che il ragazzo ha un bel garbo o che si dimostra un po’ riconoscente per qualche favore, magari per una caramella ricevuta. Oh! la verginità vera!
E quando si va alla Messa, se la Messa ha da esser sentita bene, essenzialmente in che cosa consiste? I metodi son tanti, ma il metodo dei metodi – e che poi comprende tutti i metodi e che è necessario perché la Messa sia ben sentita – è questo: Gesù Cristo si immola al Padre, noi ci immoliamo a Gesù e cioè sacrifichiamo sempre a Gesù: «Non voglio l'onore e la stima, non voglio le soddisfazioni del senso, non voglio quello che è la terra, non voglio quello che propone il mondo, ho sacrificato tutto, rinnovo la mia professione». La Messa allora è sentita bene, perché rinnoviamo il nostro dono a Dio e ci sacrifichiamo di nuovo. E quello il religioso può farlo pienamente, gli altri cristiani no; possono farlo in qualche parte, ma solo il religioso può farlo in un senso totale: un’oblazione come l’agnello immacolato, come l’agnello immacolato si è offerto al Padre.
Dunque che cosa ha fatto il vergine per giungere al cuore di Dio? Amarlo ed essere amato! E non passa attraverso altri cuori, questo amor di Dio, non passa, ma va direttamente a Dio, perché non si ferma a trattare con altre creature: nulla si frappone fra l'anima e Gesù, nessun ostacolo, nessun diaframma.
Solo le anime veramente vergini offrono ciò che per le altre anime è irraggiungibile meta. Non c’è, non la capiscono. Ma religiosi che si fanno secolari: questo è perder la pace e la gioia e il merito dopo il sacrificio fatto, perché non lo si consuma il sacrificio, bisogna ancora che ti privi di questo, che non cerchi più la stima, che non cerchi delle mezze soddisfazioni ecc.
L’affascinante conclusione: la santità, unita alla verginità, è la più grande gloria che ci sia in questa terra, ed è la più grande soddisfazione anche sulla terra. Questo lavoro interiore: di finire la nostra donazione a Dio e in meglio, di compiere un po’ meglio sempre più ogni giorno, perfezionarla. Ma lì ci vuole la riflessione.
Quindi è da dirsi che molte volte non si fa la meditazione. Allora sarebbe più conveniente continuare il ringraziamento della Comunione e poi consumare il ringraziamento nella visita al SS. Sacramento, dove uno dice delle cose al Signore, sue, che saran anche meno belle, certamente meno belle dei Salmi, ad esempio, ma sono cose che partono dall’intimo, dall’essere.
Allora la preghiera si perfeziona, i sentimenti si elevano, sì, la luce di Dio splende sempre più chiara, l’avvicinarsi del Paradiso allieta: «Son tutto di Dio, solo di Dio. Allora Dio mi possederà tutto, perché io possiedo Lui e amo cioè solo lui e non ho altro amore che Lui, Gesù Cristo che si è fatto mio cibo, mio vero sposo dell’anima e che mi devo godere giorno per giorno, sempre meglio, delle sue gioie e insieme delle comunicazioni che Gesù fa all’anima che gli è fedele».
Santificazione! Mai fermarsi! Il male è di fermarsi! San Francesco di Sales porta questo paragone. Gettate con tutta la forza delle vostre braccia una palla in alto. E la forza del vostro braccio, della vostra mano, imprime nella palla un’energia, una forza per cui sale. Ma se a un certo punto – come avviene sicuro – quella forza che si è impressa si esaurisce, la palla non sta là, cala giù, cade a terra. Se tu non progredisci, in quel momento che ti fermi, cominci a cadere a terra; e cioè riami il mondo, invidia il mondo, e allora che cosa c’è? C’è in fondo un malcontento, si vede...
Oh! Adesso continuo a fare lo sbaglio che si fa e cioè di far lunghe prediche senza i riflessi. Vi aiuto anche in questo? Ma volevo pur dirvelo, perché mi sembra che si sbagli tanto.
Non piangete e non affliggetevi quando non avete la meditazione predicata. «Voglio usare il mio libro e farmela. Perché io devo fare un lavoro: il libro è la tavola imbandita, ma io bisogna che legga questo libro, che io lo penetri, che io mi faccia le applicazioni, che mi faccia gli esami di coscienza, che accenda il mio cuore di amore sempre nuovo a Dio; non come ieri, ma oggi meglio e domani sarà ancora meglio». E cioè: finché la palla vola in alto, ha la forza che ha impresso la mano. E quello che ci ha volato in alto fu il noviziato. Ma se, arrivati là, si perde questa forza, perché non si prega bene, non si riflette, non si fan gli esami di coscienza ecc. – specialmente non si fan bene le Comunioni, non si sentono bene le Messe, non si fa bene la Visita –, la palla comincia a venir giù e all’indomani uno si ritrova nel mondo con il cuore, coi pensieri, coi desideri, come e peggio che se fosse uno in borghese, un buon cristiano. Perché allora non importa più di profanare, di stracciare professioni e di rinunciare a tutti i beni che sono connessi con la professione e con tutti i beni speciali, tutte le grazie, il cento per uno. Allora uno è più cieco dei mondani! Perché almeno i buoni cristiani capiscono: «Vediamo che i religiosi sono ammirabili e io posso solo vivere così, sevire così a Dio» e vivono da buoni cristiani.
Ma il tradire, eccetera, che cosa importa? Importa la sorte di Giuda.

Allora, adesso non voglio dire parole malinconiche, perché siete pieni di gioia, delle grazie ricevute, degli Esercizi fatti. Però volevo dire: non gli Esercizi di otto giorni, ma dell’anno! Ogni giorno una meditazione ben fatta! Mai una meditazione in cui si dice: «Sia lodato Gesù Cristo» e se ne parte: veduta la tavola imbandita, eh, se ne va: «Ho constatato che la cuoca aveva preparato tutto». Ma quello dice sempre: «Non abbiam fatto la meditazione». Quando così se ne va, senza neppur più pensarci una volta lungo il giorno.
La meditazione è fatta, fatta. «Ma io mi distraggo!». Dire il Rosario, casomai, ma non stare solamente a quel punto di aver letto un pezzo di libro! Qualche volta ci va proprio più sentire il Rosario che sentire la meditazione: quando uno, cioè, non è portato.
Ma io credo che adesso quello che vi ho detto serve a riflettere – no? –. Quel che ho detto è solo per aiutarvi a riflettere, far l’esame di coscienza, allietati del gran dono della vocazione e riconoscenza a tutta la luce che si ha avuta negli Esercizi e che si ha ogni giorno alla presenza di Gesù. Ma sì che si ama allora Gesù!
Gente che si stanca di Dio, che non ama la sua compagnia! E come potrà subito entrare in Paradiso chi non amava la compagnia di Gesù sulla terra? che va togliendo ogni giorno un pezzo alle sue preghiere?
Dunque come sono i nostri intimi sentimenti? Riconoscenza a Dio, ringraziamento, quindi, Magnificat per la luce che ci ha dato Dio, propositi, preghiera...
Ciascheduno, ecco, e ognuno ha le sue cose, perché frutti il lavoro spirituale.
E anche se sai stampare magnificamente, se sei un propagandista pieno di zelo, ma se tu non ti perfezioni, questo serve agli altri! E no: mangiare per noi! e quindi tendere a questa perfezione che è la verginità completa.
L’affascinante conclusione. La santità, unita alla verginità, è la più grande gloria che ci sia su questa terra. Ma allora noi l’apprezziamo? e noi la godiamo? E sempre di più, man mano che si va avanti e che l’arrivo dello sposo, si fa sempre più vicino? L’incomparabile gioia dell’incontro con Gesù, Dio e uomo! Che bellezza umana! “Speciosus prae filiis hominum”, il più bello fra gli uomini, fra le creature, e certamente infinitamente più bello. Però ci vuole anche l’esercizio del sentimento nella meditazione, proteste di amore, espressione di amore. Confidiamo?
Desiderare la meditazione piena. Cioè non solamente ricordare quelle cose che viene letto o detto, se pure poi si ricorda di qualche cosa nella giornata, ma quella non è la meditazione. La meditazione è il lavorio della volontà e del cuore, è il lavorio dell’intelligenza che penetra le cose, è l’esame di coscienza, è la preghiera, è il complesso dei propositi, l’espressione di amore, di fede in Gesù, nella sua grazia. E quante volte basterebbe allora dire adagio adagio l’atto di fede e l’atto speranza e l’atto di carità e – se vogliamo aggiungere – l’atto di dolore. Quindi invocare la benedizione del Signore sopra la giornata.
Sia lodato Gesù Cristo.
rnrnrn

Trascrizione del file: 1962-10-18_aiDiscepoli VocazioniAdulte.mp3
durata 30' 43''

Don Giacomo Alberione - 18 ottobre 1962 - ai Discepoli

Mirare alle vocazioni del discepolo, vocazioni adulte



Oggi onoriamo san Luca, il quale era medico, seguì san Paolo e divenne suo cooperatore nell'apostolato.
Egli poi scrisse il terzo vangelo, secondo era stato riferito dagli apostoli, da quelli che avevano seguito il Maestro e avevano udito la sua parola direttamente e avevano veduti i prodigi che aveva Gesù Cristo operati.
Poi scrisse gli Atti degli Apostoli, cioè quello che gli Apostoli avevano fatto: atti, cioè azione, apostolato. E i primi capitoli sono dedicati alla chiesa in generale e in particolare all'azione, all'apostolato di san Pietro. La seconda parte è dedicata all'apostolato di san Paolo. Ecco. Egli divenne quindi il cooperatore, uno dei più grandi cooperatori di san Paolo.
Ora: pregare san Luca, affinché conceda la grazia di una luce maggiore e di uno spirito di fede più profondo per comprendere la chiamata di Dio, quando il Signore si fa sentire.
Vi sono le vocazioni. Ora le vocazioni certamente per parte del Signore non mancano, ma è la corrispondenza che spesso manca. Mentre aumenta la popolazione sulla terra, non è aumentato in proporzione il numero delle vocazioni. Perché secondo la statistica pubblicata in questi giorni, l'umanità si comporrebbe di tre miliardi e sessantun milioni di uomini. Ora la proporzione delle anime consacrate a Dio nel ministero dell'apostolato, sono relativamente meno di quanto come percentuale erano cinquant'anni fa o un secolo fa.
Ecco, è sicuro questo: che il Signore manda alla Chiesa il numero sufficiente di vocazioni e nello stesso tempo manda anche un'abbondanza di vocazioni, perché sia predicato il vangelo dappertutto e si conquistino le anime perché entrino nel regno di Dio: «Adveniat regnum tuum».
Ora la vocazione in primo luogo riguarda la santificazione dell'anima, la santificazione dell'anima, sì. Occorre allora che vi sia molta preghiera per ottenere dal Signore la luce. Occorre un fondamento di fede profonda e cioè considerar la vita nel suo senso giusto e cioè la vita attuale qui su questa terra è ordinata alla vita eterna. Se vi è questa fede, allora nell'entusiasmo anche giovanile, si vuole assicurare il gaudio, la felicità eterna. Sì. La fede su questo punto in particolare: siamo venuti da Dio, usciti dalle mani di Dio, e siamo venuti sulla terra a compiere quello che egli – il Signore – vuole secondo la chiamata e poi lasciamo il mondo e torniamo a Dio, a rendergli conto di quello che sarà stato fatto sopra questa terra. La vita presente è preparazione all'eternità. Anime che sono illuminate da Dio vogliono assicurarsi la salvezza e l'eternità felice. Anime che hanno poca fede e allora sono guadagnate più dalle cose della terra, dal mondo e più attratte a soddisfare le passioni, oh, e allora si abbandonano a una vita non buona, la quale non prepara all'eternità. Ma quando si ha una fede più profonda, si vuole: primo: assicurare la felicità eterna; e secondo: una felicità massima. Perché ognuno avrà il premio secondo le opere.
La semente, secondo la parabola del Vangelo, parte cadde sulla strada e parte cadde in terreno ghiaioso e in parte cadde fra le spine e le erbacce: e questa semente non produsse frutto. Ma vi è una parte che è caduta in terreno buono e produsse.
La chiamata di Dio è la semente che il Signore mette nelle anime, specialmente nei cuori giovanili. Ma quanta semente va perduta! Ma vi è la semente che cade in terreno buono e allora un grano ne produce trenta, un altro sessanta, un altro il cento per uno. Oh! Ecco coloro che cercano la massima felicità, il più grande premio: assicurarsi la salvezza e assicurarsi il maggior frutto, cioè la massima gloria e la massima felicità in cielo. Ecco le vocazioni che corrispondono. E tuttavia anche tra le vocazioni che corrispondono, vi sono quelle che danno il trenta, altre che danno il sessanta e altre che danno il cento per uno.
Quando vi è la fede, il giovane si entusiasma; perché, se c'è l'innocenza nell'anima, se c'è lo spirito di fede, allora la parola di Dio penetra nei cuori; se però vi è già nei cuori lo spirito mondano, lo spirito carnale, allora non si capisce la chiamata di Dio; ma quando c'è l'innocenza, quando c'è lo spirito di preghiera e c'è la fede, allora la corrispondenza verrà nonostante le difficoltà che si incontrano.
Ora in modo particolare abbiamo da pensare alle vocazioni più adulte, coloro che qui già fanno scelta con cognizione piena, con la luce piena di Dio. Sì. Nell'età dai diciotto ai venticinque anni si incontrano giovani i quali, guardando avanti nella vita e volendo assicurarsi il premio eterno, fanno il paragone già tra quel che guadagna il mondo e quello che invece darà e vuol dare il Signore.
Allora la risultante, la percentuale del frutto, è più alta, molto più alta, perché già si è fatta una convinzione, si è già guidati da una luce superiore: oh, allora si cerca la parte migliore: «Optimam partem elegit». E gli apostoli sono stati tutti chiamati già in un'età in cui potevano capire o almeno potevano essere assicurati, penetrati dalla grazia di Dio. E così oltre che gli apostoli il Signore chiamò altri: parla il vangelo di oggi di settantadue discepoli.
Oh, allora: la vita di consacrazione al Signore, la quale assicura il cielo e una vita che produca il sessanta, il cento per uno.
Però quando si parla dei religiosi della famiglia paolina, è un'altra cosa molto distinta: perché coloro che seguivano san Benedetto erano destinati a lavorare i campi, lavoro manuale; e quanti religiosi adesso che fanno lavori, per esempio: liquori o cioccolato o simili. Ma per il paolino discepolo è un lavoro di predicazione, è un'unione stretta col sacerdote, perché si fa insieme lo stesso apostolato, l'apostolato delle edizioni che significa: «Opus fac evangelistae», «Sii tu un buon predicatore di vangelo», «Sii un buon predicatore del vangelo», secondo che san Paolo ammoniva il suo discepolo.
Perché nell'apostolato c'è la parte di redazione e c'è la parte di tecnica e c'è la parte di diffusione. Ora tutti insieme si fa l'apostolato. E quindi dall'istituto viene fuori quello che insieme è fatto e poi viene portato – per mezzo della diffusione – viene portato alle anime, direttamente alle anime. Perché finché c'è la stampa e la brossura, la legatura, si accende la lucerna; ma la lucerna non deve essere messa sotto il moggio, bisogna che sia posta sul candelabro perché dia luce a tutti quelli che sono nella casa: nel nostro caso vuol dire nella Chiesa e nel mondo.
Quanto è prezioso questo compito, questo apostolato!
Il Signore Gesù ha dato il messaggio della salvezza agli uomini nella rivelazione. Questo messaggio comprende la dottrina, la morale e il culto. Ora come vien comunicato agli uomini? Il Figlio di Dio incarnato è passato e ha predicato; ma adesso per arrivare agli uomini di oggi e a tutti gli uomini che vivono sopra la terra? In due maniere: e cioè con la predicazione viva, che spetta specialmente ai sacerdoti, ma anche ai laici: e quante cose anche i laici hanno scritto e quante conferenze hanno fatto, quanti catechismi han tenuto, eccetera. Ma poi il messaggio della salvezza è stato scritto: ecco i 72 libri della Bibbia, in modo particolare i 27 libri del Nuovo Testamento: il messaggio della salvezza. Ora vi sono come due canali per cui arriva il messaggio della salvezza agli uomini: uno con la parola viva del predicatore; e l'altro canale con i mezzi tecnici: e cioè la stampa, cinema, la radio, televisione, dischi, eccetera: mezzi tecnici. Cosicché si hanno due missioni: l'uno la predicazione a viva voce e l'altro con i mezzi tecnici; e questi oggi sono i mezzi per cui più largamente arriva la Parola di Dio. Perché vi saranno, ad esempio, molti alle prediche domenicali; se però si diffondono un milione di Vangeli, un milione di copie di Bibbia, ecco a quante anime si arriva!
E poi il libro che in casa è messo in un posto di onore, come diceva il Papa: che vi venga letto e vi trovi la via e la luce per l'eternità. Sì. Oh, ecco apostolato larghissimo: quando ci sono milioni e milioni di copie e arrivano alle singole anime, alle varie famiglie.
Quindi l'apostolato larghissimo! Il quale apostolato può ampliarsi sempre di più.
Quindi ecco i due frutti: la vita di santificazione, vita di grazia e di consolazione, la vita religiosa. E secondo: la predicazione della parola di Gesù con i mezzi che il Signore mette a disposizione e che il progresso ha potuto conoscere ed attuare.
Oh, allora le vocazioni.
Ora le vocazioni adulte avere presenti e di mira: primo con la preghiera, con la preghiera quotidiana: «Mandate buoni operai alla vostra messe»; secondo: la vita religiosa ben osservata e quella è una preghiera di opere, una preghiera la quale ha un valore superiore, che non la preghiera soltanto vocale; terzo poi: tutti cooperare alle vocazioni adulte, sì. Vi sono infatti molti giovani che, guardando nella vita futura, hanno quel senso, quell'intuizione per cui capiscono che ciò che può fare il mondo è tutto passeggero, tutto ciò che può dare il mondo è tutto passeggero, ma quel che vale è l'eterna felicità, la sicurezza del cielo: «Voi che avete lasciato tutto e mi avete seguito, riceverete il centuplo di grazie quaggiù e possederete la vita eterna».
Quindi la preghiera rivolta a questo.
La collaborazione: tutti avete delle relazioni in qualche maniera: non solamente perché qualche volta si ha contatto col mondo, ma si hanno relazioni varie. E ci può essere una propaganda diretta e una propaganda indiretta, particolarmente per mezzo delle pellicole vocazionarie, per mezzo della stampa, eccetera, sì.
Oh, allora sentire il bisogno delle vocazioni, sentire che questa è la massima carità che potete fare: illuminare la gioventù, illuminare coloro che stanno nella scelta della vita, sì: ottenere queste grazie ed operare in quello che si può.
Ora occorre che fra di voi, fra tutti i discepoli, specialmente adesso in Italia: mirare alle vocazioni del discepolo, vocazioni adulte.
E poi dopo il reclutamento, che cosa occorre? Dopo il reclutamento occorre la formazione. E questo è impegno più importante e duraturo, cioè si deve impegnare molto tempo, anni, per la formazione. Perché poi sempre ci son le tentazioni. D'altra parte la vostra vita ha una certa elevatezza, richiede una fede più profonda, richiede maggior luce spirituale, richiede maggiore generosità. Quindi i mezzi di formazione: la preghiera, il buon esempio e l'aiuto in quello che si può dare. La formazione quindi è quella di anni, fino a che si è arrivati alla professione perpetua, e anche nei primi anni specialmente dopo la professione perpetua. Del resto poi il diavolo tenta a tutte le ore.
Quanto a vocazioni, ci sono quelli chiamati alla prima ora, poi alla terza, alla sesta, anche all'undecima. Oh, coloro che ho veduto a fare la professione negli Stati Uniti eran tutti superiori ai diciotto anni, entrati superiori ai diciotto anni; per entrare nel noviziato: generalmente sui venti, ventidue, ventiquattro anni.
Ecco quello che deve essere oggi l'impegno: chiedere queste grazie particolarmente per l'intercessione di san Giuseppe, il quale è stato il collaboratore – dopo Maria – il collaboratore più intimo a Gesù nel preparare il messia. Quindi, come discepoli, preparare il messia nel senso del suo ministero pubblico, sì. Oh! egli fu il nutrizio, il padre putativo di Gesù Cristo: collaborazione quindi intima, molto intima, tra discepolo e sacerdote.
Oggi in modo particolare la nostra preghiera per questo e anche la riflessione; e fare l'adorazione con questa intenzione, sì.
E eccitare un entusiasmo per questo.
Oh, si sta facendo un lavoro per far conoscere la vocazione alla vita religiosa del discepolo; ma questo dipende più poi, quanto all'esito, dalla preghiera e dall'azione viva, pratica.
La comunione, la visita e tutto quel che si farà nella giornata per le vocazioni adulte e poi continuare sempre, ma specialmente in questo anno che dedichiamo alla ricerca delle vocazioni adulte e alla formazione di esse.
Sia lodato Gesù Cristo.
rn

Trascrizione del file: 1962-09-28_varie PM_ai Discepoli di Roma.mp3

Meditazione tenuta dal Signor Primo Maestro
il 28 settembre 1962, ai Discepoli perpetui,
nella Cappella della Casa Generalizia.



Il vero concetto di “personalità”


Penso che già tutti, avete pregato per la sollecita guarigione di don Lamera e la ripresa del suo ufficio, dei suoi doveri, come Superiore della Casa di Roma, la quale ha tanto bisogno perché vi è tale diversità di persone che richiedono un Superiore di buona salute.
Sarà distribuito il “San Paolo” il quale credo già stampato. E, fra le altre cose, vi è un articolo che è preso del tutto da il Dagnino: “Il pieno sviluppo della propria personalità”.
Ora il concetto di personalità è molto deviato. Occorre che ci sia il vero concetto, il senso giusto della personalità. «Io ho la mia personalità». Occorre capire la parola: “la mia personalità”; che cosa si intenda e come malamente invece si usi questa parola.
«Chi non ha un’idea adeguata del vero concetto di personalità, può pensare che essere umili, obbedire, riconoscere i propri torti, osservare esattamente le regole e i doveri del proprio stato ecc., chi non ha un’idea adeguata crede che siano indizi di una personalità poco spiccata».
Ora, da che cosa dipendono questi concetti falsi e quindi l’uso falso, ingannevole, di questa espressione: “Ho la mia personalità”.
Dice Pio XII: «La personalità umana, coi suoi caratteri propri, è in realtà la più nobile, è la più strabiliante opera della creazione». Ma chi c’è che abbia una piena personalità? La seconda Persona della SS. Trinità, la seconda Persona, incarnato, il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù, la piena personalità. Ora se Gesù in noi assorbe la nostra personalità, ecco allora: chi comanda in noi è Gesù Cristo stesso: (è una super) è una personalità umana-divina.
Pio XII nel discorso sulla formazione della coscienza cristiana dà il vero concetto di personalità, dice agli educatori: «Imprimete nella coscienza dei giovani il genuino concetto della libertà, della vera libertà, della vera personalità! – che è sempre la stessa cosa: della libertà e della personalità –. Essa è ben altra cosa che dissoluzione, sfrenatezza, indipendenza, capricci ecc. Che cos’è allora? È provata idoneità al bene. È risolversi da sé, volerlo il bene e compierlo. È la padronanza sulle proprie facoltà, sugli istinti, sugli avvenimenti». Ecco le parole di Pio XII.
Quindi chi è che ha vera personalità? Chi sa conoscere bene e giudicare bene delle cose, con sapienza e indipendentemente dai giudizi che vengono a destra e a sinistra, dalle parole, dai concetti, dai discorsi che alle volte si fanno e sono errati.
Quindi tre parole: risolversi, conoscere cioè il vero bene e volerlo e compierlo e non uomini-frasca che un po’ hanno una decisione e un po’ ne hanno una contraria e in pochi giorni si lascian dominare alle volte da un ambiente o da una passione che si fa sentire più forte o anche da certi libri o certe riviste ecc., e dimenticano tutto. Magari c’era già una costruzione spirituale in quell’anima: e allora casca tutto come una torre che manca di fondazione.
«La personalità nel suo vero e più elevato significato, può essere ridotta in questi termini: lo sviluppo pieno della personalità è proporzionale al lavoro che l’anima compie per tradurre in pratica il concetto filosofico di persona: esse sui iuris, individuus, indipendente. Essa sarebbe il termine costruttivo e continuo per tre fini: acquistare la padronanza delle proprie passioni, cioè dominare le proprie passioni ed è la personalità psicologica; poi la fedeltà costante al proprio dovere, ed è la personalità morale; la capacità di proiettarsi e di educare, proiettarsi sul prossimo: personalità sociale».
Quindi una triplice personalità: psicologica, morale, sociale. Quindi psicologica, domina le passioni; morale fa il bene ad ogni costo, senza rispetti umani e senza orgoglio, retto, persona retta; e tanto fa che uno lo derida come se uno lo loda e non ci bada: cammina rettamente. Alle volte basta un cattivo esempio, cascano come i mattoni, uno addosso all’altro. La capacità poi, la personalità, è ancora la capacità di proiettarsi sul prossimo: cioè vuol dire: dare l’esempio buono e far l’Apostolato, persuaso, supponiamo, della propria vocazione e ne suscita; persuaso, che solo nella pratica della fede ci può essere la salvezza e predica la fede e esercita il proprio apostolato. E così come uno è, così allora dà l’esempio agli altri e con l’apostolato, cerca di influenzare gli altri in bene. Cristianelli a cui basta un sorriso di qualche sciocco e subito non van più in chiesa! Religiosetti che non han sostanza, e se uno viene a dire una parola o ancora a esprimere un giudizio, oh! restan così influenzati che dieci anni di meditazioni, di prediche, di studi, della formazione, tutto casca, come se fosse un castello di carta, di cartone! Manca la personalità!
E poi, alle volte, uno riceve una disposizione oppure c’è anche stato un torto, uno sbaglio, mancanza di rispetto: «Ma io ho la mia personalità, devo far valere le mie ragioni»: Gesù Cristo avrebbe avuto tanti motivi di far valere le sue ragioni quando lo giudicavano, ma voleva compiere la sua missione e lasciava fare ed egli continuava ad avere l’occhio fisso al Padre, alla volontà del Padre.
«Il senso della Comunità e la vostra volontà di servirla devono caratterizzare il vostro atteggiamento intimo e la vostra attività professionale»: in questo parla agli esperti di contabilità, cioè rettitudine e personalità nei conti, nell’amministrazione.
«Una personalità completa deve dunque avere questo triplice aspetto: è un completo auto-possesso nella completa eliminazione di ogni appetito disordinato a sé e alle creature, ed è espressa nella parola del Salmo “L’anima mia è sempre nelle mie mani”». Cioè, eh uno ragiona sempre quando fa, non chiede al senso, alla curiosità, ai desideri della carne, non bada a giudizi a destra e a sinistra, pensa a quello che è giusto e lo vuole e ad ogni costo lo compie: ecco l'uomo retto, e al fine è poi anche stimato.
Ieri parlavo con una persona molto altolocata, un buon padre di famiglia: «Io ho rinunziato e al Messaggero e al Tempo, perché so che han più notizie, ma io non voglio vedere tutte quelle brutture. Eh, mi contenterò di poco. So che il quotidiano è imperfetto, ma io son cristiano in primo luogo».
Mezzo religiosi e mezzo mondani! Che gente! che gente! di cui cosa sa farne il Signore? di cui si può fidarsi? Né Dio può fidarsi di costui, né gli uomini! Capaci a tradire anche! Senza personalità, senza carattere, senza una costruzione solida spirituale!
Oh! Allora c’è una descrizione del grande filosofo e teologo Garrigou-Lagrange. È riportato un tratto abbastanza lungo cioè: «L’uomo non sarà mai pienamente una persona e cioè un per se subsistens et per se operans, che nella misura in cui la vita della ragione e della libertà dominerà quella dei sensi e delle passioni e del mondo; altrimenti rimarrà come l’animale: un semplice individuo, schiavo degli avvenimenti, delle passioni, delle circostanze, sempre rimorchiato da qualche altra cosa, incapace di dirigersi lui stesso: sarà una parte, non un tutto».
«Sviluppare la propria individualità significa vivere della vita egoistica delle passioni», cioè badare solo a se stessi, la soddisfazione maggiore: quel cibo che non fa bene ma è gustoso, e lo prende: non sa dominarsi. Secondo il gusto, secondo il senso più basso, secondo la fantasia, secondo la curiosità, finisce costui di essere schiavo di mille beni passeggeri che ci portano la soddisfazione di un momento, ma portano il rimorso e la pena della vita. «La personalità, invece, si sviluppa in misura in cui l’anima si eleva al di sopra del mondo sensibile, si attacca più strettamente con l’intelligenza e con la volontà a tutto ciò che costituisce la vita dello spirito. I filosofi hanno intravisto tutto ciò, ma soprattutto i santi hanno compreso che il pieno sviluppo della nostra povera personalità consiste nel perderla», cioè nel servire le passioni, «e stabilire la personalità in quella di Dio», cioè nel Figlio di Dio incarnato, seconda Persona della Trinità, «perché Egli solo è del tutto indipendente nell’essere e nell’agire».
E poi elogia i santi che hanno una vera personalità ed è: quale personalità? Quella di Dio stesso, di Dio che domina nell'essere nostro, ispira i pensieri, li illumina, fortifica lo spirito, dà energia, comunica la perseveranza. Quello è un santo! I santi son tutti uomini che si distinguono per la loro personalità, che è in Cristo, in Dio. E gli altri sono corrotti dalle impressioni o dalle passioni, dagli avvenimenti, dalle circostanze.
È stato in un gruppo, lì, in un circolo di figliuoli che parlavano di cose spirituali, buone, ecc., oh!, si è animato a lodare anche lui. L’indomani si trova in un altro gruppo in cui l’obbedienza, l’umiltà, erano quasi derisi, e allora aggiungeva derisione ancora. Che cosa sa farsene Dio e la società di persone così? Allora non c’è Dio che domina, quindi è schiavo delle cose esterne. E quand’è che si fa un merito? se quando anche fa il bene, lo fa perché, eh, gli altri vanno in chiesa e bisogna andare a tempo; eh, gli altri parlan bene e bisogna parlare in bene; eh, gli altri fanno quello perché lo fanno tutti i buoni; eh, l’ambiente lo porta così, ma se domani è fuori, è in altre circostanze?
Allora se uno esce, divien più cattivo degli altri, perché si mette con la gente poco onesta e poi vuol far perdere la memoria e quasi il torto che fosse stato ben educato dai suoi genitori o dal parroco o da un Istituto religioso; si vergogna. E sovente divengono i più cattivi, più cattivi sotto ogni aspetto, perché perdono le grazie, anche perché non hanno una convinzione, son dominati dagli altri. E che cosa vale una vita per l’eternità? Anche se quello si astiene dal peccato e se lo fa solamente perché disonorerebbe se stesso con quel peccato, è l'odio al peccato? No! non è il timor di Dio! Merita? E no! perché non lo fa per Dio, per se stesso, per la salvezza sua eterna.
Eh, ce n’è un pagina lunga lunga.
«Gesù, uomo-Dio», continua l’eminente teologo Garrigou-Lagrange, ora defunto, «appare come il termine verso il quale si sforza invano di tendere ogni santità. L’io di Gesù era quello divino non umano. Tale è la ragione ultima della maestà infinita delle parole “Io sono la Via, la Verità e la Vita”». Ecco la maestà delle parole di Gesù! Sono queste: quindi «sono la Via» e dovete seguirmi, imitare; e «sono la Verità» e dovete crederla; e «sono la Vita» e cioè dovete aver la grazia e possedere la vita della grazia e quindi la vita eterna a suo tempo.
Gente senza criterio, senza ragionare, senza fede. «Ah, questo è utile adesso, per il presente e mi serve, mi piace». Oh, ma non fa, non ha un ragionamento giusto, non ha un ragionamento conformato alla fede: «Ma ti piace qua, ti soddisfa? E l’eternità? Che cosa ti giova?». Perché uno soltanto così può realmente ragionar bene. Sempre guardar la vita presente come una preparazione alla vita eterna e pensare che uno sulla terra si fabbrica la casa dell’eternità.
Oh! E tu sai che “ibit homo in domum aeternitatis suae” [Qo 12,5]: l’uomo andrà nella casa della sua eternità, cioè quella che si è fabbricato. E se tu fai fabbricare non un palazzo, ma un tugurio, tutto sporco, lurido, una capanna, dove ci sono anche insetti ecc. e dove stai male e non sei riparato. E se invece i santi di qua si son fabbricato un palazzo di là, il quale godranno in eterno. Ma c’è un po’ di ragionamento – alle volte bisogna dire – o non c’è? E c’è un po’ di fede o non c’è?
Eh quanto poco siamo al possesso della vera personalità!
Conchiude: «Non potremo mai diventare più grandi che sforzandoci di diventare santi», perché allora c’è la piena personalità in Cristo.
Oh! Con questo si abbia l’idea giusta della personalità. E si usino le parole “personalità”, “non personalità” a tempo giusto e col senso vero e almeno proponiamo di acquistare personalità vera, che porta a vedere bene le cose, a giudicarle bene, e accettarle, volerle ed eseguirle. E quest’uomo alla fine sarà rispettato dagli uomini e poi premiato da Dio.
Infine: i martiri sono apprezzati dopo; ebbero una personalità, una convinzione, che riguarda la fede, l’eternità, e l’han sostenuta anche a prezzo del sangue: per esempio san Venceslao, oggi, principe di Boemia: e così, adesso riconoscono che era un uomo di carattere, di vera personalità. E poi ciò che importa è il Paradiso.
Dunque, propositi: stabilire Gesù Cristo in noi: che viva lui, cioè che la nostra personalità sia assorbita e che lui in noi pensi, in noi voglia, in noi ami, in noi operi. E la Comunione comincia di lì, cioè l’unione con Gesù Cristo e egli che si impadronisce della personalità e guida egli Persona divina, seconda Persona della Trinità. E allora quanta saggezza vi è in santi e tanti santi.
Sia lodato Gesù Cristo.
rn